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Gli italiani scelgono l’istituto per la distanza da casa
Gli italiani scelgono l’istituto per la distanza da casa
Discutere dell’esistenza di un monopolio nel settore del credito è «stucchevole come una discussione sull’esistenza di Dio». Così Vittorio Borelli nel suo «Banca padrona» affronta uno dei nodi centrali del sistema bancario, «da sempre al riparo dalla concorrenza». Il volume (edito da Rizzoli, 298 pagine, 18 euro) offre un’interpretazione accattivante della storia del potere economico negli ultimi cinquant’anni: muove dall’estate appena trascorsa, dalle vicende che hanno visto protagonisti il governatore della Banca d’Italia, le scalate straniere sugli istituti italiani e la banda degli spregidicatissimi «furbetti del quartierino» per illustrare come si sia arrivati a quell’intreccio di potere e denaro anche in conseguenza di un sistema che è stato costruito nel corso dei decenni. Borelli cita un dato significativo dal punto di vista psicologico: i dipendenti delle banche, ancor prima che legati con un rapporto di lavoro a questa o quella azienda, tendono a considerarsi parte di un sistema. una sorta di corporazione. Torna sempre il tema della concorrenza - negata o almeno scoraggiata - nella storia del credito nostrano. Perché il normale rapporto tra cliente e venditore, scrive Borelli, è nel caso delle banche quanto meno alterato. Chi entra in banca e apre un conto corrente entra in un sistema «vischioso», dal quale non è facile uscire. Vuoi per i costi altissimi che comporta la chiusura di un conto, vuoi perché la clientela italiana è di suo abbastanza abitudinaria e in molti casi quasi intimidita dalla banca come istituzione. Dice l’Abi che ogni anno nel Bel Paese cambiano banca appena due milioni di persone: dato del quale Borelli dubita e che comunque - fosse vero - indica meno del 10% della clientela degli istituti di credito. Nel volume è citata una ricerca della Bocconi, dov’è detto che l’indice di fedeltà dei clienti bancari è in media all’85%, e sale nel caso della clientela «comune» (o mass market, come si dice in gergo) al 90. Per scendere tra i più smagati al 74%: «percentuali bulgare - commenta l’autore - che non trovano riscontro in nessun altro settore». Basta dare un’occhiata alle ricerche di mercato: dicono che in Italia la scelta dello sportello è ancora influenzata nella maggior parte dei casi dalla vicinanza a casa o all’ufficio, al rapporto di conoscenza costruito nel tempo con il personale di un’agenzia e dai costi di chiusura di un conto corrente. Tutti elementi che hanno poco o nulla a che vedere con il servizio offerto, la sua qualità e i suoi costi. Nello stesso modo, se si prova a misurare il grado di concorrenzialità dell’attività bancaria per settori si scopre che ce n’è molta nelle attività finanziarie, in quelle di corporate banking e di banca d’investimento. Ce n’è pochissima invece nella gestione del risparmio e ancor meno nella più classica attività retail. È naturalmente il «parco buoi», la clientela meno esperta, a patire più la «vischiosità» del sistema bancario: vischiosità che, mano a mano che si abbassa l’indice di concorrenzialità, pagherà di conseguenza i costi maggiori. Il che contraddice uno dei principi cardine dell’economia: da questo tipo di clientela gli istituti italiani continuano a trarre i ricavi più consistenti, una maggiore attenzione da parte delle banche sarebbe dovuta. Da questa clientela fedele, stabile, ben conosciuta e legata da un rapporto consolidato, scrive Borelli, le banche traggono un «vantaggio competitivo enorme». Così gli istituti italiani hanno costruito, a partire dagli Anni Novanta uno «sterminato database» con le abitudini finanziarie della clientela. Un archivio che permette ancora oggi di mettere a punto prodotti e servizi su misura per ciascuna frazione di clientela. Basta entrare in una filiale per misurare quanto l’offerta è - in questo senso davvero - diversificata: mutui casa, prestiti, polizze, gestione del risparmio. In questo senso sì, la «foresta pietrificata » s’è mossa: non a vantaggio dei clienti però. In un clima del genere non c’è da stupirsi insomma se il sistema bancario italiano tende a non gradire l’ingresso degli stranieri nel Paese. Non deve far meraviglia neppure il coinvolgimento dei livelli più alti, fino al governatore della banca centrale. L’apertura all’estero è destinata a incrinare una rendita di posizione costruita nel corso di mezzo secolo e più alla quale il sistema bancario non rinuncerà facilmente. La stampa tuttosoldi |
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