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Vecchio 27-09-05, 10:08   #1 (permalink)
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Spezzature di titoli, l’utile bruciato da commissioni bancarie troppo alte

IL termine «spezzatura» indicava,
fino a qualche anno fa,
le quantità di titoli che non
corrispondevano al cosiddetto
«minimo trattabile». Ogni azione,
infatti, aveva nella sua «carta
d'identità borsistica» questa
importante indicazione, che dipendeva,
in pratica, dal valore:
un titolo da 100 euro aveva un
minimo, ad esempio, di 25 titoli
per poter essere negoziato, mentre
uno da 3 euro necessitava di
un minimo di 1.000 pezzi.
Chi aveva partite «rotonde»
poteva tranquillamente operare
in Borsa con la certezza di
vendere i titoli in ogni momento,
mentre chi aveva la disgrazia
di possedere soltanto una
frazione del «minimo trattabile
» 17 titoli (provenienti, ad
esempio, da un aumento di
capitale) doveva subire la trafila
del mercato delle «spezzature
» dove a volte non trovava
contropartita o la trovava solo
dopo mesi. Insomma, la borsa
non sopportava i «piccoli», che
considerava un fastidio.
UNA COME 10.000
Il sistema è stato abolito con la
riforma della Borsa, che fra
l'altro ha liberalizzato (a partire
dal 14 febbraio 2002) le
contrattazioni, consentendo a
tutti di «fare prezzo» indipendentemente
dalla quantità: e
così chi vuole comprarsi 13
azioni Fiat o vendere 7 azioni
Enel lo può fare, immettendo
l'ordine direttamente sul mercato
con la certezza (se non pone
limiti di prezzo ma lascia l'esecuzione
«al meglio») di eseguire
l'operazione. Apparentemente
una bella lezione di democrazia
finanziaria, che consente a Pautasso
e Rebaudengo di pesare
come De Benedetti o Tronchetti
Provera.
GLI INTERMEDIARI
Ma l'apertura della Borsa si è
subito scontrata con il sistema
degli intermediari (banche e
Sim) cui certamente non piace
lavorare su piccole quantità
guadagnando poco o niente. Se
si pensa che la tariffa «ordinaria
» dell'intermediazione su
azioni è pari al 7 per mille, si
capisce come non sia per nulla
interessante immettere un ordine
per l'acquisto di 12 azioni
Fiat a 7,5 euro, per un controvalore
totale di 90 euro e una
commissione di 63 centesimi.
Ecco dunque scattare immediatamente
il sistema della «commissione
minima» prevista da
tute le banche sulle operazioni
di Borsa: indipendentemente
dal controvalore, il cliente deve
pagare all'intermediario un minimo
di 10-20 euro per ogni
operazione.
LA SOGLIA
Insomma, fatta la legge, trovato
l'inganno: eliminata la quantità
minima per operare in
Borsa è stata introdotta la commissione
minima, con conseguenze
pesantissime per i risparmiatori.
Dal punto di vista
dei costi è un massacro per i
piccoli investitori, costretti a
pagare costi elevatissimi per
transazioni assolutamente irrilevanti.
Il compratore di 12
azioni Fiat, infatti, si vedrà
addebitare non già l'importo di
90,63 euro (90 per le azioni e 63
centesimi per la commissione
ordinaria), ma di 105 euro (90
per le azioni e 15 per la commissione
minima): il costo effettivo
sarà quindi di 8,75 euro, con
un costo del 16,6% anziché
dello 0,7%!
Peggiore il risultato per l'incauto
venditore di 7 azioni
Enel che, anziché incassare 50
euro circa, ne incasserà solo 32,
vendendo le azioni a un prezzo
unitario di 4,57 euro… E' facile
calcolare come su piccolissime
quantità l'introito sia prossimo
allo zero, anzi, comporterebbe
addirittura il pagamento alla
banca di una piccola somma,
qualche euro almeno (ma in
questo caso, bontà loro, le banche
chiudono un occhio e, in
pratica, si comprano a costo
zero le azioni del cliente).
IL DOSSIER
Avete delle «spezzature» a dossier?
Cercate di liberarvene al
più presto, ma negoziando con
la banca un costo ragionevole,
anche per evitare gli oneri di
custodia, gli addebiti per l'incasso
delle cedole (ogni incasso
comporta un pagamento di
spese di almeno un euro: e se
il dividendo incassato su 3
azioni Generali ammonta a
1,29 euro l'incasso netto è di
29 centesimi…).
Ricordiamoci sempre che i
prezzi di Borsa pubblicati sui
giornali non sono sempre indicativi
della situazione reale
personale, perché bisogna tener
conto dei costi connessi ad
ogni posizione; e se chi dispone
di un portafoglio di centinaia di
migliaia di euro affronta costi
veramente marginali, chi opera
con piccole cifre si sobbarca
oneri spesso spropositati.
la stampa ieri
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 27-09-05, 10:12   #2 (permalink)
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Conviene sempre
arrotondare

L'origine delle quantità
«spezzate» di titoli è quasi
sempre una sola: un aumento
di capitale che assegna nuove
azioni ai soci. Non è
infrequente il caso di
un'opzione in cui si offrono,
ad esempio, 7 azioni nuove
ogni 43 possedute. Chi ha
1.000 azioni di quella società
avrà diritto ad ottenere 162,7
azioni, un numero
difficilmente gestibile. Un
consiglio: per evitare
problemi e costi futuri, è
opportuno vendere i diritti
(se la società non è ritenuta
interessante) oppure
acquistarne una quantità tale
da «arrotondare»; sempre
che la cosa sia possibile.

COMMISSIONE:Importo addebitato dagli intermediari
su ogni operazione di Borsa. Si
calcola in percentuale, che è
variabile in funzione del titolo
trattato (più bassa per
obbligazioni, più alta per azioni
e titoli derivati). L'aliquota
ordinaria per le azioni è pari al 7
per mille.
COMMISSIONE MINIMA:
importo addebitato dagli
intermediari sulle operazioni di
borsa qualora l'ammontare
delle commissioni «ordinarie»
non raggiunga un minimo
soddisfacente. Varia da banca a
banca con una a media di
mercato stimabile intorno ai 15
euro. La commissione minima è
ridotta se si opera via Internet.
DOSSIER TITOLI: la custodia in
banca dei titoli posseduti dai
clienti.
FARE PREZZO: termine gergale
di Borsa con il quale si vuol
indicare la possibilità di
incidere sulla fissazione del
prezzo con il proprio ordine.
Attualmente anche con una
sola azione si può «far prezzo»
e quindi pretendere di eseguire
l'operazione.
SPEZZATURA: termine che
indicava una quantità di titoli
inferiore a quella minima
prevista dal regolamento di
borsa per poter «fare prezzo».
Le spezzature sono state
abolite, poiché il quantitativo
minimo trattabile in Borsa è di
un'azione, indipendentemente
dal suo valore.
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