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Gruppi finanziari a norma Ue
28 maggio 2005
Gruppi finanziari a norma Ue Più controlli per i conglomerati Authority unica per i deal transfrontalieri MILANO • Con quasi un anno di ritardo sulla scadenza prevista per il recepimento ( agosto 2004), l'Italia fa proprie le norme europee sui conglomerati finanziari. Il Consiglio dei ministri ha ieri varato definitivamente il decreto legislativo che introduce nella legislazione i principi contenuti in una direttiva Eu del 2002 volti coordinare e rafforzare i presidi di vigilanza sui gruppi finanziari al cui interno convivono attività creditizie, assicurative o di servizi d'investimento. Sono i cosiddetti conglomerati finanziari, gruppi quasi sempre dalle dimensioni internazionali e che, per la loro complessità e articolazione interna, spesso sfuggono a una valutazione d'insieme da parte delle singole autorità di vigilanza nazionali. Ecco allora che il decreto legislativo, sulle orme della direttiva, stabilisce norme di raccordo tra le diverse authority attribuendo il compito di coordinatore a quella che presidia la capogruppo nel paese dove il conglomerato ha la sua sede sociale. Non solo. Con le nuove nome in arrivo i grandi gruppi finanziari verranno sottoposti a margini supplementari di adeguatezza patrimoniale per evitare il cosiddetto fenomeno del double gearing in virtù del quale, attualmente, lo stesso capitale può essere utilizzato per coprire i requisiti patrimoniali imposti da diverse normative di settore ( ad esempio quelle in materia di credito e assicurazioni). Il tema dei conglomerati ha assunto un rilievo " politico" proprio in queste settimane nell'ambito delle discussioni sulle scalate lanciate ad Antonveneta e Bnl da istituti di credito stranieri ( gli spagnoli del Bbva e gli olandesi dell'Abn Amro). In particolare il commissario europeo al mercato interno, Charlie McCreevy ha polemizzato con il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio per l'istruttoria che quest'ultimo ha aperto sulla sana e prudente gestione dell'Abn Amro. « È assurdo » , ha detto McCreevy, che le autorità italiane possano valutare la solidità di una « banca consolidata e ben regolata » da un altro stato membro. Probabilmente con le nuove regole sui conglomerati in vigore, simili polemiche si sarebbero svolte con minore violenza. Tra i compiti dell'authority coordinatrice — che nel caso di Abn Amro sarebbe il regulator bancario olandese — c'è infatti quello di rappresentare il pivot per la raccolta e la diffusione delle informazioni essenziali tra tutte le autorità competenti coinvolte a vario titolo ( ed in ogni paese comunitario) nella vigilanza del conglomerato. A quello stesso organismo fa capo inoltre la « valutazione complessiva sotto il profilo della vigilanza e la valutazione della situazione della situazione finanziaria » ed anche delle « delle operazioni infragruppo e della concentrazione dei rischi » . La stessa authority deve pianificare e coordinare con gli altri regulator le attività di vigilanza e promuovere con loro un effettivo coordinamento e scambi di informazione. Oggetto di una simile integrazione sono, tra l'altro, la struttura e le strategie del conglomerato, la sua situazione finanziaria, i suoi azionisti, l'organizzazione ed i suoi sistemi di gestione del rischio. Insomma tutti gli aspetti rilevanti della sua attività. http://www.assinews.it/rassegna/arti...280505bo3.html |
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28 maggio 2005
Quei legami di troppo di qualche « indipendente » Governo societario / L'applicazione ( e non) del Codice Preda A guardarla da lontano, Piazza Affari è il tempio della buona governance. Con quei Cda pieni di consiglieri indipendenti che dovrebbero sorvegliare sull'operato degli azionisti di controllo e offrire nel contempo tutela alle minoranze. Del resto, come dubitarne dato che a livello aggregato il 51% dei consiglieri delle società dello S& P/ Mib hanno il marchio " doc" della lontananza dagli interessi delle strutture proprietarie. Ma a uno sguardo più ravvicinato le cose rilucono assai meno. E accade, ad esempio, che Francesco Gaetano Caltagirone, a capo dell'omonimo gruppo e uno degli uomini più liquidi della Borsa italiana, possa fregiarsi dell'appellativo di indipendente nel Cda di Monte dei Paschi, pur essendo il secondo azionista di riferimento con il 3,82% del capitale sociale. Sorte analoga per il vicepresidente della banca senese, quel Chicco Gnutti che con Hopa governa sul 2,4% del capitale dell'istituto. Ma a Siena tutti i 16 consiglieri sono ritenuti indipendenti, compresi gli otto di espressione della Fondazione del Monte. Miracoli del Codice Preda? Meglio parlare di un'interpretazione un po' lasca. Già perchè a Siena manca l'amministratore delegato e nessuno dei 16 " avrebbe" compiti esecutivi ( da qui l'indipendenza) e poi perché per il Codice Preda basta « non intrattenere relazioni economiche con la società e le sue controllate, tali da condizionarne l'autonomia di giudizio e non possedere partecipazioni azionarie in grado di esercitare il controllo o un'influenza notevole sulla società » per venire considerati indipendenti. Vista così a Piazza Affari si vede di tutto. Le banche popolari dove il tetto al possesso azionario è talmente basso da rendere frazionato il controllo e dovemolti si considerano « non esecutivi » , vedono una prevalenza schiacciante dei cosiddetti indipendenti. Lo sono tutti alla Popolare diMilano compreso il presidente Roberto Mazzotta e il vicepresidente Marco Vitale nonostante siano membri del Comitato esecutivo. Situazione analoga alla Bpu, dove con l'eccezione dell'ad Giampiero Auletta Armenise, tutti i componenti del Cda risultano indipendenti: dal presidente Emilio Zanetti a Giuseppe Vigorelli. Anche Carlo Fratta Pasini, il presidente della Popolare di Verona Novara, pur essendo membro di diritto del Comitato esecutivo si annovera tra gli indipendenti dell'istituto. La musica non cambia anche al di fuori del mondo delle Popolari. In Banca Intesa tra gli indipendenti figura Giancarlo Forestieri che ricopre la carica di presidente della controllata Cassa di risparmio di Parma e Piacenza. In UniCredit, tra gli altri, figura come indipendente pur essendo membro del comitato esecutivo, Fabrizio Palenzona; così come la famiglia Maramotti ( prima Achille e ora il figlio Luigi) rileva come indipendente pur essendo il Credem azionista della banca con il 2,2% del capitale. Mentre in Mediobanca lo stesso presidente ( con poteri esecutivi, se pur limitati), Gabriele Galateri di Genola risulta indipendente. Galateri è un consigliere di Pirelli e vicepresidente Generali ( partecipata e in piccolo partecipante di Mediobanca). E per Generali alcuni degli indipendenti ( da Laurent Dassault a Klaus Peter Mueller a Diego Della Valle) sono piccoli azionisti del maggior soggetto controllante che è appunto Mediobanca. Per carità, in questo come in altri casi, il Codice Preda è formalmente rispettato. Le partecipazioni azionarie non sono tali da avere influenza dominante. Resta il fatto che sul terreno resta uno scomodo intreccio di affari e conoscenze che con una reale distanza e discontinuità dalle società hanno ben poco a che fare. Pure in Eni, considerata da molti osservatori un modello di governance, c'è una piccola caduta di stile: l'indipendente Guglielmo Moscato è tutto fuorché una faccia nuova. In Eni ha trascorso tutta la vita lavorativa in posizioni di vertice. Per il comitato che dovrà riformulare il Codice Preda il lavoro su questo fronte non mancherà. Fabio Pavesi Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa italiana Imagoeconomica Imagoeconomica Francesco Gaetano Caltagirone, indipendente in Mps con il 3,8% del capitale Imagoeconomica Emilio Gnutti, anche lui indipendente in Mps con Hopa possiede il 2,4% dell'istituto Imagoeconomica Gabriele Galateri di Genola è il presidente esecutivo ( e indipendente) di Mediobanca Imagoeconomica Fabrizio Palenzona, vicepresidente e membro del comitato esecutivo di UniCredit L'esperta / Parla Iachino ( Governance Consulting) « Molti incarichi a pochi » « I consiglieri indipendenti dovrebbero essere garanzia di tutela dell'interesse di tutti gli azionisti, ma in Italia su questo fronte ci sono più ombre che luci » . È un giudizio severo quello di Maurizia Iachino, di Governance Consulting, sul ruolo degli indipendenti nei Cda. « Sicuramente esiste un ritardo rispetto ad alcuni Paesi, come il Regno Unito, che è più abituato a usare queste figure. Ma bisogna anche rilevare che l'Italia non è più indietro di Francia o Germania » . Da cosa si vede il ritardo italiano? Dopo l'introduzione del codice Preda, tutte le società hanno dichiarato i nomi dei loro consiglieri indipendenti, ma di fatto sono le stesse persone che sedevano in consiglio già prima. Sempre gli stessi nomi. Sia chiaro: non voglio dire non siano davvero indipendenti. Però il fatto che i consiglieri siano gli stessi è la misura di come il cambiamento non sia stato effettivo. Occorre aprire il ventaglio: un consigliere indipendente dovrebbe fare al massimo due mandati di tre anni, così si apre anche ad altri. Qual è un criterio oggettivo di indipendenza? I princìpi sono definiti dal codice Preda e dalla normativa comunitaria e richiedono ad esempio di non avere partecipazioni nella società e di non avere deleghe gestionali nella società o nelle sue controllate. Una norma, quest'ultima, spesso violata. Ma al di là di questo c'è un altro aspetto importante. Dica. L'indipendenza deve sussistere per tutto il mandato del consigliere. I commercialisti, gli avvocati e i docenti universitari che operano come indipendenti hanno moltissime occasioni di business con le società. Ci vorrebbe un rigore che spesso manca. E il comitato nomine, quando c'è, dovrebbe verificare ogni anno l'esistenza dell'indipendenza. Un amministratore indipendente, per avere un ruolo attivo, deve conoscere bene la macchina societaria: come si concilia questa esigenza con l'indipendenza? Il consigliere indipendente ha diritto di ottenere dalla società tutte le informazioni che ritiene utili. E quando entra in carica deve avere a sua disposizione alcune funzioni, come l'internal audit o gli affari legali, che gli facciano conoscere fino in fondo la società. Immagino che sia importante anche il tempo che si dedica. Certo. Ci sono consigli che si sono riuniti anche 20 volte in un anno. Inoltre, se siedi in troppi consigli è molto più facile che tu abbia degli interessi. Penso che una persona non dovrebbe poter fare il consigliere indipendente in più di tre società. La normativa attuale non impone che gli indipendenti siano in maggioranza nel Cda. Qual è il loro peso ideale? Un terzo di consiglieri indipendenti può essere un obiettivo, ma se lo sono davvero. Mi fa sorridere pensare che ci sono banche che dichiarano 19 consiglieri indipendenti su 20 o 21: questa è una falsa risposta. http://www.assinews.it/rassegna/arti...s280505in.html |
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