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| Sì |
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2 | 15.38% |
| No |
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4 | 30.77% |
| Parzialmente |
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3 | 23.08% |
| Sono contrario/contraria alla tassazione finanziaria |
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4 | 30.77% |
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#1 (permalink) |
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Member
Data registrazione: May 2005
Messaggi: 28,161
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Iniqua tassazione finanziaria
Mi chiedo perchè NESSUNO chieda una revisione della legge finanziaria circa l'impossibilità di compensare le minusvalenze finanziarie con i dividendi azionari. Non è corretto (a mio modestissimo avviso, ovviamente) che le minus siano considerate perdite derivanti da redditi diversi (???) ed i dividendi siano considerati profitti derivanti da reddito di capitale. Dato che i dividendi azionari sono sicuramente sempre percepiti nell'ambito di redditi di capitale, quali sono per loro natura le quote azionarie, sarebbe molto più corretto (in tutti i sensi) considerare i profitti e le perdite (plus e minusvalenze) maturati nell'ambito di compravendite finanziarie come attinenti a redditi di capitale.
Così, invece di parlare di assurdi elevamenti di aliquote di imposta sulla rendite finanziarie e di abbassamenti sulle liquidità di conto corrente, sarebbe molto più fiscalmente "sano" ed accettabile dare la possibilità di : 1) optare per il regime dichiarativo (tornando all'ex situazione ante-2005), ma cumulando i redditi finanziari con gli altri tipi di reddito; 2) optare per il regime amministrato, ma dando la possibilità di compensare minus/plus di TUTTI i tipi di redditi di capitale. Non ce nulla di peggio (o quasi ) che avere molte minus e cospicui dividendi che non si possono compensare e su cui tocca pagare comunque la ritenuta secca! Mi sembrano veramente sofismi terribili creati ad hoc per impedire all'investitore ed al risparmiatore il recupero di quanto già pagato. Con la sensazione crescente, avvilente di essere vessato dal fisco e di bruciare denaro.
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#4 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
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Attualità ALLARME CONTI PUBBLICI
Per qualche aliquota in più La maggioranza si divide sulla tassazione delle rendite. An studia tre livelli differenziati. Ma i ministri frenano. E alla fine potrebbe passare solo una mossa simbolica di Francesco Bonazzi Poco prima di partire per la dacia di Putin, finalmente se n'è convinto anche Silvio Berlusconi: i soldi per tagliare le tasse non ci sono proprio. Quindi, per la prevendita dei sogni fiscali, piatto forte delle ultime campagne elettorali, tocca aspettare gennaio 2006. Come racconta uno dei fedelissimi che ha partecipato ai summit agostani di Porto Rotondo, "da qui a Natale, salvo miracoli mondiali, possiamo dedicarci solo a interventi qualitativi sulla spesa pubblica. Il resto sono chiacchiere". Chiacchiere, appunto, come quelle su aliquota unica, anticipi della riforma Irpef varata lo scorso gennaio, inasprimento della tassazione sulle rendite finanziarie e chi più ne ha più ne metta. Ma spesso anche 'ballon d'essai' da buttare lì a Camere chiuse, tanto per vedere l'effetto che fanno slogan come 'flat tax' (l'aliquota unica per tutti) e 'caccia ai capital gain'. Tanto è vero che, in assenza di cifre concrete, i centri studi evitano di esercitarsi sulle varie ipotesi fiscali. La realtà con la quale si stanno misurando gli uomini del ministro Domenico Siniscalco ha invece una cifra ben chiara: 11,5 miliardi. È questo il gruzzolone da trovare e infilare nel modo più indolore possibile in Finanziaria, secondo il percorso concordato con Bruxelles per ridurre il deficit. Come? A parte i trentennali proclami sulla lotta all'evasione e i soliti 'recuperi di efficienza' della macchina statale, la misura più seducente è quella di un aumento della tassazione delle rendite finanziarie. Alleanza nazionale, con i ministri Gianni Alemanno e Francesco Storace in testa, ha già pronto il numero magico: '23'. Oggi, l'aliquota è al 12,5 per cento, ben inferiore a quella di molti paesi occidentali. Il responsabile dell'area fiscale di An, Maurizio Leo, ha nella cartellina due ipotesi per evitare che il tutto finisca per ritorcersi contro i piccoli risparmiatori. Il primo scenario prevede di lasciare al 12,5 la tassazione sui titoli di Stato, di alzare al 19 quella su azioni e obbligazioni e di abbassare quella sui conti correnti (oggi fissata a un punitivo 27 per cento). La seconda ipotesi prevede di portare tutta la tassazione al 23, tanto sui redditi da capitale quanto sui capital gain, offrendo però ai cittadini la possibilità di scegliere se inserire quei ricavi nel reddito complessivo, in modo da tutelare almeno i piccoli risparmiatori che rientrano nella 'no tax area'. Idee volenterose e anche ingegnose, ma il problema è politico. Se ad essere contrari sono pezzi da novanta pur abituati ad andare poco d'accordo tra loro come Gianfranco Fini, Giulio Tremonti e lo stesso Siniscalco, vuol dire che quelle ipotesi hanno poco futuro. Chi esce allo scoperto è il forzista Guido Crosetto, relatore dell'ultima Finanziaria e imprenditore-consigliere molto ascoltato dal Cavaliere: "Sono ipotesi da pazzi, si rischia di colpire le vecchiette, terrorizzare i ceti medi e spingere i grandi patrimoni a tornare in Svizzera". Se invece il vero problema è come togliere le munizioni ai 'furbetti del quartierino', allora Crosetto parla ancora più chiaro: "Questi signori non li conosco, ma vogliamo far credere agli italiani che solo Ricucci ha le holding all'estero?". Su un versante più tecnico, Alessandro Penati ha già smontato l'unica ipotesi con una cifra precisa che circola. Su 'Repubblica' del 26 agosto, l'economista ha ricordato che il gettito generato dai depositi bancari è appena un quindicesimo sul totale della ricchezza finanziaria. Significa che innalzare al 23 l'aliquota unica sarebbe una mazzata ben superiore alla piccola mancia sui conti correnti. Mentre sul fronte delle persone giuridiche, spiega Penati, "le grandi imprese continuerebbero a eludere il capital gain con le holding lussemburghesi e a pagare rimarrebbero le piccole". Al massimo, dice sotto garanzia di anonimato un ministro in carica, "potremmo fare un piccolo intervento di forte impatto emotivo ma solo sulla grande speculazione, roba da un miliardo di gettito o poco più". L'altra mossa che potrebbe sedurre milioni di elettori va sotto il nome di 'flat tax' (letteralmente 'tassa piatta', il sogno di tutti) e la rilancia l'economista Antonio Martino, falco liberista ed ex allievo del Nobel Milton Friedman. Il ministro della Difesa sa bene che era una delle idee contenute nel primo programma di Forza Italia. E 11 anni dopo la rispolvera, nella convinzione che l'aliquota Irpef unica smantellerebbe quel castello kafkiano fatto di codicilli, burocrati, fiscalisti e patronati. Probabilmente sarebbe così, ma con un rapporto deficit-pil che viaggia sul 4,5 per cento e con il debito pubblico più alto d'Europa, quale governo avrebbe mai il coraggio di lanciarsi in una simile avventura? Se alla fine del ciclo elettorale si sbaglia l'aliquota unica, si rischia di andare tutti a casa e chiudere il Paese per bancarotta. Marigia Maulucci, segretaria confederale della Cgil, ha una battuta fulminante: "Orfani del partito unico, ripiegano sull'aliquota unica". Alla fine, forse l'unico 'ballon d'essai' di quest'estate di palloni calciati in tribuna che potrebbe davvero tornare in campo è quello del condono. A tirarlo per primi sono stati Crosetto e l'esperto economico di Alleanza nazionale Roberto Salerno, proponendo di riaprire i termini per l'anno 2003. Il governo, per bocca del viceministro Giuseppe Vegas, ovviamente smentisce. Ma gran parte dei deputati della maggioranza è disponibile. A sparare sui condoni dalle colonne dei giornali si fa sempre bella figura, ma attraverso di questi, solo nell'ultimo biennio, la Casa delle libertà ha portato nelle casse dell'erario ben 19,8 miliardi di euro. L'estensione al 2003, unico buco temporale rimasto scoperto tra le varie misure già varate, frutterebbe almeno tre miliardi. Insomma, se la verginità fiscale è già persa, tanto vale completare l'opera. E con un emendamento parlamentare sotto Natale, il governo eviterebbe di sporcarsi le mani. Se poi si passa dal copione agli attori, si vede che la commedia fiscale ha protagonisti in difficoltà. La variabile più imprevedibile è proprio quella del ministro di via XX Settembre. Siniscalco appare sempre più isolato nella sua maggioranza e all'ultimo momento si è imbarcato in quella lotta a Bankitalia che già costò il posto al predecessore Tremonti. Antonio Fazio, per parte sua, oggi appare indebolito nella veste di eventuale censore dei conti pubblici. E se davvero salverà la poltrona grazie al centro-destra, è difficile che il governatore faccia da sponda al 'tecnico' Siniscalco nel difendere la Finanziaria dall'ultimo assalto pre-elettorale. Ma con le spalle così al muro, il ministro dell'Economia potrebbe finalmente vestire di rispettabilità un eventuale e clamoroso abbandono. Magari per approdare sulle sponde della Margherita. Alzarla di un punto non è scandaloso Ma il governo è indietro di 15 anni. Parola dell'ex ministro Vincenzo Visco Onorevole Visco, il governo sta studiando un aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. Lei che ne pensa? "Al di là del fatto che anche su questo punto la Casa delle libertà è politicamente spaccata, mi sembra un dibattito fuori tempo". Di quanto? "Direi di almeno 10-15 anni. Si sono dimenticati che ormai ci sono l'Europa e l'euro; che le Borse sono interdipendenti, compresa quella italiana, e che i tassi li fa il mercato. Non Palazzo Chigi". Ma lei l'alzerebbe quell'aliquota del 12,5 per cento, che è tra le più basse d'Europa? "Alzarla di un punto o giù di lì non sarebbe né scandaloso né disastroso, come sostiene l'ala più liberale della maggioranza. Ma ripeto, è un dibattito sul nulla, fuori dalla realtà. Che invece è un'altra". Ovvero? "Ma è possibile ridursi a pochi mesi dalla fine della legislatura a discutere di riforme così delicate come quelle sul piano fiscale, tra l'altro in un quadro di finanza pubblica che lascia spazio a pochi sogni? Credo che agli italiani tutta questa sceneggiata sulle aliquote non faccia un'impressione di grande serietà. Specie dopo che in quattro anni il governo ha lavorato in modo erratico, con ben 209 diversi interventi normativi, tra condoni e norme ad hoc". Se è per questo si è tornato a dibattere anche della mitica 'flat tax'. "Altro esercizio sul nulla. L'aliquota unica nei paesi occidentali non c'è, vorrà dire qualcosa? Altro che idea super-liberale, come dice qualcuno. L'hanno introdotta solo alcuni paesi dell'ex blocco sovietico come Polonia ed Estonia". Dove c'erano enormi problemi di evasione fiscale. Un problema che ci è noto... "A parte l'evasione, che purtroppo è sempre più alta anche da noi, quelle nuove democrazie avevano un problema di macchina fiscale totalmente assente e quindi hanno scelto il meccanismo più semplice e immediato da gestire. In Italia, dove la macchina c'è ed è semmai da razionalizzare, la flat tax sarebbe irrealizzabile". Espresso |
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