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Vecchio 28-02-05, 14:05   #1 (permalink)
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Braccio di ferro per i fondi comunitari

Braccio di ferro per i fondi comunitari


GIULIO MORELLI

Il primo maggio 2004 è una data che gli agricoltori italiani non scorderanno tanto facilmente. L’entrata di dieci nuovi membri nell’Unione Europea, quasi tutti appartenenti all’ex blocco sovietico, è destinata a rivoluzionare il sistema dei fondi comunitari. Italia e Spagna non saranno quindi più i principali beneficiari e il loro posto sarà preso dalla Polonia, che con i suoi 39 milioni di abitanti è la nazione più popolosa fra quelle appena entrate. L’esatta misura del cambiamento non è ancora noto perché l’entità degli aiuti per il periodo 20072013 è ancora oggetto di discussione (la decisione è attesa per il mese di giugno), ma le prime avvisaglie ci sono già state: per il periodo 20042006 Varsavia ha ricevuto 12,4 miliardi di euro, solo un piccolo acconto strappato durante le trattative per l’entrata del Paese nella Ue. Qualunque sia l’esito delle trattative in corso, questa cifra è destinata a crescere esponenzialmente a partire dal 2007, quando entreranno in vigore i nuovi accordi.
Visto però che la partita più importante è ancora in corso non è neanche possibile dire di quanto sarà tagliato il budget destinato all’Italia. Soprattutto perché il governo Berlusconi è impegnato in serrate trattative per conservare il maggior importo possibile di fondi strutturali. I numeri in gioco, d’altra parte, sono enormi. Basti ricordare, che la spesa agricola copre ancora circa il 45% dell’intero bilancio comunitario e che nel 2003 sono stati erogati più di 44 miliardi di euro.
I punti su cui i governi europei stanno trattando sono numerosi ma il principale riguarda la percentuale dei Pil nazionali da destinare ai fondi. La proposta della Commissione parla dell’1,4% del prodotto interno lordo. L’Italia e la maggioranza dei Paesi sono favorevoli, ma sei nazioni (Germania, Francia, Regno Unito, Svezia, Austria e Paesi Bassi) spingono per ridurre i contributi all’1%. Una prima importante indicazione sull’entità dei finanziamenti a disposizione verrà dunque dall’esito di questo braccio di ferro. E ci sono buona probabilità che lo schieramento di cui fa parte l’Italia esca vincitore non solo perché rappresenta la maggioranza a livello comunitario, ma anche perché i sei oppositori non riescono a mettersi d’accordo su cosa tagliare.
Nel frattempo, con la legge finanziaria 2005, il governo ha stanziato 600 milioni per il biennio 20052006 da destinarsi alle Politiche agricole. Con questa somma le Regioni potranno cofinanziare i progetti avviati con i fondi europei, portando così la capacità di spesa dell’Italia a 1,2 miliardi visto che il cofinanziamento è al 50%. Grazie a questo espediente il nostro Paese potrà intercettare i fondi non utilizzati dai partner Ue disponibili dal 2006 (attualmente si stima una cifra attorno ai 280 milioni) e presentarsi all’appuntamento con la nuova programmazione 200713 con le migliori perfomance di spesa. Poter documentare una spesa efficiente nella passata programmazione è infatti uno dei principali criteri proposti da Bruxelles nella bozza di regolamento sulla riforma dello Sviluppo rurale.
L’idea del cofinanziamento è stata avanza dal ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno, anche in sede europea. Egli ha infatti proposto che i singoli governi nel periodo 20072013 integrino con un quota del 20% i fondi ricevuti da Bruxelles per gli aiuti diretti agli agricoltori, che vanno dalla gestione dei mercati al sostegno dei redditi dei produttori. Verrebbe insomma estesa alla parte storica della politica agricola comune la formula del cofinanziamento già ampiamente sperimentata con le misure dello sviluppo rurale e dei fondi strutturali. Per l’Italia questo significherebbe un risparmio di 160 milioni di euro che, secondo il progetto del ministro, dovrebbero comunque essere riservati a progetti agricoli. In questo caso però le speranza di ottenere l’approvazione dei partner europei sono ridotte al lumicino. Nell’ottobre 2002, per sbloccare il negoziato per l’allargamento, facendo propria una preventiva intesa franco — tedesca, i Capi di Stato e di Governo fissarono l’evoluzione del bilancio agricolo comunitario. In quell’occasione, infatti, l’Unione Europea decise di bloccare le spese per la gestione dei mercati e per i pagamenti diretti fino al 2013, prendendo come cifra iniziale il livello che sarà raggiunto nel 2006 con un’indicizzazione annuale dell’1%. Questo accordo, che non riguarda le risorse per lo sviluppo rurale, è stato ovviamente considerato nella costruzione delle proposte della Commissione per le prossime prospettive finanziare. Cambiare questo punto è però assai improbabile visto che ogni proposta alternativa si scontrerà con la durissima opposizione della Francia, il principale beneficiario delle spese agricole.


http://www.repubblica.it/supplementi...kacasenno.html
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Vecchio 28-02-05, 14:06   #2 (permalink)
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Alimentari, la qualità paga sempre ma l’export agricolo preoccupa


MARCO ONNEMBO

L’agricoltura italiana soffre in termini di competitività facendo registrare nel 2004 alla voce commercio con l’estero un deficit della bilancia agricola e alimentare di 9,2 miliardi di euro (+3,1% sul 2003). L’allarme arriva da Confagricoltura che individua nelle "performances non brillanti" e nella "concorrenza selvaggia dei paesi extraUe" gli elementi che rendono la vita difficile alle aziende italiane. Nel 2004 l’agricoltura italiana, secondo le stime dell’associazione degli agricoltori, incluse le attività della pesca e silvicoltura, ha registrato una flessione molto elevata delle esportazioni complessive (—9,9%), Ue ed extra — Ue. Diminuiscono anche le importazioni, ma in misura assai più contenuta (—2,1%). Il saldo negativo sale a 5,3 miliardi di euro, 219 milioni in più (per una crescita pari al 4,3%) rispetto al 2003.
Dati allarmanti che fanno il paio con un rapporto IndicodEcr, curato da Nomisma ( Originale italiano Strategie e strumenti di tutela e promozione del made in Italy alimentare sui mercati mondiali, in uscita in libreria nelle prossime settimane), nel quale si analizzano punti di criticità e soluzioni per superare l’impasse del settore e nel quale si sottolinea come «il sistema agroalimentare italiano ha vissuto negli ultimi anni un difficile momento evolutivo», entrando in un contesto radicalmente mutato negli elementi dello scenario e nelle regole competitive. Senza contare le difficoltà causate dal processo di imitazione dei prodotti di maggiore successo nei mercati esteri. Un contesto, però, che sempre secondo lo studio Nomisma ha portato a «una maggiore attenzione ai contenuti del prodotto e al rapporto tra tali contenuti e il prezzo corrisposto».
Questo cambiamento di atteggiamento ha portato con sé un corollario importantissimo che è quello, appunto, della ricerca della qualità e della sicurezza del prodotto, anche al di là delle variabili economiche e dei costi. E i dati lo dicono chiaramente: l’export agricolo e alimentare dell’Italia aggiornato a novembre 2004 mette in evidenza come le esportazioni del prodotto agricolo sono calate del 10%, mentre cresce quello alimentare (+3%) e anche il vino cresce rispetto allo stesso periodo del 2003 (+4,5%). Un dato che evidenzia come se sul fronte delle coltivazioni, dei processi produttivi (dove entrano in gioco fattori quali il costo del lavoro) la competizione internazionale si fa più forte, quando la partita si sposta sul prodotto, e cioè sulla qualità, le cose cambiano.
Il fattore qualità, dunque, risulta importante su due fronti diversi: da un lato, si pone come barriera all’ingresso di prodotti stranieri e impulso per una maggiore penetrazione nei mercati esteri; dall’altro, per combattere i molti tentativi di imitazione.
Dunque la tutela e la valorizzazione delle filiere Doc, Dop, Docg, Igp rappresentano uno dei punti centrali del comparto agroalimentare e i prodotti rientranti all’interno di queste denominazioni sono molteplici, anche se a fare la parte del leone sono sempre i "soliti noti". Basti pensare che dei quasi 9 miliardi di valore al consumo attribuibile al paniere tutelato, il 65% si riferisce ad appena quattro prodotti: Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma e di San Daniele, Grana Padano.
Su questo fronte le cifre parlano chiaro: già due anni fa, circa un terzo del fatturato totale delle imprese alimentari italiane poteva vantare attributi di qualità "codificata". I modelli di qualità maggiormente perseguiti riguardavano la tracciabilità del processo produttivo, la tipicità del prodotto (sia mediante l’utilizzo di sole materie prime italiane, sia mediante il ricorso ai marchi di denominazione europei quali Dop, Igp, Doc, ecc.), l’assenza di organismi geneticamente modificati, la certificazione Iso dei sistemi aziendali. I marchi, dunque, sono tra gli strumenti più idonei attraverso cui è possibile difendere e valorizzare i tanti "distretti del gusto" italiani. Ma non solo.
Discorso in parte coincidente con questo è quello della salvaguardia dei presidi alimentari di tutti i prodotti della tradizione alimentare italiana, marchiati o meno. «Al di là dei prodotti marchiati — afferma Carlo Barbieri, responsabile sviluppo prodotti tipici Coop — ci sono tanti prodotti di nicchia o comunque legati a un determinato territorio o a una determinata stagione dell’anno ai quali noi abbiamo dato una opportunità commerciale e la sorpresa è stata tanta quando abbiamo osservato come dei prodotti di nicchia legati strettamente a una zona, abbiano poi avuto un successo incredibile in tutta Italia». Proprio in questa direzione s’innesta l’iniziativa dei presidi del gusto che hanno riguardato salumi, vini, formaggi selezionati da Slow Food e che attraverso la catena distributiva della Coop sono stati fatti conoscere su tutto il territorio nazionale.


http://www.repubblica.it/supplementi...46kolonna.html
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Vecchio 28-02-05, 14:17   #3 (permalink)
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Un vero boom per i prodotti dei paesi poveri



convenienza, razionalità economica, qualità e solidarietà. Messe così, queste parole non sembrano avere un legame diretto tra di loro, ma se viste all’interno di quello che da tempo viene definito come commercio equo e solidale, trovano la loro comune ragion d’essere. E’ proprio questo l’unico settore commerciale che anche in tempi di crisi ha raddoppiato il suo fatturato: si calcola che in Italia, negli ultimi 2 anni, i clienti dell’"equo" siano passati da 3,7 a 7 milioni e anche le piccole botteghe in cui fanno bella mostra di sé il cioccolato, il caffè, lo zucchero, i dolci, i succhi, le banane, la frutta secca e, ultimamente, anche i vestiti, hanno fatto registrare un boom.
Il tutto, naturalmente, proveniente da piccoli produttori sparsi nei Paesi del sud del mondo (Colombia, Guatemala, Perù, Costa Rica, Paraguay, Messico, India, Ghana, Ecuador, Thailandia). La crescita non è solo merito dei "piccoli", ma anche dei "giganti buoni", infatti molte catene della grande distribuzione alimentare, come la Coop, hanno scommesso su questi prodotti e su quello che significano, sostenendo lo sviluppo sostenibile dei Paesi produttori e contribuendo in Italia alla diffusione di una vera cultura equa e solidale tra il grande pubblico.
Un paio di decenni fa, solo l’idea di poter avviare un discorso del genere in Italia appariva come un’utopia agli occhi dei più; oggi, è un comparto affermato che, complessivamente, ha un giro d’affari stimato intorno ai 20 milioni di euro, con una crescita (sul 2002) di oltre il 100%.
E un grande contributo alla crescita di questo business l’hanno senz’altro offerto i prodotti provenienti dal consorzio "Libera Terra", associazione presieduta da don Luigi Ciotti, che vengono lavorati nei campi confiscati alla mafia. E così da qualche anno sugli scaffali dei supermercati Coop sono arrivati la prima pasta e il primo olio "antimafia" frutto del lavoro dei giovani delle cooperative sociali "scoperte" da don Ciotti.
(m. on.)
http://www.repubblica.it/supplementi...kiacchera.html
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