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«Incostituzionale la norma anti Opa»
«Incostituzionale la norma anti Opa»
da Finanza&Mercati del 04-10-2005
Giuristi divisi sulle novità introdotte dall’art. 55 della Finanziaria. Ma il fronte politico è compatto. Per Armani (An) e Bersani (Ds) «garantiranno l’italianità dei settori strategici».
La «poison pill» piace alla maggioranza e anche all’opposizione. Ma le nuove norme anti-scalata, introdotte nell’art. 55 della nuova Finanziaria per favorire l’uscita dello Stato dalle grandi aziende privatizzate, spaccano il fronte dei giuristi e suscitano forti dubbi anche a Bruxelles. Per Eugenio Barcellona, docente di diritto commerciale e partner dello studio Grande Stevens, «a una prima lettura, la norma suscita forti dubbi di costituzionalità, perché potrebbe tradursi in un esproprio senza indennizzo». La norma introdotta dal governo prevede la possibilità di sottoscrivere aumenti di capitale riservati: azioni di nuovo conio con un diritto limitato di partecipazione agli utili o alla suddivisione dell’attivo residuo in sede di liquidazione. Uno strumento che consentirebbe allo Stato di intervenire a suo piacimento per scoraggiare le Opa «sgradite» (quelle straniere). Ma a suscitare i dubbi del giurista è la possibilità, prevista dalla nuova normativa, di estendere tale «regime speciale» anche alle azioni già esistenti, mediante la conversione deliberata dal socio pubblico di maggioranza. Ed è qui che scatta l’esproprio. «In questo caso - spiega Barcellona - si determinerebbe una perdita secca di valore per gli azionisti di minoranza, e senza diritto di recesso, a tutto vantaggio dell’azionista di riferimento che è lo Stato». Diverso il parere di Francesco Galgano, docente di diritto commerciale all’Università di Bologna: «Si tratta di un provvedimento - spiega il professore - perfettamente in linea con quanto previsto dal Codice civile, che prevede l’escluso o limitato diritto di opzione delle partecipazioni nei casi in cui lo richieda l’interesse sociale. Norma che, tra l’altro, venne già applicata per nazionalizzare l’Enel». Sostanzialmente unanimi invece i primi segnali provenienti dal mondo politico. Per Pietro Armani non c’è più tempo da perdere. «Lo Stato deve ridurre la propria partecipazione per accelerare il processo di privatizzazione, ma anche per ridurre il debito pubblico». In questo senso, il deputato di An promuove a pieni voti l’intervento dell’esecutivo: «Consentirà di salvaguardare l’italianità delle grandi utility. Del resto anche la Francia si è mossa in questa direzione. Bisogna capirlo una volta per tutte: quando si tratta di business l’Europa non esiste». Senza contare, conclude Armani, che «Eni, Enel, Finmeccanica, hanno un valore strategico nel nostro Paese. Sarebbe impensabile lasciare l’industria della difesa a una società estera». Parole condivise dall’ex ministro dell’Industria, Pierluigi Bersani: «Bisogna essere realistici - dichiara a Finanza & Mercati il deputato ds - che nelle condizioni attuali, non possiamo esporre alcuni settori sensibili a una privatizzazione totale senza garanzia». Insomma, il provvedimento «va nella giusta direzione», anche se Bersani preferirebbe «estendere in ambito Ue il riconoscimento giuridico della golden share». E proprio la Commissione europea ha espresso ieri un primo segnale di cautela, riservandosi di esprimere un parere solo «dopo un’attenta valutazione» della Finanziaria.
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