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Petrolchimico
Gli ambientalisti: provato l'eco-disastro. La difesa: nessun ribaltone
Condanne e prescrizioni per i morti del Petrolchimico Marghera, cambia il verdetto. Ma solo per 8 dei 157 deceduti DAL NOSTRO INVIATO MESTRE — Tullio Faggian, addetto alle autoclavi nel reparto CV6 di Marghera, si è spento nell'ospedale di Mestre l'11 ottobre '99. Aveva 63 anni e il fegato distrutto da un angiosarcoma. Ieri nell'aula bunker di Mestre, al processo d'appello sul petrolchimico, per la sua morte sono stati condannati a 1 anno e 6 mesi cinque dirigenti del colosso della chimica italiana. LA SENTENZA — Il presidente della seconda sezione penale, Francesco Aliprandi, legge la sua ultima sentenza prima di andare in pensione e ribalta, per una parte, il giudizio di primo grado. Fino al giorno dello scontato appuntamento in Cassazione ci sono quattro manager e un professore responsabili di omicidio colposo: due ex amministratori Montedison, Alberto Grandi e Piergiorgio Gatti, l'ex direttore della divisione petrolchimica Renato Calvi, il vicepresidente di Montefibre ('76-79) Giovanni D'Arminio Monforte, e il professor Emilio Bartalini, capo del servizio sanitario centrale Montedison dal '65 al '79. Nessuno sconterà la pena, perché i giudici concedono la sospensione condizionale. Ritengono anche che non si debba procedere per altri 7 omicidi colposi e 12 casi di lesioni, ma solo perché sono prescritti. Come le contravvenzioni legate agli scarichi inquinanti riversati per anni nella Laguna di Venezia. IN AULA — Il 2 novembre 2001 si chiuse il processo di primo grado: 28 imputati di omicidio colposo, lesioni, disastro ambientale e avvelenamento delle acque, tutti assolti. Quel giorno Gianfranco Bettin, prosindaco di Mestre, scoppiò a piangere. Oggi fa un cenno d'intesa al disobbediente Luca Casarini, «tutto a posto», poi chiama con il cellulare Marco Paolini, l'artista che ha portato nei teatri d'Italia le storie dei 157 operai del petrolchimico che sono morti e delle centinaia malati di tumore. Bettin gli annuncia «è appena finita» e passa il telefono al pubblico ministero Felice Casson. Il magistrato ascolta, sorride e risponde: «Guarda che oggi qui non abbiamo pareggiato». Certo, si ritrova a parlare di una condanna poco più che simbolica e di una serie di prescrizioni. Però sente di aver vinto. Dice: «La sentenza è equilibrata, conferma i rapporti di causa ed effetto tra l'esposizione al cloruro di vinile e l'angiosarcoma, il morbo di Reynaud e altre epatopatie. Ma soprattutto, stabilisce che ci fu una colpa». RISARCIMENTI — «Non c'è stato nessun ribaltamento della sentenza del 2001», dichiarano l'avvocato Federico Stella, legale dell'Enichem, e Ivano Nelson Salvarani, presidente del tribunale che la pronunciò. Eppure, secondo Legambiente, «è dimostrato il reato di disastro ambientale». E anche gli avvocati di parte civile sono soddisfatti. Per 16 imputati sono solo prescritte le contravvenzioni per gli scarichi del petrolchimico. Questo apre la strada alle richieste di risarcimento da parte del Comune di Venezia e della Regione Veneto, rappresentate dall'avvocato Eugenio Vassallo. Il suo collega Gianpaolo Schiesaro, avvocato dello Stato che tutela il ministero dell'Ambiente, vuole portare Enichem davanti a un tribunale civile. FUTURO — In ballo ci sono molti milioni di euro e un pezzo del futuro di Venezia e della sua laguna. Esistono terreni dove, fino a una profondità di 20 metri, è stato trovato arsenico 60 volte sopra i limiti di legge, mercurio 140 volte sopra i limiti e dove, nel '95, l'ammoniaca era anche 1.400 volte oltre il massimo consentito. Il governatore del Veneto, Giancarlo Galan, non ha dubbi: «Porto Marghera deve liberarsi al più presto di tutto ciò che danneggia l'uomo e l'ambiente». Un ex operaio con la voce rovinata da un tumore alla gola ricorda: «Era un manicomio lavorare lì. Era da morire». Mario Porqueddu Non era il cabernet, l'onore restituito a tutti gli operai Il verdetto dimostra che non si è trattato di «tragica fatalità» ma di errori e cinismo Altri 30 lavoratori aggiunti alla lista durante il processo. Un piccolo eroe firmò la prima denuncia SEGUE DALLA PRIMA Il verdetto d'appello ha infatti rovesciato la precedente decisione condannando i principali imputati come responsabili degli omicidi bianchi. Un anno e mezzo a testa. Troppo poco e troppo tardi, forse. Ma quanto basta, col macigno della prescrizione caricato sulla reputazione di altri dirigenti del gruppo chimico e degli stabilimenti veneziani e con la minaccia di risarcimenti a catena, per dar ragione al pm Felice Casson e spazzar via la tesi di quanti hanno giurato per anni che tutto era in ordine, in linea con l'indecente circolare del '77 nella quale si diceva che, avendo l'impresa «come fine il profitto» era inutile esagerare con le precauzioni e le costose manutenzioni: «bisogna correre dei ragionevoli rischi». L'ultimo a correre quel «ragionevole rischio», che al Petrolchimico significava essere esposti all'aggressione dell'angiosarcoma seicento volte più di una persona normale se lavoravi nella «coorte» del Cvm o addirittura seimila volte di più se avevi avuto la sorte di finire tra gli addetti alle autoclavi, sarà sottoposto oggi, per ordine della magistratura, a una autopsia. E' morto l'altro ieri. Prima di avere il tempo di vedere ribaltata quella sentenza che nel dicembre 2001 era stata salutata dai parenti delle vittime con lacrime e pianti e sfoghi: «Vergognatevi! Vergognatevi!» Erano stati 33, da Basso Olindo a Zabbeo Giovanni, gli operai aggiunti alla lista dei morti durante lo svolgimento del processo di primo grado. Sono oltre una trentina quelli morti dopo l'inizio del processo d'appello. Un processo che più volte la difesa aveva cercato di far saltare per tener buono il trionfale verdetto assolutorio di primo grado. Un verdetto così stupefacente che poche ore prima, convinti d'esser schiacciati dalle prove e d'andar incontro a una legnata, i legali di Montedison s'erano rassegnati a concordare il risarcimento danni più alto di tutti i tempi: 550 miliardi di lire. Ci avevano provato, a far saltare il banco, chiedendo ad esempio di ricusare un giudice, Daniela Perdibon, perché quindici anni fa, da pretore del lavoro, aveva riconosciuto le ragioni di un lavoratore addetto al Cvm: come poteva avere ora il necessario distacco? Una domanda interessante. Curiosamente mai posta però, nel primo processo, nei confronti del presidente Nelson Salvarani, che di sentenze simili ne aveva emesse cinque. O di Antonio Liguori, uno dei giudici a latere, che quando era sostituto procuratore aveva ricevuto la prima denuncia sugli omicidi bianchi firmata da Gabriele Bortolozzo, il piccolo grande eroe di questa storia, destinato a morire sotto un camion, e l'aveva archiviata. Così che, se avesse riconosciuto le buone ragioni dell'impianto accusatorio di Casson, avrebbe in qualche modo dato torto a se stesso. Il verdetto letto ieri da Francesco Aliprandi, che arriva dopo troppe assoluzioni e archiviazioni ed evaporazioni umilianti per le vittime di «tremende fatalità» del passato dovute all'errore, alla sciatteria o al cinismo umani, è per molti aspetti storico. E non solo perché apre inimmaginabili varchi alle eventuali richieste di risarcimento della Regione, della Provincia, del Comune, dei parenti degli operai morti rimasti come parti civili. E' un verdetto che butta là dove andavano buttate certe tesi difensive (c'è chi ha vantato la bontà delle vongole alla diossina) sulla «modesta pericolosità» di certe lavorazioni chimiche che nei decenni hanno causato danni enormi a una realtà delicatissima e unica al mondo quale la laguna di Venezia, dove soltanto dal 1984 al 1997, dopo che già erano entrate in vigore varie leggi ambientali, vennero scaricati in 5,1 miliardi di metri cubi di acqua inquinata, pari a 12 volte il volume dell'intero bacino. Che chiude definitivamente le polemiche su casson che, reo d'aver detto a caldo dopo l'assoluzione generalizzata che si trattava d'«una sentenza che si commenta da sola», era finito nel mirino di un'azione disciplinare disposta da Roberto Castelli il quale, vista bocciata la sua iniziativa dal Csm, aveva insistito facendo ricorso in Cassazione. Che premia le battaglie di chi, come gli animatori del sito www.petrolchimico.it, hanno impedito per anni alla polvere di posarsi sui fascicoli pubblicando parola per parola ogni minimo dettaglio del processo. Che conforta tutti coloro che hanno scovato, uno dopo l'altro, documenti raggelanti, come il bollettino interno che dimostra come ancora nel 1985 (a dispetto di chi ha sostenuto che la pericolosità dei reparti omicidi era stata «quasi annullata» nel 1973) la Montedison sapesse che la concentrazione di piombo era 2091 volte superiore al lecito. Per non parlare dello smascheramento dei cosiddetti «controlli». Come l'uso del «gascromatografo», un apparecchio che doveva vigilare sul livello dei gas liberati nell'aria dal Cvm e dar l'allarme in caso di fughe: gli allarmi erano una rarità, ma per un motivo preciso: la macchina era stata tarata in modo tale da cogliere solo un decimo delle emissioni. Ma più ancora, come dicevamo, è una sentenza che restituisce l'onore, sia pure troppo tardi, a uomini come Ennio Simonetto, uno dei tanti operai uccisi dai veleni. Lavorava alle autoclavi, i giganteschi «pentoloni» dove le micidiali sostanze erano «bollite» per fare il Cvm (cloruro di vinile monomero), il prodotto base per la plastica. Uno di quelli che, finita la lavorazione, entravano tra esalazioni da svenimento nei recipienti, per «togliere le croste». Una operazione così rischiosa che i poveretti picchiavano le pareti con martelli di bronzo: fosse partita una scintilla sarebbe saltato tutto in aria. Al primo processo, a sentire certi avvocati della difesa, pareva quasi che fosse stato ucciso dal vino e dalle sigarette. Non beveva. Non fumava. Ed era morto dopo un'agonia dei mesi, durante i quali era stato sottoposto a ripetute visite fiscali. Uno dei dirigenti aveva infatti spiegato al Gazzettino che lui sapeva bene perché tutti quegli operai andavano in malattia: «sono degli scansafatiche», «assenteisti», «vagabondi»... Gian Antonio Stella http://www.assinews.it/rassegna/arti...161204pe2.html |
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Venezia: un anno e mezzo ciascuno a 5 ex dirigenti Montedison. Furono "i maggiori responsabili" della vicenda
Condannati i signori della chimica Veleni a Marghera, ribaltata la sentenza di primo grado SAVERIO CORRER VENEZIA - Alla fine l´operaio del petrolchimico di Marghera Gabriele Bortolozzo, ha fatto condannare i "Signori della chimica". Troppo tardi per lui, morto nel frattempo in un incidente stradale, e troppo tardi, in fondo, anche per la giustizia, anche se, per la prima, volta cinque ex dirigenti di rango della Montedison vengono condannati in un maxi processo a tutela della salute dei lavoratori e dell´ambiente. Evitando pene più severe solo perché i giudici sono stati costretti a fermarsi sulla soglia della prescrizione per altri episodi. La sentenza assolutoria di tre anni fa per le morti e le malattie da tumore degli operai del petrolchimico e l´inquinamento della laguna è stata in parte ribaltata ieri a sorpresa dalla Corte d´appello di Venezia. Non nella sua parte principale, perché i giudici, presieduti da Francesco Aliprandi, hanno confermato l´assoluzione per l´accusa di avvelenamento adulterazione delle acque, disastro, omicidio e lesioni colpose per tutti i tumori diversi dall´angiosarcoma. Ma le modifiche alla sentenza di primo grado sono significative: ci sono cinque condanne a un anno e mezzo di reclusione (con i benefici di legge) per altrettanti ex dirigenti Montedison per un omicidio colposo, quello di Tullio Faggian, divorato da un angiosarcoma nel ?99. Si tratta di imputati eccellenti, come Alberto Grandi, ex amministratore delegato della Montedison ed ex vicepresidente di Montefibre (e presidente Eni all´inizio degli anni Ottanta), e il professor Emilio Bartalini, responsabile del servizio sanitario Montedison dal ?65 al ?79. Per il Pm Felice Casson furono «i maggiori responsabili» della vicenda, insieme all´ex presidente dell´Eni e della Montedison Eugenio Cefis, nel frattempo deceduto. Gli altri tre condannati sono Piergiorgio Gatti, Renato Calvi e Giovanni D´Arminio Monforte. Altra modifica significativa è l´applicazione, per i cinque condannati, della prescrizione per sette omicidi colposi (causati da angiosarcoma epatico) e dodici casi di lesioni personali colpose (epatopatie), anche se i decessi contestati erano 157 e le malattie un centinaio. I giudici hanno riconosciuto non solo il nesso di causalità tra il cloruro di vinile monomero (Cvm) e gli angiosarcomi, ma anche la colpa degli imputati. E se questi ultimi sono stati assolti, perché il fatto non costituisce reato, dall´accusa di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro fino a tutto il 1973, hanno invece ottenuto la prescrizione, insieme ad altri dieci ex dirigenti Montedison, per l´omessa collocazione di impianti di aspirazione dal 1974 al 1980. Altra prescrizione, infine, per 16 imputati, tra cui l´ex presidente Enichem Lorenzo Necci, per le contravvenzioni legate agli scarichi del petrolchimico in laguna. «Una sentenza equilibrata - ha commentato Casson - anche se purtroppo la giustizia è arrivata troppo tardi. Vent´anni fa avrebbero condannato tutti, come conferma la sentenza di oggi», per poi definire «ridicoli» i tempi di prescrizione per certi reati ambientali perché troppo brevi. Soddisfatti gli ambientalisti, dal Wwf a Legambiente, e le parti civili, con Comune di Venezia, Regione Veneto e Ministero dell´Ambiente che si vedono spianata la strada del risarcimento danni. Ma per l´avvocato Federico Stella, legale di Enichem, «non c´è stato alcun ribaltamento della sentenza e ancora una volta la corte d´appello ha fatto a pezzi l´impianto accusatorio». http://www.assinews.it/rassegna/arti...p161204pe.html |
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