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Vecchio 06-05-05, 09:33   #1 (permalink)
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Lo spettro di Bolkestein s'aggira per l'Europa

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=1528

02-05-2005
Lo spettro di Bolkestein s'aggira per l'Europa
Giuseppe Nicoletti

L’ Unione europea è uno spazio economico anomalo. I beni e i capitali circolano liberamente, specialmente dopo il completamento del Mercato unico nel 1993, ma i servizi faticano a trovare la strada del commercio intraeuropeo. Eppure, gli stessi trattati che hanno abolito le frontiere per i manufatti e i flussi finanziari garantiscono formalmente anche la libera circolazione dei servizi. Per esempio, uno studio dell’Ocse (http://www.olis.oecd.org/olis/2003doc.nsf/linkto/eco-wkp(2003)11) rilevava che, in media, nel 2001 vi erano meno barriere esplicite all’investimento diretto dall’estero nell’ Unione europea che negli Stati Uniti proprio in considerazione del fatto che, in teoria, tra i paesi membri non ci sono limiti alla creazione di imprese transfrontaliere, una delle principali modalità di fornitura di servizi a livello internazionale.

Tutti gli ostacoli dell’Unione

In realtà le cose sul campo stanno diversamente. Un impressionante numero di ostacoli regolamentari e amministrativi impedisce ai prestatori di servizi non solo di creare filiali nell’Unione, ma anche di commerciare utilizzando altre modalità, quali la vendita transfrontaliera o l’invio di personale specializzato. Regolazioni e burocrazie nazionali frenano il commercio e gli investimenti in due modi: creando alti costi fissi per le imprese desiderose di accedere al mercato di un altro paese membro e moltiplicando questi costi nel caso, sempre più frequente in un contesto di globalizzazione, di imprese che operano simultaneamente su più mercati. In altri termini, il commercio di servizi è frenato sia dal livello delle regolazioni nazionali che dalla loro eterogeneità nell’Unione.
È stato calcolato che raccogliere le informazioni necessarie a stabilirsi commercialmente in un singolo paese europeo può costare fino a 160mila euro in consulenze legali per un’impresa di un altro Stato membro; le procedure amministrative legate alla concessione di ogni autorizzazione possono costare fino a 65mila euro (da moltiplicare per le numerose autorizzazioni richieste); e la documentazione legale necessaria per potere offrire servizi transfrontalieri può implicare costi di entità anche superiore. (1) Ovviamente, queste cifre salgono con il numero di paesi nei quali si intende offrire servizi, a causa dell’assenza di armonizzazione comunitaria e della specificità delle regolazioni nazionali in materia di servizi. Così, questi ostacoli mantengono il commercio intraeuropeo di servizi ben al di sotto delle sue potenzialità. Recenti stime suggeriscono che la loro eliminazione potrebbe aumentare i flussi di commercio e di investimento diretto estero del 30-40 per cento rispetto ai loro livelli attuali.

Un handicap alla crescita

Non è difficile capire come l’assenza di un mercato integrato dei servizi sia uno dei maggiori handicap dell’Europa rispetto agli Stati Uniti. In effetti, la difficoltà di commerciare e investire liberamente nell’Unione si traduce in scarse pressioni concorrenziali e in un sottodimensionamento del settore. Mentre le imprese manifatturiere devono continuamente migliorare l’efficienza dei propri processi produttivi e la qualità e la varietà dei loro prodotti per fare fronte alla concorrenza estera, i prestatori di servizi possono farne sovente a meno perché sono protetti dalle forti barriere alla concorrenza create dagli ostacoli regolamentari e amministrativi al commercio e all’investimento estero. L’assenza di incentivi concorrenziali può forse spiegare perché nei paesi dove le regolamentazioni sono più rigide il contributo dei servizi che utilizzano nuove tecnologie alla crescita della produttività è più debole (Figura 1). Inoltre, mentre la manifattura può godere delle economie di scala legate alla dimensione europea (e globale) del mercato dei beni, il settore dei servizi opera in gran parte su scala nazionale (e spesso locale), rimanendo inefficiente e di ridotte dimensioni. Non è un caso che, come ampiamente documentano studi effettuati dall’università di Groningen, i forti differenziali di crescita della produttività aggregata tra Stati Uniti e Unione europea negli ultimi quindici anni siano spiegati in gran parte dalla scarsa crescita della produttività in molti dei servizi prodotti nel Vecchio Continente. Non è un caso nemmeno che, a livello internazionale, la quota degli occupati nel settore dei servizi sia funzione decrescente della rigidità delle regolazioni economiche e amministrative che affliggono questo settore (Figura 2).

A danno dei cittadini

Tutto ciò è tragico per i cittadini europei, nella loro duplice veste di lavoratori e consumatori, perché il settore dei servizi è il principale (se non addirittura l’unico) fattore di crescita economica e occupazionale nei paesi avanzati. Il sottosviluppo del terziario frena la creazione di ricchezza e occupazione, oltre a mantenere artificialmente elevati i prezzi dei servizi, che costituiscono una quota crescente dei consumi intermedi delle imprese e dei consumi finali dei cittadini europei. Eppure, l’eterogeneità dei servizi, che vanno dal commercio al dettaglio o dall’assistenza sanitaria fino alla consulenza tecnica alle imprese e alle famiglie, fa sì che lo sviluppo di questo settore potrebbe assorbire lavoratori sia di bassa che di alta qualifica, contribuendo a ridurre i forti tassi di disoccupazione che caratterizzano molte economie europee, così come è avvenuto negli Stati Uniti nel corso degli ultimi due decenni. I guadagni occupazionali che si potrebbero ottenere eliminando le regolazioni restrittive della concorrenza nel settore dei servizi, sono stimati dall’Ocse attorno al 3 per cento della popolazione in età lavorativa in un paese come l’Italia. Inoltre, come dimostra uno studio recente della Fondazione Rodolfo Debenedetti, guadagni di qualità e efficienza nei servizi resi alle imprese possono anche tradursi in forti aumenti di produttività delle aziende manifatturiere, innescando un ciclo virtuoso capace di innalzare la produttività globale delle economie europee.

In questo contesto, la crescente opposizione alla cosiddetta "direttiva Bolkestein" sui servizi, anche da parte degli stessi politici che l’avevano finora appoggiata, non può non apparire come una delle numerose manifestazioni di un sempre più allarmante "masochismo europeo". In effetti, scopo della direttiva era proprio di dare un colpo d’acceleratore alla realizzazione del mercato unico nel campo dei servizi, seppur in modo progressivo e con un gran numero di deroghe finalizzate a non urtare le sensibilità dei paesi più refrattari alle riforme in questo campo (come la Francia). Gli effetti della direttiva si farebbero sentire sia sull’occupazione che sulla crescita europea, in piena sintonia con i tanto strombazzati obiettivi di Lisbona. Ma i governanti sembrano avere perso l’audacia e la lungimiranza sia dei padri fondatori che dei loro emuli che, in anni più recenti, hanno contribuito allo sviluppo dell’Unione. Preferiscono continuare a enunciare obiettivi e a seguire le paure, spesso infondate, di una parte dell’elettorato piuttosto che varare le riforme necessarie per fare uscire l’Europa dalla stagnazione.

Per saperne di più

G. Nicoletti, S. Golub, D. Hajkova, D. Mirza e K. Yoo (2003), "Policies and international integration: influences on trade and foreign direct investment", http://www.olis.oecd.org/olis/2003doc.nsf/linkto/eco-wkp(2003)13, e H. Kox, A. Lejour e R. Montizaan (2004), "The free movement of services within the EU", http://www.cpb.nl/eng/pub/document/69/doc69.pdf

R. Inklaar, M. O’Mahony e M. Timmer (2003), "ICT and Europe’s productivity performance industry level growth account comparisons with the United State"s, http://www.ggdc.net/pub/online/gd68(online).pdfe R. Inklaar, M. Timmer e B. van Ark (2005), "Productivity differentials in the US and EU distributive trade sector: statistical myth or reality", http://www.ggdc.net/pub/online/gd76(online).pdf.

Oecd (2003), "Quantifying the benefits of liberalising trade in services," Chap. 1, http://iris.sourceoecd.org/vl=141652...2003n12/s1/p1l

R. Faini, J. Haskel, G. Barba-Navaretti, C. Scarpa e J. Wey (2004), "Contrasting Europe’s decline: do product market reforms help?", http://www.frdb.org/images/customer/report_one.pdf



(1) http://europa.eu.int/comm/internal_m...e-after_en.pdf
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