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I Danni Del Fumo
10 marzo 2005
« Risarcire i danni da fumo » La Corte d'appello di Roma: l'Eti non informò Riconosciuto un indennizzo di 200mila euro ROMA • Per la prima volta in Italia è stato deciso un risarcimento per un decesso provocato dal fumo. Con una sentenza ( la n. 1015 del 2005) destinata a fare molto discutere, la Corte d'appello di Roma ha infatti condannato la British American Tobacco Italia Spa, subentrata alla società pubblica Eti, a versare 200mila euro ai familiari di Mario Stalteri, un fumatore morto nel 1991 per un tumore ai polmoni. Nel 1997 il tribunale aveva respinto in primo grado la richiesta della famiglia, sostenendo che la malattia non poteva essere considerata diretta conseguenza del fumo e che la vittima era assolutamente consapevole dei rischi che stava correndo. La Corte d'appello ha ribaltato questo ragionamento, facendo leva su una complessa consulenza medica decisa dai giudici per verificare l'esistenza di un nesso di causalità tra il consumo di sigarette e l'insorgere della malattia. Verifica che, anche se mancano ancora le motivazioni ed è stato reso noto solo il dispositivo, ha permesso ai giudici di raggiungere la convinzione sull'elevato grado di probabilità delle cause di decesso. E proprio l'elemento della consulenza sembra rappresentare la chiave per una corretta interpretazione della sentenza, abbinato alla valutazione della natura della responsabilità contestata. Per il presidente del collegio giudicante, Claudio Fancelli ( che ha anticipato ieri sera a Radio 24 una parte del ragionamento seguito nella decisione) si tratta di una responsabilità per attività pericolosa, tale da rientrare nell'articolo 2050 del Codice civile; conclusione cui i giudici sono arrivati anche tenendo conto della giurisprudenza della Cassazione in materia di diffusione di emoderivati. Una presunzione di colpa, quindi, che sta al produttore scongiurare dimostrando di avere posto in essere tutte le contromisure necessarie. E, in questo caso, di avere messo il consumatore in grado di avvertire tutta la pericolosità della propria condotta. Solo così potrebbe infatti configurarsi un'assunzione volontaria che potrebbe evitare la condanna. Evidentemente, nella situazione esaminata dalla Corte di appello, questi strumenti non sono stati attuati o, se attuati, sono stati considerati insufficienti. Lo stesso Fancelli invita alla massima cautela quanto all'effetto domino della sentenza e alla sua immediata applicabilità a casi analoghi. Andrà, per esempio, verificato caso per caso se e quanto il consumo di tabacco sia stato l'elemento determinante nello scatenarsi nella malattia. Un accertamento da condurre con l'ausilio di medici, e non sempre sarà possibile raggiungere quell'elevato grado di probabilità che i magistrati romani hanno ottenuto. Inoltre, andrà effettuato un accertamento in concreto degli strumenti che il produttore avrà realizzato per accrescere la consapevolezza del consumatore. Alla sentenza, contro la quale ha comunque preannunciato l'intenzione di proporre impugnazione, ha replicato un comunicato di Bat Italia che sottolinea come il danno contestato non possa essere attribuito a Eti perché risale a a un periodo precedente all'istituzione della società avvenuta nel 1998, quando la produzione e la commercializzazione del tabacco era gestita in via esclusiva dall'amministrazione del Monopoli di Stato. Netta la svolta rispetto all'orientamento sinora seguito nei tribunali italiani. Peraltro, nell'ultimo precedente ( Tribunale di Napoli, sentenza n. 12729 del 2004) era stato anche rilevato come a Eti, costituito nel 1998, non potessero essere attribuite le condotte antigiuridiche riferibili al Monopolio di Stato. Sinora, infatti, le richieste di risarcimento erano state tutte respinte con varie motivazioni. Si andava dalla considerazione che il fumo rappresenta un atto volontario, al ritenere che la vendita di sigarette non è un'attività pericolosa e che il fumo non rappresenta una condizione necessaria per lo sviluppo di malattie come il tumore al polmone o alla laringe. A essere riconosciuti, di recente, erano stati, a Milano, solo i danni ( 50mila euro di provvisionale e tre mesi di detenzione) indotti dal fumo passivo con la condanna di due dirigenti per la morte, a causa di un attacco respiratorio, di una giovane impiegata, e, dal Tribunale del lavoro di Roma, 15mila euro a una lavoratrice tormentata dalle sigarette del proprio principale. Breccia importante per i consumatori Occorrerà, certamente, attendere di leggere la motivazione dei giudici romani e poi, eventualmente, quelle della Corte di cassazione. Tuttavia, già da ora, è possibile individuare alcuni elementi di sicuro interesse. E non solo per il fatto che ci troviamo di fronte alla prima pronuncia che condanna, di fatto, una casa produttrice di tabacco. Innanzi tutto, a fronte della contrazione della malattia in un periodo che è stato sicuramente anteriore all'obbligo per i produttori di indicare sui pacchetti la pericolosità degli effetti del fumo ( obbligo entrato in vigore nel 1990), la sentenza sembra far riferimento a nozioni scientifiche e cliniche, diffuse e consolidate già da molti anni prima, circa i pericoli di cancerogenicità delle sigarette. Nozioni che pertanto consentivano di ritenere sin da allora il prodotto come " difettoso" e quindi fonte di responsabilità oggettiva ai sensi della legge 224/ 88. In altre parole, la decisione della Corte d'appello sembra togliere alle case produttrici la possibilità di difendersi affermando che, prima dell'obbligo di riportare l'avviso di pericolosità ( cioè prima del 1990), non era possibile affermare con ragionevole sicurezza la pericolosità delle sigarette messe in commercio. In questo senso, la sentenza — una volta letta attentamente la motivazione — potrebbe aprire la strada ad azioni di risarcimento per i danni risalenti a epoche più distanti, consentendo di far risalire la responsabilità quanto meno all'epoca in cui la cancerogenicità di elevate dosi era stata scientificamente accertata. Ovviamente, poi, aspetto decisivo è quello del nesso causale, in concreto, tra il fumo — o meglio il suo eccesso — e la malattia. Qui, pur non avendo letto la motivazione, sembra ragionevole ipotizzare che nella ricostruzione dei fatti la Corte d'appello abbia specificamente ricondotto ( probabilmente sulla base di accertamenti peritali) l'insorgenza del tumore proprio all'eccesso di fumo, escludendo quindi, alla luce della storia clinica del paziente, che la malattia potesse originare da altre cause. Per Sirchia bisogna insistere sulle campagne informative Pacchetti con avvertenze ROMA • « I consumatori vanno difesi con l'informazione » . È questa, secondo il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, la strada da battere per vincere la battaglia antifumo. Una strada che va percorsa senza titubanze, a maggior ragione dopo la pronuncia della Corte d'appello di Roma che, per la prima volta, ha condannato l'Eti ( Ente italiano tabacchi) a risarcire danni per 200mila euro alla famiglia di un fumatore deceduto nel 1991, in considerazione delle omissioni e della mancata trasparenza sui pericoli del tabagismo. « Un precedente importantissimo » , come lo ha definito Ermete Realacci ( Margherita) che ha puntato il dito contro le aziende produttrici: « Il pericolo fumo è stato troppo a lungo sottovalutato e i produttori hanno per decenni sottovalutato e nascosto dati, studi, indagini epidemiologiche. Questa è una sentenza utile per voltare pagina » . « Di fronte a un andamento così positivo della legge e ad una svolta culturale così netta — ha precisato, però, Sirchia — non serve calcare la mano. I consumatori vanno difesi con l'informazione e così è stato fatto con le scritte sui pacchetti e le campagne sostenute anche dai medici e dalle associazioni, come la Lega italiana per la lotta ai tumori » . Sirchia ha voluto chiarire, inoltre, che « il Governo ha osservato quello che era già accaduto all'estero, e in particolare negli Stati Uniti, e ha raccolto le raccomandazioni sulla necessità di informare i fumatori sul rischio » . Con l'entrata in vigore dei divieti anti fumo nei locali pubblici ( lo scorso 10 gennaio) nel 2005 si potrebbe registrare, del resto, una riduzione dei consumi di sigarette del 5 6% rispetto all'anno precedente. Ma questa tendenza va sostenuta. E strumenti molto utili potrebbero rivelarsi i foglietti illustrativi, da inserire nel pacchetto di sigarette — da considerare alla stregua delle scatole di farmaci— per avvertite dettagliatamente di tutte le controindicazioni legate al fumo. Una soluzione che per il farmacologo, Silvio Garattini, da tempo impegnato sul fronte anti fumo, potrebbe permettere sia di raggiungere direttamente il numero più ampio di fumatori, sia di offrire alle aziende produttrici un qualche « ombrello » contro il rischio di una moltiplicazione delle cause legali. Quella che, in qualche modo, ieri hanno già preventivato le associazioni dei consumatori che si augurano di poter ottenere condanne molto consistenti come accaduto negli Stati Uniti e in Australia. Il Codacons ha già annunciato, per esempio, di aver istruito oltre 150 vertenze per danni da fumo da far partire in Italia e negli Usa. « Purtroppo — ha sottolineato Carlo Rienzi — siamo ancora distanti dalle condanne americane, anche perché in Italia manca il danno punitivo, e 200mila euro non possono certo compensare la perdita di una vita umana. Ora ci aspettiamo che il Parlamento introduca anche in Italia la class action all'americana, così da arrivare a risarcimenti ben più sostanziosi » . Stando alle stime più recenti, in Italia ogni anno muoiono circa 80mila persone per malattie imputabili al fumo. http://www.assinews.it/rassegna/arti...e100305ri.html |
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10 marzo 2005
Pericoli anche per il Dna del nascituro ROMA • Che fumare in gravidanza danneggiasse in vari modi il nascituro era già noto. Ma ora uno studio dimostra addirittura che il fumo può danneggiare il Dna del feto e rendere il bambino più vulnerabile, da adulto, ad alcune malattie, compreso il cancro. La ricerca in questione, dell'Università di Barcellona, è pubblicata sul Journal of the american medical association ( Jama). « Il fumo danneggia i cromosomi nelle cellule e può portare ad anomalie. In più è legato a complicazioni durante il parto e ritardo di crescita » , afferma lo studio. Per studiare gli effetti delle sigarette sul nascituro, gli scienziati hanno studiato le cellule dette amniociti fetali, presenti nel liquido amniotico attorno al feto. Dopo aver prelevato con amniocentesi queste cellule da 25 donne fumatrici e altrettante non fumatrici, i ricercatori hanno scoperto che gli amniociti presentavano, nel caso delle fumatrici, livelli più elevati di « anomalie cromosomiche, danni e instabilità » . « Successive analisi — concludono i ricercatori — hanno anche permesso di correlare gli effetti del fumo con danni in alcune regioni del Dna conosciute per essere legate all'insorgenza di tumori del sangue » . Questo è solo l'ultimo degli studi che dimostrano gli effetti nocivi del fumo in gravidanza. Secondo un'altra recente ricerca dell'Università inglese di Leeds, il fumo materno durante i nove mesi di attesa ha ripercussioni negative sulla fertilità futura delle bambine perché danneggia lo sviluppo delle tube di Falloppio. Ma anche il fumo passivo della madre comporta rischi per il nascituro. Uno studio condotto negli Stati Uniti e in Cina e pubblicato sull'American Journal of epidemiology ha dimostrato che il rischio di aborto entro le sei settimane dal concepimento è più elevato per le donne il cui partner fuma più di 20 sigarette al giorno. http://www.assinews.it/rassegna/arti...100305ri3.html |
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10 marzo 2005
Ucciso dalle sigarette, condannato l'Ente tabacchi E' la prima sentenza in Italia: 200 mila euro agli eredi. L'uomo, morto nel ' 91, « non era stato informato dei rischi » ROMA — Negli Stati Uniti ci hanno fatto l'abitudine, ma in Italia e in Europa è la prima volta: l'Ente Tabacchi Italiani dovrà risarcire 200 mila euro per danni da fumo. La sentenza è della corte d'appello di Roma, che ha ribaltato il precedente, e opposto, verdetto del tribunale. Soddisfatto il ministro della Sanità Girolamo Sirchia ( « I consumatori vanno difesi con l'informazione » ) , esultante il Codacons ( che annuncia 150 cause gemelle e una class action da cento miliardi di euro), pronta a ricorrere in Cassazione la British American Tobacco, proprietaria dell'Eti dal 2003. LA BATTAGLIA — Marcello Stalteri, 42 anni, cattedra di diritto comparato alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze, ha combattuto per quattordici anni insieme alla mamma Paola Giacalone, 72 anni, una battaglia giudiziaria che sembrava senza speranze. Il padre, Mario, insegnante all'istituto agrario « Abele Damiani » di Marsala, è morto nel ' 91, a 64 anni, per un tumore al polmone che lo ha ucciso in due mesi. Per una quarantina d'anni aveva fumato un pacchetto di sigarette al giorno. Nel ' 97 il tribunale di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento: il giudice Alberto Bucci ha stabilito che i Monopoli di Stato « non avevano alcun obbligo giuridico di informare sui rischi del fumo prima del 1989 » . L'anno, cioè, in cui è stato introdotto l'obbligo di indicare sulle confezioni le conseguenze legate all'uso del tabacco. IL VERDETTO — Il principio sancito otto anni fa ieri è stato ribaltato. La prima sezione civile della corte d'appello, spiegano gli avvocati Vincenzo Zeno Zencovich e Giulio Ponzanelli, « ha riconosciuto che la produzione di tabacco è pericolosa e che, quindi, i fabbricanti devono adottare le misure idonee a tutelare i consumatori » . Ma non si tratta di una rivoluzione: « La sentenza si inserisce in un filone consolidato — aggiungono i legali dei familiari di Stalteri — . Da trent'anni la giurisprudenza allarga il campo delle attività nocive » . Oltre ai 200 mila euro di risarcimento per danni morali, l'Eti dovrà rifondere ventimila euro di spese legali e il costo della perizia, che è stata decisiva per l'esito della causa. I consulenti scelti dalla corte ( Enrico Cortesi, Renato Mariani Costantini e Massimo Martelli) hanno infatti attribuito il cancro polmonare proprio alle « bionde » . I PRODUTTORI — La British American Tobacco impugnerà la sentenza: « Non possono essere attribuite a Eti spa — sostiene — le responsabilità per fatti che si sono verificati nel periodo in cui le attività di produzione e commercializzazione del tabacco erano svolte dai Monopoli di Stato » . Ma il presidente della corte d'appello, Claudio Fancelli, rivendica la correttezza della decisione: « Tutti gli esami disposti hanno confermato l'elevata probabilità che il tumore fosse causato dal fumo. Credo che le motivazioni siano difficilmente ribaltabili » . LE REAZIONI — Per Girolamo Sirchia, dopo l'introduzione della legge che potrebbe far calare il consumo di sigarette del 5 6%, le scritte sui pacchetti e le campagne di informazione sono sufficienti: « Non occorre calcare la mano » , sottolinea il ministro della Sanità. Ermete Realacci, presidente dell'esecutivo della Margherita, considera la sentenza « un precedente importantissimo » e la verde Luana Zanella la definisce « un passo fondamentale per garantire la salute contro gli interessi economici » . « Una battaglia di 14 anni in nome di mio padre » Il professor Marcello Stalteri, docente a Firenze: « Ma non è finita, è una lobby determinata e potente » FIRENZE — Quattordici anni ha combattuto. Ed è stata una lotta così totalizzante da avergli cambiato la vita. Nel nome di Mario, un padre buono ucciso dal fumo quando aveva 64 anni, ha avuto la forza di sfidare « il cartello del tabacco » , « una lobby potente e vischiosa — spiega — , capace di frenare chiunque e di non informare nessuno per vendere morte » . Marcello Stalteri, 42 anni, insegna Sistemi giuridici comparati all'università di Firenze. La sentenza l'ha saputa da un collega professore. « Marcello, hai vinto! » , gli ha sussurrato. Marcello ha sorriso, ma non troppo, perché, dice lui, la battaglia è ancora lunga e i trabocchetti disseminati a ogni angolo. « Il cartello ha sempre grandi risorse — sostiene — e molto potere. Sa esercitarlo. Ho imparato a conoscerlo, so come agisce. Spesso mi sono sentito un uomo solo davanti a qualcosa di grandissimo. Con me avevo il ricordo di mio padre e l'incoraggiamento di mia madre. Davanti una lobby mondiale di produttori di tabacco potente e determinata. Ferocemente decisa ad abbassare la soglie di attenzione sull'epidemia delle morti da fumo. Chiunque avesse fatto resistenza, chiunque avesse studiato il problema da scienziato avrebbe avuto problemi e la carriera se la poteva dimenticare. È accaduto anche a me » . Stalteri è solo, ma il coraggio di combattere non gli manca. Nel 1991, l'anno della morte del padre, sta studiando negli States, alla Yale University. La forza gliela danno alcuni docenti e studenti americani. Gli fanno vedere pubblicazioni, studi, libri sull'argomento. Lo incoraggiano. Però lo mettono in guardia: « Stai attento italiano, loro sono potenti, bisogna avere tanta determinazione » . Una determinazione che Marcello trova nel dolore, sublimato, della scomparsa del padre. Studia come un ossesso, dorme poco, visita tutte le biblioteche della città, legge giornali, elabora statistiche, indagini, rapporti. Il guanto di sfida lo lancia nel 1994 con un articolo scientifico sui danni da fumo. È una bomba. « Scrivevo che i produttori di sigarette usavano standard diversi per avvertire le popolazioni del rischio — ricorda — . E dimostravo che in alcuni Paesi un po' di informazione sui rischi da fumo, anche se insufficiente, c'era. In altri, come l'Italia, invece, regnava il silenzio assoluto. Nonostante i morti da fumo fossero un numero enorme. Un milione e mezzo in cinquant'anni solo in Italia » . Nello stesso anno, il 1994, arriva la prima denuncia. Il tema è il medesimo dell'articolo scientifico. Stavolta, più che un guanto di sfida è uno schiaffo. « Non avevo paura, ma mi sentivo come un calciatore solo e di serie C davanti al Real Madrid — racconta Stalteri — . Però l'ho fatto. Che cosa è successo dopo? Sono arrivati il silenzio, la solitudine e anche un po' di isolamento. Perché fare ricerca su certe cose e uscire allo scoperto, almeno in Italia, non erano cose comuni. Hanno tentato di bloccarmi? Mai direttamente. Ma adesso non voglio raccontare particolari e aspetti vischiosi e anche un po' oscuri. Sono però a disposizione a riferire tutto, nei minimi particolari, se qualche istituzione sarà interessata al mio caso. Se vorrà stabilire se è possibile fare ricerca e cercare la verità sfidando i potentati » . Il primo round non è una vittoria per Stalteri. Nel 1997 il tribunale gli dà torto. È sconfortato. Eppure, dopo quasi quattro anni di passione, non si arrende. « Se la scienza deve mirare alla verità, non posso arrendermi — è il pensiero dello studioso — . Io ho questo orgoglio, forse pure un po' di superbia, ma insieme c'è anche il dolore per la perdita di mio padre. E le due cose si fondono e mi danno una forza incredibile. Decido di ricorrere in appello » . Ieri l'ultimo capitolo di una storia ancora non finita, con la decisione dei giudici della corte di appello di Roma di ribaltare il giudizio di primo grado. « Se mi chiedete se sono felice, la risposta è no — dice adesso Stalteri — , perché davanti a me vedo ancora un cammino lungo e difficile. Certo, le cose sono cambiate dopo 14 anni. Il cartello è meno potente, oggi c'è la legge antifumo, c'è maggiore coscienza della strage. Ma bisogna combattere ancora. Oggi c'è il tabacco, domani molto altro. Il mercato non può disporre, per il proprio profitto, della vita degli uomini. Non può nascondere la verità » . http://www.assinews.it/rassegna/arti...100305ri2.html |
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10 marzo 2005
Una sentenza che divide « Chi fuma conosce i rischi » Una sentenza che divide « Chi fuma conosce i rischi » Sir Richard Doll , il grande epidemiologo inglese che per la prima volta al mondo, nel 1951, ipotizzò in uno studio passato alla storia il legame tra fumo e tumore al polmone, non avrebbe un attimo di esitazione. Se abitasse a Roma si precipiterebbe a stringere la mano ai due legali che per la prima volta in Europa hanno vinto la causa contro i produttori del tabacco. Doll, classe 1912, ancora oggi conduce la battaglia contro la sigaretta e in una recente intervista alla Bbc ricorda i dubbi che accompagnarono i suoi studi condotti analizzando i questionari sottoposti a 40 mila medici inglesi: « Nessuno credette alle nostre conclusioni, pensavano che la causa del cancro dovesse essere ricercata altrove » . Nello scorso secolo nuove investigazioni hanno via via confermato le sue teorie fino a stabilire un collegamento inequivocabile tra tabacco e certe malattie. « Circa il 90% dei 30 mila tumori polmonari diagnosticati ogni anno in Italia sono dovuti ai cancerogeni liberati dal fumo » , cita gli ultimi dati l'epidemiologo romano Francesco Forastiere . Eppure alla luce di una sentenza che si accoda a quelle americane, non tutti se la sentono di addossare l'intera responsabilità ai « cattivi » , alle aziende produttrici, che « intossicano e avvelenano » milioni di persone. Sul treno che lo porta verso l'Abruzzo Francesco D'Agostino , presidente del Comitato nazionale di bioetica, filosofo del diritto, riflette a voce alta: « Credo sia irreale affermare che anche in un periodo in cui le informazioni al consumatore erano incomplete e poco trasparenti il cittadino fosse all'oscuro dei rischi. Non penso si debba parlare di danno subito inconsapevolmente perché nessuno anche vent'anni fa poteva ignorare completamente gli effetti negativi ai quali si esponeva » . Secondo D'Agostino, « l'atmosfera così ostile al tabagismo è stata assorbita dalla magistratura, trovando forma in sentenze come questa. I consumatori non sono bambini ingenui » . Più comprensione da parte di Giovanni Comandì , uno dei nostri massimi esperti in tema di responsabilità civile, docente di diritto comparato all'Università Sant'Anna di Pisa. Il giurista elenca un'altra delle conseguenze del vizio comune a 14 milioni di connazionali, la dipendenza: « L'individuo può anche essere consapevole dei pericoli per la salute ma non riesce a modificare il suo comportamento perché ne è diventato schiavo. E poi non dimentichiamo che da noi l'informazione è arrivata in ritardo rispetto agli Usa » . In realtà i primi warning sui pacchetti risalgono al dicembre del ' 90, scadenza indicata nella direttiva europea, e si limitavano alla frase « nuoce gravemente alla salute » sul frontespizio. Le scritte più vistose sono state introdotte nel 2001. Compatto il mondo medico nel salutare la sentenza senza riserve. Il farmacologo del Mario Negri, Silvio Garattini , si richiama al fatto che negli anni ' 80, epoca in cui si è svolta la storia del signor Stalteri, le conoscenze acquisite sulle potenzialità cancerogene della sigaretta non venivano trasferite al pubblico: « Oggi questo succede e credo che nessuno potrebbe più pretendere di essere risarcito se si ammalasse tra vent'anni. Ma si potrebbe fare di meglio a livello di prevenzione e di accesso alle notizie. Un veicolo in più potrebbero essere i foglietti illustrativi inseriti nei pacchetti » . L'ematologo Franco Mandelli non se la sente di alleggerire di ogni responsabilità i pazienti che non hanno saputo resistere alla più diffusa delle tentazioni nocive: « Chi voleva, poteva conoscere la verità. La sentenza è molto importante, servirà a far riflettere e magari convincerà qualcuno a cercare di smettere. Ma mi pare esagerato addossare l'intera colpa sui produttori. Di questo passo arriveremo a citare in giudizio le aziende di alcolici e superalcolici » . Si profilano cause intentate da alcolisti gravemente danneggiati dalla consuetudine col bicchiere? « La tentazione ci sarà — commenta Elisabetta Alberti Casellati , noto avvocato padovano, sottosegretario alla Salute con delega sulle professioni sanitarie — . La sentenza è innovativa per la giurisprudenza italiana. In linea generale, è difficile definire il limite tra libera determinazione dell'individuo e la responsabilità di chi gli ha offerto un prodotto potenzialmente dannoso. In parole semplici. Se nessuno mi vieta di fumare tabacco, sono libero di scegliere se fare o no qualcosa contro la mia persona e non si capisce perché un terzo soggetto dovrebbe essere responsabile della mia scelta » . Scorge nella decisione della Corte d'Appello l'avvio di una nuova tendenza Luciano Caglioti , ordinario di chimica organica e prorettore dell'università La Sapienza di Roma per l'innovazione: « Un giorno si arriverà ad esigere un risarcimento dai produttori di bevande alcoliche e di tutti i cibi tossici e dannosi, magari anche di quelli che provocano obesità » . Come rappresentante dei medici italiani Giuseppe Del Barone , presidente degli Ordini, si domanda invece se i giudici romani non abbiano risentito dell'atmosfera « di avversione al fumo. E' una sciocchezza pensare che chi accende e spegne decine di sigarette al giorno non si interroghi se facciano male, se non altro perché si tratta di prodotti artificiali. Non c'è bisogno delle scritte per uscire dall'ignoranza. Sarebbe bastato chiedere al dottore http://www.assinews.it/rassegna/arti...r100305ri.html |
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10 marzo 2005
"Ucciso dal fumo, risarcite i familiari" Multa da 200mila euro, per l´Italia è la prima volta A Roma il tribunale civile condanna l´Ente tabacchi a indennizzare vedova e figlio di un professore morto nel 91 La cifra è relativa ai danni per i mancati avvisi sul "rischio tabacco" L´ex Monopolio: ci opporremo La società che è subentrata allo Stato annuncia il ricorso in Cassazione Gli avvocati "vincenti" invitano alla cautela: la legislazione da allora è molto cambiata GIOVANNA VITALE ROMA - Il fumo uccide. Non più solo un ammonimento dei medici, né una semplice avvertenza stampata sui pacchetti. A sancirlo è stata ieri la prima sezione civile della Corte d´appello di Roma che, per la prima volta in Italia, ha condannato l´Ente tabacchi a risarcire la famiglia di un insegnante di origine siciliana ucciso quattordici anni fa da un cancro al polmone. A convincere i giudici, l´esito della perizia medico-legale disposta su alcuni reperti bioptici, che attribuiva il decesso di Mario Stalteri, accanito tabagista, esclusivamente alle sigarette. Duecentomila euro: a tanto ammontano, secondo il collegio presieduto da Claudio Fancelli (estensore Oreste Bonavitacola), i «danni morali» subiti dalla vedova, Paola Giacalone, e dal figlio Marcello per le omissioni legate alla mancata informazione dei pericoli derivanti dal fumo. Obbligo imposto per legge solo a partire dal ´90. Nel frattempo, per oltre vent´anni, Stalteri aveva bruciato un pacchetto di sigarette al giorno. Fino alla morte. Nel ?91. A 64 anni. Tre anni dopo, la decisione della famiglia: chiamare in causa l´Ente Tabacchi (privatizzato nel ?98 e poi, nel 2003, acquistato dalla British-American Tobacco Italia) e iniziare quella che «il figlio riteneva fosse una mission culturale, una battaglia di civiltà condotta in memoria del padre per la tutela di un bene collettivo», spiega uno dei legali, Giulio Ponzanelli, dello studio milanese Bonelli, Erede, Pappalardo. Una battaglia lunga: bocciata in primo grado dal tribunale civile, che attribuì il decesso a una scelta volontaria di fumare, la sentenza è stata ora ribaltata in Appello perché, spiega il giudice Fancelli, «tutti gli esami disposti hanno confermato l´elevata probabilità che il tumore fosse causato dal fumo». Immediata la risposta della British American Tobacco: farà ricorso in Cassazione. Secondo il Bat, il danno contestato non può essere attribuito all´Eti perché risale a un periodo precedente all´istituzione della società, avvenuta nel ´98, quando la produzione e la commercializzazione del tabacco era gestita in via esclusiva dall´amministrazione dei Monopoli di Stato. Eppure, ribadisce il giudice Fancelli, «la sentenza sarà difficilmente riformabile», destinata com´è, secondo l´avvocato romano Vincenzo Zeno Zencovich, «a fare scuola anche in Europa, visto che è l´unica del genere». Ma se il Codacons annuncia una pioggia di ricorsi analoghi, i legali degli Stalteri consigliano comunque prudenza: «Bisognerà valutare caso per caso, anche perché - rispetto al ´91, quando il professore morì - la legislazione è molto cambiata. Ci sono più obblighi e cautele. Senza dimenticare la prescrizione, che in una vicenda come questa è di soli 5 anni». E i consumatori annunciano "Ora una pioggia di ricorsi" Cittadinanza Attiva: abbattuto un muro Il Codacons: coronata una lunga battaglia LAURA ASNAGHI MILANO - «Finalmente un muro è stato abbattuto ed è facile prevedere che saranno avviate centinaia di vertenze». Per Teresa Petrangolini, il segretario generale di Cittadinanza Attiva, la sentenza della Corte di Appello di Roma che condanna l´Ente Tabacchi a risarcire i danni ai familiari di Mario Staltieri, ucciso dal fumo di sigarette, rappresenta un precedente importante. «D´ora in avanti - spiega - ogni singola famiglia colpita dal problema potrà chiedere giustizia». Anche il Codacons, altra importante associazione in difesa dei consumatori, prevede una valanga di ricorsi ed esprime soddisfazione «per una sentenza che corona una lunga battaglia intrapresa anche con il contributo e il sostegno del Codacons». Secondo l´avvocato Vincenzo Masullo, dell´ufficio legale del Codacons, ci sarà una pioggia di ricorsi. «In questi mesi - precisa - stiamo preparando le battute finali di un caso analogo a quello di Stalteri, che si tiene davanti alla Corte di Appello di Roma, e che si concluderà entro prossimo agosto. Ma non è il solo. Abbiamo infatti già esaminato cento e più istanze per il risarcimento del danno da fumo. A questo punto partiremo senz´altro con una serie di ricorsi e immagino che in questi giorni arriveranno tantissime altre richieste d´intervento». Masullo ricorda, a chi sia interessato, che «sul sito del Codacons sono indicate tutte le istruzioni per contattare il nostro ufficio legale. E´ indispensabile inviare, insieme alle richieste, la documentazione medica che indica che la patologia è "fumo-correlata"». Anche Telefono Blu si mobilita. E mette a disposizione un numero (06.3751.8881) per chi ha intenzione di fare ricorso per i gravi danni alla salute causati dal fumo. I giudizi sulla sentenza sono positivi ma il Movimento consumatori, presieduto da Lorenzo Miozzi, avverte: «Evitiamo di alimentare facili entusiasmi. La sentenza in sé è innovativa ma non dobbiamo illudere la gente dicendo che, d´ora in poi, sarà tutto più semplice». Il Movimento consumatori frena gli entusiasmi e ricorda che «queste vertenze, oltre ad essere lunghe, non sono facili da sopportare. Un conto è fare causa perché si è rimasti coinvolti in una truffa, altro è chiedere i danni per un marito o un padre uccisi dal fumo». «È tutto vero - ammette Teresa Petrangolini, leader di Cittadinanza Attiva - ma, indubbiamente, è stato fatto un passo avanti. E di questo occorre prendere atto. É altrettanto vero però che le cause singole sono costose e complesse. Meglio le "class action", le azioni di gruppo, come succede in America. Ma in Italia, la legge sulle cause collettive è ancora in discussione al Parlamento e speriamo venga approvata rapidamente». http://www.assinews.it/rassegna/arti...p100305ri.html |
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10 marzo 2005
La Corte d'appello di Roma condanna l'Eti per i danni. Il fumo ora risarcisce Indennizzi da mancata informazione Per la prima volta in Italia, e probabilmente in Europa, un produttore di sigarette è stato condannato a risarcire i familiari di un fumatore morto a causa delle sigarette. Duecentomila euro: questa la cifra che l'Ente tabacchi italiani (Eti) dovrà versare ai familiari di un uomo, morto nel 1991, per le omissioni legate alla mancata informazione ai consumatori dei pericoli derivanti dal fumo. La sentenza è stata emessa dalla prima sezione civile della Corte di appello di Roma. La decisione del collegio presieduto da Claudio Fancelli chiude un contenzioso aperto nel 1994 dai familiari di Stalteri contro l'Eti (successore dei Monopoli di stato e ora denominato, dopo la privatizzazione, British - American tobacco Italia). Il produttore di sigarette italiano impugnerà il provvedimento davanti alla Corte di cassazione. In primo grado, nell'aprile del 1997, il tribunale civile respinse la domanda di risarcimento ritenendo che la causa del decesso fosse da attribuirsi a una scelta volontaria di fumare. La vedova del fumatore e il figlio si rivolsero alla magistratura lamentando la mancata comunicazione ai consumatori di sigarette dei ´gravi pericoli derivanti dal fumo'. La Corte di appello civile della capitale ha ritenuto, come spiegano i legali dei familiari di Stalteri, Giulio Ponzanelli e Vincenzo Zeno Zencovich, che la produzione e la messa in commercio di sigarette sia un'attività pericolosa per la salute umana. Il produttore, per i giudici, deve quindi adottare tutte le misure idonee a evitare i danni ai consumatori. Nel corso del procedimento una consulenza medica stabilì che il tumore che aveva colpito l'interessato era riconducibile al fumo. La sentenza, oltre a dichiarare inammissibile l'intervento in giudizio del Codacons, ha condannato l'Eti anche a pagare agli eredi 20 mila euro di spese legali nonché tutte le spese della consulenza medica. La sentenza, hanno dichiarato gli avvocati Ponzanelli e Zeno Zencovich, ´conferma che la giurisprudenza italiana in materia di responsabilità civile, da oltre 30 anni, costituisce una garanzia di tutela dei diritti fondamentali della persona, e in particolare del diritto alla salute, e si pone, prima in Europa, sulla scia di analoghe sensibilità dimostrate dai giudici statunitensi'. Fumo nei locali. Intanto, il segretario generale dell'Anci, Angelo Rughetti in una lettera al direttore della segreteria della Conferenza stato- regioni-autonomie locali, Riccardo Carpino, ha chiesto ieri l'istituzione di un tavolo tecnico in Conferenza unificata sulla recente normativa riguardante la disciplina del divieto di fumo nei locali chiusi e sui mezzi di trasporto pubblico. Secondo l'Associazione dei comuni ´la recente normativa sta creando sempre più frequentemente difficoltà per la sua applicazione. Dalla lettura delle disposizioni in materia si evincono alcune discrasie riguardanti le sanzioni applicabili in caso di inosservanza del divieto'. L'istituzione di un tavolo tecnico di confronto tra le parti interessate presso la Conferenza unificata sarebbe necessaria per ´evitare dubbi interpretativi sull'applicazione delle leggi vigenti e per scongiurare gli eventuali contenziosi che potrebbero crearsi'. http://www.assinews.it/rassegna/arti...o100305ri.html |
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10 marzo 2005
La prima sentenza risarcitoria è del 1988, quando la "casa" delle Chesterfield fu condannata a pagare 400mila dollari Class action e sanzioni miliardarie così negli Usa la guerra al tabacco Dai divieti nei parchi ai film antinicotina, una crociata che si accelera e si inasprisce Una escalation di mega rimborsi che Bush di recente ha provato a frenare ARTURO ZAMPAGLIONE NEW YORK - Divieto di fumo nei parchi pubblici di San Francisco e nei ristoranti di Manhattan. Risarcimenti miliardari stabiliti dalle giurie popolari. E poi: film anti - nicotina, campagne anti-tabacco finanziate con i soldi delle multinazionali, raffiche di «class action». La crociata americana contro le sigarette si accelera, si inasprisce, assume proporzioni sempre più vaste. In confronto, la condanna di ieri contro l´Eti, l´Ente tabacchi italiani, appare una timida bacchettata sulle dita. Ma i paragoni sono sempre pericolosi e spesso fuorivianti, anche perché negli Stati Uniti l´offensiva è partita molto prima che da noi. L´avvio ufficiale delle «ostilità» risale al 1907, cioè cinque anni dopo la nascita della British American Tobacco company, la stessa che nel 2003 ha rilevato l´Eti. Il dipartimento della giustizia fece causa alla American Tobacco per violazione delle norme anti-trust. Pochi anni più tardi, nel 1916, l´industriale Henry Ford, distraendosi dalla produzione di milioni di auto e dalla accumulazione di miliardi di dollari, pubblicò un saggio polemico contro la «piccola schiavista bianca». Cioè la sigaretta. Fu necessario aspettare più di mezzo secolo e il tramonto dei miti hollywoodiani di Humphrey Bogart, perché il Congresso e i tribunali cominciassero a lanciare le prime vere cannonate. Nel 1965 il parlamento introdusse l´obbligo delle avvertenze-salute sui pacchetti di sigarette; nel 1988 il gruppo Liggett, famoso per le sue L&M e Chesterfield, fu condannato a pagare 400mila dollari all´italo-americano Antonio Cipollone, vedovo di Rose, morta nel 1984 per le conseguenze del fumo. Quella dei Cipollone fu una sentenza rompighiaccio, anche se il marito di Rose non ricevette mai un dollaro, perché la multinazionale ricorse in appello e lui non aveva più soldi per pagare gli avvocati. In compenso servì a incoraggiare altre cause e a dare coraggio al movimento anti - nicotina. Tanto è vero che due anni dopo, nel 1990, scattò il divieto del fumo sui voli nazionali. La guerra giudiziaria contro la Philip Morris e le altre protagoniste del «Big Tobacco», cioè del «club» delle industrie del settore, si intensificò a metà degli anni novanta, mentre venivano fuori documenti scottanti che rivelavano per la prima volta i tentativi delle multinazionali di tenere segreti i danni potenziali del fumo e di fare quadrato contro i tribunali. Alcune cause hanno avuto successo, altre meno. Nell´ottobre 2002 una giuria di Los Angeles condannò la Philip Morris a pagare 28 miliardi di dollari nel caso di Betty Bullock come danni punitivi: che servono cioè da deterrente, a dare una lezione e ad evitare episodi del genere nel futuro (è una categoria che non esiste nell´ordinamento italiano). In seguito i 28 miliardi furono ridotti a 28 milioni da un giudice. Ma altre cifre milionarie furono stabilite a Miami, nel Kansas e a New York, mentre gli avvocati si davano da fare per promuovere iniziative «class action», cioè di risarcimento collettivo, che ora sono frenate da una legge voluta da Bush. Nel 1999 scesero anche in campo, su pressione di Bill Clinton, sia il ministero della giustizia che i rappresentanti di 46 stati americani. Obiettivo: recuperare i soldi spesi dal governo, e quindi dai contribuenti, per curare gli ammalati di cancro ai polmoni e di altre complicazioni legate al fumo. Per evitare un tracollo, anche borsistico, «Big Tobacco» si rassegnò a un accordo extra - giudiziale per il pagamento di 206 miliardi in vari anni. La somma serve ora a finanziare programmi di informazione sui pericoli della nicotina soprattutto tra i giovani. «Una morte su cinque negli Stati Uniti è conseguenza del fumo», ricorda il Cdc, il Center for disease control di Atlanta. «I costi sanitari dell´uso del tabacco ammontano da noi a 75 miliardi di dollari all´anno». Dati sconfortanti, questi, se si pensa alle dimensioni assunte della campagna anti-tabacco e alle cause giudiziarie. D´altra parte, tutti sanno che è una battaglia lunga, difficile, fatta di vittorie e di piccoli arretramenti, di pazienza e coraggio. E fatta anche di traguardi simbolici, come la sentenza italiana di ieri http://www.assinews.it/rassegna/arti...100305ri2.html |
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Gamma Ray Burst
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Pessima sentenza che cerca di scimmiottare gli americani e scarica sulla collettività le paranoie giustizialiste di carità pelosa e ipocrita. Nessuno obbliga nessuno a fumare, ma passiamo oltre. Allora incominciamo a chiedere risarcimenti miliardari perchè lo zio è morto di cirrosi - non c'è scritto nulla dei pericoli dell'alcol sulle bottiglie - o perchè il figlio imitava Rossi e si è schiantato con la moto contro un camion ? Honda, Fiat, Audi, ecc. ecc. mica scrivono in mezzo al cruscotto "gli scontri frontali oltre gli 80 km/h sono MORTALI". Anzi, una moto replica modello GP raggiunge i 280 km/h e la Mini Cooper ha 200 CV. |
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Tutto non è che fumo
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Il direttore risponde
Al direttore - Un napoletano di cinquantacinque anni, obeso, ha chiesto il risarcimento di duecentomila euro al panificio sotto casa che per cinquant’anni gli ha fornito un chilo e mezzo di pizza bianca al giorno senza avvertirlo che poteva ingrassare. Gianni Boncompagni (11/03/2005) Fonte: IL FOGLIO di oggi |
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11 marzo 2005
Sul tabacco il peso delle « responsabilità » GIUSTIZIA E SALUTE • Rese note le motivazioni della Corte d'appello di Roma che ha condannato l'Eti per il danno da fumo ROMA • Una motivazione accurata su un duplice fronte. Da un lato, si accerta l'esistenza di un rapporto di causalità tra il fumo e l'insorgenza del tumore ai polmoni. Dall'altro lato, si qualifica, senza ombra di dubbio, la produzione e la messa in commercio di tabacco come un'attività pericolosa ( articolo 2050 del Codice civile), chiarendo la responsabilità dell'Eti ( Ente tabacchi italiani) e gli inderogabli obblighi di informazione dei produttori nei confronti dei consumatori. La lettura della sentenza n. 1015 della Corte d'appello di Roma ( depositata in cancelleria il 7 marzo) che ha condannato l'Eti a risarcire i danni morali ( pari a 200mila euro) alla famiglia di un fumatore defunto nel 1991, chiarisce il percorso argomentativo seguito dai giudici. Che queste argomentazioni lascino o meno margini all'accoglimento delle centinaia di cause analoghe che sono state intentate, o stanno per esserlo, ( come annunciano le associazioni dei consumatori, in assenza della class action) è però tutto da verificare. Il rapporto causa effetto. Nelle considerazioni dei giudici d'appello della Capitale ( che hanno rovesciato il giudizio di primo grado creando il primo precedente del genere nel Vecchio continente) il passaggio basilare è stato quello di appurare se la neoplasia polmonare trovasse la sua causa nel fumo di sigaretta, nel senso che l'evento possa inquadrarsi tra le conseguenze normali e ordinarie del fumo, « secondo un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, pur in difetto di certezza assoluta, al di là di ogni ragionevole dubbio » . Sul punto sono state svolte contrastanti consulenze medico legali nel corso del giudizio. Dalla loro analisi complessiva, in ogni caso, il collegio ha tratto elementi a favore della sussistenza di questo nesso: « Alla stregua degli studi epidemiologici, del grado di esposizione a rischio del fumatore secondo la sua storia familiare, lavorativa e residenziale, nonché secondo le caratteristiche istopatologiche del tumore, doveva ritenersi altamente probabile, nella misura di oltre l' 80%, l'esistenza del rapporto causale tra neoplasia e prolungata abitudine al fumo di tabacco » . In sostanza, sono risultate cruciali le condizioni personali del fumatore abituale ( in media consumava 20 sigarette al giorno per 40 anni) colpito da cancro. Il quale è vissuto in piccole città facendo l'insegnante e, quindi, non è stato esposto a sostanze nocive, né aveva avuto in famiglia precedenti casi di tumori. Tuttavia, ha tenuto banco anche l'indagine epidemiologica, attraverso la quale il rischio di malattie oncologiche in dipendenza dal fumo di sigarette è stato determinato « su un piano generale di popolazione e aggregati di persone, nonché di talune collettività, in base alle loro caratteristiche generiche, alla loro storia, alle condizioni ambientali, alle occupazioni ecc., secondo criteri di tipo statistico » . Criteri che, appunto, se non assicurano " diagnosi" definitive nel caso specifico, potrebbero aprire uno spiraglio verso il risarcimento a coloro che hanno contratto il male trovandosi nelle medesime condizioni. Gli obblighi dei produttori. « Posto che il tabacco può provocare in elevata percentuale il cancro al polmone » , la Corte d'appello si è interrogata sulla natura del dovere, per chi lo produce o mette in commercio, di fornire ai consumatori « debite informazioni » sulle sue proprietà nocive. Giungendo anche su questo profilo a conclusioni innovative. « Il soggetto che produce il tabacco — ha stigmatizzato la Corte— non può ignorare i rischi per la salute. Ne è a conoscenza perché, grazie ai tecnici che fanno parte dei suoi laboratori, sa quale è la composizione dei tabacchi e quali le sostanze tossiche in essi contenute » . Del resto, è almeno dal 1950 che studi scientifici hanno ad oggetto gli effetti del fumo sulla salute dell'uomo. Tant'è, si osserva, « che da anni si sono introdotti sistemi di filtri per limitare gli effetti nocivi della nicotina e dei residui di catrame sui polmoni, evitando che una parte di tali sostanze fosse da questi assimilata » . In altre parole, l'Eti « esercitava un'attività pericolosa, ai sensi dell'articolo 2050 del Codice civile, per la ragione che i tabacchi, avendo quale unica destinazione il consumo mediante il fumo, contenevano in sé, per la loro stessa natura e per la loro composizione biochimica una potenziale carica di nocività, potendo dal fumo derivare danno alla salute » . Essendo coinvolto un diritto fondamentale dei cittadini, quale quello alla salute, tutelato direttamente dall'articolo 32 della Costituzione, l'Eti avrebbe dovuto — « pur in mancanza di una specifica disciplina di legge » ( i richiami alla nocività del fumo sono stati prescritti dalla legge 428 del ' 90)— informare il consumatore destinatario delle vendite dei rischi del fumo. Realizzando, per esempio, « una sistematica campagna di informazione, rendendo noti alla generalità dei consumatori gli aspetti negativi del fumo e suggerendo limitazioni e cautele. Inoltre— hanno esemplificato i giudici d'appello — avrebbe potuto inserire « magari anche all'interno delle confezioni di tabacchi, delle etichette o dei foglietti illustrativi » , così come si fa da anni in materia di emoderivati. L'Eti, invece, si è trincerata dietro l'affermazione di aver osservato tutte le disposizioni di legge, sottraendosi all'onere della prova liberatoria dalla presunzione di colpa a suo carico. « A nulla rileva — ha concluso la Corte d'appello — che il fumatore, alla stregua delle conoscenze scientifiche divulgate da anni a ogni livello, potesse effettuare una libera e consapevole scelta tra il fumare, assumendone i relativi rischi e il non fumare » . I consumatori vanno sempre informati L a nostra è sempre più la " società del rischio". Pertanto il diritto deve proteggere molto più che in passato chi subisce, ignaro e senza colpa, danni derivanti da attività lecite, ma pericolose. La sentenza della Corte d'appello di Roma ( sezione I, n. 1015/ 2005, si veda « Il Sole 24 Ore » di ieri) che ha condannato la British American Tobacco Italia Spa, subentrata alla società pubblica Eti, a risarcire i danni morali subiti dai parenti di un fumatore morto nel 1991 per tumore ai polmoni, eleva il livello di tutela dei consumatori. Lo strumento giuridico che le leggi vigenti, anche sotto la spinta del diritto comunitario, hanno utilizzato via via, è la cosiddetta responsabilità oggettiva. Il principio applicato anche dalla Corte di appello di Roma è posto in modo cristallino nel Codice civile: chi provoca un danno ad altri nello svolgimento di un'attività pericolosa è tenuto al risarcimento « se non prova di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno » ( articolo 2050). Ad esso si ispira anche la legislazione speciale sulla responsabilità del produttore introdotta negli anni Ottanta del secolo scorso. Una volta qualificata come " pericolosa" la produzione e la vendita di tabacchi, la Corte di appello di Roma ha addossato all'impresa l'obbligo di usare ogni cautela per evitare che il rischio si tramuti in danno. E la prima cautela è informare il consumatore in modo adeguato. Infatti, in una società liberale, il cittadino può, entro certi limiti, svolgere attività anche ad alto rischio ( volo con il deltaplano). Ma deve essere reso almeno consapevole per quanto possibile dei rischi. E, come sottolinea la sentenza, il produttore di sigarette è in grado molto più del consumatore di valutarli, anche perché è ragionevole ritenere che sia al corrente dello stato degli studi scientifici in materia. L'obbligo di informazione, così come quello di adottare tutte le misure idonee a evitare il danno, prescinde dall'esistenza di una legge che lo preveda espressamente. La Corte d'appello richiama sul punto alcuni precedenti in materia di emoderivati e di prodotti chimici. Nel caso del fumo solo in seguito alla legge n. 428 del 1990 vige l'obbligo di indicare sui pacchetti di sigarette un avvertimento chiaro. Resta tuttavia da stabilire quand'è che un'attività possa essere considerata pericolosa. La Corte d'appello di Roma, nel valutare il cosiddetto nesso di causalità, fa riferimento a un « serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, pur in difetto di certezze assolute » . Il guaio è che in molti campi la scienza non è ancora in grado di stabilire con sufficiente precisione il grado di probabilità. Si tratta, dunque, di un criterio ad applicazione incerta. La sentenza della Corte d'appello di Roma non scatenerà una massa enorme di contenzioso in materia di fumo. Il caso deciso, infatti, risale a più di 15 anni fa ed è molto particolare. Inoltre il diritto al risarcimento del danno si prescrive dopo cinque anni dal fatto ( sia pure inteso come conoscibilità del danno). Ammesso che la sentenza non venga annullata in sede di probabile ricorso per Cassazione, resta tuttavia da vedere a quali altre attività potrà trovare applicazione il principio da essa affermato. http://www.assinews.it/rassegna/arti...e110305ri.html |
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