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Vecchio 21-11-05, 19:32   #1 (permalink)
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Gli italiani scelgono l’istituto per la distanza da casa

Gli italiani scelgono l’istituto per la distanza da casa

Discutere dell’esistenza di un monopolio
nel settore del credito è «stucchevole
come una discussione sull’esistenza di
Dio». Così Vittorio Borelli nel suo «Banca
padrona» affronta uno dei nodi centrali
del sistema bancario, «da sempre al
riparo dalla concorrenza».
Il volume (edito da Rizzoli, 298 pagine,
18 euro) offre un’interpretazione
accattivante della storia del potere economico
negli ultimi cinquant’anni: muove
dall’estate appena trascorsa, dalle
vicende che hanno visto protagonisti il
governatore della Banca d’Italia, le scalate
straniere sugli istituti italiani e la
banda degli spregidicatissimi «furbetti
del quartierino» per illustrare come si
sia arrivati a quell’intreccio di potere e
denaro anche in conseguenza di un
sistema che è stato costruito nel corso
dei decenni. Borelli cita un dato significativo
dal punto di vista psicologico: i
dipendenti delle banche, ancor prima
che legati con un rapporto di lavoro a
questa o quella azienda, tendono a
considerarsi parte di un sistema. una
sorta di corporazione.
Torna sempre il tema della concorrenza
- negata o almeno scoraggiata - nella
storia del credito nostrano. Perché il
normale rapporto tra cliente e venditore,
scrive Borelli, è nel caso delle
banche quanto meno alterato. Chi entra
in banca e apre un conto corrente entra
in un sistema «vischioso», dal quale non
è facile uscire. Vuoi per i costi altissimi
che comporta la chiusura di un conto,
vuoi perché la clientela italiana è di suo
abbastanza abitudinaria e in molti casi
quasi intimidita dalla banca come istituzione.
Dice l’Abi che ogni anno nel Bel
Paese cambiano banca appena due milioni
di persone: dato del quale Borelli
dubita e che comunque - fosse vero -
indica meno del 10% della clientela
degli istituti di credito. Nel volume è
citata una ricerca della Bocconi, dov’è
detto che l’indice di fedeltà dei clienti
bancari è in media all’85%, e sale nel
caso della clientela «comune» (o mass
market, come si dice in gergo) al 90. Per
scendere tra i più smagati al 74%:
«percentuali bulgare - commenta l’autore
- che non trovano riscontro in nessun
altro settore».
Basta dare un’occhiata alle ricerche
di mercato: dicono che in Italia la scelta
dello sportello è ancora influenzata
nella maggior parte dei casi dalla vicinanza
a casa o all’ufficio, al rapporto di
conoscenza costruito nel tempo con il
personale di un’agenzia e dai costi di
chiusura di un conto corrente. Tutti
elementi che hanno poco o nulla a che
vedere con il servizio offerto, la sua
qualità e i suoi costi. Nello stesso modo,
se si prova a misurare il grado di
concorrenzialità dell’attività bancaria
per settori si scopre che ce n’è molta
nelle attività finanziarie, in quelle di
corporate banking e di banca d’investimento.
Ce n’è pochissima invece nella
gestione del risparmio e ancor meno
nella più classica attività retail.
È naturalmente il «parco buoi», la
clientela meno esperta, a patire più la
«vischiosità» del sistema bancario: vischiosità
che, mano a mano che si
abbassa l’indice di concorrenzialità,
pagherà di conseguenza i costi maggiori.
Il che contraddice uno dei principi
cardine dell’economia: da questo tipo di
clientela gli istituti italiani continuano
a trarre i ricavi più consistenti, una
maggiore attenzione da parte delle banche
sarebbe dovuta.
Da questa clientela fedele, stabile,
ben conosciuta e legata da un rapporto
consolidato, scrive Borelli, le banche
traggono un «vantaggio competitivo
enorme». Così gli istituti italiani hanno
costruito, a partire dagli Anni Novanta
uno «sterminato database» con le abitudini
finanziarie della clientela. Un archivio
che permette ancora oggi di mettere
a punto prodotti e servizi su misura per
ciascuna frazione di clientela. Basta
entrare in una filiale per misurare
quanto l’offerta è - in questo senso
davvero - diversificata: mutui casa,
prestiti, polizze, gestione del risparmio.
In questo senso sì, la «foresta pietrificata
» s’è mossa: non a vantaggio dei clienti
però. In un clima del genere non c’è da
stupirsi insomma se il sistema bancario
italiano tende a non gradire l’ingresso
degli stranieri nel Paese. Non deve far
meraviglia neppure il coinvolgimento
dei livelli più alti, fino al governatore
della banca centrale. L’apertura all’estero
è destinata a incrinare una rendita di
posizione costruita nel corso di mezzo
secolo e più alla quale il sistema bancario
non rinuncerà facilmente.
La stampa tuttosoldi
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