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Rai, il canone potrebbe diventare l’aspetto più appetibile del titolo
forze divergenti
ADRIANO BONAFEDE
Dei "quattro o cinque mesi" indicati tempo fa per far sbarcare la Rai in Borsa, uno (dicembre) è già alle nostre spalle. Ne rimangono tre o quattro, se vogliamo credere alle rassicurazioni date dal direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo, e dal ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri. La privatizzazione e relativa quotazione dovrebbero dunque avvenire entro la fine del prossimo aprile. Più sfumato è stato invece il ministro dell’Economia nell’ultima audizione alla Commissione parlamentare di vigilanza Rai il primo dicembre scorso, premettendo un "se" alle sue dichiarazioni: «Se la privatizzazione si fa in tre mesi o in tempi più lunghi». E visto che lo ha ipotizzato il ministro del Tesoro, vuol dire che in effetti qualche probabilità che si arrivi a uno slittamento c’è.
Ma un eventuale allungamento dei tempi sarebbe figlio soltanto di un problema politico e non tecnico. I tecnici leggi Rotschild quale advisor dell’operazione e Ubm (UniCredit Banca mobiliare) per la valutazione vera e propria sono infatti al lavoro e non avrebbero problemi a rispettare i tempi previsti.
Le valutazioni ufficiose del colosso pubblico dell’informazione e dell’intrattenimento televisivo che dà occupazione a 11 mila dipendenti circolano già da tempo e sarebbero comprese, in maniera prudenziale, in una forcella che va dai 4,5 ai 6 miliardi di euro. La legge Gasparri stabilisce che il 75 per cento dell’introito della privatizzazione sarà utilizzato per ridurre il debito pubblico e solo il 25 per investimenti della Rai. Quindi l’introito per il governo dipende dalla quota da portare in Borsa: Siniscalco ha ricordato che la quota minima per essere ammessa alla quotazione in Borsa è il 25 per cento del capitale. Andrebbe quindi ai privati una quota compresa tra 1,125 e 1,5 miliardi; di questi il 25 per cento finirebbe in tasca alla Rai. Siniscalco ha però detto che lui preferirebbe mettere sul mercato il 30 per cento.
Ma perché qualcuno dovrebbe comprare quote di una società che ha dei forti paletti e non può muoversi liberamente all’interno del mercato? Infatti la Rai privatizzata dovrà continuare ad assicurare il servizio pubblico e dovrà sopportare precisi vincoli alla crescita della raccolta pubblicitaria. Inoltre, come abbiamo visto, ben tre quarti dell’introito da privatizzazione non andrebbero a rimpinguare le sue casse ma quelle del Tesoro.
Tralasciamo ogni considerazione in merito al tipo di privatizzazione, che pure è fortemente criticata da coloro che avrebbero preferito scindere la Rai in due parti, una con funzioni pubblicistiche finanziata esclusivamente dal canone e un’altra completamente privata finanziata dalla sola raccolta pubblicitaria (solo quest’ultima sarebbe stata quotata), ed entriamo nel merito della domanda: la Rai così come verrà privatizzata può interessare gli investitori? L’appeal secondo gli analisti verrebbe soprattutto dal fatto che questa anomala impresa avrebbe ogni inizio anno la garanzia di avere circa la metà del suo fatturato cash, grazie al canone. Il resto dovrebbe essere conquistato mese per mese ma in una situazione poco competitiva, dove non c’è un serio rischio di perdere rilevanti quote di mercato a favore dell’altro competitor, cioè Mediaset. E dove il digitale terrestre può aprire nuove occasioni di business. Il titolo azionario Rai sarebbe dunque sostanzialmente ‘tranquillo’.
Tra i fattori positivi per gli acquirenti di azioni Rai ciascuno dei quali non potrebbe comunque superare l’1 per cento ci sarebbe anche il fatto che con la privatizzazione verrebbe stabilizzato il contesto normativo.
http://www.repubblica.it/supplementi...04kavallo.html