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Vecchio 09-06-05, 11:04   #1 (permalink)
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I proprietari della Banca d'Italia

I proprietari della Banca d'Italia
09/06/2005

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo questa nota giunta in redazione.

Alquanto stranamente la Banca d'Italia è una società per azioni che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie di assicurazione.

E alquanto sorprendentemente l'elenco dei suoi azionisti è tenuto riservato. Per fortuna ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia.

Spulciando i bilanci di banche, assicurazioni eccetera, ha annotato le quote che segnalavano una partecipazione nel capitale della Banca d’Italia. Così il ricercatore è riuscito a ricostruire gran parte dell’azionariato della nostra massima istituzione finanziaria. Come si può notare, tre banche da sole "controllano" la Banca d’Italia.

Da R & S (Ricerche & Studi) di Mediobanca, 2003, p. 1149:

- GRUPPO INTESA 27,2 %
- GRUPPO SAN PAOLO 17,23 %
- GRUPPO CAPITALIA 11,15 %
- GRUPPO UNICREDITO 10,97 %
- ASSICURAZIONI GENERALI 6,33 %
- INPS 5,0 %
- BANCA CARIGE 3,96 %
- BNL 2,83 %
- MONTE DEI PASCHI DI SIENA 2,50 %
- CASSA DI RISPARMIO DI FIRENZE 1,85 %
- RAS 1,33 %
- GRUPPO LA FONDIARIA 2,0 %
- GRUPPO PREMAFIN 2,0 %

Il restante 5,65 % non è, per ora, dato di sapere a chi appartenga.
http://www2.assinews.it:8080/testi/t...090605mer.html
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Vecchio 19-06-05, 13:46   #2 (permalink)
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Bankitalia, la mossa di Intesa e il rebus su quote e prezzi
I l gruppo Banca Intesa è disposto a cedere il suo 26,2% delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia. L’operazione, ove fosse estesa agli altri partecipanti, cancellerebbe il conflitto d’interessi implicito nel capitale della banca centrale detenuto da aziende di credito sottoposte alla sua vigilanza: un conflitto già aggravato, almeno sulla carta, dalla privatizzazione delle banche-azioniste, che fa venir meno la presenza maggioritaria, secondo statuto, degli enti pubblici nella proprietà della Banca d’Italia; un conflitto che si potrebbe approfondire qualora una o più banche passassero sotto l’egida di un soggetto estero, peggio se statale, replicando l’eccezione della Ras, che ha l’1,33% e fa parte del gruppo assicurativo tedesco Allianz. La disponibilità a vendere, così com’è stata manifestata dal presidente di Intesa, Giovanni Bazoli, all’assemblea della Banca d’Italia, appare legata alla salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza dell’istituzione che l'attuale governance protegge nei rapporti con i soci e con il governo, al punto da dispiacere, per questo aspetto, a politici come l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Ma una volta ottenuta la garanzia politica, per vendere bisognerebbe comunque trovare un compratore. E la cosa non è facile. Le quote, infatti, possono essere cedute, previo parere del Consiglio Superiore, solo a casse di risparmio, istituti di diritto pubblico e banche di interesse nazionale (tipologie ormai inesistenti), a banche derivanti dalla legge Amato-Carli e ad assicurazioni (ormai privatizzate), a istituti di previdenza. Poiché sarebbe bizzarro un Inps che dal 5 passasse al 100% della banca centrale, si deve ritenere che il soggetto a maggioranza pubblica deputato a subentrare sia tutto da identificare.
La compravendita delle quote, infine, pone la questione del prezzo. Individuare un valore equo è impresa ardua. Già i partecipanti al capitale non aiutano: per un’Inps che ancora nel 2001 teneva a bilancio le quote al nominale, valutando la banca centrale 156 mila euro come nel 1936, e per un Monte dei Paschi e una Carige che restano nei paraggi, ecco una Popolare di Lodi e una Bnl che, avendo rivalutato le loro quote, stimano Banca d’Italia 4,8 e 4,1 miliardi. E gli altri soci stanno tra i due estremi. Le difficoltà, d’altra parte, sono obiettive. Secondo i principi contabili Ias/Ifrs, le quote dovrebbero essere in genere classificate tra i titoli disponibili per la vendita, e dunque iscritte al fair value . Ma esiste un prezzo al quale le quote possano essere scambiate in modo libero e consapevole? E come fare se il rendimento del patrimonio netto effettivo della Banca d’Italia, 30 miliardi, va in misura minima ai soci? A questi spetta una remunerazione pari al 10% del capitale sociale, e cioè 15.600 euro, e un’integrazione, proposta dal Consiglio Superiore, che può arrivare fino al 4% delle riserve ma che in pratica è molto meno, come dimostra l’esercizio 2004 nel quale l’integrazione è stata di 47 milioni, pari allo 0,5% delle riserve.
Le banche, dunque, possiedono un valore patrimoniale alto del quale non dispongono e che fa guadagnare poco. Attribuendo un modesto rischio all’investimento, alla remunerazione usuale dei partecipanti corrisponderebbe un capitale di 1-1,5 miliardi. Se mai si arriverà alla riforma degli assetti proprietari, si potrà forse cercare un valore equitativo: un po’ più alto di questo, ma distante dal patrimonio netto. La cui consistenza - ecco l’altro punto politico - potrebbe essere poi rivista dall’acquirente in relazione ai compiti che il legislatore assegna alla banca centrale. E’ un processo tutto da costruire quello che la disponibilità di Bazoli può contribuire ad avviare. E dunque abbastanza lungo da concludersi dopo le elezioni politiche del 2006.
(con la consulenza tecnica di Miraquota)

corriere
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Vecchio 05-08-05, 20:37   #3 (permalink)
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Fazio compra azioni Bbva
In portafoglio anche Santander, Bnp, Db, Ing, Total, Royal Dutch...
PRIMO PIANO bankitalia investimenti (all' estero) del fondo pensioni

Bankitalia preferisce gli istituti di credito esteri, almeno negli investimenti del fondo pensione complementare per i propri dipendenti. Sono tutte straniere, infatti, le prime cinque banche sulle quali ha puntato il fondo di previdenza per gli assunti in via Nazionale dal 1993. Ecco i nomi, come emergono da un documento riservato dell' Istituto governato da Antonio Fazio: Banco di Santander, Bnp Paribas, Banco di Bilbao, Deutsche Bank e Societé Générale. Soltanto due i titoli di banche italiane che compaiono nel portafoglio azionario: Unicredit guidato dall' amministratore delegato Alessandro Profumo e San Paolo Imi presieduto da Enrico Salza. E sono solo sette, su un totale di 53, le aziende del nostro Paese sulle quali gli uomini di Fazio hanno impiegato parte delle risorse. Al primo posto c' è l' Eni, a seguire Generali, Telecom, Tim ed Enel, oltre alle già citate Unicredit e San Paolo. Tutti stranieri i primi cinque titoli più comprati dal fondo Bankitalia. In testa due titoli energetici: al primo posto ci sono le azioni Total che rappresentano il 6,45% del portafoglio azionario, al secondo le Royal Dutch Petroleum. Nel complesso le azioni bancarie sono quelle più gettonate (otto), in seconda posizione si piazzano le compagnie assicurative (sei presenze), a partire da Ing group. Da notare, infine, che i vertici del fondo, indicati da Fazio, hanno deciso di investire in "titoli emessi esclusivamente nell' area dell' euro". azioni in banca Emittente % su comp. azion. Total 6,48 Royal Dutch Petr. 5,78 Telefonica 3,99 Sanofi Aventis 3,83 Banco Santander 3,76 Nokia 3,55 Siemens 3,41 Eni 3,09 E.on 3,04 Bnp Paribas 2,91 Le dieci maggiori azioni nel portafoglio del fondo pensione complementare di Bankitalia
il mondo 22 luglio us
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Vecchio 21-08-05, 10:01   #4 (permalink)
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Riforma Bankitalia: i «paletti» della Bce

Francoforte: no a interventi legislativi

ROMA - La strada che sarà scelta è quasi sicuramente quella dell’autoriforma. Anche perché dalla Banca centrale europea è arrivata da tempo un’indicazione precisa: interventi legislativi sulla Banca d’Italia sono da escludere. Il governo quindi non potrà non tenerne conto. Anche in vista dell’appuntamento del Cicr di venerdì prossimo che resta cruciale per Antonio Fazio. Alla riunione del Comitato per il credito sarà in prima fila Domenico Siniscalco, con al fianco il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli, segretario del Cicr. Il ministro dell’Economia è l’esponente di governo che si era mostrato più duro nei confronti del Governatore, sostenendo che con il caso Antonveneta si era posto un problema di credibilità internazionale del Paese. Una posizione non particolarmente apprezzata dal premier Silvio Berlusconi, convinto della necessità di usare tutta «la cautela» possibile. Ma che aveva scatenato anche le reazioni della Lega Nord, schierata a difesa di Fazio: nell’occasione gli uomini del Carroccio avevano ricordato la partecipazione di Siniscalco alla colazione dello Sciacchetrà, il vino ligure offerto dal senatore Luigi Grillo con cui, a gennaio, Berlusconi, Siniscalco e Fazio avevano brindato a un accordo che avrebbe seppellito ogni tentativo di riforma della Banca d’Italia. Al Cicr non è prevista una partecipazione leghista. Il partito di Umberto Bossi (come ora anche l’Udc) non ha ministri che siano titolati, se non invitati, a partecipare alle riunioni del Comitato. Ci sarà al contrario il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola, interprete fra i più fedeli del Berlusconi-pensiero. Sull’argomento ha già detto come la pensa: «La Banca d’Italia è una istituzione autonoma e dobbiamo lasciare che rimanga tale senza interferenze politiche». Però poi ha aggiunto, precisando di parlare a titolo personale: «Sul tema della durata del mandato del Governatore penso che nessun incarico in un Paese democratico possa essere a vita». Forse sarà presente anche il responsabile delle Infrastrutture Pietro Lunardi, che finora non si è ancora espresso, ma che non potrà avere una linea molto diversa da quella di Scajola.
Certamente non mancherà il ministro delle Politiche agricole Giovanni Alemanno. Considerato uno dei più strenui difensori del Governatore, ora ne avrebbe preso in qualche modo le distanze. Escludendo comunque interventi traumatici. Dopo la pubblicazione delle intercettazioni fra Fazio e il banchiere Gianpiero Fiorani ha tuttavia affermato: «Bisogna stabilire regole chiare che aprano una stagione nuova anche per la Banca d’Italia». Sposando la linea «dell’autoriforma» della banca. Ma avvertendo che non avrebbe mai sostenuto «interventi a gamba tesa» e che il governo si sarebbe dovuto semmai «affidare alla sensibilità di Fazio».
Ci sarà anche il ministro delle Politiche comunitarie Giorgio La Malfa, che in passato a Fazio non ha risparmiato critiche (un anno e mezzo fa, al tempo dello scandalo Parmalat, lo accusò di aver fatto perdere alla Banca d’Italia il suo « high moral ground ») ma che invece in questa vicenda è stato il suo più accanito difensore. «Le ultime vicende bancarie sono un altro colpo alla credibilità del Paese ma non è rimuovendo il Governatore che si può risolvere la situazione», ha detto.
Tutto lascia quindi prevedere che dopo la riunione del Cicr, dove Fazio presenterà la sua memoria sul caso Antonveneta, prevarrà la linea morbida. Del resto non sarà fisicamente presente nemmeno il vicepremier Giulio Tremonti. Al quale toccherà però il ruolo di convitato di pietra. E’ lui, considerato il più fiero antagonista di Fazio, che ha imposto la convocazione del Cicr. Ed è lui che ha chiesto di tornare subito indietro al gennaio del 2004, rilanciando la riforma, allora approvata dal governo, che introduceva il mandato a termine, trasferiva la concorrenza bancaria all’Antitrust e trasformava la Consob in una nuova grande autorità per la tutela del risparmio. Schema del tutto simile a quello che ha proposto anche il leader dell’Unione, Romano Prodi. Tutti segnali che puntano in direzione di una autoriforma che non potrà essere all’acqua di rose.

Sergio Rizzo
corrriere
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Vecchio 23-08-05, 20:12   #5 (permalink)
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Gli apostoli che eleggeranno il nuovo Fazio
Infuria il dibattito fra i politici sul mandato del governatore. E i grandi elettori di via Nazionale si preparano
PRIMO PIANO finanza & potere 2 chi sono i 13 componenti del consiglio superiore di bankitalia

Mentre infuria la battaglia giudiziaria (con il colpo di scena dell' interdizione dall' attività per Gianpiero Fiorani, Emilio Gnutti e Stefano Ricucci deciso dal Gip di Milano Clementina Forleo), c' è chi pensa al futuro di Bankitalia. Il mandato di Antonio Fazio, pur con i tempi decisi dalla politica, sembra volgere al termine. E anche se il nuovo governatore sarà deciso tra Palazzo Chigi e il Quirinale, a eleggere materialmente il nuovo banchiere centrale sarà una tavolata di 13 uomini, come gli apostoli: i componenti del Consiglio superiore della Banca d' Italia, in teoria l' organismo supremo di via Nazionale, che ha tra i suoi poteri la revoca e la nomina dei governatori. A comporlo ci sono nomi quasi sempre poco noti al pubblico, scelti dalle 13 sedi distaccate della Banca centrale tra personaggi rappresentativi e, in qualche modo, legati al mondo dell' economia o dell' università. Fra i 13 di via Nazionale siede, per esempio, il presidente della Conferenza dei rettori, Paolo Blasi, docente di Fisica a Firenze, uno dei maggiori esperti mondiali di laser e, in questa veste, consigliere d' amministrazione del gruppo El.En, specializzato in apparecchiature mediche. Ma c' è anche il napoletano Paolo De Feo, già presidente della Confindustria di Napoli, titolare dell' Ipm group (tlc), a sua tempo feroce oppositore di Antonio D' Amato e uomo vicino al centro sinistra. De Feo ha al suo attivo, tra l' altro, la realizzazione di un libricino didattico, destinato ai ragazzi delle medie, dal titolo emblematico: La banca sono io. Imprenditore è anche il bolognese Stefano Possati, presidente della Marposs spa, membro del "cenacolo" prodiano del Mulino, nonché della Fondazione Italia Giappone. Così come è imprenditore il Cavaliere del lavoro e consigliere dell' Upa Giordano Zucchi, che solo da poche settimane ha lasciato la guida operativa dell' omonimo gruppo tessile. Storico e raffinato intellettuale è Paolo Laterza (area di centrosinistra, firmatario di un recente appello di sostegno a Marco Pannella), curatore della collana storica della Banca d' Italia edita dalla Casa editrice barese. Di area decisamente cattolica (esperto di diritto ecclesiastico e di rapporti fra stato e chiesa, ha partecipato alla revisione del Concordato) è Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale nonché a capo del Consiglio nazionale degli utenti. Un' attività che lo ha visto collaborare attivamente con l' Autorità per le comunicazioni. Ancora area di centro per l' avvocato Paolo Emilio Ferreri, esperto giuridico della Camera di commercio di Torino, vicepresidente dell' Aci, della Croce verde e di varie fondazioni culturali. Considerato amico di Fazio, ha stretti legami anche col presidente del Sanpaolo Imi Enrico Salza (collaboravano al Cerved), nonché con Giovanni Conso e Maurizio Sella, assieme ai quali ha fondato una potente associazione di ex studenti dell' Università di Torino. Spetta a Ferreri, in quanto consigliere anziano, il potere di convocare anche autonomamente il Consiglio superiore della Banca quando sia chiamato a pronunciarsi sul governatore. Si torna verso il centro sinistra con Giampaolo De Ferra, presidente dell' Aida (assicurazioni) del Friuli Venezia Giulia, docente di diritto fallimentare a Trieste. E, ancora, fra i 13 apostoli ci sono Rinaldo Marsano, riservatissimo imprenditore metalmeccanico di antica stirpe genovese, cavaliere del lavoro, membro del board dello Yacht club Italia e presidente dell' AeroClub; Gavino Pirri, tributarista sardo, membro della Confindustria locale, nonché sindaco della Sogaer, la società che gestisce l' aeroporto di Cagliari; Massimo Montanari e Nicolò Schiavone, docenti di scienze giuridiche; e infine Ignazio Musu, ambientalista, docente di Economia politica a Ca' Foscari, presidente dell' Ente Einaudi (dove siede anche Pierluigi Ciocca) e soprattutto dell' Ardep, l' associazione per la riduzione del debito pubblico di cui fanno parte anche Tiziano Treu, Romano Prodi, Stefano Zamagni.
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Vecchio 23-08-05, 20:13   #6 (permalink)
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Citazione:
Originalmente inviato da FabioGalletti
Gli apostoli che eleggeranno il nuovo Fazio
Infuria il dibattito fra i politici sul mandato del governatore. E i grandi elettori di via Nazionale si preparano
PRIMO PIANO finanza & potere 2 chi sono i 13 componenti del consiglio superiore di bankitalia

Mentre infuria la battaglia giudiziaria (con il colpo di scena dell' interdizione dall' attività per Gianpiero Fiorani, Emilio Gnutti e Stefano Ricucci deciso dal Gip di Milano Clementina Forleo), c' è chi pensa al futuro di Bankitalia. Il mandato di Antonio Fazio, pur con i tempi decisi dalla politica, sembra volgere al termine. E anche se il nuovo governatore sarà deciso tra Palazzo Chigi e il Quirinale, a eleggere materialmente il nuovo banchiere centrale sarà una tavolata di 13 uomini, come gli apostoli: i componenti del Consiglio superiore della Banca d' Italia, in teoria l' organismo supremo di via Nazionale, che ha tra i suoi poteri la revoca e la nomina dei governatori. A comporlo ci sono nomi quasi sempre poco noti al pubblico, scelti dalle 13 sedi distaccate della Banca centrale tra personaggi rappresentativi e, in qualche modo, legati al mondo dell' economia o dell' università. Fra i 13 di via Nazionale siede, per esempio, il presidente della Conferenza dei rettori, Paolo Blasi, docente di Fisica a Firenze, uno dei maggiori esperti mondiali di laser e, in questa veste, consigliere d' amministrazione del gruppo El.En, specializzato in apparecchiature mediche. Ma c' è anche il napoletano Paolo De Feo, già presidente della Confindustria di Napoli, titolare dell' Ipm group (tlc), a sua tempo feroce oppositore di Antonio D' Amato e uomo vicino al centro sinistra. De Feo ha al suo attivo, tra l' altro, la realizzazione di un libricino didattico, destinato ai ragazzi delle medie, dal titolo emblematico: La banca sono io. Imprenditore è anche il bolognese Stefano Possati, presidente della Marposs spa, membro del "cenacolo" prodiano del Mulino, nonché della Fondazione Italia Giappone. Così come è imprenditore il Cavaliere del lavoro e consigliere dell' Upa Giordano Zucchi, che solo da poche settimane ha lasciato la guida operativa dell' omonimo gruppo tessile. Storico e raffinato intellettuale è Paolo Laterza (area di centrosinistra, firmatario di un recente appello di sostegno a Marco Pannella), curatore della collana storica della Banca d' Italia edita dalla Casa editrice barese. Di area decisamente cattolica (esperto di diritto ecclesiastico e di rapporti fra stato e chiesa, ha partecipato alla revisione del Concordato) è Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale nonché a capo del Consiglio nazionale degli utenti. Un' attività che lo ha visto collaborare attivamente con l' Autorità per le comunicazioni. Ancora area di centro per l' avvocato Paolo Emilio Ferreri, esperto giuridico della Camera di commercio di Torino, vicepresidente dell' Aci, della Croce verde e di varie fondazioni culturali. Considerato amico di Fazio, ha stretti legami anche col presidente del Sanpaolo Imi Enrico Salza (collaboravano al Cerved), nonché con Giovanni Conso e Maurizio Sella, assieme ai quali ha fondato una potente associazione di ex studenti dell' Università di Torino. Spetta a Ferreri, in quanto consigliere anziano, il potere di convocare anche autonomamente il Consiglio superiore della Banca quando sia chiamato a pronunciarsi sul governatore. Si torna verso il centro sinistra con Giampaolo De Ferra, presidente dell' Aida (assicurazioni) del Friuli Venezia Giulia, docente di diritto fallimentare a Trieste. E, ancora, fra i 13 apostoli ci sono Rinaldo Marsano, riservatissimo imprenditore metalmeccanico di antica stirpe genovese, cavaliere del lavoro, membro del board dello Yacht club Italia e presidente dell' AeroClub; Gavino Pirri, tributarista sardo, membro della Confindustria locale, nonché sindaco della Sogaer, la società che gestisce l' aeroporto di Cagliari; Massimo Montanari e Nicolò Schiavone, docenti di scienze giuridiche; e infine Ignazio Musu, ambientalista, docente di Economia politica a Ca' Foscari, presidente dell' Ente Einaudi (dove siede anche Pierluigi Ciocca) e soprattutto dell' Ardep, l' associazione per la riduzione del debito pubblico di cui fanno parte anche Tiziano Treu, Romano Prodi, Stefano Zamagni.
Il Mondo 12 agosto us
Quel parlamentino di via Nazionale

PRIMO PIANO come sono schierati gli uomini dell' istituto centrale

La geografia del potere, in Banca d' Italia, è descritta in una sorta di manuale a uso interno, a disposizione dei dipendenti, nel quale vengono ricordate gerarchie e funzioni di ciascun organismo, struttura, area. Il vademecum, però, non riporta esattamente la realtà. Sotto la gestione di Antonio Fazio si è infatti creato una sorta di governo ombra, costituito dal governatore stesso più alcuni uomini di provata fiducia. Angelo De Mattia, innanzi tutto, poi Giancarlo Morcaldo, capo dell' ufficio studi, Francesco Frasca, della Vigilanza, oltre ai due ex dirigenti, oggi consulenti esterni, Bruno Bianchi e l' emergente Fabio Panetta, che ha finito per ridimensionare quelli che dovrebbero essere i veri centri di potere della Banca: dalla Vigilanza all' Ufficio studi fino al Direttorio, l' organismo dove siedono il direttore generale, Vincenzo Desario, affiancato dai vice Pierluigi Ciocca e Antonio Finocchiaro. Dei tre, Finocchiaro è considerato uomo del governatore, mentre Desario e Ciocca sono vicini al centrosinistra e, soprattutto, al presidente della Repubblica (ed ex governatore) Carlo Azeglio Ciampi: forse per questo hanno svolto negli ultimi tempi un ruolo quanto meno sbiadito. "Il direttorio", spiegano a Palazzo Koch, "ha smesso di contare nel momento in cui ha rinunciato ad avere proprie opinioni e si è appiattito per anni sulla linea di Fazio". Il cui peggior difetto, secondo le voci interne, è stato quello di "sostituire la meritocrazia, tradizionale strumento di regolazione delle carriere dell' Istituto, con la fedeltà": al governatore, ovviamente. Al punto che perfino le correnti politiche tradizionalmente presenti in Banca d' Italia (dove convivono una corrente di sinistra, una cattolica e una terza laica) hanno finito per fondersi l' una nell' altra in una sorta di partito fazista. Capita così che un uomo che nasce e cresce nel vivaio di Botteghe Oscure come Angelo De Mattia, già dirigente Cgil e responsabile credito Ds, faccia una carriera eccezionale al fianco di un governatore cattolicissimo, costringendo i sindacalisti di Corso Italia ad ammettere che "con De Mattia non abbiamo rapporti da anni". Mentre con Frasca, capo della Vigilanza, i rapporti ci sono eccome, visto che il suo nome spicca fra i 1.200 tesserati Cgil della Banca. E se Giancarlo Morcaldo, responsabile della Ricerca, guida con piglio fazista il glorioso ufficio studi di via Nazionale, un altro cervello molto stimato a livello internazionale come Ignazio Visco, area centro sinistra, resta invece per mesi in un ruolo di secondo piano. "Una volta, qui in Banca d' Italia non contava la componente politica", racconta un dirigente, "ma il confronto tra le diverse culture. Oggi la politica conta poco ugualmente: vince l' appiattimento su posizioni univoche, non c' è più spazio per idee diverse da quelle dominanti nell' Istituto". Lo stesso Ufficio studi, si racconta, non brilla più come un tempo, "costretto com' è a esercitarsi su ricerche di pura teoria". Insomma, scoramento e rancore sono palpabili. Ma i dipendenti, dai più alti gradi all' ultimo usciere, di destra o di sinistra che siano, non si uniscono al coro che chiede le dimissioni del governatore. Si ritengono traditi, sì, ma "la cosa peggiore sarebbe una decisione affrettata", spiegano. Una scelta che finisse per portare a via Nazionale un esterno: "La Banca ha un modus operandi unico al mondo", dice un dirigente, "e un governatore che venisse da fuori avrebbe difficoltà a integrarsi".
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Vecchio 29-08-05, 23:22   #7 (permalink)
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Economia VIA NAZIONALE/TUTTE LE ANOMALIE

Sudoku Bankitalia

Quanto vale l'istituto guidato da Fazio? Sorpresa: per Fiorani 5 miliardi, per Profumo solo 500 milioni. Lo dicono i bilanci delle banche socie. Che studiano la cessione delle quote. Ecco come

di Vittorio Malagutti

Anche Gianpiero Fiorani, nel suo piccolo, è padrone in Bankitalia. Non è questione di intercettazioni telefoniche. E neppure dell'affettuoso rapporto che lega il governatore Antonio Fazio con il banchiere padano. Il fatto è che la Popolare Italiana (ex Lodi) fa parte del club dei soci di via Nazionale. Ovvero la pattuglia di banche (66 in tutto) e compagnie di assicurazione (5) che, affiancate per l'occasione dall'Inps, si spartiscono il capitale sociale della Banca d'Italia. Certo, Fiorani si deve accontentare. Ai colossi del credito nazionale come Banca Intesa, Sanpaolo Imi, Capitalia e Unicredito fa capo una quota complessiva non lontana dal 70 per cento. A Lodi invece è parcheggiata una partecipazione dell'1,22 per cento. Solo che la banca lombarda ha trovato il modo di cavalcare alla grande anche questa voce di bilancio, altrimenti di peso trascurabile.

In base ai conti della Popolare Italiana, infatti, l'1,22 della Banca d'Italia vale addirittura 58,7 milioni di euro. Applicando lo stesso criterio al 100 per cento del capitale si arriverebbe a 4,8 miliardi. È un record. Nessun altro istituto di credito italiano attribuisce un valore così elevato alla società per azioni guidata da Fazio. Bnl, la più generosa in materia, si spinge poco oltre i 4,1 miliardi. Banca Intesa controlla il 27,17 per cento del capitale, che in bilancio, però, pesa solo 433 milioni, cioè poco meno di 1,6 miliardi per l'intero capitale. Unicredit valuta il suo 10,98 per cento non più di 55 milioni. Una cifra inferiore a quella indicata da Fiorani per l'1,22 per cento. Per non parlare di altre banche come Carige o Monte dei Paschi. Nei loro bilanci i titoli Bankitalia sono iscritti per poche migliaia di euro, sostanzialmente al valore nominale.

Insomma, un rebus: banca che vai, valutazione che trovi. Sembra una questione puramente contabile. A ben guardare, non è proprio così. Sull'onda dello scandalo che ha travolto la credibilità di Bankitalia è probabile che arrivi presto in Parlamento l'ipotesi di una riforma organica della massima authority creditizia nazionale. E dopo la riunione del Cicr (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio) di venerdì 26 agosto il governo dovrebbe cominciare a esaminare le linee generali di un intervento auspicato a destra come a sinistra. In cima alla lista delle novità, insieme all'introduzione del mandato a termine per il governatore, non dovrebbe mancare anche un cambiamento radicale degli assetti proprietari della Banca d'Italia.

La soluzione che incontra i maggiori consensi tra gli addetti ai lavori sarebbe il trasferimento del capitale allo Stato, per la precisione al Tesoro. Questa operazione avrebbe l'effetto di allineare l'Italia ai maggiori Paesi europei, come Francia, Germania e Gran Bretagna, dove il capitale della banca centrale risulta per intero in mano pubblica. Va controcorrente soltanto il Belgio, dove la banca centrale è addirittura quotata alla Borsa di Bruxelles. Il controllo, però, resta nelle mani dello Stato, mentre il flottante è inferiore al 50 per cento del capitale.

In prospettiva, quindi, anche il governo italiano potrebbe decidere di comprare la Banca d'Italia. C'è anche una strada alternativa. Più di un esperto suggerisce che le fondazioni bancarie, ricchissime di liquidità, potrebbero avere un ruolo nel cambio di proprietà di Bankitalia, sull'esempio di quanto avvenuto di recente con la Cassa depositi e prestiti.

Sulla carta ambedue le strade (passaggio al Tesoro o intervento delle fondazioni bancarie) appaiono percorribili. Se non fosse che, in pratica, per statalizzare la Banca d'Italia, o per venderla alle fondazioni, è indispensabile fissare un prezzo d'acquisto per le quote controllate dagli attuali azionisti, cioè banche, assicurazioni e Inps. E allora, alla fine, l'operazione finirebbe per avere ricadute importanti sui bilanci dei soci. Qualche istituto di credito potrebbe incassare ricche plusvalenze cedendo le proprie quote ai prezzi fissati dallo Stato. Altri, come la Popolare Italiana o la Bnl, rischiano di chiudere in perdita l'operazione.

Resta aperto un interrogativo di fondo, il più importante di tutti: quanto vale Bankitalia? L'istituzione di via Nazionale è certamente una società sui generis, con compiti del tutto particolari. In bilancio, per esempio, figurano all'attivo le riserve auree dello Stato (2.400 tonnellate di metallo giallo) e quelle valutarie, i crediti per svariati miliardi di euro verso le banche e la pubblica amministrazione. Al passivo invece troviamo le banconote in circolazione (84 miliardi di euro) e i depositi del Tesoro e delle banche. Di certo, pronosticano gli esperti, non sarà facile trovare dei criteri inattaccabili per gestire un'operazione con pochi precedenti nel mondo, cioè la vendita di una banca centrale.

La questione, però, è più che mai d'attualità. Ad aprire il dibattito il 31 maggio scorso, in occasione dell'ultima assemblea della Banca d'Italia, è stato proprio il maggiore azionista di via Nazionale. Quel giorno Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, prendendo la parola dopo la relazione del governatore, ha rotto un tabù. Per la prima volta un grande banchiere si è dichiarato disponibile a uscire dall'azionariato di Bankitalia, a tagliare quel nodo che, con un'anomalia tutta italiana, lega insieme il controllore e i suoi controllati, proprietari della grande maggioranza del capitale dell'authority creditizia. Bazoli, peraltro, si è affrettato ad aggiungere che l'assetto proprietario dell'istituzione guidata da Fazio "non consente ai partecipanti di esercitare la benché minima interferenza sulla composizione degli organi di vertice della banca centrale né tanto meno sulla gestione della stessa".

In effetti, ai soci spetta l'elezione, attraverso le sedi regionali, dei 13 membri del Consiglio superiore della Banca d'Italia. A sua volta il Consiglio superiore, nomina e revoca il governatore, il direttore generale e i due vicedirettori generali. Tutto questo sulla carta, in base a quanto prevede lo statuto. Nei fatti nomine e revoche dei vertici operativi di Banca d'Italia avvengono con un meccanismo di concertazione che coinvolge il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia. E anche i membri del Consiglio superiore, formalmente eletti dagli azionisti, in realtà vengono designati su indicazione del governatore. Un meccanismo complesso, quindi, che però, sulla base di un tacito consenso tra le parti, sembra tagliar fuori i soci privati, banche e assicurazioni.

"Resta l'anomalia di un'authority di proprietà dei suoi vigilati", avverte Nerio Nesi, ex presidente della Bnl, deputato dello Sdi, che in questi giorni sta completando uno studio sulle possibili linee di riforma di Bankitalia. "E poi", aggiunge Nesi, "non è detto che in futuro gli azionisti rinuncino per sempre ad esercitare i poteri che vengono loro attribuiti dallo statuto".

Del resto le vicende di queste settimane, con il governatore investito dalle polemiche e sfiorato da un'inchiesta penale, sembrano rimettere in discussione molte delle certezze del passato. Basti pensare che di recente più di un commentatore ha evocato la possibilità di una riunione straordinaria del Consiglio superiore per la revoca del mandato a Fazio. Un'eventualità che soltanto sei mesi fa sarebbe sembrata fantafinanza. Ma i tempi cambiano e anche l'intreccio azionario tra l'authority e i suoi controllati in fondo non è altro che il risultato perverso di un'evoluzione storica che parte da lontano. Per la precisione dal 1936, quando il governo fascista varò la riforma dello statuto della Banca d'Italia, nata nel 1893. In base a quella legge di quasi 70 anni fa, tuttora in vigore, le azioni di Bankitalia possono essere possedute soltanto da casse di risparmio, istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale, altre società per azioni bancarie, istituti di previdenza e istituti di assicurazione. A quell'epoca gli enti compresi in queste categorie erano praticamente tutti a controllo pubblico. E quindi il legislatore raggiunse il suo scopo. Cioè quello di mantenere l'istituzione di via Nazionale sotto il controllo dello Stato.

Adesso non è più così. L'onda lunga delle privatizzazioni, innescata nel 1990, ha rivoluzionato gli assetti del sistema bancario. Gli istituti di interesse pubblico e le banche di interesse nazionale hanno cambiato natura finendo sotto l'ombrello di grandi gruppi privati, così pure quasi tutte le casse di risparmio. Risultato: Banca d'Italia adesso fa capo a capitali privati. Con buona pace dell'articolo 3 dello statuto dove si legge che "in ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca d'Italia da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici". Sembra difficile far rientrare in queste categorie gruppi creditizi come Banca Intesa, Unicredito, Capitalia o Sanpaolo Imi, attuali soci di larga maggioranza di via Nazionale. Senza contare che, in teoria, queste banche potrebbero prima o poi fondersi con grandi istituzioni straniere. E allora sarebbe in pericolo addirittura l'italianità di Bankitalia.




L'ora delle dimissioni


di Antonio Marini

Fazio ha compromesso l'immagine della Banca d'Italia: deve lasciare. Ma non basta. L'istituzione ha bisogno di profonde riforme. E se il Parlamento, unico organo che può mettere mano a una vicenda così delicata, si dovesse arenare sul progetto, il presidente Ciampi, pur non potendo intervenire direttamente, dovrebbe utilizzare il suo peso istituzionale e la sua autorevolezza per convincere le Camere. È questa, in sintesi, la posizione di un pool di dieci autorevoli economisti interpellati da 'L'espresso'. Sull'argomento diversi accademici (in prevalenza italiani che insegnano in università all'estero) si sono pronunciati sottoscrivendo l'appello a Ciampi lanciato sul 'Sole 24 ore' da Alberto Alesina e Luigi Zingales. Altri hanno firmato quello di Francesco Giavazzi, Marco Pagano e Luigi Spaventa, più tiepidi sull'ipotesi che Ciampi intervenga.

Tito Boeri Dice sì alle dimissioni di Fazio e per Bankitalia propone il modello Bce, vale a dire mandato a termine e accountability (responsabilità e obbligo di dover giustificare le proprie posizioni), collegialità nelle decisioni e concorrenza trasferita all'Antitrust. Su chi sia competente per la riforma non ha dubbi: "Deve essere il Parlamento a riformare l'Istituto". E se ci fossero resistenze, Ciampi "pur non avendo potere di revoca potrebbe inviare un messaggio alle Camere".

Salvatore Bragantini Dimissioni? "Fazio è convinto di aver agito in buona fede, quindi spetta al governo rimediare". Con una riforma che non può certo partire dall'interno. Bragantini vede una struttura con la vigilanza"fatta per finalità". Bankitalia deve occuparsi della stabilità e l'Antitrust della concorrenza. Sul mandato a termine: "Se esiste per la carica più alta dello Stato non vedo perché non ci possa essere per il governatore".

Franco Bruni Le dimissioni di Fazio se le aspetta: "Impossibile operare in queste condizioni".

La riforma? Proprietà pubblica, concorrenza bancaria separata e mandato a termine, anche se vanno garantite l'indipendenza e l'inamovibilità per tutto il periodo. Poi c'è da ricollocare il potere di vigilanza alla Consob. "Come la proposta Prodi. Il tutto attraverso una commissione internazionale di spicco, nominata dalla stessa Bankitalia, che prepari un libro bianco sul mondo della vigilanza, da sottoporre al Parlamento".

Donato Masciandaro "Non ho sottoscritto l'appello a Ciampi perché, pur apprezzandone lo spirito e il merito, non ne ho condiviso il metodo. Lo stesso vale per l'altro appello. Per quanto riguarda le dimissioni di Fazio, credo siano un fatto personale. Ma non si può prescindere dal bene dell'Istituzione". Il modello da seguire per la riforma è quello olandese: una banca centrale che si occupi di stabilità; la Consob responsabile per la trasparenza e la correttezza; l'Antitrust per la concorrenza. Poi, mandato a termine per il governatore e fuori le banche dal capitale. Infine, si dovrà finanziare in parte con
il bilancio pubblico e in parte facendo pagare i propri servizi.

Marco Onado Vede nel mandato a termine, nello scorporo dei poteri sulla concorrenza da girare all'Antitrust, e nel divieto di possedere quote del capitale da parte di fondazioni e soggetti privati, i tre punti cardine della riforma di Bankitalia, che deve passare attraverso il Parlamento. Se il governatore dovesse resistere al suo posto, il consiglio superiore della Banca d'Italia potrebbe fin

da ora chiedere le sue dimissioni. L'intervento di Ciampi invece per Onado è inopportuno: "Un precedente che potrebbe essere gravissimo. Sono contrario agli strappi istituzionali".

Paolo Onofri Il governatore

non solo deve dimettersi, ma "avrebbe dovuto già farlo, per una questione anche di stile". Sul modello di riforma da adottare Onofri individua tre punti: "Separazione tra vigilanza e regolazione della concorrenza; mandato a termine della durata corrispondente ai mandati Bce; collegialità nella gestione e verbali pubblici trascorso un certo periodo".

Alessandro Penati "Più che un'opzione è un obbligo: Fazio si deve dimettere". Poi il mandato a termine deve essere "di massimo 5 o 6 anni, rinnovabile un numero limitato di volte". Necessario inoltre imporre la massima trasparenza: "Tutte le decisioni di vigilanza devono essere motivate, pubbliche, appellabili, e prese
in tempi certi". In tutto questo, Ciampi ufficialmente non può intervenire: "Non si può chiederlo a una persona rispettosa delle regole. Ma privatamente certamente sì".

Severino Salvemini

"È fondamentale e irreversibile limitare temporalmente la carica del governatore, mentre bisognerebbe semplificare il sistema delle autorizzazioni, mettendo per esempio quella bancaria nelle mani dell'Antitrust". Una "riforma necessaria, sempre che entrambi i poli trovino la forza per farla".

Paolo Sylos Labini Fazio torni a casa: "A parte atteggiamenti penalmente perseguibili, ci sono dei codici di comportamento civile che non si trovano scritti sul codice". La riforma è necessaria: mandato a termine per il governatore, magari prorogabile, ma l'importante è che non ci siano condizioni discrezionali.

Guido Tabellini Il "problema Fazio" è secondario rispetto alla necessità di riformare la banca centrale. "Non vorrei che per evitargli una brutta figura si desse la possibilità a Bankitalia di autoriformarsi, di fatto annacquando il cambiamento".

I punti principali: mandato a termine, azionariato e trasparenza nella nomina, togliendo il potere al Consiglio superiore, espressione dello stesso governatore o, peggio ancora, degli azionisti, e lasciandolo al governo con la ratifica del capo dello Stato.

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Vecchio 02-09-05, 19:36   #8 (permalink)
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IL FORZIERE DI VIA NAZIONALE
Palazzo Koch al Tesoro? Costa come una Finanziaria

Quest’anno Bankitalia potrebbe rendere un involontario servizio a buona parte del sistema creditizio: per le banche quotate entrano infatti in vigore i criteri contabili internazionali (Ias), ossia l’obbligo di iscrivere a bilancio al valore attuale le partecipazioni possedute. Ciò significa che il patrimonio di ciascuna di loro aumenterà, almeno per quanto riguarda le quote detenute in Banca d’Italia (in molti casi dal ’36) a valori «storici» ormai irrisori. Ma la buona notizia ha anche un’altra faccia. Perché se davvero ora il governo vorrà rinazionalizzare il forziere di Palazzo Koch, avrà di fronte a sé solo due strade. Una scomoda per il Tesoro, l’altra per gli azionisti privati. La prima è quella, pesante per i conti pubblici, di acquisire le quote di Bankitalia ai nuovi valori stimati dalle banche-azioniste con gli Ias. Con un patrimonio netto dell’istituto centrale valutato da Giulio Ghigliotti di Carige a 14 miliardi sul 2003, il 10,8% in mano a Unicredit potrebbe ad esempio schizzare (con gli Ias) da 46 milioni di euro a circa 1,4 miliardi. E così, chi più chi meno, per tutte le banche-azioniste. Persino la Bpi, accusata in altri casi di gonfiare il patrimonio, con la quota in Bankitalia è invece modesta (benché meno degli altri soci): Lodi stimava nel 2004 il suo 1,22% nel «forziere» a 58 milioni, contro i 170 circa che l’effetto-Ias imporrà dal 2005 in poi. Insomma, per rilevare in Bankitalia il 78,4% oggi in mano a Banca Intesa, San Paolo-Imi, Capitalia, Unicredit, Bnl, Mps, CariFirenze, Carige e Lodi, lo Stato dovrebbe spendere 10,5 miliardi: una Finanziaria, o quasi l’1% del reddito nazionale. C’è però l’altra via: rendere le quote indetenibili, ossia obbligare le banche a vendere; ma ai valori «storici». Nell’era Ias, ciò comporta per gli istituti serie perdite. Che però il Tesoro, sempre che l’Ue lo permetta, potrebbe autorizzare a spalmare su più anni.
Soluzioni comunque macchinose, specie se viste dagli Stati Uniti. Dove il «Federal Reserve Act», la legge sulla banca centrale, obbliga tutte le banche commerciali a acquisire quote nella Fed del loro distretto. Come in Italia, anche negli Usa il dividendo della banca centrale va quasi tutto al Tesoro. Ma ogni banca-azionista resta la prima interessata a che la Fed vigili bene sulla stabilità propria e di tutti gli altri «soci».

Federico Fubini
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La nuova Bankitalia e i 30 miliardi da (non) distribuire

Nei conti di alcune banche minusvalenze per le quali va comunque trovata una soluzione

La nuova Banca d'Italia auspicata dal governo parte dalla cessione delle quote del suo capitale, ora in portafoglio alle banche, a un compratore pubblico da definire. L'attuale compagine proprietaria è infatti contrassegnata dal conflitto d'interessi delle banche vigilate che posseggono il vigilante. Ma quanto è grave questo conflitto? E quanto è quindi sensato pagare per sanarlo? La privatizzazione delle banche comporta la violazione dell'articolo 3 dello Statuto, che esige una maggioranza comunque pubblica in Banca d'Italia: un imbarazzo tanto più serio quante più banche azioniste passassero in mani estere. Ma il conflitto d'interessi è soltanto formale. Le banche «padrone», infatti, esprimono nelle assemblee delle sedi locali della Banca d'Italia i 13 membri del Consiglio superiore (il quattordicesimo membro è il Governatore, che presiede). Senonché a questo consesso è precluso per legge ogni intervento nelle cinque principali aree d'attività di via Nazionale: la politica monetaria, che è stata messa in comune con le altre banche centrali di Eurolandia, la vigilanza, la circolazione monetaria, il sistema dei pagamenti, la sorveglianza dei mercati. Il conflitto d'interessi implicito nella struttura proprietaria è dunque depotenziato dalla normativa. E la controprova empirica viene dal fatto che oggi la Banca d'Italia è criticata per eccesso di discrezionalità, che è l'elemento costituivo del potere. Se qualche vigilato - non solo Fiorani - ha trovato una sponda nel vigilante, ciò dipende dalle politiche e dai comportamenti della banca centrale più che dall'entità della partecipazione del beneficato.
Le quote, d'altra parte, possono essere cedute solo previo consenso del Consiglio superiore e solo a banche o assicurazioni tali per cui non venga meno il controllo pubblico della banca centrale. Poiché banche e assicurazioni sono private, le quote risultano invendibili. Secondo i nuovi principi contabili Ias, le quote dovrebbero essere valutate al fair value , e cioè al valore al quale un bene può essere liberamente comprato e venduto su un mercato che, però, non c'è. Tocca dunque alla Banca d'Italia dare istruzioni alle vigilate su come apprezzare un'attività da ciascuna messa a bilancio a valori diversi. Senza attendere via Nazionale, tuttavia, si può già dire che l'idea di pagare le banche distribuendo loro i 30 miliardi del patrimonio netto della Banca d'Italia appare a dir poco bizzarra. Le banche non hanno avuto meriti nell'accumulazione del patrimonio di un'istituzione che svolge un servizio pubblico. Non a caso anche la remunerazione del capitale è risibile. Nel 2004 è stata pari a 47 milioni di euro, che darebbero un roe (return on equity) dello 0,15%. Com'è già stato calcolato su queste colonne, attribuendo un modesto rischio all'investimento, a un rendimento di tal fatta corrisponderebbe un capitale di 1-1,5 miliardi.
Il patrimonio della Banca d'Italia, specialmente se ne venissero riformate le funzioni, potrebbe risultare esuberante rispetto alle necessità e offrire perciò spazio allo Stato per pagare con le risorse di palazzo Koch. Un'idea che Francesco Cossiga, facendo propri pensieri di Pellegrino Capaldo, aveva già prospettato nel novembre 2002. Il bilancio dello Stato, dunque, non corre rischi. Anzi. Ma questa non sarà una buona ragione per dare alle banche più del dovuto. Che è poco. Anche se, nel quadro di un accordo, si dovrà forse trovare una soluzione alle minusvalenze che valutazioni rigorose farebbero emergere nei conti di alcune di loro.

(con la consulenza tecnica di Miraquota)
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Vecchio 11-09-05, 10:40   #10 (permalink)
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Citazione:
Originalmente inviato da FabioGalletti
I proprietari della Banca d'Italia
09/06/2005

Da R & S (Ricerche & Studi) di Mediobanca, 2003, p. 1149:

- GRUPPO INTESA 27,2 %
- GRUPPO SAN PAOLO 17,23 %
- GRUPPO CAPITALIA 11,15 %
- GRUPPO UNICREDITO 10,97 %
- ASSICURAZIONI GENERALI 6,33 %
- INPS 5,0 %
- BANCA CARIGE 3,96 %
- BNL 2,83 %
- MONTE DEI PASCHI DI SIENA 2,50 %
- CASSA DI RISPARMIO DI FIRENZE 1,85 %
- RAS 1,33 %
- GRUPPO LA FONDIARIA 2,0 %
- GRUPPO PREMAFIN 2,0 %

Che ci possa stare l'ipotesi di conflitto di interessi ??

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