Favorevoli inglesi, danesi, svedesi e finlandesi. Contrari francesi e Paesi dell’Est. Tedeschi e italiani divisi «Basta sprechi». Ma Strasburgo fa muro Gli europarlamentari bocciano la proposta di più trasparenza in spese, rimborsi e diarie
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES - Quando ci sono di mezzo rimborsi e sprechi (veri o presunti) l’Europarlamento, immancabilmente, si divide lungo schieramenti trasversali ai partiti. Alcuni deputati liberaldemocratici, capeggiati dall’inglese Chris Davies e dalla lituana Ona Jukneviciene, hanno presentato un pacchetto di misure per «migliorare la trasparenza» delle spese. Ogni anno la «cassa comune» dell’Europarlamento assegna somme forfettarie per coprire le uscite correnti. Per esempio ogni europarlamentare incassa circa 3.700 euro al mese per pagare gli assistenti e mantenere l’ufficio. Inoltre è prevista una diaria variabile tra i 260 e i 337 euro (a seconda dei cambi) per coprire vitto e alloggio in occasione delle due sessioni mensili (la «mini» a Bruxelles, la «plenaria» a Strasburgo). Infine vanno conteggiati i rimborsi per i viaggi: treni e aerei per raggiungere le due «capitali» europee. Chris Davies si mette alla calcolatrice: «Ciascuno di noi riceve circa 1000 euro per un viaggio di andata e ritorno. Per quanto mi riguarda, spendo circa 200 sterline sulle 700 del mio forfait. Ciò significa che, dopo ogni trasferta, mi metto in tasca 500 sterline (circa 700 euro, ndr ) esentasse». Partendo da qui Davies e Jukneviciene, l’altro giorno, hanno presentato diverse proposte. Primo: rimborsare solo l’ammontare esatto delle spese per gli spostamenti, esigendo dai parlamentari le ricevute dei biglietti. Secondo: pubblicare su Internet i rendiconti individuali, prevedendo sanzioni per chi non rispetta le regole. Terzo: divieto di utilizzare parte delle risorse destinate all’ufficio (telefono, staff) per pagare i contributi ai fondi pensione privati. Tutto ciò in un quadro di riforma più ampio, toccando anche il problema della doppia sede del Parlamento europeo: circa 200 milioni di euro all’anno per pagare il trasloco mensile di documenti da Bruxelles a Strasburgo e viceversa. Tutti i provvedimenti del duo Davies-Jukneviciene, però, sono stati respinti. Nettamente. I partiti, a cominciare da quello liberaldemocratico si sono spaccati su base geografica. Inglesi, danesi, svedesi, finlandesi e, in parte, tedeschi, hanno appoggiato le richieste. I francesi e, in blocco, i parlamentari dei Paesi dell’Est le hanno respinte. Quasi tutti i popolari e i socialisti italiani hanno votato contro il «pacchetto Davies». Per esempio sull’emendamento numero 4, quello della pubblicazione dei rendiconti su Internet, hanno detto no, nel Ppe, da Gabriele Albertini ad Antonio Tajani e nel Pse da Mercedes Bresso (neo-governatore del Piemonte) a Lilli Gruber a Pasqualina Napoletano. Favorevoli, invece, tra gli altri, Enrico Letta (Liberaldemocratici) e Monica Frassoni (Verdi). Ma sarebbe sbagliato immaginare uno scontro secco tra «trasparenza» e «opacità». Molti deputati, specie quelli dell’Est, chiedono che innanzitutto si proceda all’armonizzazione degli stipendi, ancora fissati su base nazionale. Un parlamentare lituano, per esempio prende 800 euro al mese, contro i 12.000 euro del collega italiano (cifra record). Chi guadagna meno degli altri non vuole rinunciare ai forfait esentasse, che considera equi complementi alla retribuzione. Se ne riparlerà nei prossimi mesi, se il Consiglio europeo di giugno approverà (finalmente) lo «Statuto degli europarlamentari», in cui verrebbero disciplinati i rimborsi, ancorando i compensi a una busta paga uguale per tutti. La proposta della presidenza di turno lussemburghese prevede circa 8.000 euro al mese.
http://www.corriere.it/edicola/index...STERI&doc=EURP