Ddl Risparmio, sos dalle banche «Così, mina gli assetti azionari»
Il nuovo art. 8 mette in allarme il sistema del credito, che chiede al Senato di riscrivere le norme varate da Montecitorio sui limiti al diritto di voto degli imprenditori-azionisti Si rischia una fuga del capitale italiano verso i grandi gruppi stranieri
Il disegno di legge sul risparmio potrebbe innescare un terremoto sul sistema del credito. A mettere in allarme il mondo bancario è l’articolo 8 del provvedimento, approvato alla Camera lo scorso 3 marzo, che rischia di stravolgere gli assetti azionari degli istituti italiani. Le nuove norme, che modificano il comma 4 dell’art. 53 del Tub (Testo unico bancario), sono nate per limitare il conflitto d’interessi tra banche e imprese. Ma «con l’intervento di Montecitorio - spiegano fonti autorevoli a Finanza & Mercati - si corre il pericolo di dare un duro colpo alle nostre banche, favorendo gli istituti stranieri».
Il comma 4 ter dell’art. 8 stabilisce infatti che «i soggetti che svolgono funzione di amministrazione, direzione o controllo presso una banca o i sottoscrittori di patti, non possono essere debitori nei riguardi della stessa banca per un ammontare che superi i tre quarti delle partecipazioni detenute». La stessa norma fissa una soglia di rilevanza dell’1% del capitale con diritto di voto. Ciò significa che i soci con debiti superiori allo 0,75% del capitale (compresi coloro che fanno parte di un patto di sindacato), non potranno esercitare il diritto di voto sulle azioni possedute. Inoltre, il sostanziale divieto di possedere partecipazioni superiori a un punto percentuale del capitale con diritto di voto, costringerebbe i grandi soci a dismettere rapidamente le proprie quote azionarie rilevanti. Le conseguenze sarebbero immediate: le banche quotate perderebbero importanti fette di impieghi e di mercato, subendo una sostanziale modifica dei loro assetti azionari. Mentre gli imprenditori potrebbero sfilarsi rapidamente dagli istituti nazionali e puntare dritti sull’azionariato delle banche estere, non quotate in Italia e quindi non soggette alla nuova disciplina. Insomma, tra le righe del nuovo testo sul risparmio si gioca una partita miliardaria che potrebbe tradursi in un danno incalcolabile per il conto economico del credito italiano a tutto vantaggio della concorrenza straniera.
Nel mirino del provvedimento rientrerebbero molti «imprenditori-banchieri». A cominciare da Salvatore Ligresti, che con la Premafin è azionista di Mediobanca (3,81%), Capitalia (3,01%) e Mps (2,1%); Francesco Gaetano Caltagirone (in Bnl e Mps rispettivamente con il 4,96 e il 3,81%); Giuseppe Statuto, Danilo Coppola, Vito Bonsignore (tutti e tre in Bnl con quote superiori alla soglia dell’1%). Ma anche Carlo Pesenti, Vincent Bolloré, presenti in Mediobanca con il 2,48 e il 2,19 per cento e Tronchetti Provera «pattista» in Mediobanca e Capitalia.
Ecco perché i grandi gruppi italiani sono in stato di massima allerta e hanno iniziato a intensificare il pressing sui senatori di Palazzo Madama, dove proprio questa mattina le commissioni Finanze e Industria inizieranno a esaminare il disegno di legge. Secondo quanto risulta a F&M, i banchieri avrebbero espresso forti critiche nei confronti dell’Abi, giudicando insufficienti gli sforzi fatti dal presidente Maurizio Sella per tutelare gli interessi del credito italiano. Così hanno deciso di scendere in campo, e proprio in questi giorni avrebbero inviato al relatore del ddl, Maurizio Eufemi (Udc), un nutrito dossier di proposte per risistemare i paletti del ddl. Prima fra tutte, l’indicazione di escludere dai limiti previsti dall’articolo 8 tutte le partecipazioni detenute in una banca da società quotate sui mercati regolamentati e quelle detenute da organismi di investimento collettivo. L’appello degli istituti di credito potrebbe trovare una pronta risposta da parte di quei senatori particolarmente vicini al governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. A cominciare dal presidente della commissione Lavori pubblici, Luigi Grillo (FI), che proprio nei giorni scorsi non ha escluso la possibilità di un emendamento in proposito, giudicando «eccessivo» il giro di vite sulle partecipazioni bancarie degli imprenditori. Sulla stessa linea potrebbe schierarsi anche il presidente della commissione Finanze, Riccardo Pedrizzi, e il senatore dell’Udc, Ivo Tarolli, che hanno sempre difeso la politica protezionistica di Via Nazionale. Così com’è, è il senso del dossier sul tavolo, la nuova legge rischia di favorire l’accesso sul mercato alle banche estere. Esattamente quello che il governatore sta cercando di evitare.
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