L’azzardo online, un caso da Wto
Dopo una serie di scontri che hanno coinvolto le autorità di governo americane, comunitarie e di molti paesi terzi, da un piccolo Stato caraibico è partito il ricorso decisivo: ora l’organizzazione mondiale del commercio dovrà dettare regole (e tasse) sicure
RENATA FONTANELLI
Gli Stati Uniti proibiscono. L'Inghilterra sta invece studiando come regolamentare il fenomeno. Ad ogni buon conto il business delle scommesse in rete sta crescendo vertiginosamente, e se per molte nazioni non rappresenta nessuna minaccia, per l'America, dove a Las Vegas o Reno si gioca denaro e si scommette ventiquattr'ore su ventiquattro, fare la stessa cosa in rete è reato. La posta è altissima, visto che il gioco d’azzardo su Internet è diventato un affare multimiliardario, il settore dell’ebusiness a più alta crescita in assoluto, più ancora del porno, molto più dell’ecommerce. Le dispute fra Usa e Unione Europea sono all’ordine del giorno: si litiga su tutto, sulla sicurezza delle transazioni, sui modi per evitare fregature, soprattutto sui criteri di tassazione.
Sull'argomento si è mobilitato addirittura il Wto, che la settimana scorsa ha assegnato un punto a favore degli States nella guerra al gambling sul web. Al Wto, si era rivolto nel 2003 il piccolo Stato di Antigua per dimostrare «la violazione degli accordi sul commercio internazionale da parte degli Usa nell'ostinarsi a proibire e a dichiarare illegale la scommessa in rete». Nelle soleggiate isole del Mare dei Caraibi hanno infatti sede decine di compagnie che gestiscono il gambling online. Gli Usa, dove comunque nonostante l'illegalità il gioco, anche in rete, è molto diffuso (dall'America origina circa il 70% delle scommesse online), rappresentano un mercato straordinariamente appetibile, ed in un primo tempo il Wto aveva dato ragione ad Antigua dichiarando l'atteggiamento americano discriminatorio.
Washington aveva però fatto appello nei confronti della decisione e la settimana scorsa il Wto ha stabilito che «gli Stati Uniti hanno dimostrato che la legge in vigore si è resa necessaria, ed ha quindi ragione di esistere in quanto ha come scopo la protezione della moralità e il mantenimento dell'ordine pubblico». Un punto a favore quindi dell'amministrazione Bush che da sempre sostiene l'illegalità del gioco online in quanto "nella grande maggioranza dei casi viene utilizzato soltanto per operazioni di riciclaggio di denaro e di copertura del crimine organizzato". C'è anche una motivazione sociale nella guerra alla scommessa online: gli Usa sostengono che giocare può veramente creare dipendenza, soprattutto nelle fasce di età più basse. «Inoltre, al di là della minaccia per la popolazione e per l'integrità dei giovani, il vizio della scommessa in rete si legge in un ordine del giorno del Senato americano può diventare una minaccia nei confronti degli sportivi i quanto mette in mostra quanto sia facile fare soldi scommettendo sulle proprie attività».
Non manca peraltro chi osserva che il giro d'affari nel settore ultimamente ha assunto proporzioni esorbitanti e fa notare quanti soldi potrebbero entrare nelle casse dello stato qualora il governo decidesse di tassare le vincite. Come del resto chiede l’Europa. Effettivamente il giro d'affari è in vertiginosa crescita, basta dare un'occhiata alle società del settore quotate in borsa. I dati più aggiornati del Gbgc (Global Betting Gaming Consultants) stimano che nel 2004 il giro d'affari mondiale sfiora i 500 miliardi di dollari, il 37% dei quali derivanti da cosiddetto betting (scommesse), il 31% da lotterie ed altrettanto dai giochi d'azzardo. Nel 2003 le puntate perse dagli scommettitori hanno toccato i 208 miliardi di dollari, in crescita del 12,5% rispetto all'anno precedente. L'Italia, che nel 2003 era al sesto posto nella classifica mondiale in quanto a giro d'affari relativo alle scommesse, nel 2005 ha guadagnato la terza posizione. L'indice Gbgc dei cinquanta principali titoli gambling è quasi triplicato in tre anni, segnando una crescita del 185% dal settembre 2001 al dicembre 2004, e tra i giganti del settore fervono movimenti, fusioni ed acquisizioni. Frena un po’ solo qualche ritrosia da parte delle banche di numeri di carte di credito provenienti da siti "sospetti", e anche l’incertezza degli scommettitori "purosangue" ad abbandonare le sale per gettarsi sul web. «I margini potrebbero essere ancora maggiori racconta Adrian Morris, direttore della divisione betting di Stanley Leisure, colosso britannico nella gestione di sale da gioco ma gli scommettitori amano il fascino della calca». Di fatto però il business è diventato così appetibile che ha cominciato ad attirare la criminalità organizzata e gli hacker, soprattutto dai paesi dell'est e dalla Russia, dove le leggi sul cybercrime sono più permissive. Alcune bande criminali sono state sgominate ma molte scorrazzano in rete e minacciando i siti con virus e attacchi. Normalmente chiedono un versamento immediato di denaro entro qualche ora, e se non accontentati attaccano. Ma in fondo anche i casinò devono difendersi da imbroglioni e bari.
http://www.repubblica.it/supplementi.../020vutio.html