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LE INDAGINI
La Procura: «Non c’era motivo Fiorani indagato anche per false comunicazioni. I magistrati chiederanno documenti alla Bce ROMA - Un’accelerazione immotivata del via libera all’Opa su Antonveneta della Banca Popolare Italiana. Una decisione affrettata, che non può essere giustificata dalla scadenza del 13 luglio, indicata come «perentoria» da Antonio Fazio. Perché il parere negativo dei funzionari della Vigilanza al via libera alla scalata dell’istituto di credito dell’allora amministratore delegato Gianpiero Fiorani avrebbe dovuto suggerire al Governatore un supplemento d’istruttoria. Che avrebbe portato allo slittamento del termine entro il quale Palazzo Koch doveva obbligatoriamente decidere se concedere o meno l’autorizzazione. Sono queste le considerazioni che hanno portato i magistrati ad avere dubbi sull’operato di Fazio. Perplessità che non sono state fugate dall’interrogatorio dei sei ore di lunedì e che, anzi, sarebbero aumentate perché sul punto, almeno secondo i pm, il Governatore sarebbe stato tutt’altro che convincente. L’inchiesta nelle mani del procuratore Giovanni Ferrara, dell’aggiunto Achille Toro e del sostituto Perla Lori non è comunque ancora in vista della conclusione: i magistrati attendono dal professor Franco Coppi il deposito di nuovi documenti ed è probabile che entro breve tempo gli investigatori tornino in via Nazionale per ulteriori acquisizioni. La Procura è inoltre intenzionata a chiedere alla Bce il documento all’esame dei 12 Governatori delle Banche centrali nazionali dell’Eurosistema in cui i sei membri del Board segnalerebbero, tra l’altro, una disparità di trattamento tra Bpi e Abn Amro sui tempi per l’Opa. Intanto a Roma il nome di Fiorani è stato iscritto sul registro degli indagati anche per il reato di false comunicazioni sociali oltre che per quelli di concorso in abuso d’ufficio, ostacolo alle autorità di vigilanza, falso in prospetto e in bilancio. Flavio Haver corriere |
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L’imprenditore: sbagliato che abbia nominato Gronchi
Lodi, Della Valle: da socio voglio sfiduciare il vertice «L’attuale consiglio sosteneva Fiorani» DAL NOSTRO INVIATO NAPOLI - «Da azionista della Popolare di Lodi sto valutando di presentarmi nelle sedi istituzionali a chiedere conto: come è possibile sia lo stesso consiglio che ha sostenuto Gianpiero Fiorani a nominare il nuovo direttore generale?». Diego Della Valle, l'imprenditore della Tod's, a Napoli per la «Italian industrial conference» organizzata da Mediobanca, consegna una notizia e annuncia un nuovo affondo: ha comprato azioni della Lodi, oggi Popolare Italiana. Quando e quante? Non lo dice, ma la quota è inferiore al 2% perché non è stata comunicata alla Consob. E si prepara a lanciare bordate e iniziative nei confronti dei vertici che nei giorni scorsi, a sorpresa, hanno nominato top manager Divo Gronchi, direttore generale della Popolare di Vicenza di Gianni Zonin socio dell’Hopa di Gnutti e che sulla Bnl si è trovato su posizioni diverse rispetto all’imprenditore marchigiano. Della Valle, da tempo azionista di Bnl e Rcs, ha già più volte manifestato giudizi a dir poco negativi nei confronti degli immobiliaristi che hanno lanciato le scalate su Bnl, Antonveneta e Rizzoli. Ma è la prima volta che si manifesta anche proprietario di un pacchetto della banca guidata fino a poco fa da Fiorani. E non ammette che ai vertici della Lodi non ci sia ancora stata una svolta radicale. Della Valle ha quindi ribadito che il Governatore Antonio Fazio dovrebbe dimettersi subito: «Chi si fida più di lui, attaccato alla sua poltrona senza dignità? Non conta ormai nulla, è come se non ci fosse, ma la sua permanenza in Bankitalia è un danno per la credibilità del Paese. Sono molto deluso dai leader di destra e sinistra che hanno solo finto di volerlo mandare a casa, l'uno perché vuole che dica che l'economia non è al disastro, l'altro perché c'è ancora un'operazione da completare». Su Rcs infine Della Valle ha ribadito che il patto è unito e sostiene lo sviluppo della società. «Abbiamo visto qualche magliaro dire un mucchio di sciocchezze. Adesso vedremo se le autorità avranno da rilevare qualcosa sul problema dell'aggiotaggio». L'imprenditore ha quindi detto di aver «dovuto» comprare titoli Rizzoli (rafforzando così l'accordo di sindacato) quando i prezzi erano alti: «L'ho fatto con i miei soldi. Investo pensando al lungo periodo e ho fiducia perché l'azienda è buona». Sergio Bocconi corriere |
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LE INCHIESTE
«Contraddizioni con Fazio» Fiorani torna dai pm a Roma ROMA (f.h. - p.b.) - Gianpiero Fiorani dovrà tornare in Procura a Roma per chiarire alcune contraddizioni rilevate dagli inquirenti tra il suo primo interrogatorio e quello del governatore Antonio Fazio. Quest’ultimo lunedì avrebbe fornito una ricostruzione parzialmente diversa di alcuni passaggi importanti delle procedure che alla mezzanotte dell’11 luglio lo portarono ad autorizzare l’Opa della Popolare di Lodi su Antonveneta. E ora i magistrati vogliono chiedere chiarimenti a Fiorani, che fu sentito già il 13 luglio. Il banchiere dimissionario di Lodi è indagato a Roma per false comunicazioni sociali, falso in prospetto, ostacolo alla vigilanza e, come il Governatore, per abuso d’ufficio. Il procuratore Giovanni Ferrara, l’aggiunto Achille Toro e il pm Perla Lori hanno deciso di riascoltare anche altri: tra loro potrebbe esserci il capo della vigilanza di Bankitalia, Francesco Frasca, anch’egli indagato per abuso. Possibili anche nuove testimonianze di Clemente e Castaldi, gli ispettori contrari all’Opa. A Milano intanto l’inchiesta punta sugli arricchimenti personali di Fiorani e di decine di dirigenti e «clienti privilegiati» della banca. La Guardia di Finanza ieri ha perquisito l’ufficio alla Bpi di Silvano Spinelli, ex dirigente ora indagato dai pm milanesi come tesoriere occulto dell’amico Fiorani e di altri. Il testimone-chiave Egidio Menclossi aveva per primo indicato Spinelli come «l’uomo di fiducia usato da Fiorani per le operazioni riservate»: il «gestore» del gruppo lodigiano dei concertisti di Antonveneta; il «prestanome» delle proprietà immobiliari di Fiorani; e l’organizzatore di «enormi» operazioni di insider trading (casi Kamps/Barilla, Popolare Crema e Autostrade). Nell’ultimo interrogatorio lo stesso Fiorani avrebbe confessato tra l’altro la proprietà della villa di Cap Martin, intestata sulla carta a una società di Spinelli. corriere |
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La vigilanza
Scalata Antonveneta, ultimo atto per Lodi Consob: Opa decadute Con 12 giorni d’anticipo sulla scadenza del provvedimento di sospensione, la Consob ha dichiarato decadute l’Opa e l’Opasc (offerta pubblica di acquisto e scambio) promosse dalla lodigiana Banca popolare italiana su Antonveneta. Le motivazioni addotte dalla Commissione guidata da Lamberto Cardia (foto ) sono chiare. Secondo un comunicato dell’autorità di controllo sui mercati finanziari, infatti, «le ulteriori verifiche svolte dopo la sospensione in via cautelare hanno accertato gravi violazioni della disciplina delle offerte pubbliche di acquisto e scambio, tali da rendere l’informazione fornita al mercato inidonea per consentire ai destinatari delle offerte di pervenire a un fondato giudizio» come richiesto dal comma 1 dell’articolo 102 del Testo unico della finanza. Inoltre, le «gravi violazioni» sarebbero state «tali da far venire meno le garanzie finanziarie di esatto adempimento». Si chiude così il capitolo della scalata padana all’istituto veneto. corriere |
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I conti difficili dei furbetti del salottino
Ricucci tra nuove avventure e affitti in pegno. Gnutti assediato dai debiti. E per Coppola, Lonati... PRIMO PIANO immobiliaristi e finanzieri rampanti alle prese con il dopo ANTONVENETA Finanziamenti non recourse, margin lines, fidi con pegni rotativi, contratti di total return swap, opzioni call, credit default swap: dopo la sbornia da addetti delle sale trading che ha accompagnato la soap opera politico finanziaria di questa estate, la battaglia borsistica che tra Lodi e Lugano, la Costa Smeralda, le isole Vergini e i retroscala di Via Nazionale ha visto impegnati i cosiddetti nouveaux entrepreneurs contro i poteri forti del Paese, il sipario è calato sull' intera vicenda. Dopo il provvedimento del gip Clementina Forleo, che ha interdetto, per ora in via cautelare e fino al 2 ottobre, l' immobiliarista romano Stefano Ricucci, il finanziere bresciano Emilio Gnutti, l' ex amministratore delegato della Bpi, Gianpiero Fiorani (dimessosi irrevocabilmente venerdì 16 settembre) e il suo direttore finanziario, Gianfranco Boni, da tutte le loro cariche societarie, per "atti di pirateria finanziaria", realizzati "con l' ausilio e anzi con la spregiudicata complicità di personaggi di rilievo istituzionale", tutti i protagonisti delle tentate scalate Antonveneta e Rcs Mediagroup (casa editrice del Mondo) hanno scelto una posizione defilata, rinchiudendosi nel silenzio dopo fiumi di annunci e dichiarazioni. E anche il tourbillon di prestiti bancari che solo a fine maggio aveva fatto arrivare nelle casse della Bpi la bellezza di quasi 5 miliardi attraverso una fitta trama di operazioni di finanza strutturata, come quella allestita dalla filiale londinese di Deutsche bank con il veicolo di Sonata securities, si è placato. Perché con il sequestro, disposto sempre dalla Forleo, di tutte le quote dei concertisti Antonveneta, un pacchetto pari quasi al 40% del capitale che ai prezzi correnti di Borsa vale più di 3 miliardi, anche il complesso meccanismo di cessioni con l' elastico, depositi vincolati e pegni su titoli, concordato con istituti sia italiani che stranieri, si è inceppato. Ma ora, con le scadenze che incalzano, la quiete rischia di trasformarsi in tempesta per tutti i furbetti del quartierino. E dire che Stefano Ricucci, l' odontotecnico di San Cesareo aveva appena finito di pagarsi la Ferrari a rate. Una Ferrari Maranello, riscattata al termine di un leasing, nel dicembre scorso, dalla Magiste service (ex Gar), che così l' aveva aggiunta al parco macchine dell' immobiliarista, già composto da tre Mercedes e una Bmw. L' investimento non aveva lasciato molti soldi sul conto: 6.407 euro per l' esattezza (sempre a fine 2004), cui andavano aggiunti altri 296 mila euro di crediti verso clienti, parti correlate (le fatture per il noleggio dei mezzi ad altre controllate del gruppo) e Fisco, a fronte di debiti di pari entità, prevalentemente dovuti a un finanziamento erogato dalla Magiste international sa, che aveva rilevato la società da un' altra scatola lussemburghese dell' immobiliarista, la Raneda sa. Molto più consistenti, alla stessa data, erano gli attivi della Magiste spa, la finanziaria di secondo livello di Ricucci, con circa 1,7 milioni di liquidità e crediti complessivi per 79 milioni, per lo più verso controllanti, a fronte di debiti con le banche per 25 milioni, quasi tutti oltre i 12 mesi. Il grosso dell' esposizione era però di competenza delle due società che hanno in carico la proprietà e la gestione degli immobili, e cioè Magiste re e Magiste re property: con 110 milioni di debiti la prima (nell' ordine, nei confronti della Popolare di Vicenza e di Meliorbanca, Unicredit e Centrobanca) e 179 milioni di debiti l' altra (interamente verso la tedesca Eurohypo), garantiti da ipoteche su quasi tutti i terreni e gli edifici di proprietà. A parte i soliti crediti infragruppo, le due società potevano contare sempre a fine dicembre su 800 mila euro di cassa, più pochi altri spiccioli (13 mila euro) sui conti della Magiste re agency (ex Edo), la controllata di compravendite immobiliari che peraltro all' epoca evidenziava un bilancio assai scarno. La vera ricchezza era ovviamente parcheggiata altrove, e cioè in Lussemburgo. Con la capogruppo, Magiste international, che ancora alla fine del 2003 (ultimo bilancio certificato) dichiarava di controllare l' 1,47% della Hopa, lo 0,51% di Bipielle investimenti, l' 1% di Banca Valori, più alcuni pacchetti di titoli della Popolare di Lodi e di Meliorbanca. Un tesoretto valutato all' epoca circa 240 milioni, che nel giro di 18 mesi si è moltiplicato per sette, raggiungendo, con i prezzi di Borsa attuali, il miliardo e 650 milioni, ripartito tra azioni Rcs (20,9%), Antonveneta (4,99%), Bpi (4,416%), Capitalia (1,968%), Mps (0,344%) e Ss Lazio (1%). Nel frattempo anche l' indebitamento dell' immobiliarista è lievitato, con gli ultimi dati della Centrale rischi (aprile 2005) che fissavano a 922,8 milioni il monte complessivo di debiti verso il sistema bancario di Magiste international e delle sue controllate. Senza contare il finanziamento da 100 milioni erogato a giugno dalla Bipielle Suisse di Lugano alla Garlsson re Bv, paravento offshore usato da Ricucci per rastrellare titoli Antonveneta, e garantito da una fidejussione della stessa Popolare di Lodi. Un gesto di generosità che ha portato l' affidamento complessivo della Bpi nei confronti del palazzinaro romano da 450 a 550 milioni. Dopo l' interdizione di Fiorani, però, lo scorso 9 agosto, la banca lodigiana è tornata sui suoi passi, prendendo a pegno, per tutelarsi dai rischi, i due terzi del pacchetto Rcs in mano a Ricucci, 99,9 milioni di azioni, pari al 14% del capitale. Altri 7 8 milioni di titoli Rcs erano già finiti in pegno alla Deutsche bank di Londra nell' ambito di un prestito per operazioni di trading garantito (al 30 40%) dalle azioni stesse acquistate: manovra che ha assicurato al titolare della Magiste una nuova linea di credito per un altro miliardo (di cui 350 milioni già impiegati), in cambio ovviamente dei pacchetti rastrellati in Borsa. Con la filiale lussemburghese di SocGen Ricucci ha concluso un accordo simile di anticipo titoli, procurandosi all' inizio dell' estate altri 100 milioni. Il gioco però funziona solo se le azioni salgono, così che il debitore possa rimborsare il prestito (di solito con scadenza a sei nove mesi) tenendosi la plusvalenza. Nei casi Antonveneta, Rcs e Bpi non è andata proprio così, e l' andamento turbolento delle quotazioni, provocato non da ultimo dall' intervento della magistratura e dai provvedimenti di interdizione e sequestro, ha spinto Ricucci a puntare su nuove prede, scommettendo una fiche su Capitalia e Mps. Costretto a confrontarsi con quasi 1 miliardo e mezzo di debiti con le banche, partecipazioni congelate o in pegno, immobili sotto ipoteca e scadenze di rimborso ravvicinate, Gastone come lo chiama la sua Anna Falchi, ha inaugurato una nuova fase di austerity, tagliando qualche spesa, dai pr ai revisori dei conti, in attesa di tempi migliori. L' ex odontotecnico aveva appena concluso il leasing per la ferrari che si aggiunge alle tre mercedes Il Mondo 30 sett us |
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PRIMO PIANO Gli altri furbetti, gli altri protagonisti del risiko bancario di quest' estate, non stanno messi molto meglio di Stefano Ricucci. A cominciare da Chicco Gnutti. Se già all' assemblea dello scorso 30 aprile l' 1,7% del pacchetto Antonveneta di Ricucci era in pegno a Unicredit e Bim, alla stessa data l' intera quota in carico alla Gp Finanziaria e alla Fingruppo (4,9%) di Gnutti risultava in mano a Banca Intesa, Sanpaolo Imi, Unicredit e Bam. Ma la vera spada di Damocle è quella che grava sulla Hopa, la merchant bank bresciana che a fine 2004 si portava dietro più di 1 miliardo di debiti bancari (di cui 155 milioni da rimborsare entro dicembre). L' asset principale di Hopa, la partecipazione del 4% in Telecom Italia detenuta attraverso la controllata Holinvest, è infatti già stata girata l' anno scorso alla Royal bank of Scotland, come garanzia per un prestito triennale da 550 milioni, già interamente impiegato per ripagare vecchi debiti. Le altre partecipazioni (Bpi, Reti Bancarie, Bipielle Investimenti, Banca Lombarda, Mps, Unipol ecc.) non offrono grandi margini di manovra, anche perché molti di questi pacchetti sono stati rilevati grazie a nuovi prestiti contratti sempre con le stesse banche. Per altri concertisti, come gli immobiliaristi Danilo Coppola e gli imprenditori delle calze, Ettore, Fausto e Tiberio Lonati, ugualmente colpiti dall' ordinanza di sequestro delle quote Antonveneta, anche se con un' esposizione minore, il colpo è stato meno duro. Non potendo impegnare azioni della Ipi, la controllata quotata in Borsa gravata già da 228 milioni (a giugno) di debiti, e dovendo restituire alle banche già entro l' anno un altro centinaio di milioni, Coppola è stato costretto a dare in garanzia una parte del pacchetto Mediobanca (4,3%) appena acquistato. Giuseppe Statuto, che però ha partecipato solo alle operazioni Bnl ed Rcs, è stato ancora più attento, comprando l' 1% di Piazzetta Cuccia e rivendendolo lo scorso 14 luglio, con una ricca plusvalenza. S.O. |
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estate 1997: quando Ricucci diventò per la prima volta editore
PRIMO PIANO Molto tempo prima di cimentarsi con l' assalto a Rcs MediaGroup, Stefano Ricucci aveva già debuttato nell' editoria. Con un' operazione mordi e fuggi generando in soli due mesi una plusvalenza di oltre mezzo miliardo di lire. Una somma non irrilevante per la Magiste, che all' epoca fatturava poco più di 2 miliardi, con la manutenzione di alcuni complessi immobiliari di proprietà di Fondazioni bancarie e istituti di credito di Roma, un paio di cantieri in periferia: era l' estate 1997, la società si chiamava ancora Costruzioni Magiste, era controllata dalla Compagnia italiana investimenti, da cui erano appena usciti Ilario Toscano e la sua consorte (un' altra coppia di immobiliaristi che avrebbe fatto strada), girandone la proprietà a Ricucci e al suo braccio destro, il ragionier Francesco Bellocchi. A un certo punto la Magiste aveva rilevato il 16,5% della Terra Nova editore, una società amministrata dal palermitano Giuseppe Di Lorenzo, che diffonde ancora oggi nel Lazio e in Lombardia la rivista di annunci immobiliari, Solo Case. Una piccola srl con, a quel tempo, 100 milioni di capitale (sempre in lire), 8,6 miliardi di ricavi e quasi 6 miliardi di debiti, in parte contratti sempre con la Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani. Eppure dopo neanche 60 giorni Ricucci era riuscito a rivendere la sua partecipazione a una fiduciaria di Chiasso, la Acofin sa, rappresentata all' epoca da un avvocato ticinese, Stefano Camponuovo. Lo stesso legale che curiosamente si sarebbe trovato anni più tardi a difendere il conte Igor Marini, il faccendiere di Telekom Serbia. La plusvalenza incassata dalla Magiste, per oltre 526 milioni, avrebbe fornito il carburante per i raid borsistici che sarebbero cominciati l' anno successivo, con operazioni sui titoli Tecnost. Nel 1997 Ricucci si era limitato a una compravendita di 5 mila azioni della Banca agricola mantovana, una piccola operazione messa a segno con un guadagno di una ventina di milioni. S.O. |
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L' ipoteca KAMPS sui conti di Lodi
Una quota del 49% della società tedesca congelata fino al 2010 PRIMO PIANO popolare italiana l' operazione con Barilla PESA PER 509 milioni La tappa più critica del riassetto finanziario del leader del pane industriale Kamps è stata superata venerdì 16 settembre. Quando il socio di maggioranza Barilla e quello di minoranza Popolare italiana (attraverso Efibanca) hanno chiuso l' operazione allestita per ripagare il bond da 239,8 milioni (piu' 19,1 di interessi) in scadenza il 26 settembre. Con uno spin off di alcune attività industriali controllate in Olanda, il gruppo tedesco ha fatto 135 milioni cassa. A rilevarle è stata la Finba bakery Europe ag, veicolo al 51% di Barilla e al 49% Efibanca. Circa 80 sono arrivati con l' incasso di un vendor loan dalla Harry' s, anch' essa al 51% di Barilla. Infine altri 10 sono stati incassati dalla vendita (sempre a Harry' s), della controllata Picardie e altri 34 verranno da linee non utilizzate e da cash pooling. Così a fine anno la Kamps potrà mettere in bilancio debiti netti di 365 milioni (oltre 600 a fine 2004). Certo, il cammino verso il rilancio dell' azienda tedesca conquistata da Barilla nell' estate del 2002 è ancora lungo. Occorrerà aspettare il 2007 per rivedere conti in crescita. E il socio Efibanca Bpi, finanziatore fin dalla prim' ora, dovrà aspettare probabilmente fino alla fine del 2010 (data ultima per esercitare il diritto put sul 49% di Kamps da parte di Bpi). Da qui ad allora occorrerà pagare ancora un bond da 323 milioni di capitale in scadenza a febbraio 2009. Ma entro quella data la società dovrebbe essere tornata a generare una buona cassa. Certo è che l' impegno imposto ai Barilla, ma anche al socio Bpi, si è forse rivelato più intenso del previsto. L' entreprise value dell' acquisizione Kamps è stato di 1.830 milioni, dei quali 800 erano debiti preesistenti. L' impegno equity della Popolare italiana è stato di 509 milioni, mentre il debito è consolidato da Barilla. Ora la speranza dell' istituto è di far fruttare quell' investimento anche se a lungo termine. I dati del semestre parlano di ricavi in calo (658,5 milioni contro 709,9) a causa della rottura dei rapporti con la catena di distribuzione Rewe, cosa che ha fatto mettere sotto osservazione, in vista di un possibile declassamento, il rating BB assegnato a Kamps da Fitch. L' ebitda è però salito da 46,9 milioni a 52 (110 la stima per l' anno contro 102 del 2004). D.P. Il Mondo 30 sett us |
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