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Data registrazione: Jul 2002
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Le banche cinesi scelgono Linux
Le banche cinesi scelgono Linux
La ICBC ha deciso di migrare progressivamente da SCO Unix al sistema open-source per oltre 20mila filiali. Turbolinux Dataserver è la scelta. Ed è solo l'inizio, dicono 04/05/05 - News - Pechino (Cina) - Il parere della Cina sui sistemi operativi proprietari? "Scarso supporto tecnico, costi elevati e basse performance". Lo garantisce Nielse Jiang, analista economico residente nella popolosa capitale cinese. Le ultimissime notizie sembrano dargli ragione. Il più importante istituto bancario della Repubblica Popolare, la Banca del Commercio e dell'Industria, ha deciso di passare a Linux. Le macchine di oltre 20mila filiali, finora equipaggiate con SCO Unix, saranno presto dotate della distribuzione Turbolinux Dataserver. Una svolta quasi storica per la Cina, che sceglie simbolicamente di affidare le proprie sorti all'universo open. A seguito di un recente accordo governativo, Linux approderà nelle quattro maggiori banche del grande paese. Non solo: l'intera, sterminata rete ferroviaria del Regno di Mezzo sarà completamente gestita grazie a Linux. Infatti un accordo siglato dal governo centrale con Turbolinux Inc. (www.turbolinux.com/), produttrice dell'omonima distribuzione, prevede la diffusione di Linux all'interno della maggior parte dei sistemi informatici della RPC. Al momento, i server basati su Linux costituiscono il 61% del parco macchine nazionale. Snobbata Microsoft: niente soluzioni Windows per l'alta finanza made in China. Secondo il ministro dell'informazione cinese, Linux è la soluzione migliore per contenere le spese pubbliche e permettere uno sviluppo esplosivo del settore IT. Contando su un vasto capitale umano fatto di tecnici e programmatori altamente specializzati, la Cina sembra ora aver fatto una scelta di campo, tutta in favore dell'open source. Tommaso Lombardi http://punto-informatico.it/p.asp?i=52639 |
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Pakistan, dove la pirateria è sistema
Nell'ultimo quarto di secolo la pirateria multimediale ha pervaso l'economia del paese: sradicarla oggi è quasi impensabile senza creare uno sconquasso 04/05/05 - News - Londra - "Bisogna adeguarsi alle necessità. Fin quando i pakistani vorranno pagare poco per un film... ci saranno i pirati". Così si presenta Khalid Jan Mohammad, uno dei tantissimi uomini d'affari immersi nel business dell'intrattenimento digitale pakistano. Un'industria sicuramente atipica: il sistema si basa sulla connivenza degli amministratori pubblici e sulla furbizia dei singoli "imprenditori". Che da noi verrebbero chiamati "criminali". Un'inchiesta della BBC (www.bbc.co.uk) ha messo in luce un problema assai più grande di quanto finora immaginato. Il Pakistan è uno dei paesi più sviluppati ed organizzati nel commercio di materiale piratato. A nulla sono valsi i numerosi e ripetuti richiami da parte delle agenzie internazionali per la tutela dei diritti d'autore: l'amministrazione chiude gli occhi sulla questione della proprietà intellettuale. Secondo un'indagine dell'organizzazione internazionale dei fonografici IFPI (www.ifpi.org), il paese sforna ogni anno circa 230 milioni di prodotti digitali contraffatti su una vasta gamma di supporti: dal DVD al VHS. La merce raggiunge poi tutto il mondo, facendo incassare circa 27 milioni di dollari ai signori pakistani della copia. Interrogato sul futuro del Pakistan, Khalid Jan Mohammad è sufficientemente chiaro: "Non c'è niente da fare. Che la comunità internazionale muoia pure impiccata" dice lucidamente l'atipico rivenditore di musica. Proprietario della ditta Sadaf CD -all'apparenza un semplice negozio di dischi-, sforna "falsi" curati nei più piccoli dettagli. Ma secondo lui, così come secondo la totalità dei pakistani, "questa non è pirateria. Si chiama arrangiarsi". Il prezzo di un film in DVD si aggira intorno al dollaro: all'altezza delle tasche dei pakistani. Che non accennano a voler comprare originali. Ormai, dopo circa 25 anni di espansione, il mercato del falso ha completamente soppiantato il mercato "legittimo". Ogni 18 mesi la capacità di produzione delle "copisterie" raddoppia, facendo tremare le major dell'industria multimediale. La soluzione al problema, agli occhi delle associazioni delle major come RIAA (www.riaa.org), è ancora distante. La produzione illecita "made in Pakistan" costa all'economia mondiale circa tre miliardi di dollari all'anno. Khalid Jan Mohammed fa la sua proposta, assai pratica: "Provate a fermarci. L'unico modo, se l'Occidente vuole fermare la pirateria in Pakistan, è convincere le major ad abbassare le esose royalty". T.L. http://punto-informatico.it/p.asp?i=52615 |
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