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«La legge c’è. Quel che manca è la Consob»

«La legge c’è. Quel che manca è la Consob»

di Guido Rivolta - 12-02-2005

«Il problema di fondo, sembrerà banale, è che la Consob deve fare la Consob. Lo sceriffo non si fa stando in ufficio a esaminare i pareri legali. Si fanno delle ispezioni presso i soggetti controllati. Si acquisiscono documenti. E da bravo sceriffo può, anzi deve succedere ogni tanto di sfidare a duello una società quotata, guardandola negli occhi. Poi, magari, capita di soccombere di fronte al Tar. Pazienza. Ma per dar prova di esistere, ogni tanto bisogna battere un colpo». Marco Onado, da commissario della Consob più rimpianta, quella guidata da Enzo Berlanda, qualche sfida all’Ok Corral l’ha vissuta. E mica con immobiliaristi romani o finanzieri di piccolo cabotaggio. L’avversario preferito era il Numero uno, Enrico Cuccia. Andò male sulla Comit, per contrasti interni alla Commissione. Ma sulla Ferruzzi, oggetto di una scalata strisciante di Mediobanca con la scusa del salvataggio, il grande vecchio dovette rassegnarsi: aveva rastrellato l’11,5% del capitale, e altrettanto fu costretto a comprare tramite Opa. Altri tempi. Ora l’obbligo di offerta pubblica è una delle leggi più aggirate (o meglio, raggirate) della Repubblica. E in un certo senso è solo una parte del problema. Forse arriverà anche sulle sponde europee quella sorta di tsunami di fusioni e acquisizioni che si è formato negli Stati Uniti. Ma in Italia non c’è pericolo di contagio. Interi settori del listino, come le banche, sono di fatto sottratti al cosiddetto market for control in quanto soggetti al giudizio insindacabile della Banca d’Italia. E la contendibilità societaria, quando esiste, non porta benefici per l’azionista di minoranza, perché si troverà sempre un escamotage per aggirare l’obbligo di Opa. «E direi che per i piccoli azionisti è anche peggio».

In che senso, professor Onado?
Nel senso che i rastrellamenti silenziosi, le indiscrezioni, le code speculative hanno l’effetto di muovere, spesso in modo significativo, i prezzi. E ovviamente di farli cadere in modo altrettanto disastroso quando si apprende che, di tutto questo movimento, al mercato non andranno neanche le briciole.

Insomma, oltre al lucro cessante anche il danno emergente.
Diciamo una grossa perdita di credibilità per il mercato azionario italiano.

Quella dell’Opa è una legge da cambiare o semplicemente da rottamare?
Né l’uno né l’altro. Non credo che il problema stia nella legge. Vede, nelle condizioni del mercato italiano penso che la soglia del 30% non sia sbagliata. E del resto è stata poi adottata dalla legge europea sulle Opa. Il messaggio è chiaro: sotto quel livello liberi tutti, ovvero non ci sono obblighi verso il mercato ma la società è effettivamente contendibile e te la possono portare via.

Però non capita tanto spesso.
D’accordo, ma in ogni caso questa norma è corredata da due misure «antifurbi»: l’azione di concerto, che assimila chi la esercita al socio di controllo, e la nullità dei patti di sindacato all’atto del lancio dell’Opa.

Difficile da dimostrare l’azione di concerto.
Difficile e faticoso. Richiede un atteggiamento del tutto diverso, molto più aggressivo ed efficace, da parte della Consob nella fase istruttoria, di raccolta di documenti, di indagine presso gli intermediari. E nella difesa delle proprie convinzioni.

E invece?
E invece è successo, nel caso Sai-Fondiaria, che dopo avere sostenuto il concerto tra Salvatore Ligresti, Mediobanca e i «cavalieri bianchi», abbia poi fatto marcia indietro. E questo mentre l’Antitrust giungeva alla conclusione esattamente opposta.

Ora, dopo il caso Gim, l’esenzione dall’obbligo per i salvataggi aziendali rischia di diventare una voragine.
Ma, insomma, credo che un giudice sia in grado di distinguere se un’azienda arriva da un default o no. Però bisogna essere disposti ad andarci da quel giudice. Vede, io credo che la legge esistente sia buona, ma come tutte le leggi è sottoposta a un’attività interpretativa. Non posso condannare chi cerca di sfuggire all’obbligo di Opa, in fondo fa il suo interesse. Ma dall’altra parte ci deve essere qualcuno che la difende, questa legge. Quando il potenziale compratore e il suo advisor riflettono su questo aspetto non devono limitarsi a dire: ecco, qui la normativa ha un buco. Devono anche chiedersi: fino a che punto, quanto a lungo la Consob ci darà battaglia?

La Consob di Berlanda prese un’altra decisione rivoluzionaria: autorizzò la prima Opa bancaria, quella sul Banco di San Geminiano, sulla base del principio che una Popolare che ha deliberato la trasformazione in spa diventa a tutti gli effetti contendibile. Oggi sarebbe possibile?
Oggi non ci sono Opa nel settore bancario. Il consenso deve essere preventivo e, in assenza, è come se non fosse mai esistita. Come quando un arbitro annulla un gol per fuorigioco: voi credete di averlo visto, il gol, ma in realtà non c’è mai stato, l’azione era stata interrotta prima.

Così gli assetti bancari finiscono in mano a cordate di immobiliaristi.
Sì, ma quanto a lungo possono durare situazioni del genere?
.
In questo caso, almeno, non si può buttare la croce addosso alla Consob.
Certo, ma anche qui deve far sentire la sua voce. Vede, quello che rende credibile un’istituzione non è il numero delle vittorie o delle sconfitte, ma la sua capacità di battersi per gli interessi che deve tutelare.
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