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Vecchio 27-02-05, 17:20   #1 (permalink)
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Banche: concorrenza mancata, banche estere....

Banche: i costi della mancata concorrenza
Tito Boeri
Roberto Perotti

Il possibile compromesso alla Camera…

Nell’ ambito del dibattito sul risparmio, si sta delineando un compromesso sul ruolo della Banca d’ Italia: potrà tenersi il controllo di fatto del sistema bancario, vincendo così la concorrenza dell’Antitrust, in cambio di un qualche limite sul mandato del governatore.

Il giudizio su questo compromesso dipende necessariamente dalla valutazione del ruolo della Banca d’Italia nel tutelare la concorrenza del sistema bancario in questi ultimi anni. Una parte importante di questa valutazione consiste nella risposta ad una semplice domanda: quali sono stati gli effetti sul consumatore del processo di riorganizzazione del sistema bancario?

.. e la disputa con Bruxelles sull’internazionalizzazione

La risposta a tale quesito è importante anche in connessione alla recente disputa fra Banca d’Italia e Commissione Europea. Il grado effettivo di concorrenza all’interno del sistema bancario dipende infatti dalla protezione di cui le banche italiane godono nei confronti di potenziali investitori esteri. Il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, ha sottolineato come la quota straniera nelle prime quattro banche italiane, pari al 16 percento, sia la più alta d’ Europa. Ma il punto rilevante per valutare l’ effetto sulla concorrenza non è la quota di partecipazione straniera, bensì la contendibilità. Deve essere realisticamente concepibile per una banca straniera acquisire un pacchetto di maggioranza di una importante banca italiana. Oggi questo non sembra essere il caso.

La distinzione tra quota complessiva e pacchetto di controllo di singole banche è importante. Il settore bancario ha fatto molti progressi nell’ultimo decennio, ma permangono notevoli sacche di inefficienza e comportamenti non competitivi. L’ entrata di soggetti stranieri con quote di controllo contribuirebbe a introdurre più concorrenza, forme alternative di cultura aziendale, nuove tecnologie e servizi. Come in tutte le situazioni in cui la concorrenza è limitata artificialmente, alla fine chi paga è il consumatore, in termini di prezzo, qualità e varietà dei servizi bancari offerti al consumatore.

Quanto costa la mancata concorrenza ai consumatori?

Una ricerca di Capgemini ha calcolato il prezzo nel 2003 di una serie di "core banking services" (assegni e pagamenti, gestione del conto, anticipi e scoperti, e gestione degli errori) su un campione di 73 banche in 11 paesi (Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Olanda, Norvegia, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia). I risultati sono nella Tabella 1: come si vede, il prezzo medio di questi servizi nelle 6 banche italiane nel campione (le 6 maggiori banche italiane per attivi) è il più alto: € 206, contro una media nei paesi del campione di € 109. I dati per il 2004 verranno resi noti il 22 marzo di quest’anno. Il costo dei conti bancari, aggiustato nel 2004 per tenere conto della composizione tipica dei servizi bancari utilizzati dal consumatore medio in ogni paese, è ancora in Italia tra i più alti d’Europa, anche se con differenze meno marcate rispetto alla precedente ricerca.

Come riportato dal Sole 24 Ore di lunedì 21 febbraio, una ricerca di Mercer Oliver Wyman per l’ABI su 7 paesi (Italia, Spagna, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Regno Unito) è giunta ad una conclusione simile, pur qualificata in alcune direzioni. La ricerca tiene conto del prezzo effettivo pagato dai consumatori, che spesso si discosta da quello di listino, e dell’ uso di "pacchetti" che includono operazioni e servizi gratuiti; pur con questi aggiustamenti, il costo medio in Italia di un conto di deposito è di € 133, contro una media dei 7 paesi di 73. Anche escludendo il Belgio, l’Olanda e il Regno Unito, dove il modello di business è completamente diverso, l’ Italia ha un costo medio più alto che negli altri paesi.

I più alti costi al consumatore dei servizi bancari di base possono, almeno in linea di principio, essere compensati da uno spread minore tra tassi attivi e tassi passivi, cioè da una remunerazione più alta dei depositi per un dato tasso attivo. In effetti si nota una relazione inversa tra spreads e costi dei servizi bancari in tutti i paesi. Ma non in Italia. Sempre secondo la ricerca Capgemini, dopo la Germania nel 2003 avevamo infatti lo spread più alto di tutti i paesi del campione, 4,5 punti percentuali.

Indicazioni diverse – sui tassi di cambiamento piuttosto che sui livelli - si ricavano dai dati Eurostat (cfr. anche un recente lavoro di Giovanni Ferri e Ugo Inzerillo). Dal 1996 alla fine del 2004, il costo dei servizi bancari era aumentato del 78 percento in Italia, e del 28 percento nella media dei 15 paesi dell’ Unione Europea; esso era addirittura sceso del 30 percento nel Regno Unito. Anche negli ultimi tre anni coperti (dal 2002 al 2004) l’ incremento dell’ indice è stato ben superiore in Italia rispetto alla media UE: 23 percento contro 9 percento.

Questo indice include anche operazioni non al dettaglio. Un dato utile riguardo alle operazioni al dettaglio si può desumere dalla componente "servizi bancari" nell’ indice dei prezzi al consumo ISTAT. Rispetto al 1998, l’indice dei servizi bancari a fine 2004 è aumentato del 48 percento, contro un aumento del 17 percento dell’ indice generale dei prezzi al consumo.

Una terza fonte di informazioni per un confronto internazionale è il rapporto "Public Opinion in Europe: Financial Services" della Commissione Europea. La tabella 2 mostra alcune domande che si riferiscono alle banche, e la percentuale delle risposte "difficile o molto difficile" in Italia e nella media dei paesi Europei; la tabella mostra inoltre il numero dei paesi in cui la percentuale di risposte "difficile o molto difficile" eccede la percentuale italiana.

Questo tipo di investigazioni va preso con cautela: le risposte possono essere influenzate da fattori culturali di cui le banche non sono responsabili. Tuttavia, esse offrono indicazioni interessanti. Come si vede, in tutti i casi la percentuale italiana è superiore a quella della media dei paesi. In alcuni casi (come la trasparenza delle informazioni e il potere contrattuale nel caso di dispute con la propria banca) la differenza è sostanziale.

Quindi che fare?

Il sistema bancario italiano ha indubbiamente compiuto notevoli progressi negli ultimi anni, grazie anche alle direttive dell'Unione Europea che ci hanno imposto di liberalizzare gli sportelli, portando ad un loro forte incremento. Ma un confronto internazionale sui livelli dei costi dei servizi offerti ci dice che rimane ancora molto cammino da compiere. In questo quadro, chiudere le porte alla concorrenza estera può essere pericoloso.

E a chi affidare la tutela della concorrenza bancaria? Da un lato, Bankitalia ha dato chiari segnali sulla propria posizione riguardo all’apertura del nostro sistema bancario a banche estere. Dall’ altro, alcune recenti nomine all’Antitrust fanno temere che questo istituto potrebbe non avere l’ autorevolezza e le competenze necessarie per occuparsi di un settore così cruciale. In assenza di questi problemi – che speriamo siano transitori – la scelta ricadrebbe a favore dell’Antitrust.

Tabella 1: costo dei servizi bancari di base e spread



Italia


USA


Norvegia


Canada


Spagna


Francia


Germania


Svezia


Belgio


Regno Unito


Olanda

Costo annuale dei Servizi Bancari di Base, in Euro


206


175


156


117


104


102


102


88


60


56


31

Spread tra tassi attivi e passivi


4.5


2.7


1.5


1.6


2.2


4.1


6.2


2.6


Fonte: Capgemini, "World Retail Banking Report 2004" , con successive modifiche



Tabella 2: inchiesta Commissione Europea



Italia


EU15


Paesi con percentuale di risposte positive superiore all’ Italia

Confrontare informazione tra banche sulle caratteristiche e i costi dei conti è difficile o molto difficile


62


50


1 paese

Conoscere in anticipo il costo di un prestito dalla banca è difficile o molto difficile


44


43


5 paesi

Cambiare banca è difficile o molto difficile


22


21


3 paesi

Vincere una disputa con la banca è difficile o molto difficile


83


76


Nessuno

L’ informazione da istituzioni finanziarie è chiara e comprensibile: non sono d’ accordo


66


58


1 paese


Fonte: "Public Opinion in Europe: Financial Services"
http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da
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Vecchio 27-02-05, 17:22   #2 (permalink)
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Settore bancario, la miglior difesa è l'attacco
Carlo Maria Pinardi
Lorenzo Stanca

Il dibattito sui futuri assetti del settore bancario in Italia e sulla gli orientamenti in materia della Banca d’Italia è attualmente focalizzato sull’apertura del nostro mercato ai gruppi esteri. Minore attenzione viene data a quale debba essere il modello di specializzazione delle nostre banche, soprattutto quelle maggiori. Eppure, si tratta di una questione cruciale, tanto più in una fase in cui l’economia italiana soffre per la scarsa capacità competitiva.

La debolezza italiana

E’ ormai evidente la concentrazione del sistema bancario italiano sulle attività al dettaglio a scapito di quelle "all’ingrosso" (corporate e investment banking). Questa tendenza pone i maggiori gruppi in una situazione di strutturale debolezza, con riflessi non secondari per tutto il sistema bancario italiano e per la competitività del paese nel suo complesso. Un sistema economico privo di un’industria domestica di investment banking non fa certo a meno di tali servizi: li riceve dai gruppi bancari internazionali. Ma è facilmente intuibile che, rispetto a soggetti esteri, banche di matrice italiana hanno un interesse maggiore nel promuovere la crescita e lo sviluppo delle nostre imprese, in quanto queste costituiscono una porzione prevalente del loro portafoglio crediti e rappresentano comunque la componente core della clientela. A conferma di ciò, vi è l’interesse dei maggiori paesi europei nel supportare le banche di investimento domestiche.
La debolezza delle banche italiane nel settore all’ingrosso è generalmente data per acquisita. Alla luce di una serie di vincoli oggettivi in prevalenza di natura dimensionale, si dà ormai per scontato che nell’unificato mercato dei capitali europeo, i gruppi italiani debbano giocare un ruolo marginale nelle attività di corporate e di investment banking.
Ma è proprio così? Certo, la quota di mercato dei soggetti italiani nel mercato bancario europeo all’ingrosso si colloca su valori di gran lunga inferiori al peso relativo della nostra economia (per esempio, circa il 2 per cento nei collocamenti azionari ed obbligazionari nel 2004 del grafico 1). E la ridotta quota di mercato delle banche italiane nella attività di capital market nell’area dell’euro è in qualche modo correlata alla loro ridotta dimensione. Ma le banche italiane hanno un ruolo decisamente marginale anche nel mercato domestico, come mostrano i dati citati dal governatore Fazio all’incontro annuale con gli operatori finanziari a Modena il 12 febbraio: dal gennaio 2000 al giugno 2004, oltre il 70 per cento dell’ammontare delle circa 200 emissioni effettuate da imprese italiane sull’euromercato, è stato collocato da banche estere, che svolgono anche "un ruolo preponderante nelle operazioni di fusione e acquisizione nel nostro mercato".

La posizione del governatore

Lo stesso governatore, peraltro, sembra preferire uno scenario in cui le banche italiane si concentrano sull’attività al dettaglio, esaltando la loro funzione di "reti". Infatti dal discorso modenese di Antonio Fazio si ricava che:

1) non si debba procedere a ulteriori consolidamenti nell’ambito dei maggiori gruppi, per evitare il rischio di conseguimento di posizioni dominanti limitative della concorrenza ed essendo dubbi i guadagni di efficienza derivanti dalle accresciute dimensioni;
2) si debbano rafforzare, tramite possibili aggregazioni, gli attori di dimensione media essenziali per la vicinanza al mondo dell’impresa locale;
3) non siano prioritarie integrazioni internazionali, perché con buona probabilità anch’esse "poco efficienti".

Un ruolo nel corporate e investment banking

Nel segmento all’ingrosso le banche italiane hanno certo un problema di natura dimensionale (vedi grafico 2) ed è evidente che la strada della pur complementare crescita interna richiede tempi eccessivamente dilatati. Se dunque escludiamo fusioni tra i grandi, vuol dire che ci si orienta sulla difesa delle banche/reti, lasciando agli operatori esteri il settore all’ingrosso.
Ma il ritardo accumulato dagli operatori di casa nostra è davvero incolmabile? Le cose non stanno così. Come argomentato nel più articolato allegato "Banche italiane e investment banking: quale futuro?", la recente esperienza mostra che il mercato europeo del corporate e investment banking non è affatto impenetrabile. Il successo di players regionali europei (Barclays e Royal Bank of Scotland, tra gli altri) che in pochi anni hanno raggiunto posizioni di assoluto rilievo, fa ritenere che vi sia ancora spazio per operatori italiani che sappiano cogliere la sfida. L’emergere di uno o più grandi gruppi bancari italiani porrebbe le premesse per affiancarsi a quelle britanniche, tedesche, francesi e olandesi. In quest’ottica, i costi legati ai problemi derivanti dalla fusione di grandi gruppi (emergere di posizioni dominanti in alcune regioni e costi organizzativi) sarebbero di gran lunga compensati dai benefici che ne conseguirebbero per l’intera economia. Una presenza italiana di rilievo nel segmento all’ingrosso sarebbe oltre tutto estremamente utile per favorire quel processo di crescita dimensionale delle medie imprese italiane che tutti auspicano. Va sottolineato, poi, che l’esperienza mostra che in un eventuale processo di consolidamento continentale le banche più forti nell’attività all’ingrosso tenderebbero ad agire come poli aggreganti.
Last but not least, lo sviluppo delle funzioni di investment banking porterebbe a sfruttare le economie di scala e a dare un senso strategico all’ottima posizione di leadership raggiunta dal sistema bancario italiano nella "Nuova Europa" che altrimenti rischierebbe di risolversi in un investimento in partecipazioni pur importanti, ma non integrate tra loro. Avere nell’industria finanziaria "fabbriche prodotto" - quelle a maggior valore aggiunto - localizzate in Italia è una sfida alla nostra portata. Ogni sforzo andrebbe compiuto da parte dei protagonisti, soggetti istituzionali in primis, per favorire il nascere di attori italiani in grado di occupare un ruolo di rilievo a livello continentale. Forse, mai come in questo caso si può affermare che la miglior difesa è l’attacco.
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Vecchio 27-02-05, 17:24   #3 (permalink)
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Grafico 1- Quote Di Mercato Dell’attivita’ Di Book Running Di Bond Denominati

In Euro Nel 2004 Suddivise Per Nazionalita’ Dei Gruppi Bancari
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Vecchio 27-02-05, 17:26   #4 (permalink)
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GRAFICO 2- ASSET TOTALI DELLE PRIMARIE BANCHE EUROPEE E QUOTE DI MERCATO

DELL’ATTIVITA’ DI BOOK RUNNING DI BOND DENOMINATI IN EURO NEL 2004

http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da
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Vecchio 27-02-05, 17:31   #5 (permalink)
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Le banche estere sono cattive?
Alberto Franco Pozzolo

Nel tradizionale discorso al Forex (http://www.bancaditalia.it/intervent...nicati/integov), il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, ha risposto alla lettera pubblica con la quale il commissario Parlamento europeo, il Consiglio dell’ Unione europea, la Commissione europea, la Corte di giustizia e la ...... [continua]', FGCOLOR, '#EEEEEE', BGCOLOR, '#000000', TEXTCOLOR, '#000000', WIDTH, 200, HEIGHT, 120);" onMouseOut="nd();" >Ue al Mercato interno, Charlie McCreevy, aveva chiesto rassicurazioni sul suo impegno a favore di un sistema bancario in cui le partecipazioni azionarie estere sono valutate allo stesso modo di quelle italiane. Il governatore ha affermato che "la Banca d’Italia esamina ogni ipotesi che le viene sottoposta di aggregazione o di rilevante partecipazione al capitale, tra banche italiane, di banche italiane in banche estere, di banche estere in banche italiane" e ha rimarcato che sono presenti in Italia "importanti intermediari internazionali, in una proporzione maggiore rispetto ad altri sistemi bancari europei", segnatamente quello tedesco, quello francese e quello spagnolo.

Una presenza dannosa?

La questione sembrerebbe quindi risolta, con una pubblica affermazione a favore dell’apertura dei mercati e la dimostrazione che quello italiano è, nei fatti, ben più aperto di altri. Sono però soltanto dello scorso 14 gennaio le dichiarazioni attribuite al governatore, al presidente del Consiglio e al ministro dell’Economia in difesa dell’italianità del nostro sistema bancario. Al di là della diatriba sull’effettivo grado di apertura, larga parte del dibattito degli ultimi mesi sembra dare per scontato che la presenza di istituti controllati da operatori esteri sia dannosa per il nostro sistema economico. Ma è vero? L’evidenza attualmente disponibile sembra indicare il contrario.
Come confermano anche le recenti acquisizioni effettuate da intermediari italiani nei paesi dell’Est Europa, l’espansione internazionale nel settore bancario si realizza principalmente attraverso l’acquisizione da parte di istituti più grandi e più efficienti, che operano in paesi finanziariamente più sviluppati, di banche più piccole e meno efficienti, localizzate in paesi con sistemi finanziari meno sviluppati. (1) È probabile che gli intermediari stranieri abbiano costi superiori rispetto a quelli locali, perché operano in contesti giuridici, istituzionali, culturali e linguistici diversi da quelli dei loro paesi d’origine. Ma pare evidente che se decidono di effettuare un’acquisizione è perché confidano che grazie alla loro maggiore efficienza realizzeranno profitti adeguati. Nel paese di destinazione dell’investimento estero si avrà una crescita dell’efficienza complessiva del sistema bancario. Come dimostra l’amplissima letteratura sulla relazione tra sviluppo finanziario e crescita reale, questo avrà effetti fortemente positivi sull’intero sistema economico. Peraltro, argomenti assai simili sono stati utilizzati, correttamente, contro chi auspicava la difesa delle banche del Mezzogiorno dalle acquisizioni dei più efficienti intermediari del Centro-Nord.

Pro e contro la nazionalità

La richiesta di reciprocità nell’apertura internazionale dei sistemi bancari, un’argomentazione già ampiamente criticata dalla letteratura sul protezionismo commerciale, appare in questo contesto infondata, perché non costituisce una condizione necessaria affinché un paese tragga benefici dalla presenza di più efficienti intermediari esteri. Esistono altre motivazioni, oltre a quella della reciprocità, a favore della difesa della nazionalità dei sistemi bancari? Un primo argomento, avanzato da alcuni osservatori, è che le banche estere avrebbero come unico obiettivo l’ingresso nei segmenti di mercato più profittevoli, quelli dei servizi al dettaglio, e ridurrebbero invece il flusso di finanziamenti alle imprese produttive, in particolare quelle medie e piccole. Anche questa argomentazione appare però debole. Da un lato, se il finanziamento delle piccole imprese non fosse un’attività profittevole, non si vede perché dovrebbe essere effettuato dalle banche italiane che, in seguito alla privatizzazione realizzata nel corso degli anni Novanta, hanno come unico obiettivo la massimizzazione del valore per i loro azionisti. Dall’altro lato, se le banche estere riducessero i finanziamenti alle imprese medie e piccole perché sono meno efficienti nel valutarne il merito di credito, non si vede perché altri intermediari nazionali non dovrebbero occupare gli spazi rimasti liberi. In effetti, un simile andamento si è registrato proprio in seguito alle operazioni di concentrazione realizzate in Italia nello scorso decennio, con la crescita della quota delle banche piccole e minori sul totale dei prestiti ai residenti dal 16,3 per cento nel 1992 al 30,8 nel 2003. (2)
Un secondo argomento, comune a larga parte della letteratura sul protezionismo commerciale, sottolinea la necessità di difendere i settori in temporanea difficoltà. Secondo questa interpretazione, il sistema bancario italiano, pur essendo uscito con successo da una radicale ristrutturazione, non sarebbe ancora pronto per fronteggiare la concorrenza delle grandi banche europee. Tra qualche anno, esso sarà invece in grado di difendersi autonomamente dalle pressioni degli intermediari esteri, con l’indubbio vantaggio che i profitti dell’attività bancaria rimarranno nel nostro paese.
A patto che si chiarisca quali passi ulteriori devono compiere le banche italiane per potersi confrontare con quelle europee, l’argomentazione appare condivisibile. Ma è allora possibile, come vorrebbero alcuni, considerare terminata la ristrutturazione del sistema bancario italiano?

(1) Cfr. "The Patterns of Cross-Border Bank Mergers and Shareholdings in the Oecd Countries", Journal of Banking and Finance, vol. 25, n. 12, December 2001, pp.2305-2337 e "Where Do Banks Expand Abroad? An Empirical Analysis", Journal of Business, vol. 79, n. 1, January 2006 (http://papers.ssrn.com/sol3/papers.c...ract_id=301644), di Dario Focarelli e Alberto Franco Pozzolo.

(2) Cfr. "The effects of bank mergers on credit availability: evidence from corporate data", Banca d’Italia, Temi di Discussione del Servizio Studi, n. 479 (http://www.bancaditalia.it/ricerca/c...ema_479_03.pdf), di Emilia Bonaccorsi di Patti e Giorgio Gobbi.

http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da
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