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Vecchio 01-02-05, 10:36   #1 (permalink)
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Il taglio che aumenta le imposte

31-01-2005
Il taglio che aumenta le imposte. Episodio II
Silvia Giannini
Maria Cecilia Guerra
http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da

Come previsto dalla Finanziaria, il Governo ha emanato (entro il termine prestabilito del 31 gennaio) il decreto che aumenta, più di quanto giustificabile per recuperare l’inflazione, gli importi di alcune imposte fisse (bollo, registro, ipotecarie, catastali eccetera).
Così, a fianco degli sgravi dell’Irpef, inizieranno presto a manifestarsi anche quei meno visibili, ma ampiamente diffusi, aggravi di imposta sparsi fra i 572 commi dell’unico articolo di cui si compone questa Finanziaria, dopo la kafkiana metamorfosi subita nel corso dell’iter parlamentare.
Il quadro complessivo che emerge, almeno stando alle cifre ufficiali, sembra ancora più negativo per i contribuenti di quello tracciato subito dopo la presentazione del maxiemendamento che ha introdotto i tagli all’Irpef.

Le cifre del Governo

Includendo gli oltre 2,2, miliardi di euro del condono edilizio (le cui seconda e terza rata sono slittate al 2005), stando alle cifre previste dal Governo, i contribuenti si troveranno a pagare più imposte per circa 5,5, miliardi di euro nel 2005, 1,9 miliardi di euro nel 2006 e 1,76 nel 2007.
Questo aggravio netto di imposta, come mostra la tabella 1, è il risultato di un saldo fra aumenti e riduzioni di diverse forme di prelievo e tiene conto di alcuni provvedimenti, finalizzati ad arginare la deriva dei conti pubblici e assunti dal Governo con i decreti di luglio e novembre 2004, relativi alle assicurazioni, alle banche e altre istituzioni finanziarie, e alle fondazioni bancarie. (1)
Gli interventi più consistenti sono ovviamente contenuti nella Legge finanziaria per il 2005.
Le maggiori entrate previste, più elevate di quanto originariamente prospettato nel disegno di legge finanziaria (da 7,5 a 8,6 miliardi nel 2005 e circa 8 invece di 4 miliardi nel biennio successivo), superano abbondantemente gli sgravi, con un saldo netto nel complesso negativo per i contribuenti.
La natura delle maggiori e minori entrate va tuttavia tenuta distinta, almeno secondo la griglia fornita nella tabella 2.

Gli sgravi fiscali

Tra le minori entrate, tre quarti il primo anno e quasi il 90 per cento negli altri due vanno alla riforma dell’Irpef e beneficeranno, secondo andamenti a dire il vero a volte ben poco giustificabili , le famiglie.
Diversamente da quanto inizialmente prospettato dal Governo , per le imprese non soggette all’Irpef (società di capitali) non vi è nessuno sgravio fiscale nel 2005. Le agevolazioni relative all’Irap inizieranno a fare sentire i loro effetti solo a partire dal 2006, ma saranno comunque di entità molto limitata (solo un decimo circa di quanto destinato alle famiglie).
Nel 2005 le altre riduzioni di imposta sono costituite in realtà da proroghe di agevolazioni (2), la cui scadenza viene di anno in anno rinviata, ma che il Governo sembra essere intenzionato a eliminare, in buona parte, a partire dal prossimo anno. Se questa intenzione è attendibile, possono essere considerate alla stregua di un rinvio (al prossimo anno) di una maggiore tassazione per le categorie interessate dalle agevolazioni.

Le maggiori entrate

A costo di qualche forzatura, è utile distinguere le varie misure di aumento delle entrate in quattro tipologie.

Bolli, tabacchi e giochi

Un primo gruppo comprende gli inasprimenti delle imposte sui tabacchi, sulle concessioni governative, di bollo, registro, ipotecarie, catastali e delle imposte sui giochi, nonché l’estensione dell’ambito di applicazione di alcuni di questi tributi (ad esempio l’introduzione del bollo per le dichiarazioni di conformità dei veicoli). Dovranno fornire, stando alle stime del Governo, un gettito di circa 2,3 miliardi di euro nel 2005, 3,3, miliardi nel 2006 e 3,8 nel 2007. Il loro ammontare dovrebbe essere dunque tale da compensare a regime più della metà degli sgravi Irpef, con un impatto redistributivo complessivo di segno negativo. Infatti, da un lato, il secondo modulo della riforma Irepf abbassa le aliquote più elevate, dall’altro, gli inasprimenti fiscali in oggetto riguardano imposte per lo più di importo fisso, con un impatto ampiamente regressivo. Si tratta di imposte in molti casi poco giustificabili in un moderno sistema tributario, ma a cui spesso si fa ricorso al fine di conseguire in modo facile gettito addizionale, contando sulla scarsa elasticità della domanda dei beni e servizi su cui gravano.

La lotta all’evasione

Un secondo gruppo di interventi prevede di recuperare gettito attraverso il contrasto all’evasione e all’elusione, soprattutto nel caso dei redditi di impresa e lavoro autonomo soggetti agli studi di settore e in quello dei redditi e dei valori dei fabbricati. Di minore importanza quantitativa, ma di uguale natura, sono gli incassi previsti per il recupero dell’Iva evasa su transazioni comunitarie e per una più efficace attività di riscossione.
Su interventi a contrasto dell’evasione non si può in linea di principio che essere d’accordo.
Più problematico è capire se quelli previsti possano consentire, almeno nell’immediato, gli effetti di gettito previsti. È il caso in particolare delle entrate che ci si attende dalla revisione degli studi di settore, la cui stima è rimasta pressoché immodificata pur a fronte di una radicale revisione della norma inizialmente prevista. Un primo approfondimento su questi temi riguarda la tassazione degli immobili.

I provvedimenti per “fare cassa”

Un altro gruppo di entrate ha natura una tantum, come quelle derivanti dal condono edilizio.Oppure è una mera anticipazione di entrate comunque dovute, come quelle ottenute tramite l’aumento della percentuale degli acconti, da cui ci si attende più di un miliardo di euro nel 2006. Sono interventi volti a far cassa nell’immediato, che non costituiscono per loro natura introiti capaci di finanziare in modo permanente la riduzione dell’Irpef, primo e secondo modulo, garantendo il contenimento del disavanzo.
Tra gli interventi minori, che meritano però di essere ricordati perché emblematici di come il ministro dell’Economia abbia dovuto “raschiare il fondo del barile” per far quadrare i conti, vi è quello che “storna” a favore del bilancio dello Stato le quote della componente della tariffa elettrica destinate a compensazione dei siti che ospitano impianti nucleari e a favore della Sogin (Società gestione impianti nucleari Spa) per lo smantellamento delle società nucleari dismesse. Non vi è in questo caso un aggravio immediato per il contribuente, ma il miglioramento previsto nel saldo delle amministrazioni pubbliche vale solo nell’ipotesi di sacrificare quelle spese a cui queste imposte erano originariamente destinate.

Le entrate “virtuali”

Non va infine trascurata un’ultima categoria, che per la sua peculiare natura abbiamo preferito mettere sotto la riga, nella tabella 2. Si tratta degli aumenti di imposta previsti nell’ipotesi che la riforma Irpef determini un incremento dei redditi disponibili, che venga poi destinata dai contribuenti o ai consumi (facendo aumentare il gettito Iva) o ai risparmi (facendo aumentare il gettito sui redditi finanziari). Queste entrate sono del tutto “virtuali”: presuppongono infatti un aumento del reddito disponibile che non avrà luogo, visto che, come si è ricordato, nel complesso i contribuenti sono chiamati a pagare più imposte, non meno.

Verso nuove imposte?

Delle due l’una: o le previsioni di maggior gettito del Governo sono corrette e nel complesso i contribuenti pagheranno più tasse, nel prossimo triennio, o sono per vari motivi sovrastimate o comunque di corto respiro e dunque incapaci di garantire una copertura della riforma dell’Irpef a regime e una tenuta del disavanzo.
In quest’ultimo caso, che riteniamo di gran lunga il più probabile, la domanda che viene spontanea è: quali nuove imposte dovranno pagare i contribuenti, o a quali ulteriori spese dovranno rinunciare, per coprire a regime l’attuale riforma dell’Irpef e per portare a termine la riforma fiscale che prevede l’ulteriore riduzione delle aliquote più elevate dell’Irpef e la progressiva abolizione dell’Irap, insistentemente richiesta dalle imprese, che incalzano il Governo per avere la loro parte di sgravi?


(1) Non sono invece inclusi gli effetti di misure introdotte in sede di conversione del decreto di luglio, tra cui quella che ha elevato l’imposta sui mutui (sulle seconde case) dallo 0,25 per cento al 2 per cento ed è intervenuta in materia di bolli. Non si dispone infatti di una quantificazione di queste misure sugli esercizi 2005-2007, ma il gettito non è trascurabile (quello previsto per il solo 2004 superava i 550 milioni di euro).

(2) Ad esempio, per gli autotrasportatori, per le agevolazioni Irap e Iva in agricoltura, e così via.
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Vecchio 01-02-05, 10:38   #2 (permalink)
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31-01-2005
E sui figli un curioso effetto riforma
Dino Rizzi
Michele Zanette

Come è stato ripetutamente messo in luce da altri autori in questo sito, la Finanziaria 2005 ha profondamente modificato il trattamento fiscale della famiglia. Fra gli aspetti che vale la pena di approfondire vi è quello relativo al trattamento fiscale dei figli a carico, un punto centrale della politica di sostegno alla famiglia, e, più in generale, della politica per il rilancio della natalità. In particolare, vogliamo qui affrontare la questione cercando di evidenziare se la nuova normativa sia più o meno vantaggiosa della precedente per le famiglie con figli, e quali possano essere i punti più controversi del nuovo meccanismo di incentivazione fiscale attivato con la Finanziaria 2005.

La riforma

L’aspetto cruciale della riforma è costituito dalla sostituzione delle detrazioni fiscali per i familiari a carico, decrescenti per scaglioni di reddito, con deduzioni per oneri di famiglia decrescenti linearmente al crescere del reddito.
La modalità con cui è stato attuato questo cambiamento (livelli delle deduzioni, cambiamento delle aliquote fiscali, meccanismo di riduzione della deduzione) ha generato due importanti mutamenti nella struttura della tassazione della famiglia con figli:
1) una maggiore selettività degli interventi , poiché i vantaggi fiscali dovuti alla presenza di figli tendono a concentrarsi sulle famiglie con redditi medi;
2) una maggiore indeterminatezza circa il vantaggio fiscale connesso alla presenza dei figli, che viene a dipendere da numerosissimi fattori, alcuni oggetto di scelte discrezionali della famiglia.

I benefici si concentrano sui redditi medi

Consideriamo innanzitutto il primo punto. Come esempio di base prendiamo a riferimento una famiglia composta da un lavoratore dipendente con coniuge a carico e un figlio di età inferiore a tre anni. Il grafico 1 riporta i benefici fiscali ottenibili dalla famiglia dovuti alla presenza del figlio sia prima che dopo la riforma fiscale, per redditi complessivi del capofamiglia fino a 100mila euro. Prima della riforma, i benefici fiscali coincidono ovviamente con le detrazioni spettanti, mentre con l’introduzione delle deduzioni dal reddito tali benefici possono essere calcolati come il differenziale d’imposta rispetto al caso della stessa famiglia senza figli. Si può osservare che per questo tipo di famiglia:
- il beneficio fiscale è nullo in entrambi i regimi fiscali quando il reddito del contribuente è inferiore a circa 10mila euro. Per le famiglie povere, l’incapienza fiscale rende impossibile godere dei benefici di legge;
- per redditi complessivi fra 12mila e 64mila euro, i vantaggi fiscali ottenibili con la riforma fiscale sono superiori a quelli previsti dalla vecchia legislazione. Questa differenza può essere molto elevata sia in termini assoluti che percentuali. Ad esempio, se il reddito complessivo è di 38mila euro, il nuovo beneficio fiscale è il doppio di quello previsto in regime di detrazioni fiscali (859,91 contro 427,63 euro):
- oltre i 64mila euro di reddito complessivo, il vantaggio fiscale consentito dalla nuova legislazione è inferiore a quello della precedente. In particolare, oltre gli 85mila euro, i benefici fiscali si annullano con la nuova legislazione, mentre rimanevano costanti nella situazione precedente.
All’aumentare del numero dei figli, e quindi all’aumentare delle deduzioni spettanti, si amplia la fascia di reddito complessivo entro la quale il vantaggio fiscale conseguente alla riforma è maggiore di quello previsto in precedenza. Se la famiglia considerata ha due figli (di cui uno sempre con età inferiore a tre anni), tale fascia va dai 13mila ai 69mila euro. Aumenta inoltre il vantaggio assoluto della nuova legislazione rispetto a quella precedente. Per redditi complessivi di 43mila euro, ad esempio, tale famiglia gode di un risparmio fiscale pari a 1.548 euro, contro i 764,36 previsti in precedenza, con un differenziale di 783 euro.

L’indeterminatezza del beneficio fiscale

Per quanto concerne l’indeterminatezza del beneficio fiscale, vale la pena di sottolineare che il risparmio d’imposta dovuto alla presenza di uno o più figli nella famiglia non è, come nel caso della legislazione precedente, costante. Dipende invece:
a) dalla struttura delle aliquote fiscali;
b) dalla tipologia del nucleo familiare;
c) dalla composizione dei redditi della famiglia.

Il punto a risulta evidente considerando ancora il grafico 1. Come si può osservare, il beneficio fiscale dovuto alla presenza di un figlio non è linearmente decrescente, presentando bruschi aumenti quando aumenta l’aliquota fiscale. Si noti, però, che le due variazioni in aumento riscontrabili nel grafico 1, connesse ai due salti nell’aliquota Irpef, non avvengono in corrispondenza dei limiti degli scaglioni di reddito poiché il beneficio netto dovuto al figlio è misurato come differenziale rispetto alla coppia senza figli e quindi dipende anche dalla tassazione a cui è sottoposta quest’ultima.
Il punto b è invece illustrato nel grafico 2 che considera il beneficio fiscale dovuto alla presenza di un figlio per tre differenti tipi di famiglie: coppia composta da un lavoratore dipendente e coniuge a carico; coppia composta da due lavoratori dipendenti; coppia composta da due liberi professionisti. Come si può osservare dal grafico, a parità di reddito dei genitori, il beneficio fiscale cambia in relazione al tipo di famiglia considerata. In linea di massima, il risparmio fiscale tende a ridursi, a parità di reddito, al ridursi delle deduzioni che spettano complessivamente alla famiglia. È però interessante notare come per i redditi più bassi il beneficio sia massimo per le famiglie con due lavoratori autonomi, mentre è nullo per le famiglie dei lavoratori dipendenti a causa del fenomeno dell’incapienza fiscale.
Il punto c è quello più curioso: nasce dal fatto che le deduzioni spettanti per i figli a carico possono essere ripartite discrezionalmente fra i coniugi, che il reddito dei due coniugi è generalmente diverso e che il vantaggio fiscale connesso alla presenza dei figli dipende dal livello del reddito del contribuente. È quindi chiaro che, nelle famiglie in cui entrambi i coniugi sono percettori di reddito, il modo in cui il reddito familiare complessivo è distribuito fra i due influenza l’ammontare del vantaggio fiscale totale.
Si consideri, ad esempio, una famiglia di due lavoratori dipendenti con due figli il cui reddito totale è pari a 80mila euro, nell’ipotesi che la deduzione sia divisa a metà tra i due genitori. Come si può osservare dal grafico 3, il valore del beneficio fiscale connesso alle deduzioni per i figli a carico varia notevolmente al variare della distribuzione del reddito fra i due coniugi, risultando massimo (1.307 euro) quando il reddito familiare è equamente distribuito fra i due, e diminuendo progressivamente all’aumentare della distanza tra i due redditi. Se il reddito di un genitore è pari a 20mila euro (il 25 per cento del totale ) e quello dell’altro è pari a 60mila euro, il risparmio fiscale della famiglia ammonta a 908 euro.
Infine, poiché la ripartizione della deduzione spettante per i figli è discrezionale, essa diventa una variabile decisionale che consente di massimizzare il beneficio fiscale netto per la famiglia. Nel caso della famiglia appena considerata, il vantaggio fiscale è pari a 976 euro se le deduzioni spettanti vengono imputate completamente al coniuge più ricco, mentre diventa di 1.325 euro se sono imputate completamente al coniuge con il reddito minore. In generale, viste le ampie variazioni del beneficio fiscale al variare del reddito del contribuente, le famiglie dove entrambi i genitori sono percettori di reddito possono trarre alcuni vantaggi da una oculata ripartizione delle deduzioni fiscali.
Infine, i benefici economici per la famiglia dipendono anche da altri fattori, come ad esempio la presenza di altri oneri deducibili in capo ai due coniugi.
Questi effetti “bizzarri” e poco trasparenti della nuova normativa sono dovuti alla decisione di trasformare in deduzioni dal reddito le precedenti detrazioni dall’imposta. Appare difficile immaginare che tali effetti derivino da espliciti obiettivi di politica economica o sociale.
http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da
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Vecchio 01-02-05, 10:39   #3 (permalink)
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31-01-2005
L'immobile tassato resta un miraggio
Jacopo Milena

La Legge finanziaria per il 2005 contiene una serie di norme che mirano al contrasto dell’elusione e dell’evasione fiscale sui redditi derivanti da immobili. È previsto inoltre un incremento delle imposte indirette sugli atti che interessano il settore immobiliare.
Il tentativo meritevole di aggredire l’evasione e l’elusione fiscale sconta però la difficoltà a operare entro il quadro definito dall’attuale sistema estimativo catastale. Se l’operazione andrà a buon fine, consentirà solo di attenuare le punte di più evidente iniquità, lasciando intatta una parte ben corposa dell’elusione e dell’evasione esistente.

Le misure in dettaglio

Tra le diverse disposizioni, quelle più rilevanti sono:
§ l’introduzione di norme di contrasto al riutilizzo commerciale dei dati catastali e di pubblicità immobiliare, se non sulla base di convenzioni e comunque previo pagamento dei tributi dovuti (sono norme che pongono in seria difficoltà le cosiddette “conservatorie parallele”);
§ l’introduzione di una serie di obblighi informativi al fine di migliorare la possibilità di scovare le locazioni in nero;
§ la possibilità, su richiesta del comune, di riclassamento di singole unità immobiliari o di quelle ricadenti in una porzione specifica del territorio comunale;
§ l’indicazione di una superficie minima dichiarabile ai fini della Tarsu (l’imposta sulla raccolta dei rifiuti);
§ l’introduzione di una soglia al di sotto della quale l’amministrazione finanziaria non può esercitare l’azione di accertamento e rettifica del canone di locazione dichiarato;
§ la previsione di entrate, per il 2005 pari a 1.120 milioni di euro dall’incremento degli importi fissi di imposte indirette, molte delle quali (registro, ipotecaria e catastale) gravano sulla compra-vendita di immobili.
Quest’ultima novità è l’altra faccia della riduzione delle imposte sul reddito. Ma le altre disposizioni, pure miranti a ottenere maggior gettito, sono in linea generale condivisibili, soprattutto nelle intenzioni.

La lotta all’evasione

Per ragioni storico-economiche, infatti, il settore immobiliare rappresenta in Italia un grumo di evasione ed elusione fiscale mai oggetto di una efficace strategia di aggressione.
Ciò dipende dalla sottovalutazione che finora vi è stata, della necessità di costituire un catasto moderno, organizzato non solo per le finalità fiscali, ma anche per rappresentare un fattore di trasparenza e chiarezza su diritti, consistenze e caratteristiche delle unità immobiliari e, dunque, per organizzare un sistema informativo ricco e analiticoer esempio, tutto il tema della sicurezza dei fabbricati rientrerebbe a pieno titolo in un disegno del genere. Nonostante i sicuri miglioramenti che vi sono stati con la trasformazione del catasto nell’Agenzia del territorio, la realizzazione di questo obiettivo richiede un lasso di tempo pari o superiore a una legislatura (a risorse date). Ma senza questo presupposto, le azioni di contrasto all’evasione rischiano di divenire comunque impervie e di breve durata.
Di fatto, nel recente passato si è imboccato la strada dell’incremento della pressione fiscale sui fabbricati. Se fossero applicate sulle basi imponibili vere, le aliquote nominali effettive sarebbero indubbiamente “pesanti”. (1)
Con la Finanziaria per il 2005, l’azione si è invece spostata sulle misure volte a contrastare evasione ed elusione. Ci soffermeremo qui soltanto su due di queste.

L’affitto in nero

La misura di contrasto all’“affitto in nero” si articola su due piani.
Il primo richiede l’indicazione del codice fiscale su una serie di atti quali la denuncia di inizio attività (Dia) o i contratti di luce, gas, telefono, acqua eccetera. Inoltre, gli enti gestori dei servizi di pubblica utilità debbono inviare all’anagrafe tributaria gli identificativi catastali delle unità immobiliari da loro servite.
Il secondo, è costituito dall’introduzione di un meccanismo già oggi presente per l’imposta di registro. Attualmente, quando si acquista un’abitazione, qualora nell’atto di compravendita si dichiari un valore di acquisto almeno pari a quello “catastale” l’amministrazione non può rettificare e dunque accertare tale importo ai fini dell’imposta di registro. (2) Il medesimo meccanismo è stato introdotto per il canone di locazione: gli uffici non provvederanno ad accertare il reddito dichiarato se questo è pari al 10 per cento del valore “catastale” come sopra definito.
Mentre per l’imposta di registro vi è una grande convenienza a dichiarare il valore “catastale” dato che, almeno nelle grandi città, esso è mediamente tra 2,5 – 3 volte inferiore a quello di mercato, la soglia (unica) introdotta per i canoni di locazione è invece elevata. Si può mostrare che a un saggio di rendimento lordo del 3,8 per cento (normale in realtà urbane non di pregio e a scarso dinamismo), il canone di locazione dichiarabile per essere sicuri di evitare ogni accertamento è pari al 90 per cento di quello effettivo. Se poi l’azione repressiva dei fenomeni evasivi non fosse tale da indurre un effetto deterrente (e quindi il riposizionarsi dei valori dei contratti sulla soglia indicata), l’efficacia delle norme sarebbe dubbia.

Una revisione troppo parziale del catasto

La seconda serie di disposizioni riguarda il riclassamento delle unità immobiliari.
Queste hanno due finalità: da un lato di contrasto all’elusione, per dar modo di individuare correttamente la categoria e la classe di appartenenza delle unità immobiliari, che nel tempo hanno subito modifiche e interventi edilizi; dall’altro di perequazione, per far sì che all’interno di un territorio comunale lo scostamento tra valore di mercato e valore “catastale” non sia “significativamente” diverso per alcune microzone (ovvero per alcune eccessivamente più alto della media, per altre eccessivamente più basso).
È evidente che queste norme tentano di eliminare alcune delle più incresciose iniquità. Vi sono infatti appartamenti, magari siti in centri storici ormai di pregio, per i quali le successive variazioni non sono state dichiarate, e dunque classati ancora come abitazioni ultrapopolari perché riflettono le iniziali caratteristiche effettive verificate tra il 1938 ed il 1965, anno in cui fu costituito il Nuovo catasto edilizio urbano. Ciò anche perché la revisione degli estimi del 1990 (l’unica attuata dal 1965) intervenne solo per aggiornare le tariffe e non i classamenti delle singole unità immobiliari. Tuttavia, in assenza di una riforma complessiva del sistema estimativo dei fabbricati, le nuove norme non possono modificare, se non marginalmente, un meccanismo che produce iniquità.


(1) Ciò è stato sicuramente vero a partire dall’introduzione dell’Ici e fino alla completa deducibilità del reddito dell’abitazione principale dall’Irpef, introdotta con la Finanziaria del 2000, che almeno sulla prima casa ha alleggerito di molto la pressione tributaria.

(2) Equivalente alla rendita rivalutata del 5 per cento e moltiplicata per 110, in caso di unità residenziali destinate ad abitazione principale; il moltiplicatore è 120 per la seconda casa.

http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da
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Vecchio 01-02-05, 11:00   #4 (permalink)
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31-01-2005
La politica della famiglia nella riforma fiscale
Massimo Baldini
Paolo Bosi

Con la riforma dell’Irpef si delinea, forse in modo conclusivo, la politica per la famiglia di questa legislatura. Prima di valutarla può essere utile richiamare alcuni principi e porsi alcune domande. Quali sono i possibili obiettivi di una politica di trasferimenti monetari per la famiglia (in breve Tmf)? Quali gli strumenti? Quali sono i limiti della situazione attuale? La riforma cerca di superarli e vi è coerenza tra strumenti e obiettivi?

La stima delle risorse

Ricordiamo prima di tutto che la stima delle risorse destinate ai Tmf in Italia nel 2005 è di 13,8 miliardi di euro, di cui 8,4 attribuibili alle deduzioni dell’Irpef (coniuge escluso), 5 all’assegno per i nucleo familiare (Anf) e 0,4 all’assegno per nuclei con almeno tre minori (A3F).
In media, ai 6,6 milioni di famiglie con minori arrivano sussidi/tax expenditures per circa 1.600 euro l’anno. La tabella riporta, per memoria, la distribuzione dei nuclei familiari per le caratteristiche rilevanti per il nostro tema.
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Vecchio 01-02-05, 11:01   #5 (permalink)
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Obiettivi e strumenti

Gli obiettivi generalmente riconosciuti, e il cui peso relativo connota ideologicamente una politica di Tmf, sono:
1. il riconoscimento del valore sociale delle funzioni di riproduzione, compensando in parte il costo dei figli;
2. il sostegno della natalità;
3. il contrasto della povertà, nel presupposto (corretto) che il numero dei figli sia un indicatore positivamente correlato con lo stato di disagio economico.
Un obiettivo sussidiario è:
4. la realizzazione di uno o più degli obiettivi precedenti, avendo attenzione agli effetti che le misure hanno sull’offerta di lavoro.
Una premessa indispensabile. I Tmf non esauriscono le politiche per la famiglia. A nostro avviso, più importanti sono le politiche che si traducono in servizi offerti alle famiglie: i cosiddetti trasferimenti in kind (asili, abitazioni per giovani, scuole di qualità, eccetera). Su questo terreno – quello che anche le ricerche empiriche ritengono decisivo per il punto 4 – il Governo ha fatto ben poco: incentivi agli asili nido aziendali e prestiti alle coppie per l’acquisto della casa, con un impegno di spesa minuscolo.
Concentriamoci però sui Tmf. Qui gli strumenti utilizzabili sono:
a) la via fiscale, che può a sua volta avvalersi dello strumento della deduzione o della detrazione, con o senza creazione di credito di imposta per i contribuenti a reddito basso;
b) la spesa pubblica, attraverso assegni per i figli.

Dalle detrazioni alle deduzioni

La riforma ricorre esclusivamente allo strumento fiscale, trasformando le vecchie detrazioni (dall’imposta) in deduzioni (dall’imponibile) decrescenti al variare del reddito complessivo dell’individuo. Nel caso di una pluralità di percettori di reddito si lascia al nucleo familiare la scelta della più conveniente allocazione della deduzione spettante. Nel complesso si aumentano le detrazioni per minori a carico con una perdita di gettito (tax expenditure) valutabile in 1.170 milioni di euro. Si tratta di un aumento medio per ogni famiglia con minori di circa 180 euro: un incremento del 25 per cento.
Troppo, troppo poco? Dipende dal vincolo di bilancio complessivo e da una valutazione di ciò a cui si rinuncia. Non entriamo nel merito; preme qui sottolineare che con tale riforma non si attua alcun intervento significativo sulla struttura del tutto irrazionale dei programmi attuali.

La via fiscale rappresenta uno strumento poco flessibile per i Tmf. L’imposta può invero essere la via corretta per gli obiettivi 1 e 2 sopra citati, ma in tal caso deve tradursi in sgravi fiscali di cui godono tutte le famiglie con figli, indipendentemente dalla condizione economica. Per realizzare ciò si devono avere cautele. La prima e più importante è che l’intervento non deve essere discriminante nei confronti dei contribuenti più poveri, che non hanno un reddito imponibile sufficiente per compensare le deduzioni o detrazioni (i cosiddetti incapienti). Questo problema potrebbe essere risolto adottando crediti di imposta rimborsabili: ad esempio, l’imposta negativa.
Nella scelta tra deduzione e detrazione, nell’ambito di un’imposta progressiva, è poi ovvia la preferibilità della detrazione, la cui misura può immediatamente essere resa uguale per tutte le famiglie e graduata, al variare del numero dei minori, in modo tale da tenere conto delle economie di scala nella gestione familiare (e quindi essere decrescente all’aumentare del numero dei figli e crescente all’aumentare dell’età dei minori).
Le detrazioni in vigore prima della riforma non avevano questi requisiti: non prevedevano il credito di imposta; erano decrescenti al crescere del reddito; non rispettavano i principi delle economia di scala; attribuivano ai figli con meno di tre anni un vantaggio più elevato che agli altri.
La riforma non risolve nessuno di questi problemi e ne aggiunge un altro, scegliendo la strada delle deduzioni, che producono una distribuzione degli sgravi poco razionale. Anche il curioso aspetto di opzione nell’attribuzione della deduzione, nel caso in cui nel nucleo vi siano più percettori di reddito, non sembra particolarmente giustificabile sotto il profilo né dell’equità, né della semplificazione amministrativa, come argomentano Rizzi-Zanette.
La via fiscale è poi del tutto inappropriata, nel caso in cui l’obiettivo sia il contrasto della povertà. In questa ipotesi si tratterebbe di introdurre criteri di selettività, dando di più alle famiglie più povere. Ciò non può essere fatto agevolmente nell’ambito dell’Irpef. Una volta scelta una certa scala di aliquote progressive (e il Governo sembra avere idee chiare al riguardo), detrazioni o deduzioni decrescenti graduano lo sgravio fiscale rispetto a un parametro, il reddito imponibile individuale Irpef, che è una misura molto imperfetta della condizione economica della famiglia. In altre parole, se il contrasto della povertà fosse un obiettivo rilevante dei Tmf, la strada maestra dovrebbe essere quella della spesa: assegni per i figli, graduati secondo corretti criteri di definizione della condizione economica della famiglia (ad esempio l’ISEE).
Come si può arrivare a soluzioni così “strampalate”? Forse è il cumularsi di errori derivanti da scelte sbagliate a monte. Si è voluto sposare il modello ideale della flat rate tax, che richiederebbe una deduzione costante, ma si è dovuto fare i conti con l’eccessiva perdita di gettito che questa soluzione avrebbe comportato. Si sono allora introdotte deduzioni decrescenti (cosiddetta No Tax Area), creando problemi di efficienza, a scapito dell’obiettivo 4 sopra indicato, per il livello comunque elevato delle aliquote marginali effettive in corrispondenza a redditi medio-bassi. Si è poi elevato a principio generale lo strumento della deduzione, e la si è voluta applicare anche agli oneri di famiglia, per i quali è del tutto inadatta.

Ciò che la riforma non ha fatto

Ma il limite maggiore della riforma non è tanto ciò che ha fatto, quanto ciò che non ha fatto: l’attenzione al restante 40 per cento della spesa per Tmf. Un timido e mal congegnato tentativo di aumentare gli assegni familiari nel corso della discussione sulla Finanziaria è presto rientrato per carenza di risorse. Il risultato è che il nostro sistema di Tmf resta caratterizzato dalla più totale categorialità. La maggior parte dei benefici va a favore solo di alcune categorie di cittadini (lavoratori dipendenti, occupati e disoccupati, o pensionati ex dipendenti), sulla base di due programmi, il grasso assegno al nucleo familiare e lo smilzo assegno per nuclei con almeno tre minori, che si fondano su criteri di selettività molto diversi (il reddito complessivo il primo, l’Isee il secondo).
La prima figura mostra la struttura dopo la riforma del complesso dei trasferimenti alle famiglie con minori, per decili di reddito disponibile familiare equivalente. La parte in rosso in basso rappresenta l’effetto della riforma. Lo sgravio ha un andamento abbastanza uniforme, ma è comunque più ampio per i decili intermedi e più contenuto per il primo decile a causa del problema dell’incapienza.
La seconda figura misura però la divaricazione nel trattamento di lavoratori dipendenti e autonomi. Il punto fondamentale avrebbe dovuto essere l’unificazione degli strumenti di sostegno a tutte le famiglie con minori e l’estensione degli assegni familiari ai lavoratori autonomi. Lo strumento della spesa, a parità di effetti sul saldo di bilancio, sarebbe stato senza dubbio quello più trasparente e diretto. (1)
Ma allora si sarebbe dovuto dire addio al fuorviante messaggio di ridurre l’Irpef!


(1) Per una proposta articolata si veda Baldini, Bosi e Matteuzzi, Sostegno alle responsabilità familiari e contrasto alla povertà: ipotesi di riforma - I in Rivista delle Politiche Sociali, n.2, 2004 Ediesse, Roma (disponibile anche sul sito www.capp.unimo.it )
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Vecchio 01-02-05, 11:03   #6 (permalink)
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http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da
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Vecchio 09-02-05, 10:02   #7 (permalink)
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Lo strano caso del tax planning familiare all'italiana
Massimo Baldini
Paolo Bosi

La recente riforma dell’Irpef, nella definizione delle deduzioni per oneri di famiglia, introduce una sorta di tax planning familiare. Qualora entrambi i coniugi abbiano diritto alle deduzioni per figli – il caso più frequente è quello in cui uno dei coniugi non sia a carico dell’altro –, possono ripartirle nella quota da essi preferita.
Su alcuni aspetti “bizzarri” di tale disposizione si sono soffermati Dino Rizzi e Michele Zanette. In questo articolo ci poniamo altri quesiti: quali sono le strategie più efficaci per i contribuenti? A quali criteri di equità orizzontale rispondono queste norme?

Il calcolo della convenienza

Prenderemo come esempio nuclei familiari composti da due coniugi e un figlio con più di tre anni. Le conclusioni non mutano nel caso di nuclei con più figli.
Il calcolo di convenienza per il contribuente non è banale, dato che l’esito sull’imposta complessiva del nucleo familiare è influenzato dal livello della deduzione spettante (tanto maggiore quanto più basso è il reddito imponibile lordo), dalla parziale o totale incapienza e dalle aliquote marginali che si applicano al reddito imponibile dei due coniugi (tanto più elevate quanto più alto è il reddito complessivo).
In passato, pur con margini di discrezionalità, la regola suggerita e la prassi più seguita era la divisione delle detrazioni per figli a metà tra i due coniugi.
Per il futuro non sarà più così: la strategia della divisione della detrazione a metà non è mai ottimale. Anche nel caso in cui i due coniugi abbiano il medesimo reddito complessivo, risulta conveniente attribuire l’intera deduzione a uno solo dei coniugi.
Esistono regole abbastanza semplici per aiutare nella scelta? La tabella 1 indica il criterio ottimale da seguire per numerose combinazioni di redditi dei due coniugi. Un valore uguale a 1 significa che la deduzione va attribuita al coniuge il cui reddito è indicato nelle righe “primo percettore”; un valore pari a 0 al coniuge il cui reddito è indicato nelle colonne “secondo percettore”. Come si vede, nella tabella compaiono solo valori pari a 1 o a 0. Con una disaggregazione più fine, comparirebbero alcuni valori compresi tra 0 e 1, ma sarebbero comunque molto rari. Nella diagonale principale la scelta su quale dei due coniugi deve ricevere l’intera deduzione è ovviamente indifferente. La regola principale che emerge è questa: importante è che tutta la deduzione venga attribuita a uno solo dei due coniugi.
In generale gli 0 prevalgono al disotto della diagonale, a indicare che conviene di solito attribuire la deduzione integralmente al coniuge con reddito più basso, perché prevale l’effetto della decrescenza della deduzione. In un sottoinsieme di casi, tutt’altro che trascurabili però dal punto di vista della frequenza, quelli nei quali il coniuge con reddito più elevato ha imponibile nell’intervallo di 30-45mila euro e l’altro redditi compresi tra 10 e 32mila euro (evidenziati in giallo), risulta invece ottimale attribuire tutta la deduzione al coniuge con reddito più elevato, perché prevale l’effetto dell’aliquota marginale.
Queste le regole. Ma non si può negare che i criteri di razionalità di queste disposizioni appaiano del tutto oscuri.
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Vecchio 09-02-05, 10:03   #8 (permalink)
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L’equità orizzontale non rispettata

Dal punto di vista dell’equità orizzontale, può essere interessante domandarsi quali siano i risparmi fiscali di cui possono godere nuclei familiari con il medesimo reddito familiare, ma con una diversa ripartizione del reddito tra i due coniugi.
A questo scopo la tabella 2 rappresenta, per livelli crescenti di reddito familiare (nelle righe), il vantaggio fiscale (la differenza del carico fiscale tra la famiglia qui considerata e quella in cui, ceteris paribus, non sia presente il figlio) derivante da diverse composizioni del reddito familiare stesso, nell’ipotesi in cui il nucleo effettui la scelta di ripartizione della deduzione in modo ottimale. Nelle colonne, 100-0 indica una famiglia monoreddito, 50-50 una famiglia in cui entrambi i coniugi hanno lo stesso reddito, e così via.
La maggior parte dei risparmi di imposta è nella fascia tra 500 e 600 euro, ma si notano anche molte caselle con valori inferiori a 500 euro. Si rammenti che 512 euro era il livello della detrazione per un figlio al termine della passata legislatura: per la stragrande maggioranza delle famiglie non cambia molto. Ma sfidiamo a trovare ragioni di efficienza o equità perché i vantaggi più elevati (maggiori di 650 euro) si debbano realizzare nei casi evidenziati in blù.
Un banale criterio di equità orizzontale vorrebbe che, a parità di reddito e di composizione familiare, il “valore fiscale” di un figlio fosse lo stesso: questo criterio non è mai rispettato dalla nuova Irpef.

Sono inoltre evidenti due fatti negativi (evidenziati in rosso).
Tra le famiglie con basso reddito (10-15mila euro), a causa del fenomeno dell’incapienza, i nuclei in cui entrambi i coniugi lavorano risultano svantaggiati rispetto alla famiglia monoreddito. Un esito abbastanza singolare che non migliora, sotto il profilo degli incentivi, la situazione delle famiglie dei lavoratori poveri con figli. Il contrario accade per livelli elevati di reddito familiare: in tal caso è la famiglia monoreddito a essere svantaggiata.
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Vecchio 09-02-05, 10:05   #9 (permalink)
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I problemi della libertà di scelta

Va poi segnalato che questa libertà di scelta rischia di complicare non poco la vita dei contribuenti più indifesi di fronte alle complessità del sistema fiscale. Pensiamo ad esempio alla moltitudine di contribuenti che hanno solo redditi da lavoro dipendente e abitano in un’abitazione di proprietà. Questi, come noto, non sono tenuti a fare la dichiarazione dei redditi. Con il precedente regime fiscale l’attribuzione delle detrazione era effettuata dal sostituto di imposta, dietro segnalazione dei lavoratori, generalmente con riparto a metà nel caso in cui entrambi i coniugi lavorassero. Con la normativa attuale, questi cittadini ben difficilmente saranno in grado di scegliere da soli, al momento di comunicarla al proprio datore di lavoro, la ripartizione ottimale della deduzione e di sfruttare quindi le convenienze del tax planning. Convenienze di cui si avvantaggeranno invece i contribuenti già abituati a presentare la dichiarazione (730 o Unico) e che già da prima ricorrevano a servizi di consulenza.
Gli svantaggi, rispetto alla scelta ottimale, che potranno derivare ai contribuenti che continueranno a seguire la vecchia prassi di riparto a metà della deduzione, sono illustrati nella tabella 3. Per i casi empiricamente più rilevanti le differenze non sono grandissime, ma resta pur sempre da giustificare perché si sia scelto una normativa così stravagante.
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Vecchio 09-02-05, 10:06   #10 (permalink)
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Una conclusione viene spontanea: la ricerca di equità orizzontale all’interno di un sistema di tassazione individuale è una strada impervia, irta di rischi di creazione di inspiegabili differenziazioni.
La recente riforma dell’Irpef non sfugge alla regola.
http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1411
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