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Se la Vigilanza separa il Banco dalla Posta
30 maggio 2005
L’attività bancaria è all’origine dei profitti del gruppo presieduto da Mincato. Bankitalia la vuole distinta dal servizio postale anche sul piano patrimoniale Se la Vigilanza separa il Banco dalla Posta Il primo dossier che verrà portato a conoscenza di Vittorio Mincato, neopresidente a sorpresa di Poste Italiane, ha per titolo BancoPosta-Banca d'Italia. In primo piano c’è una lettera del capo della Vigilanza, Francesco Maria Frasca, che da un paio di mesi attende risposta. Il vecchio consiglio di amministrazione, presieduto da Enzo Cardi, aveva temporeggiato perché, ormai prossimo alla scadenza, non voleva condizionare il nuovo vertice. Frasca, infatti, solleva la più delicata delle questioni per il gruppo Poste Italiane: la separazione radicale tra la posta e la banca. Questione tanto più delicata oggi che il governo Berlusconi annuncia la privatizzazione della società e alcuni gruppi privati, in particolare Mediolanum dove il premier condivide il controllo con Ennio Doris, hanno già stretto accordi operativi con il BancoPosta per la vendita dei loro prodotti finanziari e sono pronti a cogliere la palla al balzo. Nei conti di Poste Italiane l'attività «bancaria» è oggetto di una contabilità separata ma non pubblica. Lo scopo è quello di evitare che la rete dei 14 mila sportelli, che riceve il contributo dello Stato per il servizio universale, consenta di erogare prestazioni bancarie a condizioni di favore rispetto alle normali aziende di credito. La banca centrale ritiene che la separazione contabile non basti. E con la lettera della Vigilanza sollecita Poste a una più profonda distinzione attribuendo al BancoPosta un patrimonio autonomo anche sotto il profilo giuridico. Pur lasciando al vertice della società la decisione finale, Frasca suggerisce due soluzioni: a) Poste Italiane conferisce a una nuova società il ramo d'azienda BancoPosta; b) istituisce e disciplina un patrimonio separato autonomo come da codice civile. Il processo, ormai, è avviato. Poste Italiane è un Giano bifronte: per metà distributore di lettere e pacchi e per l'altra metà regolatore di pagamenti e collettore di pubblico risparmio per conto della Cassa depositi e prestiti. Un Giano bifronte, va detto, che interessava poco al Gotha dell'economia e della politica perché era considerato un monopolio povero e senza futuro, messo nell'angolo dai pony e dai corrieri privati, incapace di generare grandi profitti o di muovere investimenti paragonabili a quelli di Eni, Enel e Ferrovie. Certo, con 155 mila dipendenti, Poste Italiane resta il massimo datore di lavoro in Italia. Ma con i vincoli stringenti della finanza pubblica anche il dividendo clientelare delle assunzioni si è ridotto all'osso. Insomma, welfare e francobolli, ma senza larghezze. In verità, l'esperienza di Deutsche Post e dell'olandese TNT avverte che il monopolio povero può diventare ricco anche nel quadro della liberalizzazione dei servizi postali avviata nel 1992 dalla Commissione Ue. Il caso tedesco, in particolare, fa riflettere. Come tutti i servizi postali, Deutsche Post navigava in cattive acque verso la fine degli anni Ottanta. Ma poi il governo di Berlino ha scelto di farne un colosso della logistica. Ristrutturata, Deutsche Post ha usato il «grasso» del monopolio per acquistare la DHL , Airborne e Danzas ed è diventata la maggior multinazionale delle consegne, anche grazie all'alleanza con Lufthansa. E' stata una scelta forte di politica industriale sol che si pensi al fatto che, come mostra il grafico sulla corrispondenza pro capite in Europa, la vocazione postale dei tedeschi è pari alla metà di quella francese. I risultati fanno impressione. Nel 1998 Deutsche Post fatturava 14 miliardi di euro, nel 2004 è arrivata a 43 miliardi, 20 dei quali realizzati fuori dalla Germania, con un guadagno, pagate le tasse, di 1,6 miliardi di euro. Oggi si chiama Deutsche Post World Net, è quotata alla Borsa di Francoforte e capitalizza 20 miliardi, con il Tesoro tedesco che seguita a detenerne il 7% direttamente e il 49% attraverso la KfW, una specie di Cassa depositi e prestiti teutonica Il suo presidente, Klaus Zumwinkel, si è già detto interessato a un quarto del capitale di Poste Italiane proponendosi come partner strategico: in altre parole, Zumwinkel si è detto pronto ad annettersi l'Italia nel caso il ministero dell'Economia abbia bisogno urgente di garantirsi qualche miliardo di euro. Poste Italiane si è mossa in un altro contesto sia economico che politico. In Italia, la vocazione postale del sistema, già bassa a causa degli storici disservizi, è stata ancor più ridotta dallo scarso ricorso al direct marketing che fa concorrenza, nella pubblicità, soprattutto al duopolio Rai-Mediaset. Questa situazione rende inefficiente la struttura dei costi che è quasi fissa nella sua quota più consistente, quella relativa alla consegna (non a caso rimasta monopolio federale negli stessi Stati Uniti). Se la rete ha poco da consegnare, ma deve essere comunque mantenuta perché assicura un servizio universale al quale gli Stati e la stessa Unione europea attribuiscono un valore di cittadinanza, si apre un problema. E così la priorità del Tesoro è stata quella di chiudere il più possibile il rubinetto dei finanziamenti e staccare, trasformandolo in società per azioni, il servizio postale dalla pubblica amministrazione. Di un ammortizzatore sociale si è cercato di fare un'impresa. Ma nessuno ha avuto finora la forza di pensare in grande stile alla logistica. D'altra parte, il bilancio dello Stato italiano non consentiva gli investimenti di quello tedesco, e l’Alitalia non è la Lufthansa. In questo contesto, Poste Italiane ha lavorato sui costi, soprattutto quelli del personale che è stato ridotto di 35 mila unità in sette anni, modernizzato la rete degli sportelli, istituito un servizio di posta prioritaria che funziona abbastanza bene. Ma è stato il BancoPosta a dare la spinta decisiva per riportare in nero un bilancio che nel 1998 perdeva 1,3 miliardi e nel 2004 è arrivato a un profitto di 236 milioni nonostante il forte impatto dell'Irap. Degli 8,4 miliardi di ricavi, 4,1 vengono dal BancoPosta. L'origine di questa riscoperta dell'attività «bancaria» è curiosa perché è figlia al tempo stesso dell'intuizione di un manager, Corrado Passera, attuale amministratore delegato di Banca Intesa, e dell'incoraggiamento dell'allora presidente dell'Antitrust, Giuseppe Tesauro. E' un caso esemplare di ricaduta benefica di un monopolio, quello postale, in un altro settore, per certi aspetti oligopolistico, come quello bancario con grave preoccupazione del soggetto, la Banca d'Italia, al quale la legge riserva la tutela della concorrenza nel credito. A Tesauro, infatti, interessava accertare che procedesse la liberalizzazione del servizio postale anche in Italia, dove, peraltro, le vecchie inefficienze avevano già alimentato una domanda di servizi nella corrispondenza e, soprattutto, nei pacchi che, come dimostra il grafico sul «corriere espresso», sarebbe stata destinata a essere soddisfatta da operatori concorrenti. Fra i quali i monopolisti tedesco e olandese. Le poste rappresentavano per Tesauro un vecchio pallino, se si pensa che nel 1993, da avvocato generale della Corte di Giustizia europea a Lussemburgo, proprio lui aveva difeso con successo i coniugi Corbeau citati dalle Poste Belghe per averne violato il monopolio in quanto, con la loro giardinetta, recapitavano corrispondenza con prestazioni speciali, quello che poi si sarebbe detto un servizio a valore aggiunto. Ebbene, Tesauro vedeva con favore lo sviluppo del BancoPosta, purché non sfruttasse con prezzi predatori i vantaggi che gli derivavano dal servizio pubblico universale. Le banche non hanno gradito la discesa in campo di un concorrente che, nonostante i ritocchi tariffari, assicura i pagamenti tramite bollettino a condizioni assai meno onerose dei bonifici bancari. Ma finora la polemica è rimasta abbastanza sotto traccia, all'insegna del vivi e lascia vivere. Con la privatizzazione, invece, i nodi vengono al pettine. BancoPosta, forte di una raccolta di 110 miliardi sia pure destinata in larghissima misura alla Cassa depositi e prestiti, può decollare. E l’affitto della rete riapre costantemente la questione della trasparenza. Sulla carta, se il BancoPosta ricevesse la licenza bancaria, la valutazione di Poste Italiane potrebbe aumentare del 30-40%. Se si considera che lo Stato ha ceduto il 35% della società alla Cassa depositi e prestiti valutandone 7,1 miliardi l'intero capitale, ben si capisce come Domenico Siniscalco guardi con trepidazione alle decisioni del governatore, Antonio Fazio. Ma ottenere la licenza dalla Banca d'Italia non è facile. Quando Passera fece comprare a Poste Italiane una piccola banca telematica, che la licenza già l'aveva, la banca centrale intervenne e costrinse Poste a disfarsene. La richiesta della separazione patrimoniale appena avanzata dalla Vigilanza avvicina la concessione della licenza, ma prima costringe Poste Italiane a mettere in tavola le carte e, di fatto, riapre il confronto con le banche, che arricciano il naso quando agli sportelli postali offre servizi bancari un personale inquadrato con il contratto dei postelegrafonici e non con quello più oneroso dei bancari, o quando osservano il tasso d'interesse sopra la media di mercato che viene applicato al conto di tesoreria del ministero dell'Economia, o ancora quando si riserva a Poste la raccolta per la Cassa depositi e prestiti. Ma sciogliere l'intreccio tra servizi diversi erogati negli stessi uffici non è solo complicato sul piano organizzativo e sindacale, è anche ricco di difficoltà sul piano economico e su quello industriale. Poste Italiane perde 700 milioni di euro per il servizio universale. A medio termine, riducendo di 20-30 mila addetti l'organico attraverso la chiusura o l'accorpamento di 2 mila sportelli minori e l'attribuzione di altre funzioni a ditte esterne, questa perdita potrà essere ridotta. Nel mentre soccorre lo Stato. Ma lo Stato lo fa solo per metà in modo trasparente, attraverso contributi dedicati. Il resto - e anche più del resto - arriva dal conto di tesoreria del ministero dell'Economia che rende al finanziatore circa 600 milioni più di quanto, a rigore, dovrebbe. Se Poste Italiane viene quotata in Borsa, e a maggior ragione se in ipotesi venisse privatizzato il BancoPosta, il ministero dovrebbe «ricontrattare» il 4,35% che paga oggi su quel conto dove, nel 2004, si è registrata una giacenza media di 31 miliardi. Ma la spaccatura in due del gruppo andrebbe anche modulata in modo tale da evitare che la residua società postale non scada al livello di una bad company , dove si concentrato tutti i problemi, e il BancoPosta venga, magari, privatizzato a parte. L'attuale amministratore delegato, Massimo Sarmi, sta lavorando, discretamente, a un'alleanza mediterranea con i servizi postali francesi, iberici e greci per creare un terzo polo internazionale della logistica dopo quelli tedesco e olandese. Si tratta di un progetto difficile se solo si pensa che il teorico partner più importante, la francese La Poste, non ha ancora assunto la veste giuridica della società per azioni. E tuttavia in questo progetto, che cercherà di risolvere i problemi della consegna e del pagamento aperti dall'e-commerce e dall'e-government, la collaborazione delle due specializzazioni di Poste Italiane certo non sarebbe inutile. Ancora una volta, privatizzazioni e liberalizzazioni rischiano di confliggere, se condizionate dall’ansia di fare cassa da parte del governo, con la politica industriale. Massimo Mucchetti http://www.assinews.it/rassegna/arti...e300505po.html |
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