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Data registrazione: Jul 2002
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Spezzature di titoli, l’utile bruciato da commissioni bancarie troppo alte
IL termine «spezzatura» indicava,
fino a qualche anno fa, le quantità di titoli che non corrispondevano al cosiddetto «minimo trattabile». Ogni azione, infatti, aveva nella sua «carta d'identità borsistica» questa importante indicazione, che dipendeva, in pratica, dal valore: un titolo da 100 euro aveva un minimo, ad esempio, di 25 titoli per poter essere negoziato, mentre uno da 3 euro necessitava di un minimo di 1.000 pezzi. Chi aveva partite «rotonde» poteva tranquillamente operare in Borsa con la certezza di vendere i titoli in ogni momento, mentre chi aveva la disgrazia di possedere soltanto una frazione del «minimo trattabile » 17 titoli (provenienti, ad esempio, da un aumento di capitale) doveva subire la trafila del mercato delle «spezzature » dove a volte non trovava contropartita o la trovava solo dopo mesi. Insomma, la borsa non sopportava i «piccoli», che considerava un fastidio. UNA COME 10.000 Il sistema è stato abolito con la riforma della Borsa, che fra l'altro ha liberalizzato (a partire dal 14 febbraio 2002) le contrattazioni, consentendo a tutti di «fare prezzo» indipendentemente dalla quantità: e così chi vuole comprarsi 13 azioni Fiat o vendere 7 azioni Enel lo può fare, immettendo l'ordine direttamente sul mercato con la certezza (se non pone limiti di prezzo ma lascia l'esecuzione «al meglio») di eseguire l'operazione. Apparentemente una bella lezione di democrazia finanziaria, che consente a Pautasso e Rebaudengo di pesare come De Benedetti o Tronchetti Provera. GLI INTERMEDIARI Ma l'apertura della Borsa si è subito scontrata con il sistema degli intermediari (banche e Sim) cui certamente non piace lavorare su piccole quantità guadagnando poco o niente. Se si pensa che la tariffa «ordinaria » dell'intermediazione su azioni è pari al 7 per mille, si capisce come non sia per nulla interessante immettere un ordine per l'acquisto di 12 azioni Fiat a 7,5 euro, per un controvalore totale di 90 euro e una commissione di 63 centesimi. Ecco dunque scattare immediatamente il sistema della «commissione minima» prevista da tute le banche sulle operazioni di Borsa: indipendentemente dal controvalore, il cliente deve pagare all'intermediario un minimo di 10-20 euro per ogni operazione. LA SOGLIA Insomma, fatta la legge, trovato l'inganno: eliminata la quantità minima per operare in Borsa è stata introdotta la commissione minima, con conseguenze pesantissime per i risparmiatori. Dal punto di vista dei costi è un massacro per i piccoli investitori, costretti a pagare costi elevatissimi per transazioni assolutamente irrilevanti. Il compratore di 12 azioni Fiat, infatti, si vedrà addebitare non già l'importo di 90,63 euro (90 per le azioni e 63 centesimi per la commissione ordinaria), ma di 105 euro (90 per le azioni e 15 per la commissione minima): il costo effettivo sarà quindi di 8,75 euro, con un costo del 16,6% anziché dello 0,7%! Peggiore il risultato per l'incauto venditore di 7 azioni Enel che, anziché incassare 50 euro circa, ne incasserà solo 32, vendendo le azioni a un prezzo unitario di 4,57 euro… E' facile calcolare come su piccolissime quantità l'introito sia prossimo allo zero, anzi, comporterebbe addirittura il pagamento alla banca di una piccola somma, qualche euro almeno (ma in questo caso, bontà loro, le banche chiudono un occhio e, in pratica, si comprano a costo zero le azioni del cliente). IL DOSSIER Avete delle «spezzature» a dossier? Cercate di liberarvene al più presto, ma negoziando con la banca un costo ragionevole, anche per evitare gli oneri di custodia, gli addebiti per l'incasso delle cedole (ogni incasso comporta un pagamento di spese di almeno un euro: e se il dividendo incassato su 3 azioni Generali ammonta a 1,29 euro l'incasso netto è di 29 centesimi…). Ricordiamoci sempre che i prezzi di Borsa pubblicati sui giornali non sono sempre indicativi della situazione reale personale, perché bisogna tener conto dei costi connessi ad ogni posizione; e se chi dispone di un portafoglio di centinaia di migliaia di euro affronta costi veramente marginali, chi opera con piccole cifre si sobbarca oneri spesso spropositati. la stampa ieri |
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Data registrazione: Jul 2002
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Conviene sempre
arrotondare L'origine delle quantità «spezzate» di titoli è quasi sempre una sola: un aumento di capitale che assegna nuove azioni ai soci. Non è infrequente il caso di un'opzione in cui si offrono, ad esempio, 7 azioni nuove ogni 43 possedute. Chi ha 1.000 azioni di quella società avrà diritto ad ottenere 162,7 azioni, un numero difficilmente gestibile. Un consiglio: per evitare problemi e costi futuri, è opportuno vendere i diritti (se la società non è ritenuta interessante) oppure acquistarne una quantità tale da «arrotondare»; sempre che la cosa sia possibile. COMMISSIONE:Importo addebitato dagli intermediari su ogni operazione di Borsa. Si calcola in percentuale, che è variabile in funzione del titolo trattato (più bassa per obbligazioni, più alta per azioni e titoli derivati). L'aliquota ordinaria per le azioni è pari al 7 per mille. COMMISSIONE MINIMA: importo addebitato dagli intermediari sulle operazioni di borsa qualora l'ammontare delle commissioni «ordinarie» non raggiunga un minimo soddisfacente. Varia da banca a banca con una a media di mercato stimabile intorno ai 15 euro. La commissione minima è ridotta se si opera via Internet. DOSSIER TITOLI: la custodia in banca dei titoli posseduti dai clienti. FARE PREZZO: termine gergale di Borsa con il quale si vuol indicare la possibilità di incidere sulla fissazione del prezzo con il proprio ordine. Attualmente anche con una sola azione si può «far prezzo» e quindi pretendere di eseguire l'operazione. SPEZZATURA: termine che indicava una quantità di titoli inferiore a quella minima prevista dal regolamento di borsa per poter «fare prezzo». Le spezzature sono state abolite, poiché il quantitativo minimo trattabile in Borsa è di un'azione, indipendentemente dal suo valore. |
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