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Risparmio Senza Tutela Penale
27 gennaio 2005
Risparmio senza tutela penale Le sanzioni della giustizia italiana non fermano le frodi Piergaetano Marchetti propone di rafforzare i controlli interni alle aziende MILANO • È l'ultima spiaggia. Ma in Italia è anche l'unica. La repressione penale dei reati finanziari è uno strumento potente ma che perde efficacia nella tutela del risparmio quando è il solo disponibile. Creando distorsioni nell'intervento della magistratura, spesso con competenze ridotte, e limitando l'azione dei manager impegnati nel risanamento delle società coinvolte. A queste carenze specifiche si aggiungono quelle più generali della giustizia italiana: tempi lunghi e incerti, assenza di certezza della pena. La vera vittima, nel nostro Paese, sono i risparmiatori traditi. Mentre altrove, per esempio negli Usa, la faretra della tutela del risparmio è piena di frecce ben appuntite. «Negli Stati Uniti la maggiore efficacia della repressione dei reati finanziari, e quindi la deterrenza delle sanzioni, è legata al potere di indagine della Sec, che ha un'enorme banca dati e specialisti nei diversi rami», rileva Paolo Gualtieri, docente di economia dei mercati mobiliari alla Cattolica di Milano. Questa specializzazione manca nella magistratura penale, tanto più quando, come in Italia, è competente per territorio. Fanno eccezione, per l'esperienza accumulata nel tempo grazie alla presenza della principale piazza finanziaria italiana, i magistrati milanesi. La stessa esistenza degli specialisti produce deterrenza, perché accresce la probabilità che le frodi e i comportamenti illeciti siano scoperti. Scettico sull'efficacia della giustizia penale italiana nel tutelare i risparmiatori, così come è inquadrata nell'assetto istituzionale complessivo, è anche Piergaetano Marchetti, giurista e prorettore della Bocconi: «Continuo a insistere che bisogna lavorare e molto sulla corporate governance, sui processi decisionali interni alle società, per evitare che l'amministratore delegato diventi un monarca assoluto. Quando il • patatrac è fatto c'è poca soddisfazione a vedere qualcuno condannato alla galera». Una corporate governance efficiente è anche più importante di una lunga pena detentiva e dell'interdizione da cariche sociali. Che è un altro modo di dire che la giustizia penale da sola non è sufficiente. E sotto il profilo della corporate governance Marchetti sottolinea che le imprese italiane non siano adeguate, perché i processi decisionali sono troppo spesso affidati ai singoli, per cui i meccanismi interni di controllo si inceppano. Di fatto, la giustizia penale in Italia svolge un ruolo di supplenza. In quanto la giustizia civile non funziona e la Consob è poco efficace. «Invece in America lo strumento penale è affiancato e rafforzato dalle azioni della Sec e delle stesse società di Borsa, come il Nyse», afferma Luca Enriques, esperto di diritto comparato e docente all'Università di Bologna. Sicuramente è vero che nei casi più clamorosi, come Parmalat in Italia e il lungo elenco di imprese americane, tra cui WorldCom, la sanzione penale non ha funzionato da deterrente. Ma è altrettanto vero che essa ha impedito molti altri abusi che, proprio perché non commessi, non possono essere enumerati. Però la deterrenza funziona davvero là dove ci sia certezza della pena e rapidità del giudizio. Come negli Usa, dove il ricorso in appello è giuridicamente limitato e chi è condannato effettivamente finisce in prigione per molti anni, oltre a essere per sempre interdetto da cariche societarie. «Da noi invece c'è un'antica cultura di sanzioni penali, che però non hanno mai funzionato nella pratica: nessuno è mai andato in galera per reati finanziari. D'altronde come si fa a condannare a lunghe pene detentive per tali fattispecie quando spesso chi commette un omicidio sconta solo una piccola parte della condanna?», rileva Francesco Gianni, tra i più noti avvocati d'affari italiani. Tutti gli esperti sono d'accordo: per un'effettiva tutela del risparmio, anche attraverso la giustizia penale, occorre introdurre nel sistema italiano strumenti modellati sul caso americano. Dove, per esempio, farebbe scalpore apprendere che la Consob può opporre ai giudici civili il segreto di ufficio e negare così la sua collaborazione. Quando di recente, durante un'indagine parlamentare, è stato suggerito di abolire tale preorogativa della Consob si è replicato che essa tutelava l'autorità di vigilanza, nel senso di non rendere trasparente quando, come e quanto effettivamente essa agisca e indaghi. Viceversa, in America le class action (ossia le azioni legali promosse da gruppi di persone che si uniscono nel chiedere il risarcimento dei danni) vengono spesso intraprese proprio partendo dai risultati delle indagini della Sec, anche quando non sfociano in sanzioni. Inoltre, là c'è concorrenza tra studi legali e autorità di vigilanza e queste ultime vengono stimolate a investigare per evitare una brutta figura qualora le frodi fossero scoperte dagli studi legali che cercano occasioni per promuovere class action. Una Consob in stile Sec è indispensabile per rafforzare la tutela del risparmio e ricondurre al giusto ruolo l'intervento in sede penale. Ma, spiega Gualtieri, è un processo che richiede un lungo traghettamento, perché innova profondamente la tradizione giuridica italiana e richiede l'adeguamento delle autorità italiane a responsabilità sicuramente tanto più impegnative. Inoltre, nell'ampliamento degli strumenti bisogna, sostiene Gianni, potenziare la giustizia civile, con maxirisarcimenti. Per compiere questo complesso passaggio, cruciale per la crescita del sistema finanziario nazionale, in Italia non si vede ancora nessun traghettatore. E la giustizia penale rimane un approdo isolato e poco protetto http://www.assinews.it/rassegna/arti...e270105ri.html |
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