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Vecchio 04-01-05, 11:55   #1 (permalink)
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L'export italiano in rapporto alle esportazioni mondiali nel 2003

L'export italiano in rapporto alle esportazioni mondiali nel 2003
04/01/2005

La forza del "made in Italy" si misura osservando l'incidenza dell'export italiano sul totale mondiale. "La Rivista", house organ di Euler Hermes Siac, ha elaborato i dati ICE e ISTAT relativi ai grandi settori: "Sistema Moda" e "Sistema Casa", meccanica e elettronica, che qui sotto proponiamo in parte:

http://www2.assinews.it:8080/testi/m...040105mer.html
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Vecchio 06-01-05, 22:09   #2 (permalink)
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Arriva l’anno del gallo per il settore tessile
27 dicembre 2004

di Rocki Gialanella - rockgia@yahoo.it


Il gallo, simbolo cinese dell’anno che sta per iniziare, rappresenta idealmente anche il combattimento che sta per scatenarsi sul settore tessile internazionale. Il 1° gennaio scompariranno le quote sulle esportazioni cinesi che hanno permesso ai mercati europei e statunitensi di non essere inondati dai prodotti made in China

Il settore tessile si appresta a vivere una rivoluzione senza precedenti. L’Organizzazione Mondiale del Commercio ha concesso nel 1995 un periodo di dieci anni di transizione per fare in modo che il mondo si adattasse ad una liberalizzazione totale degli interscambi tessili. Il periodo in questione si chiuderà il prossimo 1° gennaio. La Cina e i consumatori si profilano come i soli vincitori della lunga battaglia. I probabili effetti di tale new deal saranno diversi per imprese e consumatori dei paesi industrializzati. Le prime soffriranno per l’ancor più agguerrita concorrenza cinese. I secondi beneficeranno di stime che prevedono una discesa dei prezzi al consumatore intorno al 10%- 15% per il prossimo biennio.

In verità, molte imprese europee si sono già preparate ad assorbire l’impatto del ciclone cinese. La politica di delocalizzazione degli impianti produttivi perseguita in quest’ultimo decennio ha portato alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro nei paesi del Vecchio Continente. L’impatto derivante dalla fine del periodo di quote controllate può essere intuito dando un’occhiata a quanto accaduto nel triennio 2002- 2004 con la soppressione delle restrizioni al commercio per alcuni prodotti come abiti da lavoro e abbigliamento per neonati. Le importazioni di queste categorie di prodotti si sono moltiplicate per quattro e i prezzi sono crollati di un 50%. Quanto accaduto può essere considerato solo un assaggio di quanto potrebbe verificarsi nel 2005 con la soppressione delle restrizione per tutte le altre tipologie di prodotti tessili. Si calcola che l’entrata in vigore delle nuove condizioni permetterà a 20.000 nuovi produttori cinesi di sommarsi ai 5.000 attuali.

Secondo gli studi realizzati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Cina controllerà in dieci anni quasi il 60% del mercato globale del tessile, seguita dall’India con una quota del 10%. In un futuro non molto lontano, il mercato mondiale del tessile dovrebbe essere controllato da un gruppo di 5- 10 paesi. In tale gruppo non figura nessun paese europeo. Le esportazioni tessili cinesi ammontano attualmente a 70.000 milioni di dollari, mentre quelle indiane sono 13.000 milioni. Attualmente i due paesi controllano il 25% del mercato mondiale. La nuova e definitiva fase della liberalizzazione permetterà ai cinesi di incrementare le sue esportazioni tra il 250% e il 330% in una decade. Dinanzi alla valanga in arrivo, l’Europa e gli Stati Uniti stanno cercando di trovare un rimedio per far si che le proprie industrie non vengano spazzate via. D’altronde, la produzione del settore viene ancora oggi realizzata grazie all’utilizzo di macchine fabbricate in Germania, Svizzera e Italia.

Dopo anni di aggiustamenti e delocalizzazioni, il tessile occupa in Europa circa 2,7 milioni di lavoratori e circa 600.000 negli Usa. Stando ai dati contenuti in alcuni report previsionali dedicati al settore, la liberalizzazione del 1° gennaio 2005 potrebbe determinate un taglio della forza lavoro compreso tra un minimo del 5% e un massimo del 25%. L’ansia dei paesi industrializzati viene accentuata dall’adozione di una politica di dumping cinese che affonda le sue radici sia nel mancato rispetto delle norme basilari relative alla sicurezza sociale, sia nel mantenimento di un cambio fisso yuan/dollaro caratterizzato da una svalutazione permanente del 25% della valuta domestica.

Nel 1994, la WTO ha accordato la liberalizzazione del settore tessile con l’intento di favorire i paesi in via di sviluppo in una fase in cui la Cina non era ancora membro dell’organizzazione. Le condizioni sono cambiate molto, visto che la Cina è attualmente membro del WTO. E’ molto probabile che nei prossimi anni sentiremo parlare molto di quelle norme di salvaguardia tanto argomentate da David Ricardo. Ricardo sosteneva che quando l’industria di un paese subisce uno shock tanto profondo da metterne a rischio l’esistenza, questo paese ha diritto a imporre delle limitazioni alle importazioni che lo minacciano. Nel caso della Cina, l’applicazione delle norme di salvaguardi includerebbero una riduzione del 7,5% delle esportazioni dirette verso il paese in difficoltà. Gli Stati Uniti hanno già manifestato un buon livello di insofferenza nei confronti delle importazioni cinesi. L’Europa ha iniziato a monitorare il processo con la concessione di licenze ai produttori cinesi interessati al mercato continentale.

Il contenzioso potrebbe estendersi anche ai paesi in via di sviluppo. Pakistan, Sri Lanka, Perù e Marocco sono pronti a dare battaglia per conservare quelle quote di mercato internazionali che svolgono tuttora un ruolo fondamentale per la loro economia.

http://www.fondionline.it/FOL_Editor...56F7700522059/
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Vecchio 06-01-05, 22:09   #3 (permalink)
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ELIMINATION OF QUOTAS ON TEXTILE AND CLOTHING IMPORTS

A Q&A with White & Case's David Bond
December 30, 2004

International trade in textiles and clothing has been regulated for over 40 years by quotas limiting imports from low-cost producers in developing countries. Studies estimated that these quotas covered more than 80 percent of imports of textiles and clothing into the United States in 2002. On January 1, 2005, the quota regime comes to an end, and international trade in textiles and clothing will be regulated primarily by tariffs. David Bond, a leading international trade lawyer with White & Case in Miami, talks about the possible ramifications these changes pose to key textile producers, especially those from Latin America.

Can you provide us with some background on textile import rules and why they are changing?

DB: In 1974, more than 40 countries entered into the Multi-Fiber Arrangement or MFA, which was designed to regulate trade in textiles and apparel. The MFA permitted countries to negotiate bilateral agreements or act unilaterally to avoid “market disruption” caused by imports. But developed countries, wanting to protect their domestic textile jobs, used the MFA to limit imports from low-cost producers in developing countries.

While the MFA quotas limited the quantity of imports, textile and clothing producers from all over the world still had the opportunity to export some goods to the world’s biggest markets including the United States and Europe. Ironically, the quotas helped guarantee that textiles producers from around the world, including Latin America, would have access to the US market in some fashion. For example, once the quota of textiles imported from India was filled, US purchasers would then import goods from Mexico or another country that had quota available.

In 1995, the WTO Agreement on Textiles and Clothing or ATC replaced the MFA. Under the ATC, countries agreed to eliminate quotas on textiles and clothing, with the transition to the new agreement to take place in four steps over a ten-year transition period. The fourth and final step will occur January 1, 2005. At that time, the United States, Canada and the European Union will terminate the remaining quotas that cover 49 percent of the total trade of textile and clothing products.

What impact will this have for textile producers?

DB: Once quotas are eliminated, purchasers are free to import as many textile and clothing products as they want from any one country. The decision on where to buy will be based strictly on competition — suppliers who offer purchasers the best value will likely win out.
Because production costs are generally lower in China, India and other Asian countries, they are expected to substantially increase their US market share. Some studies suggest that Chinese textile imports to the US may increase by as much as 20 percentage points—or approximately 50 percent of the US market—in the next few years. Growth in the market share of Asian producers may displace leading textile producers in Mexico, Costa Rica, the Dominican Republic and others in the Western Hemisphere.

This could lead to a significant economic downturn in the Latin American textile and apparel sector, and could seriously undermine regional economies and impact trade within the Americas.

How can non-Asian textile producers fight back?

DB: Asian producers’ cost advantages may be reduced by preferential tariffs rates applicable to Mexico under NAFTA and to countries benefiting from the so-called Caribbean Basis Initiative and by their geographic proximity to the US market. Several CBI countries would receive additional benefits under the proposed Central America Free Trade Agreement, also known as CAFTA, assuming the parties adopt it, as is hoped, by mid-2005. The real question is whether these duty advantages will offset the cost advantages of Asian producers. Current evidence suggests that Latin American and other non-Asian producers are in for a hard fight. For example, when the quotas on brassieres were terminated in 2002, US imports from China increased from $350 million to $500 million in a single year, while sales from Costa Rica, Mexico, Honduras, Nicaragua and other CAFTA countries fell significantly.

China recently announced it would impose export taxes on some textile exports. What impact might that have?

DB: After strong pressure from the United States and the European Union, the Commerce Ministry in China announced that it would impose export taxes on some textile exports in order to better level the competitive playing field. However, the Chinese government did not specify the level of these export taxes or what textiles would be taxed, and it is still unclear whether these tariffs will be high enough to offset the lower production costs.

If export taxes do not work, what other remedies are there?

DB: It’s very likely that if Chinese and other low-cost producers flood the US market, the United States and the European Union will initiate trade litigation (anti-dumping, countervailing duty and/or safeguard investigations) as a way to counteract the likely surge in imports.

US producers have already begun to attack Chinese imports of various products (including socks, cotton and synthetic shirts and blouses) using special safeguard measures that only apply to China. But the special safeguards provide no protection against low-cost producers in India, Vietnam or Bangladesh, and imports into the US from these countries may increase once quotas are removed. If so, expect textile producers in the US and elsewhere to ask their governments to initiate trade litigation on imports. This litigation may also be used against Latin American producers, who are already experiencing losses under the new rules, because US investigations tend to be very broad in scope.

David Bond is a partner in White & Case’s International Trade Practice Group in Miami, where he represents clients in unfair trade proceedings, such as anti-dumping and countervailing duty investigations in Latin America and elsewhere. He appears regularly before the U.S. Department of Commerce, the U.S. International Trade Commission, and Mexico’s Secretaría de Economía (formerly “SECOFI”). David also advises clients on international trade and investment issues arising under the laws and regulations of the United States, and international agreements such as the NAFTA and the EU-Mexico Free Trade Agreement.
http://www.fondionline.it/FOL_Editor...56F7700522059/
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Vecchio 06-01-05, 22:10   #4 (permalink)
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refuso

http://www.whitecase.com/news/news_d...5&type=talking
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Vecchio 10-01-05, 15:11   #5 (permalink)
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La Cina si avvicina, abolite tutte le barriere doganali


ROSA TESSA

Più di 90 mila posti di lavoro a rischio nel 2005 mentre è appena scoppiato il big bang della liberalizzazione del mercato del tessile e abbigliamento europeo. E’ forte il timore tra i produttori italiani a distanza da qualche giorno dalla fine dell’Accordo Multifibre. Sono 30 le categorie di prodotto liberalizzate, ovvero che non hanno più quote che ne limitino le importazioni. E tra questi prodotti c’è il ‘cuore’ del tessileabbigliamento italiano, dai pantaloni ai tailleur, dai collant all’intimo, dai tessuti di cotone a quelli di lana. Ma quanta produzione italiana sia a rischio nei prossimi anni non si riesce a sapere. Sull’impatto devastante che potrebbe provocare la fine dell’Accordo Multifibre sull’industria italiana del tessile abbigliamento nessuno osa fare stime. Su quante potrebbero essere le aziende a rischio chiusura rispetto alle 68 mila imprese attuali (di cui 7 mila già perse tra il 2001 e il 2003) e su quanti lavoratori perderebbero il lavoro, sui 570 mila attuali (40 mila lasciati a casa tra il 2001 e il 2003), nessuno si azzarda a fare ipotesi. Ma la ricaduta sarà diffusa e pesante. E non si può parlare certo di fulmine a ciel sereno, visto che da anni era in ballo questa scadenza. C’è da dire che sindacati e imprenditori del settore da anni chiedono interventi al governo che anche in quest’ultima Finanziaria è rimasto sordo alle richieste. Intanto sono 92 mila i posti di lavoro a rischio nel 2005 nel settore del tessile abbigliamento e del cuoio calzature, fra cassa integrazione straordinaria, ordinaria e procedure di mobilità, secondo Filtea Cgil, l’associazione sindacale nazionale dei lavoratori del tessile abbigliamento. Tra la seconda parte del 2003 e il 2004 sono stati persi già 50 mila posti di lavoro. «I 92 mila posti di lavoro sono a rischio irreversibile — commenta Valeria Fedeli, segretaria nazionale di Filtea Cgil — E perderli vuol dire destrutturare e sfaldare gravemente la filiera italiana del made in Italy. Noi sindacati con le associazioni imprenditoriali di settore è da tempo che cerchiamo di sensibilizzare il governo sull’argomento. Ad ottobre abbiamo firmato un accordo con le associazioni imprenditoriali del sistema moda italiano in cui chiedevamo al Governo di intervenire pesantemente nella Finanziaria con sostegni all’internazionalizzazione e con incentivi per promuovere le fusioni delle aziende. Ma la Finanziaria, come si sa, è andata verso tutt’altra direzione».
Certo è che la Cina prenderà il sopravvento su tutti gli altri paesi emergenti da cui l’Italia importa. Il che vuol dire che diventerà sempre più potente nello scacchiere dell’industria e del commercio internazionale e sarà in grado di dettare sempre più le sue leggi.
Fermandoci all’Italia, le importazioni extra Ue che riguardano le 30 categorie merceologiche liberalizzate valgono, secondo gli ultimi dati del 2003 di Sistema Moda Italia, 5 miliardi di euro ovvero un terzo delle importazioni totali del tessile — abbigliamento. Di questa cifra il 10% è della Cina. Cosa potrà succedere adesso? «Che la Cina già da subito — dice Giuseppe Schirone dell’Ufficio Studi di Sistema Moda Italia — potrebbe guadagnare un ulteriore 20% a scapito degli altri paesi emergenti». Basti vedere quello che è successo in America quando negli anni scorsi sono state liberalizzati alcuni prodotti del tessile abbigliamento: i cinesi hanno sopraffatto la concorrenza adottando la cosiddetta strategia del ‘prezzo predatorio’. Vale a dire che hanno battuto la concorrenza con prezzi bassissimi che poi hanno rialzato.
«Essere ottimisti in questo momento è agghiacciante», è il commento a caldo di Mario Boselli presidente della camera nazionale della moda e lui stesso imprenditore con aziende a monte e a valle del settore. La fine dell’accordo Multifibre va ad aggiungersi ad una situazione di mercato che da quattro anni a questa parte, trimestre dopo trimestre, è stato contrassegnato da segni meno soprattutto nel fatturato. Solo nell’ultimo anno, dall’ottobre 2003 all’ottobre 2004 c’è stato un calo del 13,5 nel fatturato a monte e del 13,9 in quello a valle. «E’ stata una tragedia per il settore della moda», commenta Boselli, comunicando queste cifre.
Insomma tutto è molto nero, salvo due ragionamenti che porta il presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana. Il primo riguarda le aziende che hanno resistito fin qui. Negli ultimi quattro anni a causa della crisi pesante la domanda è molto diminuita, ma anche moltissime aziende hanno chiuso i battenti.
Così si è verificato un riequilibrio nel mercato tra domanda e offerta. Nel mercato sono rimaste meno aziende di prima, ma quelle che hanno resistito a questa crisi sono più forti perché hanno meno concorrenti con cui doversi confrontare. L’altro ragionamento è quello che dice ‘prima o poi verrà il bel tempo’. E siccome piove e diluvia ormai da anni, dovrà pur rispuntare il sole.
I calzaturieri sono preoccupatissimi. «L’abolizione dei sistemi di quote d’importazione mette a rischio l’economia italiana. Il nostro Paese perderà, così, il fondamentale sostegno della piccola e media impresa che contribuisce a creare ben il 90% del Prodotto Interno Lordo, lancia l’allarme Rossano Soldini, presidente dell’Associazione Nazionale Calzaturieri Italiani. «Nel 2004 la Cina ha esportato in Italia circa 140 milioni di calzature in pelle — dice Soldini — ne ha importate circa 200 mila, ed erano ancora in vigore le quote. Con l’abolizione delle quote, nel 2005, secondo le nostre previsioni, saranno circa 250 milioni le calzature importate in Italia. Per le nostre imprese diventerà impossibile competere».
La Cina fa paura. Non ultimo il fatto che c’è un lento, ma inesorabile movimento da parte dei cinesi a comprare aziende e marchi stranieri. Negli ultimi anni hanno comprato la Rover, la divisione computer di Ibm e, per quanto riguarda la moda, la Esprit di Hong Kong ha comprato la Esprit americana e quella tedesca. Hanno acquisito Pringle e sei mesi fa Guy Laroche. Stanno comprando anche in Italia tanto che è nato un polo di investimento italiano che non ha ancora ufficializzato la sua attività e che finanzia aziende cinesi intenzionate a fare acquisizioni in Italia. A breve sarà operativo ed è interessato soprattutto al settore tessile.
Di questo passo finirà che i cinesi si impadroniranno delle aziende italiane che hanno un secolo di storia.
http://www.repubblica.it/supplementi...27chinese.html
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Vecchio 10-01-05, 15:26   #6 (permalink)
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Tessile, un’industria senza frontiere
(04/01/2005)

Perdita di fatturato tra il 2001 e il 2003 di 4,6 miliardi, attivo commerciale sceso di oltre 2,7 miliardi e diminuzione dell'occupazione stimabile in 40mila addetti. Sono i numeri dell’industria tessile/abbigliamento italiana: un settore che consta di 68mila aziende e 570mila addetti. E che, da quest’anno, non ha più frontiere.

A partire dallo scorso primo gennaio, come disposto dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), l’Unione Europea e i paesi membri hanno avuto l’obbligo di abolire i sistemi di quote e contingentamenti che erano in vigore nel settore. Tali misure, note come Accordo Multifibre, erano state adottate dalla Comunità Europea per proteggere il mercato interno: disciplinavano da oltre 40 anni le importazioni in Europa dai paesi extra-comunitari. Ed erano entrate in contrasto con le nuove norme sul libero mercato dettate dal Wto.

Così è stato rispettato dall’Ue l’impegno abolendo il sistema obsoleto, ma applicando al contempo un programma di ‘contenimento’: sistemi di controlli efficaci per evitare un'invasione del mercato comunitario, soprattutto dalla Cina, e meccanismi di monitoraggio nei paesi di origine.

Strumenti e misure che tuttavia non hanno dissipato i timori e le preoccupazioni del mondo industriale italiano. "Tutti i giorni ricevo telefonate di operatori italiani seriamente preoccupati”, ha spiegato Antonio Peres, responsabile marketing della Camera di Commercio Italo-Cinese. “La situazione era già critica e con la caduta delle quote import rischia di precipitare. La Cina ha materie prime di grande qualità e una mano d'opera che costa un decimo di quella italiana. Il risultato – ha aggiunto - sono prodotti di ottimo livello, che costano un quinto rispetto ai nostri. In queste condizioni, il mercato italiano può solo collassare”. Secondo Peres, o si collabora con la Cina, o l'industria italiana del tessile rischia di sparire. L'unica soluzione è creare subito forme di cooperazione con i produttori cinesi. “Appelli a Roma o Bruxelles sono inutili e persino controproducenti. Bisogna unire il design e la creatività italiana alla qualità e potenza manifatturiera cinese. Del resto – ha aggiunto - le industrie cinesi sarebbero ben contente di avviare questo tipo di cooperazione. Sono le industrie italiane che non hanno ancora capito l'importanza di questo rapporto".

Preoccupazione avvertita anche al Ministero per le Attività produttive. “Esistono pericoli concreti perché le potenzialità produttive e di esportazione della Cina sono straordinarie", ha spiegato il vice ministro alle attività produttive con delega al commercio estero Adolfo Urso. “È altrettanto vero – ha precisato - che noi abbiamo adottato strumenti tali da scoraggiare ed evitare l'invasione di prodotti tessili cinesi”. La migliore arma secondo il numero due del Map sarà proprio il controllo: l'introduzione di certificati di sorveglianza rappresenta un forte deterrente al boom delle importazioni dalla Cina. Dati alla mano, dal 27 al 31 dicembre scorso, prima cioè dell'abolizione sulle quote sull'import in Europa, il Ministero alle Attività Produttive ha ricevuto da 28 società importatrici residenti in Italia la richiesta di certificati di sorveglianza, in cui è riportata la tipologia, la quantità ed il valore delle merci da importare, che è risultato pari a 1.481.000 euro.

Controllo che si può aggirare per mezzo dei ‘buchi’. Dalle pagine del Corriere della Sera viene ricordato come il 70% delle merci cinesi importante passi per il Porto di Napoli. Tale dato si trova nel rapporto redatto dal Secit (Servizio Consultivo ed Ispettivo tributario), che mette in luce un anomalia del porto partenopeo e lancia un grave fenomeno di evasione fiscale sulle merci importate dalla Cina. Parallelamente ad una contrazione delle merci destinati ai porti di La Spezia e Genova, secondo via Solferino il sospetto è che Napoli sia diventato il canale privilegiato d’ingresso dei tessuti cinesi a causa di un sistema di controlli inadeguato.

Luca De Giuseppe
http://www.miaeconomia.it/retrieval/...darticle=73064
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