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Scalata Telecom, il salotto della Bell e l’evasione fiscale
Le accuse della Procura. Gnutti considerato il «gestore». La replica: tutto in regola, la società era attiva all’estero Scalata Telecom, il salotto della Bell e l’evasione fiscale
MILANO - Una cassaforte «esterovestita» utilizzata per evadere il fisco. Ecco cos’era, per la Procura della Repubblica di Milano, la holding lussemburghese Bell che funzionò da «salotto» della cordata che scalò Telecom nel 1999. Due anni e poi l’addio all’avventura nelle telecomunicazioni. Un addio tutto d’oro. Nel 2001 questa finanziaria incassò 1,5 miliardi di euro di plusvalenza con la cessione del 23% di Olivetti alla Pirelli. Al termine di due anni di indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Milano e coordinate dai pm Carlo Nocerino e Letizia Mannella e dal procuratore aggiunto Angelo Curto, la procura lombarda ha tirato le somme e proprio in queste ore ha notificato a Emilio Gnutti, considerato il gestore della società, l’avviso di fine indagine (art. 415 bis del Codice di procedura penale, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) in cui si ipotizza l’accusa di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi (art. 5 del decreto 74 del 2000) per gli anni 2001 e 2002. Risulta indagato anche un altro personaggio, il lussemburghese Alex Schmidt, amministratore delegato di Bell. La società lussemburghese, sostiene l’accusa, sarebbe stata una cassaforte «esterovestita», ovvero una società truccata da straniera ma in realtà guidata dall’Italia, con una sua sede nel nostro Paese, nello studio di un avvocato straniero, e comunque capace di produrre profitti in Italia. Dove, si legge nel 415 bis spedito al finanziere lombardo, sarebbero state sottratte al fisco entrate per oltre 1.350 miliardi delle vecchie lire, ovvero oltre 680 milioni di euro: 22.755 nel 2001 e 658.454 nell’anno successivo. L’inchiesta era nata da una perquisizione nello studio di un professionista milanese all’inizio del 2003. Le carte sequestrate avrebbero dimostrato come la Bell, ufficialmente con sede a Lussemburgo anche se le riunioni operative si sarebbero svolte tutte a Lugano, fosse in realtà una società che operava entro i confini e che s’era dotata all’estero dei tipici prestanome necessari alle scatole fiscali create appositamente per gestire delicate operazioni di alta finanza. L’inchiesta sulla Bell trova un precedente nell’indagine aperta sulla Philip Morris, che nel mezzo dell’iter processuale, tra un appello e una legislazione fiscale modificata in corsa, decise di chiudere la questione facendo un condono per 256 milioni di euro. «Nessuna evasione fiscale - obietta Filippo Sgubbi, avvocato di Gnutti assieme a Giuseppe Frigo -, l’ipotesi d’accusa non sussiste. La Bell non può essere considerata fiscalmente residente in Italia. L’attività della Bell avveniva all’estero, così come all’estero erano sede legale e amministrativa. Inoltre, le tasse complessivamente pagate dalla Bell corrispondono alle imposte che sarebbero state versate nelle casse del nostro erario qualora la Bell avesse realmente avuto sede in Italia» Corriere della sera 07 04 2005 |
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FISCO E FINANZE
Duello con i pm, l’Agenzia delle Entrate «assolve» Gnutti MILANO - Un decisivo parere governativo mette in crisi la Procura e riduce ai minimi termini il rischio che il finanziere bresciano Emilio Gnutti possa finire sotto processo per un’evasione fiscale di ben 680 milioni di euro. L’indagine dei pm Carlo Nocerino e Letizia Mannella, avviata due anni fa, riguarda i super-profitti ottenuti con la scalata a Telecom che nel 1999 rese famoso Gnutti e fu condotta attraverso la finanziaria lussemburghese Bell. Nel 2001 la Bell ha venduto alla Pirelli la sua partecipazione del 23% in Olivetti-Telecom con una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro. Pm e Guardia di Finanza, in base a documenti trovati nel 2003, ritenevano di poter dimostrare che la Bell aveva solo una sede apparente in Lussemburgo, ma in realtà era interamente gestita dall’Italia, dove avrebbe dovuto pagare le tasse. Di qui l’accusa di «omessa presentazione della dichiarazione dei redditi», imputata a Gnutti come «gestore» di fatto della Bell e all’amministratore nominale Alex Schmidt: con quella cassaforte «estero-vestita» avrebbero sottratto al fisco italiano, tra 2001 e 2002, oltre 680 milioni di euro. Per ribattere alle controperizie già annunciate dalle difese, la Procura si è affidata all’Agenzia delle Entrate di Roma, che invece ha dato ragione a Gnutti spiazzando i pm. Gli esperti del ministero, secondo le prime indiscrezioni, avrebbero confermato che la Bell di fatto è italiana, aggiungendo però che le norme comunitarie la autorizzavano comunque a scegliere il più favorevole fisco lussemburghese. I pm avevano già spedito a Gnutti l’avviso di chiusura indagini, ma ora, caduta a sorpresa la sponda del Fisco italiano, per il caso Bell diventa probabile l’archiviazione. Paolo Biondani corriere |
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Mi pare che BELL, mi riservo il controllo, fosse una holding 1929 lussemburghese; tali strutture sono divenute fiscalmente trasparenti con imputazione del reddito generato in capo ai soci italiani e tassazione con aliquota media non inferiore al 27% solo a partire dal genaaio 2004. Infatti fu liquidata sul finire del 2003 se non erro. Ma verificherò approfonditamente. Se così fosse fiscalmente è ineccepibile il parere dato dall'Agenzia delle Entrate sulla liceità del veicolo
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sicuramente per il Lussemburgo la Soparfi, adeguatamente strutturata patrimonialmente diventa uno buono strumento di risparmio fiscale legittimo non essendo inserita nella black list delle strutture fiscalmente considerate evasive/elusive. Infatti, posterò vecchio articolo anche, aspettavo sviluppi di questa inchiesta perchè non capivo dove la procura potesse andare a parare essendo fiscalmente ben congeniata. Pensavo a qualche falso in bilancio (che però non capivo)...certo che se è questa la posizione della Procura è fiscalmente (e non solo) soccombente
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FISCO & AFFARI / L'INDAGINE SU BELL
Gnutti e la grande stangata I magistrati devono decidere se la società del finanziere ha evaso le tasse. Una partita che vale almeno 1,4 miliardi di euro di Massimo Mucchetti e Leo Sisti Emilio Gnutti ha finito la sua corsa? Il Chicco d'oro è un self made man bresciano dalle sette vite. È così sicuro di sé che si vanta di non leggere libri e racconta ai concittadini delle telefonate che riceve da Silvio Berlusconi. È così orgoglioso della sua ricchezza che viaggia in Bentley durante la settimana e in Ferrari nel week end. Ma ora sta rischiando la sua reputazione di finanziere abile e spregiudicato. L'insidia viene da un'inchiesta della Procura della Repubblica di Milano sulle presunte evasioni fiscali della Bell, la società anonima di diritto lussemburghese che nell'autunno del 2001 ha ceduto alla Pirelli la maggioranza relativa delle azioni Olivetti e, con essa, il controllo di Telecom Italia. Di questa società Gnutti è stato il fondatore e il gerente di fatto. Se l'ipotesi accusatoria all'esame dei pm Carlo Nocerino e Letizia Mannella si rivelasse fondata, la Bell dovrebbe pagare l'Irpeg del 35 per cento sulla plusvalenza di 2 miliardi e 28 milioni di euro realizzata due anni fa, più la relativa sanzione che varia da una a due volte la somma evasa. Data la rilevanza economica della querelle, è improbabile che venga erogata la sanzione massima. È più facile che, qualora la Bell venga giudicata responsabile, le sia comminata la sanzione minima. Ma anche in questo caso la bastonata sarebbe terribile. La Bell dovrebbe restituire allo Stato italiano l'equivalente di 1,4 miliardi di euro o, se preferite, 2.748 miliardi di vecchie lire. Incamerare un simile tesoretto farebbe la felicità del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, sempre a caccia di nuova base imponibile per ridurre le tasse al popolo delle partite Iva che ancora aspetta e spera. Ma, ironia della sorte, la gioia del ministro sarebbe al tempo stesso motivo di imbarazzo per il grande fiscalista. Sono stati, infatti, proprio gli ex partner di Tremonti a supportare Gnutti nella delicata vendita della partecipazione Olivetti. Secondo quanto risulta a "L'espresso", Lorenzo Piccardi e Dario Romagnoli, esponenti di spicco dello studio Vitali-Romagnoli di Milano, già studio Tremonti, hanno assistito nell'ottobre del 2001 il commercialista bresciano Claudio Zulli che curava gli interessi di Gnutti. Ma l'imbarazzo del fiscalista "in sonno" non sarebbe comunque nulla rispetto a quello di Gnutti davanti alla perentoria richiesta di tirar fuori, uno sull'altro, 1,4 miliardi di euro. E il perché è presto detto: nell'ufficio al civico 73 di Côte d'Eich di Lussemburgo, dove la Bell ha trasferito la sede che prima stava al 7 di Val Sainte Croix, nessuno dispone di una simile somma. "L'espresso" ha consultato il bilancio chiuso al 31 agosto 2002 e ha potuto constatare come ormai la Bell si sia ridotta al rango di società a responsabilità limitata con attività per 85 milioni di euro coperte da mezzi propri e dal residuo non distribuito del gran profitto realizzato con la Pirelli tronchettiana. La maggior parte del guadagno era già stata distribuita agli azionisti nel novembre del 2001 attraverso un acconto sul dividendo pari a 1.792 milioni di euro. Che cosa potrebbero dunque fare i gerenti ufficiali di Bell? In caso di bisogno, proprio nulla. Il presidente della società, Alex Schmitt, e l'amministratore Marc Feider, dormono tra due guanciali perché, avvocati avveduti, il 2 giugno 2003 hanno chiesto e ottenuto dai soci di Bell di essere sollevati da ogni responsabilità derivante dalla loro gestione durante l'esercizio compreso tra il primo settembre 2001 e il 31 agosto 2002, l'anno sociale della "stangata" ai danni del Fisco italiano. Se ci sarà da pagare, si può star certi che i professionisti del Granducato non metteranno mano al loro portafoglio, ma convocheranno i soci. E allora a chi toccherà? A tutti i soci, ciascuno per la propria parte, o soltanto all'Hopa, l'azionista di maggioranza assoluta? La sorte di Gnutti viene seguita con particolare attenzione da sette personaggi della finanza italiana. Il primo è Marco Tronchetti Provera, che ha dovuto accettare nell'Hopa un alleato provvidenziale quanto scomodo al vertice di Telecom Italia. Il secondo è Silvio Berlusconi, quarto dei 160 azionisti di Hopa. Poi c'è l'avvocato Giuseppe Mussari, presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, che ha voluto Gnutti vicepresidente dell'antica banca toscana. Quindi Giovanni Consorte, il gran capo dell'Unipol di Bologna che con il finanziere bresciano ha stretti rapporti d'affari. E ancora Cesare Geronzi, che ha chiesto a Gnutti di investire nel Mediocredito centrale. Sesto è Gianpiero Fiorani, il banchiere della Popolare di Lodi, sodale dei tempi eroici che con il Chicco ha importanti partecipazioni incrociate. Settimo e ultimo è Gilberto Benetton che vedrebbe volentieri il furbissimo bresciano risucchiato lontano dalla "sua" Banca Antonveneta. Non tutti i magnifici sette tifano per Gnutti, ma tutti sono curiosi di vedere come se la caverà. La Guardia di Finanza a luglio ha sequestrato documentazione di vario genere nello studio legale Freshfields di Milano, filiale di uno dei cinque che a Londra formano il Magic Circle degli avvocati. Secondo alcune indiscrezioni, le Fiamme Gialle avrebbero anche visitato il server per accertare la frequenza delle e-mail tra l'Italia e Lussemburgo. Tre legali di Freshfields sono già stati interrogati. La legge italiana parla chiaro. Per poter legittimamente beneficiare del blando regime fiscale lussemburghese ed evitare le più incisive regole italiane, una società finanziaria che ha come unico patrimonio una partecipazione in una società italiana non solo deve stabilire la sede legale nel Granducato, ma deve anche dimostrare di lavorare all'estero sostenendo spese di entità non miserabile e prendendo oltre confine decisioni di un qualche rilievo. La magistratura sta dunque cercando di capire quale strano animale sia la Bell: se abbia diritto di pascolare nello zoo del Granducato o se, invece, non debba rispondere allo stesso Stato nel quale dimorano i suoi padroni. Nell'attesa dell'esito dell'indagine, "L'espresso" ha cercato di fare un po' di luce. Bell, dunque, aveva quale unico cespite il 21,5 per cento della italianissima Olivetti. Il resto erano noccioline. Si trattava di un investimento rilevante, costato 9 mila miliardi di lire coperti per metà con debiti bancari e per metà con mezzi forniti dai soci (che, nel caso di Hopa, si erano indebitati a loro volta). Fondata nello studio del notaio Paul Frieders il 28 ottobre 1998 dall'avvocato Chantal Keereman e da Alex Schmitt per conto di Chicco Gnutti e dei suoi amici, la Bell comincia fissando un tetto di spese vive di 60 mila franchi lussemburghesi, una miseria. I bilanci successivi non specificano a quanto ammontino le reali spese di gestione della società. Quel che è certo è che i consigli vengono sempre formati da professionisti specializzati in questo genere di rappresentanza e non da personaggi dal più pomposo e costoso pedigree. Del resto, a norma di statuto i poteri più rilevanti sono espressamente riservati all'assemblea dei soci: senza il loro consenso il consiglio di amministrazione non può accendere debiti oltre il mezzo miliardo di lire, né dismettere o acquisire quote azionarie superiori ai 30 miliardi, un'inezia se si pensa all'entità dell'investimento in Olivetti. Sempre il consiglio non può esercitare da solo i diritti di voto di Bell nelle società partecipate né accettare offerte di terzi sulle azioni delle società nelle quali ha investito. Del resto, nelle tre riunioni milanesi del 2, 8 e 17 ottobre 2001 tra gli avvocati sulla politica fiscale della Bell durante la transazione con la Pirelli era emerso il ruolo centrale della segreteria personale di Gnutti nella gestione della Bell. I cui consiglieri tenevano i loro meeting in Lussemburgo oppure a Lugano. Ma basta questo accorgimento a riempire una scatola piena solo di azioni da rivendere, quando sarà, esentasse? Basta quando i soci della Bell, quasi tutti italiani, invece di prendere l'aereo, soggiornare in Lussemburgo e intervenire alle assemblee, si limitano a dare istruzioni a pochi professionisti locali affinché firmino quel che c'è da firmare? Dai verbali della Bell, "L'espresso" ha appurato che i soci si facevano rappresentare tutti da un unico professionista, tra il '99 e il 2000: era Jean Steffen, affiancato, in due occasioni, anche da Anne Morel e dall'avvocato milanese Linda Pietrostefani. E Marco Tronchetti Provera, interrogato dai pm il 15 ottobre, non può non aver raccontato chi venne a trovarlo nella sua casa di via Bigli a Milano per vendergli il pacco azionario Olivetti. Questo signore era Chicco Gnutti, assistito dal banchiere Federico Imbert: non il chairman di facciata della Bell. Chi dunque lavorava davvero alla Bell, e dove? È la domanda che i magistrati non potranno non porre al professor Raffaello Lupi che per un periodo ha presieduto la società lussemburghese. Docente alla Sapienza, Lupi era fra i consulenti di Vincenzo Visco, ministro delle Finanze e del Tesoro durante i governi dell'Ulivo. Nella sua astuzia bipartigiana, Gnutti aveva ingaggiato il "tributarista di sinistra" alla Bell e, al tempo stesso, si avvaleva dei consigli dello studio ex Tremonti, cervello giuridico per convenzione "di destra". E tuttavia Lupi, che era stato nominato nel maggio 1999, si è dimesso dalla presidenza della Bell il 29 ottobre 2001, in anticipo di qualche mese sulla scadenza pattuita . Perché ha lasciato? Se sia una coincidenza o la silenziosa manifestazione di un dissenso professionale, lo accerteranno i magistrati. Resta il fatto che, uscendo di scena, Lupi non ha dovuto presenziare all'assemblea del 6 novembre 2001 nella quale è stato deciso il dividendone né ha dovuto siglare il bilancio 2002 dove Bell non stanziava alcun fondo imposte per il Fisco italiano. Espresso 30-10-03 |
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EMILIO GNUTTI ALLA RESA DEI CONTI
È un Bell dilemma Per evitare la supermulta del Fisco, al finanziere bresciano restano due strade. Per entrambe deve fare in fretta. Ecco perché di Massimo Mucchetti Emilio Gnutti ostenta sicurezza. Invita i soci a non preoccuparsi per l'inchiesta della Procura della Repubblica di Milano sulla presunta evasione fiscale della Bell. Il rischio teorico è alto. Tra versamento delle imposte non pagate e relativa sanzione, la finanziaria lussemburghese potrebbe dover pagare 1,4 miliardi di euro al Fisco italiano: un salasso insostenibile dopo l'erogazione dei maxidividendi derivanti dalla cessione della partecipazione Olivetti alla Pirelli. Il finanziere bresciano è così convinto di non dover pagare dazio che nei giorni scorsi ha chiesto al Monte dei Paschi di Siena di vendergli il suo 8 per cento di Bell per arrivare all'84 per cento del capitale. In un primo tempo sembrava che la banca toscana, secondo azionista di Hopa, volesse cedere la sua quota di Bell a Fingruppo per allontanare maggiormente da sé l'amaro calice. Ma alla fine ha venduto a Hopa. Potenza del Chicco, che è vicepresidente del Monte dei Paschi. Personalmente, Gnutti è convinto che nessuno possa dimostrare in giudizio che la Bell non operasse dall'estero. Ma gli avvocati dei suoi soci consigliano prudenza. La soluzione più comoda e sicura sarebbe il condono tombale. Che costerebbe a Bell l'irrisoria somma 3 mila euro per ciascuno dei cinque periodi di imposta non onorati. Ma per ottenere il condono tombale ci vogliono alcuni requisiti. In primo luogo, la Bell dovrebbe aver presentato almeno una dichiarazione dei redditi. Finora non l'ha fatto nella convinzione che, essendo basata in Lussemburgo, nulla dovesse al paese nel quale pure risiedono i suoi azionisti. Ma Gnutti potrebbe rimediare presentando in extremis la dichiarazione relativa all'esercizio 2002. In secondo luogo, il condono tombale previsto dalla finanziaria 2003 è già scaduto. Il governo Berlusconi ne vuol riaprire i termini con la finanziaria 2004. Gnutti dunque deve aspettare che, ai primi di dicembre, il Parlamento converta in legge la finanziaria. In terzo luogo, Bell non deve già essere oggetto di accertamenti tributari e per i suoi responsabili non deve essere richiesto il rinvio a giudizio. E qui sta il punto. È difficile che i pm Carlo Nocerino e Letizia Mannella riescano a chiudere la loro indagine nel giro di cinque settimane, prima che la finanziaria 2004 diventi legge dello Stato. Ma la Guardia di finanza già ad agosto ha stilato un verbale di constatazione. Può essere considerato l'inizio di una formale procedura di accertamento? L'interrogativo ha risvolti imbarazzanti perché, come ha scritto "L'espresso" senza essere smentito, Gnutti era assistito nell'affare che fece ricca la Bell dagli avvocati dello studio Vitali-Romagnoli di Milano, già studio Tremonti. Il ministro dell'Economia non ha mai nutrito troppe simpatie per le imprese degli scalatori di Telecom Italia. L'ha pubblicamente dichiarato. Ma i suoi uffici avranno il coraggio di tagliare la via del condono al cliente del suo ex studio? L'altra soluzione alla quale potrebbe ricorrere Gnutti è la cosiddetta dichiarazione integrativa sul 2001. Sarebbe un passaggio di sesto grado superiore, perché non esiste una dichiarazione da integrare. Dovrebbe, Gnutti, recitare il mea culpa: ammettere che Bell operava dall'Italia. Ma potrebbe farlo subito e tagliare la testa al toro, senza aspettare dicembre, con il rischio che qualche funzionario zelante renda impossibile il condono. Certo, costerebbe un po' di più. Il 6 per cento della plusvalenza non denunciata, 120 milioni di euro. Una cifra sostenibile da Bell e da Hopa. Comunque vada a finire, il popolo delle partite Iva, che in tutta l'Italia ha investito in Olivetti, Telecom e Seat al seguito di quell'autentico pifferaio magico che era il Chicco, ora fa i suoi conti: al parco buoi restano le minusvalenze e le tasse; all'astuto finanziere che si fa consigliare dai colleghi del ministro più amato dalla Lega vanno i guadagni e, se proprio va male, un condono piccolo piccolo. 06-11-03 Espresso |
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CRACK PARMALAT / I BILANCI FALSIFICATI
OK il conto è falso Le società di certificazione nel mirino dei magistrati. Un problema vecchio. E l'Italia è agli ultimi posti in Europa nella ricerca delle soluzioni giuste di Luca Piana Il crack miliardario della Parmalat è dovuto in buona parte a una lettera. Sostiene di averla inviata il 20 dicembre 2002 Marco Verde, un dirigente della società di revisione Grant Thornton, lo sceriffo che avrebbe dovuto vigilare sui bilanci di alcune società estere del gruppo di Calisto Tanzi. Nella missiva si chiedeva alla Bank of America se davvero la Parmalat avesse depositato un tesoro di quasi 4 miliardi di euro. La risposta (affermativa) arrivò il 6 marzo 2003. In virtù di quel documento la Parmalat poteva essere considerata un'azienda solida, con tanti debiti, ma allo stesso tempo zeppa di denaro contante. Se la verità sul buco fosse emersa un anno fa, forse un salvataggio sarebbe stato ancora possibile. Oggi, dieci mesi più tardi, si sa invece che quella risposta dell'istituto americano era taroccata. Il gruppo è in amministrazione straordinaria. Tanzi è agli arresti e con lui lo sono, fra gli altri, Lorenzo Penca e Maurizio Bianchi, due dei partner della filiale italiana della Grant Thornton. Il mistero sulla falsa risposta della Bank of America, tuttavia, è ancora fitto. Le regole per la certificazione dei bilanci, in apparenza, sembrano non lasciar spazio a simili truffe. Il revisore deve imbucare di persona la richiesta di conferma di un simile conto e la banca interessata deve rispondere direttamente a lui, non alla Parmalat di turno. A meno di non immaginare che Tanzi si sia trasformato in scassinatore di uffici postali, molti interrogativi non trovano spiegazioni. I revisori hanno svolto davvero il loro compito? In questo caso, come è arrivato sui loro tavoli il falso estratto conto? Chi ha imboscato la vera replica della Bank of America? E che cosa ha fatto l'istituto americano, uno dei più esposti con Parmalat, di fronte a una richiesta che doveva apparire mirabolante? Dalle risposte a queste domande dipenderà la sorte giudiziaria di Penca e Bianchi, assistiti dall'avvocato Salvatore Stivala. Ma questo incredibile imbroglio può trasformarsi in un terremoto per l'intero sistema di controllo dei bilanci delle società quotate. Uno dei primi a cavalcare l'onda dello sdegno popolare è stato Giulio Tremonti. Il ministro dell'Economia, partito subito all'attacco delle responsabilità della Banca d'Italia, promette regole più severe anche per i revisori. L'ira di Tremonti, in realtà, è grande tanto quanto le sue amnesie di memoria. Era stato lui stesso, il 9 aprile 2002, a istituire una speciale commissione, presieduta dal giurista Francesco Galgano, per ovviare alle pecche del sistema. All'epoca bisognava far fronte allo scandalo della Enron, il cui crollo ha fatto chiudere i battenti alla Arthur Andersen, una delle maggiori società di revisione al mondo. In Italia ai proclami seguì il nulla. La commissione Galgano consegnò le sue conclusioni, basate su norme più stringenti sull'autonomia dei revisori, il 27 settembre 2002. Da allora quella relazione è rimasta chiusa in un cassetto, per essere rispolverata da Tremonti dopo i tracolli di Cirio e Parmalat. Ancora peggio: il regolamento sull'indipendenza dei revisori, previsto fin dal 1998, non è mai stato scritto, né dall'Ulivo né dal governo Berlusconi. E le raccomandazioni della Commissione europea sono rimaste affermazioni di principio. L'Italia e la Spagna sono, in questo campo, i Paesi più indietro. La dimenticanza del governo è grave. Fausto Tonna, l'ex braccio destro di Tanzi, il 5 gennaio, ha inguaiato i revisori Penca e Bianchi: avrebbero partecipato all'ideazione della Bonlat, la società creata per ripulire i bilanci del gruppo nel momento in cui l'incarico di revisore principale della Parmalat passò alla Deloitte & Touche: "Ci dissero di dare loro il mandato di revisione per la Bonlat, così avrebbero potuto continuare a certificare i bilanci nonostante le falsificazioni di cui erano a conoscenza". Alla cattiva fede si associano anche le mancanze delle autorità. Su alcuni comportamenti della Grant Thornton, revisore sia di Bonlat che di Cirio, si sarebbe infatti potuto fare luce prima. Un caso riguarda la Levante Norditalia, una compagnia di assicurazioni di proprietà della Cassa di Risparmio di Genova, coinvolta alla fine degli anni Novanta in un'inchiesta per false fatturazioni (la procura di Milano ipotizza l'associazione a delinquere per truffa). Antonino Palumbo, ex socio di Grand Thornton e tuttora consulente, è uscito dalla vicenda con un patteggiamento per evasione fiscale. Nel febbraio 2002, nonostante una nuova segnalazione della Guardia di Finanza, la Consob non è intervenuta. Oggi il suo numero uno, Lamberto Cardia, chiede al Parlamento maggiori poteri. Ma allora, quando Luigi Spaventa era presidente e Cardia commissario, la Consob non usò i poteri che aveva: fare le ispezioni ed estromettere i colpevoli. Avrebbero potuto suonare anche altri campanelli d'allarme. In una delle aziende del network Grand Thornton, la Impresa, ha una partecipazione del 10 per cento una società di Emilio Gnutti, il raider conosciuto come scalatore della Telecom Italia. Da Gnutti si allarga un ventaglio di conflitti d'interesse: la Grant Thornton figura come revisore dei conti della italiana Hopa e della lussemburghese Bell, due delle società della sua galassia, nonché della Antonveneta, la banca veneta che vede il finanziere bresciano tra gli azionisti di peso. Ebbene, Hopa e Bell sono al centro di un'indagine della Procura di Milano per evasione fiscale nella vendita a Marco Tronchetti Provera del pacchetto di controllo di Olivetti-Telecom Italia (un'operazione studiata con la collaborazione dell'ex studio Tremonti). Antonveneta, invece, nel settembre 2003, dopo l'arrivo del nuovo capo azienda Piero Montani, ha effettuato una maxi-pulizia dei crediti per 606 milioni di euro. Una falla tanto grande denuncia un colabrodo nei controlli della banca e revisori più occhiuti avrebbero dovuto dire la loro. Oggi è tutto l'operato della Grant Thornton a essere passato al setaccio. Si indaga sui rapporti con la Finmatica di Pierluigi Crudele, un imprenditore pure lui legato a filo doppio con Gnutti, ma è l'affare Parmalat che ha fatto venire al pettine i nodi che riguardano tutto il sistema. Il primo è quello annoso dei servizi, dalla consulenza fiscale all'assistenza nelle operazioni straordinarie, che le società di revisione offrono ai clienti. La certificazione è solo una voce del pacchetto e questo minaccia l'indipendenza. Basta prendere le maggiori società quotate in Borsa per averne conferma. La Pirelli, stando al bilancio 2002, paga alla Pricewaterhouse Coopers 260 mila euro come compenso per la revisione dei bilanci: e ne ha versati 202 mila per altri servizi. Nel caso di Banca Intesa, gli incarichi assegnati a soggetti legati in vario modo al revisore Reconta Ernst & Young superano i 760 mila euro. L'altro buco riguarda i rapporti tra il revisore principale e quello secondario, incaricato di verificare i conti delle controllate. In Parmalat il rimpallo di responsabilità fra la Deloitte & Touche, il revisore primario che ha due partner indagati (Adolfo Mamoli e Giuseppe Rovelli), e la Grant Thornton, è parossistico. Secondo una memoria consegnata ai magistrati da Marco Verde, l'incaricato della certificazione di Bonlat, i colloqui e gli incontri fra le due società furono numerosi e Deloitte controllò le carte. In un simile groviglio, la cautela è d'obbligo. E sono gli stessi revisori, tramite l'associazione Assirevi, a chiedere maggiori tutele. "Servono più poteri per la Consob, regole più chiare sui servizi aggiuntivi, sanzioni penali per tutti quelli che forniscono false informazioni ai certificatori", dice il vicepresidente Alberto Giussani. Si vedrà quel che Tremonti tirerà fuori dal cilindro. Per ora, tuttavia, la vera arma letale non l'ha invocata nemmeno il ministro: basterebbe la possibilità di nominare in consiglio di amministrazione un rappresentante di chiunque metta insieme una quota - diciamo il 5 per cento - del capitale sociale. In modo che anche gli investitori e i risparmiatori possano, per una volta, conoscere le carte riservate ai potenti. ha collaborato Massimo Calandri Espresso 29-01-2004 ecco perchè pensavo a qualcosa su falso in bilancio |
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12 settembre 2005
Il ministro Maroni indaga sulle Opa Ma fa lo sconto a Gnutti e Colaninno Più di cento operazioni passate al setaccio. Per individuare anomalie, sotterfugi, eventuali inganni ai danni del mercato. No, non è la Consob che lo ha fatto, ma la Lega. Lo ha annunciato Roberto Maroni. «Stiamo completando una ricerca non solo nel settore bancario» ha detto il ministro in un'intervista al «Sole 24 Ore», per «sapere se, per esempio, negli ultimi cinque anni chi ha lanciato un'Opa ostile non ha mai preparato il terreno facendo comprare pacchetti più o meno grandi a soggetti amici». In tutto, secondo i dati contenuti nell'archivio di Borsa Italiana, sono 134 offerte lanciate in Piazza Affari dal 2000 ad oggi. Hanno riguardato 116 società, di cui sono state comprate azioni ordinarie e di risparmio per un controvalore di quasi 56 miliardi. In mezzo ci sono operazioni da pochi milioni: l'Opa su Castelgarden, Savino Del Bene, Rotondi Evolution, Idrapresse, Marangoni, che al di là del valore strategico per chi le ha lanciate (spesso gli stessi azionisti per ritirare il titolo del listino) in molti casi non hanno avuto grande rilevanza. Ma ci sono anche le Opa su Compart e Montedison, che invece un valore lo hanno avuto. Anche sul fronte bancario, salvo quelle recenti di Abn Amro e del Bbva e quella del San Paolo sul Banco di Napoli del 2000, tra le 14 Opa che gli esperti della Lega vogliono passare al setaccio ci sono quasi solo piccole operazioni, come l'offerta su Popolare di Legnano, Interbanca, Onbanca e Locat. E le quattro Opa lanciate da Gianpiero Fiorani con la Lodi. Maroni salva invece la madre di tutte le scalate: quella di Roberto Colannino e Emilio Gnutti a Telecom, del 1999. L'unica operazione ad aver segnato davvero un punto di rottura, con la «razza padana» che con l'imprimatur dell'allora premier Massimo D'Alema lanciò la più grande Opa mai vista al mondo fino ad allora per sfidare i «poteri forti» e porre le basi per un riassetto che ancora non è finito. Da sola vale quanto tutte le Opa degli ultimi cinque anni che la Lega vuol passare ai raggi X. Ma è avvenuta sei anni fa e quindi resta fuori. http://www.assinews.it/rassegna/arti...r120905ba.html |
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E il raider restò solo
L'amico Fiorani in crisi. Banche sempre più diffidenti. E ora per Gnutti arriva la resa dei conti su Telecom di Vittorio Malagutti Il finanziere Emilio Gnutti, Chicco per gli amici, non ama praticare l'arte della diplomazia. È un uomo da prima linea. Usa la spada meglio del fioretto. Così, quando in Consob gli hanno chiesto di spiegare i motivi della sua ostilità verso gli olandesi di Abn Amro nella battaglia per Antonveneta, il focoso condottiero della Razza padana ci è andato giù duro. La gestione targata Amsterdam, ha fatto mettere a verbale Gnutti, "non andava assolutamente bene, sia da un punto di vista industriale, sia da un punto di vista dell'approccio del business". Inoltre, nei suoi rapporti con i soci italiani di Antonveneta, Abn dimostrava "una carenza di stile e di metodologia unica". Queste bordate si spiegano anche con un fatto personale: la banca di Padova aveva "revocato i fidi" al finanziere bresciano, come il diretto interessato ha confermato alla Consob nel corso dell'audizione segreta del maggio scorso. Non per niente il raider padano, appassionato di Bentley e di orologi d'epoca, sperava nella vittoria dell'amico Gianpiero Fiorani, decisamente più generoso in fatto di prestiti. Si sa come è andata. Lodi ha perso. Gli olandesi stanno per mangiarsi tutta la torta Antonveneta. E adesso Gnutti rischia l'effetto boomerang. Prima di tutto perché lui, Abn Amro, se la ritrova in casa. Con una quota del 7,1 per cento il gruppo Antonveneta è il terzo azionista della finanziaria Hopa, alla pari di Unipol. Facile immaginare che d'ora in poi il ménage non sarà tranquillissimo. Brutto guaio. E non è l'unico. La lunga e movimentata stagione delle Opa bancarie, giunta ormai alle battute finali, rischia di lasciarsi alle spalle una scia di problemi. Niente sarà più come prima nei rapporti di Gnutti con i suoi soci, dalle grandi banche fino ai piccoli imprenditori lombardi. Perfino tra i membri del patto di sindacato che governa Hopa il clima non sembra dei più sereni. Il Monte dei Paschi, da sempre in prima linea tra gli alleati, non ha troppo gradito l'attivismo dei bresciani sul fronte Bnl. E a Siena qualcuno potrebbe cominciare a porsi degli interrogativi sui vantaggi concreti di una partecipazione che impegna in bilancio ben 333 milioni di euro. Neppure Lodi potrà più permettersi di benedire a suon di prestiti tutti gli affari targati Hopa. E questo anche nell'ipotesi, non del tutto scontata, che Fiorani torni in sella da numero uno. Senza contare i possibili sbocchi penali del fiume di rivelazioni estive sugli affari non proprio ortodossi tra la Popolare Italiana (ex Lodi) e la pattuglia degli scalatori, compresi gli immobiliaristi Stefano Ricucci e Danilo Coppola. Per il momento invece tengono botta la destra e la sinistra dello schieramento dei soci. Nel senso che un'azienda rossa per tradizione come l'Unipol guidata da Giovanni Consorte e il gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi appaiono come gli alleati più fedeli a Gnutti. Il problema vero, però, è in banca. La frenetica attività del leader di Hopa ha bisogno di solidi agganci nel mondo del credito. Illuminante a questo proposito è quel brano delle intercettazioni telefoniche agli atti dell'inchiesta giudiziaria su Antonveneta in cui Gnutti chiede a Fiorani 30 milioni per comprare azioni Eni. Ottenendo dal banchiere una risposta positiva, addirittura entusiastica ("Benissimo!"), nel giro di pochi secondi. A giudicare dal tono confidenziale della conversazione, quello sembrava un meccanismo ormai collaudato. Solo che adesso i tradizionali punti di riferimento risultano ostili (Antonveneta-Interbanca), molto prudenti (Lodi) o incerti (Siena). A dire il vero da mesi ormai il finanziere bresciano è costretto a remare controcorrente. Tanto che nell'audizione di maggio spiegò ai funzionari della Consob di "avere fortissime difficoltà con le banche", perché "ogni volta che viene chiesto un affidamento si vive una situazione inimmaginabile". Sarà per questo che Gnutti si è messo alla ricerca di sponde nuove, per esempio stringendo i rapporti con la Popolare di Vicenza guidata da Gianni Zonin. Poi ci sono gli amici con targa straniera. A cominciare dalla Royal Bank of Scotland gestita in Italia da Alessandro Mitrovich, un manager di sicuro affidamento (per Gnutti) sin dai tempi della scalata a Telecom, quando militava nelle fila della Chase Manhattan Bank. Basteranno questi appoggi per superare senza danni lo scoglio di Telecom Italia, forse il più insidioso nella lunga carriera del campione della Razza padana? La partita telefonica, dall'esito al momento imprevedibile, vale circa 2,5 miliardi di euro. A tanto ammonta, all'incirca, l'investimento di Hopa nel gruppo presieduto da Marco Tronchetti Provera. Nel maggio del 2006 Gnutti sarà libero di andarsene per la sua strada. Potrà abbandonare il patto di sindacato della holding Olimpia, che lo lega alla Pirelli, ai Benetton e ai due partner creditizi, Banca Intesa e Unicredit. I termini del divorzio, sulla carta, sono già stati definiti. Il socio uscente riceverà come buonuscita una parte delle azioni Telecom in portafoglio a Olimpia, che ammontano in totale al 21,8 per cento della società telefonica. E il numero dei titoli sarà calcolato in proporzione alla partecipazione di Hopa nel capitale della holding, pari al 16 per cento. Con lo stesso meccanismo la finanziaria bresciana erediterà anche una quota dei debiti di Olimpia insieme a un premio cash di 208 milioni di euro. Gnutti diventerebbe così un azionista di rilievo di Telecom, monetizzando un asset come la quota di Olimpia che da tre anni di fatto ingessa i due terzi del portafoglio di Hopa senza ritorni apprezzabili in termini di conto economico. A giochi fatti, tenendo conto anche delle azioni custodite nell'altra finanziaria Holinvest, la holding di Brescia arriverebbe a sfiorare il 6 per cento del capitale del gruppo di telecomunicazioni. Problema risolto? Non proprio, perché Hopa, oltre ai debiti, si troverebbe in carico le azioni Telecom a un valore medio vicino a 4,5 euro, contro una quotazione che in queste settimane naviga sotto i 2,6 euro. In altre parole, la minusvalenza potenziale ammonta a svariate centinaia di milioni di euro, di certo superiore al premio di 208 milioni previsto dalle intese. La famiglia Benetton, che possiede il 16,8 per cento di Olimpia, ha già preso atto della situazione e nei mesi scorsi ha provveduto a svalutare di oltre 300 milioni la propria quota, controllata tramite una finanziaria lussemburghese. Hopa invece finora è riuscita a evitare questa manovra contabile. Per il 2005, comunque, le prospettive non appaiono del tutto negative per la galassia Gnutti. L'Opa su Bnl lanciata dall'amico Consorte di Unipol dovrebbe consentire di mettere a frutto con guadagni importanti il pacchetto di azioni (4,9 per cento) rastrellato in Borsa da Hopa proprio nei mesi precedenti (guarda caso) l'annuncio dell'offerta pubblica. L'incognita Telecom, però, resta aperta. E finisce per creare dubbi e malumori nella variegata platea dei soci del finanziere bresciano. In prospettiva, mentre si avvicina il momento della resa dei conti, è prevedibile che si faccia ancora più tesa la sottile guerra dei nervi che da mesi oppone Tronchetti Provera a Gnutti. Lo scambio di battute tra quest'ultimo e Ricucci, emerso dal fiume di intercettazioni telefoniche disposte dalla procura di Milano, conferma che i due grandi soci di Telecom ormai vivono da separati in casa. "Viene a miti consigli anche lui (...) il prossimo anno", pronostica Gnutti parlando di Tronchetti con il suo interlocutore. E la resa dei conti evocata nel colloquio sembra proprio quella del maggio 2006, quando scadrà l'accordo su Olimpia. Nel frattempo l'uomo d'affari che insieme a Roberto Colaninno osò scalare i telefoni di Stato sarà impegnatissimo a rassicurare i proprio soci. Negli ultimi due anni molti dei soci minori del gruppo bresciano hanno tirato i remi in barca, rinunciando a investire nuovi capitali nell'avventura. Tengono duro i fedelissimi: Lonati, Marinelli, Bertoli, Consoli, che però, dopo innumerevoli colpi grossi in Borsa, sono rimasti impigliati nelle maglie dell'inchiesta penale e della Consob sulla scalata ad Antonveneta. Anche la fiducia dei banchieri sembra in calo. Lo si capisce da un dato concreto. All'inizio del 2003 Monte dei Paschi, Unipol e Popolare Lodi incrementarono la loro quota in Hopa pagando le azioni poco più di 2,5 euro ciascuna. Alla fine del 2004 i tre grandi soci hanno comprato ancora. Questa volta però a 1,7 euro. Un ribasso del 30 per cento in poco più di un anno. Espresso |
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