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Vecchio 24-09-05, 10:55   #1 (permalink)
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Riforma fallimentare

I debitori con buona condotta avranno uno sconto sulle cifre da restituire. In soffitta l’amministrazione controllata. Castelli: una rivoluzione copernicana

Riforma fallimentare, addio sanzioni personali

Il governo vara la legge per le crisi d’impresa. Più spazio al comitato dei creditori

MILANO - Ci sono voluti 63 anni. Adesso, però, per il diritto fallimentare sembra delinearsi una nuova era: con il primo via libera preliminare della riforma approvata ieri dal Consiglio dei ministri, spariscono alcune norme del regio decreto del 1942, a cominciare dall’amministrazione controllata, e debutta una nuova disciplina. L’obiettivo di fondo è ridurre i tempi delle procedure fallimentari e ridimensionare il concetto stesso di fallimento, che non viene più considerato come momento afflittivo per l’imprenditore ma momento di rilancio per l’impresa. In questa direzione devono essere lette le nuove norme che aboliscono quasi del tutto le sanzioni personali. Così come la riduzione delle incapacità del fallito allo scopo di permettere un migliore reinserimento sociale. Ecco le principali novità introdotte dai 151 articoli del decreto legislativo che adesso passa all’esame delle commissioni di Camera e Senato, e che dovrà poi essere approvato in via definitiva entro il 12 novembre, visto che a quella data scadranno i sei mesi stabiliti dalla legge 80, quella sulla competitività.
Per ridurre i tempi delle procedure, al rito fallimentare si applicheranno le regole del processo in Camera di consiglio. Questo consentirà di applicare una procedura più veloce che consente alle parti di definire in tempi più ragionevoli il processo e, allo stesso tempo, al giudice di riappropriarsi del proprio ruolo fondamentale, piuttosto che, come invece accade oggi, di gestire amministrativamente la procedura.
Viene anche ridotta l’area dell’assoggettabilità a fallimento dei piccoli imprenditori, in modo da garantire che siano gestite situazioni effettivamente rilevanti per gli interessi coinvolti, evitando gli effetti dilatori tipici dell’attuale automatismo. Con la riforma si considerano piccoli imprenditori gli esercenti un’attività commerciale in forma individuale o collettiva che hanno effettuato investimenti nell’azienda per un capitale di valore non superiore a 300 mila euro. Il comitato dei creditori vede rafforzate le proprie competenze sulla decisione relativa alla complessiva gestione della procedura. Il curatore fallimentare, che non deve più necessariamente essere una persona fisica, vede rimodulate le proprie competenze anche attraverso una valorizzazione dell’interazione con il comitato dei creditori. Viene inoltre introdotto un nuovo istituto, l’esdebitazione, che consente benefici in caso di comportamento corretto del debitore. Cambiano le regole per l’individuazione della competenza territoriale del tribunale fallimentare: questo servirà a superare le incertezze della disciplina attuale che causano ritardi nella definizione della procedura. Infine esce di scena l’amministrazione controllata, dal momento che la nuova disciplina del concordato offre ora all’imprenditore in stato di crisi una via di possibile definizione stragiudiziale della propria impresa.

7 MESI IN ROSSO A luglio la bilancia commerciale tra l'Italia e il resto del mondo segna un surplus di 2,387 miliardi a fronte di un attivo di 3,163 miliardi dello stesso mese dell'anno scorso. Secondo i dati Istat, sempre considerando l'interscambio complessivo, a luglio 2005, rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, le esportazioni sono cresciute del 3%, mentre le importazioni del 6,6%. Nonostante il risultato positivo di luglio, nei primi sette mesi del 2005 il saldo risulta negativo per 4,421 miliardi di euro
Diminuisce il potere del giudice ma i tempi si riducono. Una procedura più veloce grazie all’applicazione al rito fallimentare delle regole del processo in camera di consiglio. Il comitato dei creditori approva gli atti del curatore fallimentare
Viene abolita l’amministrazione controllata. La proposta di concordato può essere presentata da uno o più creditori, da un terzo o dallo stesso fallito. E deve essere approvata dai creditori che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto.
Non possono accedere alle procedure di fallimento i piccoli imprenditori, ma solo quelli che hanno investito più di 300 mila euro nell’azienda o che hanno realizzato ricavi lordi per un ammontare annuo che supera i 200 mila euro
L’istituto prevede che il debitore che ha tenuto un comportamento corretto durante la procedura possa essere ammesso al beneficio della liberazione dei debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti.
Gabriele Dossena


Le reazioni

Il no dei giuristi: troppo potere alle banche

Rossi: ridotto il ruolo dei giudici. Grande Stevens: riforma anti-liberale

Regole E Mercato
DAL NOSTRO INVIATO
COURMAYEUR - Giuristi e governo a confronto sulla nuova legge fallimentare. Proprio mentre il Consiglio dei ministri approvava lo schema di decreto legislativo sulla riforma della legge del '42, a Courmayeur si aprivano i lavori del convegno su "crisi dell'impresa e riforma del diritto concorsuale", organizzato dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e dalla Fondazione Courmayeur. Una straordinaria coincidenza, che ha permesso di raccogliere i primi giudizi "a caldo" sulla normativa che sta per essere introdotta. Giudizi che nella stragrande maggioranza dei casi sono stati negativi.
«E' una riforma squilibrata, nella quale accanto a innovazioni positive ve ne sono parecchie altre che sono meramente il frutto di pressioni corporative, specie da parte del mondo bancario», ha detto Guido Rossi, che ha aperto la sessione mattutina del convegno. «Dalla riforma del diritto fallimentare - ha aggiunto - dipendono in larga parte i futuri sviluppi del contesto economico italiano. Forte è il rischio di affossare l'economia e rendere il sistema sempre più bancocentrico». Ha rincarato la dose Franzo Grande Stevens, l'avvocato della famiglia Agnelli: «Questa riforma va nella direzione opposta a quella di un sistema economico liberale, perché tende a minimizzare il rischio d'impresa che è alla base di un vero capitalismo evoluto».
La replica del governo non si è fatta attendere. E' toccato al sottosegretario all'Economia Michele Vietti, che ha aperto i lavori della sessione pomeridiana, difendere il testo del decreto. «Per me - ha detto - si tratta di una riforma rivoluzionaria, ma in Italia come sempre prima si chiedono i cambiamenti, poi si ha paura di farli». Nel suo lungo intervento prima di ripartire in elicottero alla volta di Torino, Vietti ha risposto alle critiche, pur ammettendo che il testo non è «esente da pecche e immune da vizi». E ha aggiunto: «Ho già visto questo film, quando venne varata la riforma del diritto societario, partita con molte riserve e critiche mentre oggi è apprezzata. Ebbene, questo succederà anche per il diritto fallimentare».
Una delle tesi del sottosegretario, che ha contribuito direttamente alla stesura delle norme, alle quali ha lavorato fin da quando ricopriva lo stesso ruolo al ministero della Giustizia, è che c'era l'esigenza di «porre in campo azioni di contrasto degli effetti critici della crisi economica che attraversiamo. Queste sono misure la cui urgenza è proporzionale all'ampiezza e alla profondità del momento negativo». Il contesto economico, insomma, ha condizionato l'iter della legge.
«In sostanza - ha infine osservato l'avvocato Bruno Cova dello Studio Paul Hastings, consulente legale del commissario Parmalat Enrico Bondi - lo stesso Vietti riconosce che questa è la migliore riforma possibile nelle circostanze attuali. In ogni caso contiene elementi di sicuro interesse, come il maggior ruolo per l'autonomia contrattuale delle parti. Si tratta insomma di uno strumento che, specie nell'attuale stato di molte imprese italiane, potrà utilmente contribuire ad affrontare per tempo le crisi aziendali, evitando gli effetti talvolta paralizzanti di alcune parti della normativa vigente».

FRANZO GRANDE STEVENS
«È una riforma che va nella direzione opposta a quella di un sistema economico liberale. In questo modo si va infatti a minimizzare il rischio di impresa alla base di un vero capitalismo evoluto»
GUIDO ROSSI «Una riforma squilibrata, ove accanto a innovazioni positive ve ne sono parecchie altre che sono meramente il frutto di pressioni corporative, specie da parte del mondo bancario. Forte è il rischio di rendere il sistema italiano sempre più bancocentrico»
MICHELE VIETTI «La riforma del diritto fallimentare, pur nella sua provvisorietà, ha una filosofia di base nuova e rivoluzionaria. Abbiamo voluto prenderci questa responsabilità in un momento così difficile per l’economia»
Giacomo Ferrari
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Vecchio 14-10-05, 18:57   #2 (permalink)
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Legge sui fallimenti ? Rivoluzione fallita

PRIMO PIANO DURA LEX

Due studiosi del diritto fallimentare incontestabilmente autorevoli come il professor Edoardo Ricci e il professor Guido Rossi, politicamente distanti l' uno dall' altro, concordano sull' opinione che la riforma del diritto fallimentare farà delle banche le vere padrone dei fallimenti. La ragione principale, ha spiegato Ricci, sta nella scelta di espropriare il giudice delegato di gran parte dei poteri che la vecchia legge fallimentare gli attribuiva, per consegnarli al comitato dei creditori (una sorta di assemblea condominiale dei creditori del fallito). Solo le banche, fa osservare Ricci, sono attrezzate per seguire e alla fine controllare le labirintiche procedure fallimentari ed è inevitabile che lo faranno con un occhio di riguardo per le esigenze proprie. Un altro conflitto di interessi in vista ? È probabile. Intanto si deve registrare la dichiarazione rilasciata, con il solito understatement, dal ministro Roberto Castelli. La sua riforma, dice, è una vera e propria "rivoluzione copernicana". Non siamo esperti di astronomia e ci fermiamo alla parola "rivoluzione" che dovrebbe stare per cambiamento radicale. Ora, se il cambiamento consiste nel dare ancora più spazio alle banche nella gestione dei dissesti aziendali, e nel creare i presupposti per un altro conflitto di interessi, senza entrare nel merito (forse è davvero una magnifica riforma) ci permettiamo di dubitare della sua portata rivoluzionaria. Sembra semmai il rafforzamento di due pilastri fondamentali della "costituzione materiale" nel nostro inimitabile Paese.
il mondo 7 ottobre us
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Vecchio 23-12-05, 08:43   #3 (permalink)
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IL CONCORDATO
Viene abolita l’amministrazione controllata. La proposta di concordato può essere presentata da uno o più creditori, da un terzo o dallo stesso fallito. E deve essere approvata dai creditori che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto
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Vecchio 23-12-05, 08:44   #4 (permalink)
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Ridotti i tempi, soglie di protezione per le piccole imprese, incentivi ai concordati. Sella (Abi): effetti positivi per tutta l’economia Legge sui crac, meno sanzioni e più mercato Riforma del diritto fallimentare, via libera ai decreti attuativi. Castelli: quasi una rivoluzione
ROMA - Procedure più veloci, abolizione dell’amministrazione controllata, esclusione dei piccoli imprenditori sotto i 200 mila euro di fatturato. Questi i capisaldi del nuovo diritto fallimentare i cui decreti attuativi sono stati approvati ieri dal consiglio dei ministri. Una riforma complessa che ha avuto una lunga gestazione. Per il ministro alla Giustizia, Roberto Castelli «è una sorta di rivoluzione copernicana perché sposta il baricentro della gestione del fallimento dal giudice ai veri attori, il fallito e il comitato dei creditori».

RISCHIO PREVEDIBILE - Soddisfatto anche il sottosegretario all’Economia Michele Vietti, vero regista della riforma quando era sottosegretario alla Giustizia. «Non potevamo consentire - ha affermato - che il fallimento rimanesse una specie di tunnel in cui si entrava e non si sapeva più quando si usciva». La durata dei fallimenti in Italia infatti è in media di 10 anni, ma molti durano anche fino a 15 anni. Una realtà scandalosa contro una media europea di tre anni e mezzo. «E questo allontanava gli investitori - spiega ancora il parlamentare Udc - quelli stranieri in particolare, perché il rischio fallimento era nel nostro Paese assolutamente superiore a quello negli altri paesi; ora le nuove norme riconducono il fallimento a un rischio prevedibile». Anche una delle parti in causa come il sistema bancario ha commentato positivamente il nuovo testo. «Una riforma importante che contribuisce a metterci al passo con gli altri Paesi europei - ha detto Maurizio Sella, presidente Abi, l’associazione delle banche italiane - in un settore cruciale come quello delle procedure concorsuali e che non tarderà a far sentire i suoi effetti positivi, oltre che nella gestione di tante attività imprenditoriali, anche sull'economia italiana nel suo complesso». Secondo Sella «l'Italia e il suo sistema produttivo non potevano più scontare, nei confronti del resto d'Europa, lo svantaggio di procedure concorsuali vecchie e interminabili».


LE NOVITA’ - Ecco alcune delle novità più rilevanti introdotte dal nuovo diritto fallimentare. I tempi delle procedure fallimentari vengono ridotti. Introduzione della soglia di 200 mila euro di fatturato e di 300 mila per gli investimenti per escludere dalla fallibilità i piccoli imprenditori. La gestione della procedura viene affidata al curatore (che può essere anche uno studio associato o una società tra professionisti) e al comitato dei creditori (che possono chiedere al giudice la sostituzione del curatore). Inoltre il giudice verrà restituito alla sua funzione di garante della legalità e di risolutore delle controversie. «Il fallito recupera i diritti civili - spiega ancora Vietti -, e se è corretto e collaborativo, può essere ammesso alla esdebitazione, cioè alla liberazione dai debiti residui, anche non soddisfatti. Viene inoltre incentivato il concordato sia preventivo che fallimentare e viene abolita l'amministrazione controllata ormai considerata inadeguata.
R. Ba.

Il giurista: si rischia di favorire
i creditori che «pesano» di più

MILANO - Una rivoluzione? «E’ presto per dirlo. Vedremo se nella pratica la riforma delle procedure concorsuali si rivelerà tale». Paolo Pototschnig, 46 anni, partner dello studio Nctm di Milano, è un avvocato specializzato in fallimenti. Il suo giudizio sulle norme approvate ieri dal Consiglio dei ministri è articolato, ma nel complesso «non particolarmente positivo». Che cosa, in realtà, non la soddisfa?
«Una prima critica è legata alla gestione della fase preliminare del fallimento. L’abbreviazione dei termini, per esempio, può bruciare le possibilità di successo della revocatoria. Viene a ridursi, infatti, il cosiddetto periodo sospetto, i sei mesi che precedono la sentenza di fallimento».
E per quanto riguarda la riforma nel suo complesso?
«Ho una perplessità di fondo, che potremmo definire privatizzazione della procedura. Si tolgono poteri al giudice e si rafforza contemporaneamente il comitato dei creditori, un organo che non sempre esprime l’interesse di tutti. C’è il rischio insomma di favorire i creditori economicamente più rilevanti».
Soltanto questo?
«Beh, per dirla in una parola, la riforma appare poco organica. Si sono presi soltanto alcuni aspetti di proposte frutto di ampi studi che hanno dato luogo a progetti complessivi».
Tra le novità c’è anche l’esclusione dal fallimento per i piccoli imprenditori, al di sotto di un determinato tetto di fatturato...
«Dissento anche su questo punto. La filosofia di questa scelta non è giuridica ma esclusivamente pratica. Si pensa in questo modo di ridurre le procedure. Ebbene, anche a patto di raggiungere questo obiettivo, l’esclusione introduce oggettivamente una discriminazione tra operatori».
Come si possono abbreviare, allora, i procedimenti?
«E’ vero che gli uffici sono oberati di lavoro. Ma a mio avviso c’è un solo modo per risolvere il problema: aumentare gli organici della magistratura».
Insomma, non c’è nemmeno un aspetto positivo?
«Qualche innovazione importante c’è. L’abolizione dell’amministrazione controllata, per esempio, nella sostanza va bene. Si è preso atto che questo istituto non aveva dato particolari risultati».

Giacomo Ferrari corriere
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Vecchio 14-02-06, 17:41   #5 (permalink)
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DIRITTO. Riforma della legge fallimentare: il punto di vista delle banche e degli studiosi
14/02/2006 - 17:03



Innovazioni legislative modificano la disciplina dei fallimenti. Con il decreto legislativo n. 5/2006, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dello scorso 16 gennaio, il governo ha infatti completato la riforma della legge fallimentare in parte anticipata dalle legge n. 80 del 2005. Con i nuovi provvedimenti normativi sono state disposte modifiche di rilievo alla disciplina delle procedure concorsuali in tema di concordato preventivo, azione revocatoria, concordato fallimentare, modalità di vendita dei beni e ripartizione delle competenze fra organi della procedura. E per fare un primo bilancio delle novità introdotte dalla riforma l'ABI (Associazione Bancaria Italiana) insieme alla Facoltà di Economia dell'Università di Tor Vergata ha organizzato oggi un convegno a Palazzo Alfieri sul tema "La riforma della legge fallimentare".

Il contesto in cui si inserisce la riforma, è stato sottolineato all'inizio del meeting, è di tipo economico ed è legato ad un più generale problema di gestione della crisi del sistema industriale. "Nel '93 e nel '94 l'Italia ha avuto un momento di crisi delle imprese gravissimo e l'impatto sulle banche è stato drammatico - ha dichiarato Giuseppe Zadra, Direttore Generale dell'ABI - Abbiamo cominciato allora ad avere imprese e società finanziarie che accusavano il sistema bancario di intervenire troppo tardi e di non essere in grado di gestire la crisi delle imprese. Nel '94 e '95 cominciammo a fare un'analisi delle condizioni economiche di gestione del sistema bancario. Uno dei problemi era il fatto che si stratificavano crisi per dieci anni successivi. La gestione della crisi è una questione demografica: le imprese nascono, vivono e muoiono. Gli assett delle imprese moderne sono spesso immateriali - brevetti, tecniche di marketing - e dopo poco tempo tendono a svanire".

"Nella vecchia legge prevaleva un atteggiamento tradizionale: il fallimento era visto come liquidazione di beni per soddisfare i creditori": questo il commento del prof. Luigi Paganetto, economista all'Università di Tor Vergata, che ha introdotto i lavori con un intervento su "demografia e fallimento". "Demografia e fallimento è il punto di partenza perché nella fisiologia del sistema economico va considerata la nascita e la scomparsa delle imprese sul mercato: se assicuriamo un tasso di sostituzione delle imprese sufficientemente rapido è probabile che l'efficienza complessiva del sistema cresca". A titolo di esempio è stato riportato il caso degli Stati Uniti, dove c'è aumento di occupazione nelle imprese che sopravvivono: "La rotazione che si produce ha maggiori probabilità di successo per le imprese che rimangono: l'effetto di uscita consente a quelle che rimangono di essere più efficienti. Tanto più consentiremo un'uscita a basso costo, per gli imprenditori e per la collettività, tanto più avremo un turn over delle imprese con possibilità di crescita più rapida".

Ruolo dell'autorità giudiziaria, Comitato dei Creditori, concordato preventivo e semplificazione delle procedure sono alcuni dei temi che sono stati affrontati dalla riforma della legge fallimentare. "È una riforma parziale e non organica - ha commentato il prof. Alberto Maffei Alberti dell'Università di Bologna - perché ha lasciato la politica del doppio binario e non ha toccato la parte della grande impresa. E anche perché ha scelto la via dell'intervento a scacchiera". Nella riforma c'è la tendenza a ridimensionare il ruolo dell'autorità giudiziaria. E per quanto riguarda il ruolo attribuito al Comitato dei Creditori, commenta Maffei Alberti, questo sembra partire dal presupposto che i creditori siano una categoria omogenea mentre di fronte alla crisi di un'impresa si possono individuare due categorie: i creditori che hanno interesse a incassare i crediti e una categoria di creditori interessata alla continuazione dell'attività (dagli agenti di commercio alle imprese satellite ai rivenditori in esclusiva), per i quali "la cessazione dell'attività è un evento che diventa più drammatico del mancato incasso".

Esercizio provvisorio, affitto e vendita dell'azienda e concordato fallimentare sono gli strumenti che consentono di realizzare la conservazione dell'attività di impresa. Nel primo la riforma sembra avere punti poco chiari ai quali non è estraneo il ruolo attribuito al Comitato dei Creditori. La disciplina di affitto e vendita di azienda colma invece un vuoto della precedente disciplina (che risale al 1942). Novità del concordato fallimentare è che può essere composto da terzi, mentre il presupposto del concordato preventivo non è solo lo stato di insolvenza ma anche lo stato di crisi. Non è stato invece trattato l'aspetto penale della legge. "Il problema - ha puntualizzato il prof. Francesco Vassalli dell'Università La Sapienza - è la non modifica della parte penale della legge fallimentare".

2006 - redattore: BS
http://www.helpconsumatori.it/news.php?id=6029
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