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Dopo aver invaso i mercati ora la Cina ....
Dopo aver invaso i mercati ora la Cina compra le aziende
EUGENIO OCCORSIO Vi risultano familiari nomi come Sanju, Bluestar, Baosteel, Minmetals, Huawei? Se la risposta è no, com’è presumibile che sia, dovete prepararvi ad un grosso e urgente salto culturale, perché sono tutti nomi di compagnie cinesi scatenate nell’arrembaggio all’occidente. Chiamiamola "fase 2" del grande boom: dopo aver invaso il mondo di prodotti a basso prezzo, i cinesi ora si sono lanciati nell’acquisto di aziende europee, americane, anche del resto dell’Asia. I soldi non gli mancano: è lo stesso governo cinese, il paese non dimentichiamolo che ha il maggior numero di riserve in dollari del pianeta, a finanziare questa campagna acquisti. «Se scorriamo la lista delle prime cinquanta aziende cinesi conferma David Michael, vice president e direttore di Boston Consulting China ne troviamo a fatica qualcuna che abbia un azionista di riferimento privato». E anche in questi casi, il governo, in un’economia così centralizzata come quella cinese, dice la sua, nel senso che facilita i finanziamenti necessari a comprare società all’estero. «La storia oggi è cambiata: gli investimenti stranieri in Cina continuano, ma la mainstream riguarda gli investimenti dei cinesi all’estero», spiega Bob Broadfoot, un consulente di business basato ad Hong Kong. Non passa giorno senza che venga annunciato qualche accordo a sensazione, che sempre più riguarda marchi noti. Prima è stata la volta dell’America, dove tanto per fare un esempio la Minmetals ha acquistato la maggior compagnia mineraria canadese, la Noranda, per 5 miliardi di dollari secchi. E ora tocca all’Europa. La settimana scorsa la Shanghai Automotive Industry Corporation ha acquistato per un miliardo di sterline il glorioso gruppo britannico MG Rover, un’operazione peraltro salutata con sollievo dai sindacati perché permette la salvezza di 6mila dipendenti nello stabilimento di Longbridge. Pochi giorni prima lo Shenyang Machine Tool Group aveva comprato la Schiess, un’azienda di Aschlersleben nella ex Germania Est che da 140 anni produce torni, alesatrici e meccanica di precisione. E sempre in Germania l’altra metalmeccanica Welz, gloriosa costruttrice di estintori e altri contenitori a pressione, è finita nel portafoglio della Huapeng con tutti i suoi 50 dipendenti vicino Berlino. Altrettanto attivi i conesi sono sul fronte delle cooperazioni industriali: la Huawei, una delle prime dieci aziende cinesi specializzata in telecomunicazioni, ha appena concluso un accordo con la Siemens per distribuire i propri apparati di data networking in Europa. E nessuno dimentica che la francese Thomson, che a sua volta possedeva l’americana Rca, è stata acquistata a metà dell’anno scorso dalla cinese Tlc che si è ritrovata di colpo ad essere il maggior produttore di schermi televisivi del mondo, e che la divisione pc dell’Ibm è finita in dicembre per 1,78 miliardi di dollari nel portafoglio della Lenovo con tutto il suo nome, il suo prestigio e i suoi 22mila dipendenti. Ma perché tutta questa frenesia all’acquisto? «I cinesi sono affannosamente alla ricerca di knowhow occidentale», risponde Michael della Bcg, che lavora a Pechino da molti anni. «E’ la loro via alla globalizzazione: acquisire in proprio la competenza e la potenzialità di un’economia occidentale è un processo troppo lento, nel quale oltretutto non si sentono all’altezza. Così è partita la direttiva, i massicci finanziamenti di cui parlavo e perfino le modifiche di legge necessarie: il tutto per comprare direttamente aziende. Anche per l’ovvio motivo che così si è più vicini ai mercati di sbocco, quelli che contano, e questo fa premio anche sul fatto che ». Tutto rientra in questo gioco: anche l’apprezzamento dello yuan cui si assiste in queste settimane, e secondo gli esperti monetari si intensificherà durante il 2005 (molto di più dell’apprezzamento dell’euro), rinforza il potere commerciale all’estero di Pechino. Né si può dire che i cinesi vengano meno alla loro tradizione mercantile: intanto i semplici negozi posseduti direttamente da piccole società cinesi, queste sì private anche se spesso sovvenzionate con crediti agevolati dallo stato, si moltiplicano a vista d’occhio a Roma, Milano, Francoforte, in tutta Europa. Nella sola città di Amburgo, tanto per fare un esempio citato da Business Week, durante il 2004 ne hanno aperti 42 portando il totale a 360. E a Dusseldorf e in tutta la regione della WestphaliaNord Reno ce ne sono più di 100. Mercanti e commercianti, dunque: a forza di comprare compagnie di navigazione, oggi più di 2.200 modernissime navi da pesca battenti bandiera cinese percorrono i mari di tutto il mondo. E, tanto per essere presenti nei settori di base, il governo tramite le tre grandi compagnie petrolifere PetroChina, Sinopec e Cnooc, ha investito in due anni 7 miliardi di dollari per pozzi e progetti energetici all’estero, come riporta con malcelato orgoglio lo stesso People’s Daily, il quotidiano di Pechino. Il fatto che il giornale ufficiale del partito comunista dedichi tanto spazio a queste operazioni, tra l’altro, conferma che tutte rispondono ad una precisa deliberata strategia del governo. Compresa la diversificazione: ancora nel 2003 il 41% del totale degli investimenti cinesi all’estero (che in quell’anno ammontarono a 32,2 miliardi di dollari) era rappresentato solo da Hong Kong, Usa, Giappone e Germania. Oggi gli interventi, che nel 2004 sono raddoppiati rispetto all’anno precedente, sono molto più distribuiti. «I cinesi investono oggi più volentieri in Europa che in America nota Broadfoot certo essenzialmente per essere presenti sul mercato in forze ma anche per motivi politici, perché si sentono molto più vicini agli europei che agli americani». Su questo fronte, quello politico, si scivola sulla delicatissima questione della vendita delle armi alla Cina, tuttora bloccata per la questione dei diritti umani sia in Europa che in America. Ma l’Ue ha annunciato che quest’estate potrebbe rimuovere l’embargo, mentre anche recentemente il Congresso di Washington ha votato no con 411 voti contro tre. Bush nel viaggio a Bruxelles dei giorni scorsi ha preferito non accentuare quest’ulteriore divisione con l’Europa, ma certo c’è un mercato da 15 miliardi di dollari che attende. http://www.repubblica.it/supplementi...cinesetti.html |
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Chi sono i tycoon di Pechino
AGNESE ANANASSO Dal settore dell’elettronica al petrolchimico, le grandi aziende cinesi stanno letteralmente prendendo d’assalto Europa e Stati Uniti, aprendo nuove sedi nella capitali occidentali degli affari, da New York a Parigi, Londra, Milano. La Cina sta invadendo il mercato in quasi tutti i settori produttivi, ma a fare da traino sono il siderurgico, l’elettronico e il petrolchimico. Generalmente si tratta di grandi gruppi industriali gestiti a gestione pubblica, come la China National BlueStar Corporation, più nota sotto il brand Blue Star, una delle realtà industriali statali più conosciute in Cina, specializzata nella lavorazione di prodotti chimici e nuovi materiali. Con sede a Pechino, ha più di quaranta tra aziende controllate e istituti di ricerca scientifica, in più è azionista di quattro compagnie pubbliche che comprendono BlueStar Cleaning Co., BlueStar New Materials Co., BlueStar Petrochemicals Co. E Shenyang Chemicals Co. E’ un’azienda da 12 miliardi di Renbinbi di fatturato (1,5 miliardi di dollari). In più ha fondato la più grande catena di assistenza auto del Paese e una delle maggiori aziende cinesi di snack. Altrettanto complessa e articolata è la struttura della Baosteel Group Corporation, con sede a Shangai, specializzata nella produzione e nella lavorazione di acciaio. Fondata nel 1998 comprende la Baoshan Iron and Steel (Group) Corporation, la Shanghai Metallurgical Holding Group Corporation e la Shanghai Meishan Group Co. Con un capitale registrato di 5,4 miliardi di dollari, possiede circa 60 tra aziende controllate e partecipate. Tra quelle che controlla completamente ci sono compagnie nel settore metallurgico ma anche finanziario e commerciale. La sua produzione, che si aggira sui 20 milioni di tonnellate l’anno, soddisfa sia la domanda interna che quella estera. Sempre nell’ambito del settore metallurgico opera la China Minmetals Corporation (fondata nel 1950 a Pechino) che produce e vende in tutto il mondo metalli, minerali, materie prime e prodotti elettrici, ma si occupa anche di finanza, di mercato immobiliare, progettazioni ingegneristiche e mercato navale. Dal 1999 rientra tra le 44 "aziende chiave" gestite dal governo centrale. Nel 2003 Minmetal ha raggiunto un fatturato di 11,7 miliardi di dollari, proveniente dalle 168 aziende controllate o partecipate, di cui 14 nazionali pubbliche e 50 controllate sparse nel mondo. Nel settore petrolchimico emergono nomi come Petrochina, Sinopec International e China National Offshore Oil Corporation (Cnooc). Petrochina, entrata a far parte dal 1999 dell’azienda pubblica China National Petroleum Corporation (CNPC), è una delle maggiori aziende cinesi, in termini di fatturato, nella produzione, lavorazione e vendita di prodotti chimici, di gas naturale e di petrolio. Con sede a Pechino e quotata alla borsa di New York e Hong Kong, ha fatto registrare negli ultimi anni profitti medi annui di oltre 5 miliardi di dollari. Anche la pechinese Sinopec, che fa parte della China Petrochemical Corporation, ha un giro d’affari intorno ai 4 miliardi di dollari annui. Si occupa dell’importexport di petrolio grezzo, materie prime e prodotti petrolchimici in genere. La Cnooc, anch’essa basata a Pechino, con i suoi 22 mila dipendenti, è una compagnia da 13 miliardi di dollari di fatturato, che in 21 anni ha siglato più di 150 contratti con 70 big internazionali del petrolio. Nel business dell’elettronica due sono i nomi di spicco: Lenovo Group Limited e Haier Group. La Lenovo (fino al 2003 conosciuta come Legend) è stata recentemente sotto le luci della ribalta per aver acquistato il comparto Pc di Ibm. Con i suoi 9.200 dipendenti e un giro d’affari di oltre 23 miliardi di dollari, è la più grande compagnia di elettronica in Cina, la quarta per valore di brand, considerando anche gli altri settori produttivi. Il suo core business è la produzione di desktop computer, notebook, mobile handset, server, stampanti e accessori. Con sede a Pechino, detiene il 27 per cento del mercato cinese dei Pc (stime Idc del 2003). La Haier Group, che ha già una sua divisione europea, la Haier Electronics Europe con sede a Milano, ha aperto in Cina dei veri e propri parchi dedicati all’industria elettronica, il principale è situato a Qingdao, proprio dove c’è la sede principale. Fondata nel 1984, Haier è il quinto produttore mondiale di articoli di elettronica per volume, dagli elettrodomestici ai cellulari, con un giro d’affari di 12 miliardi di dollari.Oggi conta 30 mila impiegati in 165 paesi, con 89 linee di prodotti. Il suo presidente e fondatore M. Zhang Ruiming, è stato il primo imprenditore cinese ad aprire la sua azienda al mercato occidentale, un visionario che ha avviato la lunga marcia verso l’Occidente. http://www.repubblica.it/supplementi...010jiabao.html |
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