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Vecchio 04-12-04, 14:33   #1 (permalink)
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Rapporto Censis 2004

http://www.censis.it/
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Vecchio 04-12-04, 14:34   #2 (permalink)
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L'Italia accumula ma è più insicura
RAPPORTO CENSIS Il 2004 mostra un Paese in via di assestamento tra rischi di impoverimento e corsa alla patrimonializzazione De Rita: «Non aumenta il reddito, cresce invece il cash del lavoro sommerso» Inflazione
percepita in rialzo





ROMA • La paura di diventare più poveri c'è e ci ha tenuto compagnia per tutto l'anno che sta per finire, visto che le prospettive della crescita del Pil non sono brillanti. Ma sarebbe «disonesto» dimenticare che i dati del 2004 segnalano «un forte aumento» della patrimonializzazione delle famiglie e degli investimenti immobiliari, un buon incremento degli investimenti mobiliari e dei loro rendimenti e, più che un crollo, un assestamento su uno stile moderato di consumo. A ricordare che la realtà italiana non si lascia facilmente strizzare in qualche slogan (siamo tutti più ricchi, siamo tutti più poveri) da giocare, se occorre, alla roulette elettorale, è come di consueto il rapporto Censis, che ieri è stato presentato a Roma.
Un rapporto che per scelta evita di ripercorrere i fatti di cronaca degli ultimi mesi, per identificare le linee di fondo attraverso le quali la società italiana riproduce le proprie storiche strategie di sopravvivenza anche nel bel mezzo di una lunga fase di rallentamento congiunturale. Così, per esempio, si scopre che è tornato di moda il "sommerso cash" e che gli italiani ne sono pienamente consapevoli: se l'Agenzia delle entrate stima in 200 miliardi il giro d'affari sottratto al Fisco (circa 46 euro ogni 100 denunciati), il 70% dei contribuenti, interpellati dal Censis sull'argomento, stima il sommerso in crescita. Il fatto è — osservano i sociologhi del Censis — che quanto più il prodotto o il servizio tende a essere immateriale tanto più la tentazione di eludere gli obblighi fiscali si rafforza: se tra badanti e colf o insegnanti che danno ripetizioni private il tasso di evasione tende spontaneamente verso il 50 e il 52%, non scherzano neanche, a un'incollatura da idraulici e falegnami, gli psicologi (non è stata rilasciata alcuna fattura al 36% degli italiani che vi si è rivolta) seguiti da ingegneri (29,6%), avvocati (24,7%) e architetti (21,4%). La passione per il cash, del resto, è tradizionale in Italia. Basta ricordare, dice il Censis, che il nostro è il Paese europeo che insieme a Spagna e Grecia presenta il più alto rapporto fra circolante e Pil (5,3% contro una media europea del 3,5%).«La realtà dell'Italia — ha spiegato Giuseppe De Rita è diventata quella di un Paese• da grandi patrimonializzati. La ricchezza delle famiglie è aumentata in maniera incredibile, i patrimoni sono aumentati. Ciò significa che da una parte non aumenta il reddito, soprattutto quello del lavoro dipendente, ma dall'altra aumenta molto il lavoro sommerso, il cash del lavoro sommerso. Cioè il contante, e quindi si va a patrimonializzare». Il rapporto del Censis sottolinea che il patrimonio in mano alle famiglie è pari a 6 volte il Pil ed è cresciuto del 5% ogni anno negli ultimi dieci. Inoltre, la crescita da reddito in nero, il cash, è aumentata del 2% negli ultimi anni.
L'istituto, inoltre, stima che circa 950mila nuclei familiari (circa il 5%) abbiano come fonte prevalente di reddito non il salario o la pensione ma una rendita generata dalle attività mobiliari, da forme di risparmio, assegni di sostentamento (per le coppie separate o divorziate). A fine 2004 saranno 870mila le abitazioni acquistate dagli italiani con una spesa di 550 milioni di euro per giorno lavorativo (132 miliardi di euro su base annua). Gli acquirenti sono per lo più nuclei familiari. «È questo sistema — ha osservato De Rita — che dà un po' di certezze». In conclusione — ha affermato «il problema dell'impoverimento che ci hatenuto angosciati tutto l'anno non è un problema facile. Si muove fra una realtà di reddito e una realtà di patrimonio».
Non basta. Secondo il Censis non è vero che la voglia di consumare abbia abbandonato gli italiani. Semplicemente è in attesa di tempi migliori. Così si sono ridotti consumi per il vestiario, le calzature, i tabacchi, gli alimentari, ma si è speso di più per alcolici, per prodotti medicinali e farmaceutici per i servizi di trasporto e anche per i servizi ricreativi, gli animali domestici, l'istruzione. Certo, poi, c'è anche la povertà vera e propria: si tratta di 2.360.000 famiglie, il 10,6 per cento dei nuclei italiani. Eppure la percentuale della povertà relativa è rimasta la stessa, semmai quello che sta cambiando è la sua composizione: appaiono in aumento i nuclei mogenitoriali e gli anziani, un po' come accade nel resto d'Europa. Solo che l'Italia — ricorda il Censis — è l'unico Paese insieme alla Grecia a non disporre di una misura universalistica antipovertà.
Quanto ai timori del futuro, esistono e sono consistenti. Per il 45% degli italiani il problema più importante da affrontare è l'aumento dei prezzi e l'inflazione: una percentuale nettamente superiore alla media Ue che è invece del 18 per cento. Per la media europea il problema più urgente è, invece, la disoccupazione che raccoglie il 44% dei consensi contro il 34% in Italia. Molto più uniforme è la percezione degli altri problemi più urgenti: la situazione economica (29 contro il 25% della media Ue), la criminalità (23 contro 26%), l'immigrazione (12 contro 16%), le tasse (12 contro 8%), il terrorismo (11 contro 15%) e le pensioni (11 contro 10%). Da un'indagine ad hoc su un campione di 1.500 famiglie realizzata dal Censis è risultato che il 47,5% delle persone contattate ha dichiarato di aver modificato le spese alimentari, in seguito alla percezione d'inflazione crescente, che quasi il 60% utilizza i propri risparmi per affrontare nuove spese, il 70% acquista con più frequenza rispetto al passato prodotti a marca commerciale, l'80% degli intervistati ha ridotto le spese per il tempo libero, l'83,5% ricorre più spesso a offerte speciali. Non sarebbe corretto — si legge nel rapporto — dedurre da questi dati che ci sia un diffuso impoverimento delle famiglie, ma «è opportuno non sottovalutare il senso di disagio manifestato da un cospicuo numero di persone».
http://www.assinews.it/rassegna/arti...e041204ce.html
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Vecchio 04-12-04, 14:34   #3 (permalink)
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La mancata ripresa economica, la flessibilità del lavoro e l´inflazione cancellano il "dinamismo ottimista" degli anni passati

L´Italia non guarda più al futuro ha paura di diventare povera

Il Censis: Paese deluso dalla politica, ma può reagire


LUISA GRION

ROMA - Il futuro fa paura, non ci si aspetta molto dagli anni a venire, non c´è ottimismo. Visto come stanno le cose, si sta cercando di mettere in salvo quello che c´è, di «patrimonializzarlo», migliorarlo, trattarlo meglio. In qualche modo si reagisce, non c´è paralisi, ma il gioco è tutto in difesa.
E´ così che il Censis, nel suo «Rapporto 2004», fotografa l´Italia: una società che ha paura di diventare più povera e di regredire; che compera di meno ma spende di più per le cose solide; che non si riconosce nella sua leadership; che cerca sicurezza; che non si fa coinvolgere troppo dalla successione degli eventi, ma punta piuttosto ad «assestarsi» o almeno a «galleggiare». Che - comunque sia - sceglie sempre più di vivere nel presente.
A spingerla verso questa atteggiamento sono state soprattutto le dinamiche economiche: la ripresa che di fatto non arriva, la flessibilità spinta nel lavoro, il calo dei consumi. Il paese, fa notare il rapporto, teme l´inflazione più del terrorismo. Negli ultimi mesi è stata più forte la paura d´impoverirsi che la reale perdita del potere d´acquisto. Consapevoli anche del fatto che è diventato più difficile arricchirsi lavorando, gli italiani hanno ripreso ad investire, ma più per consolidare quello che già hanno che per realizzare guadagni rapidi. Ecco quindi la corsa all´acquisto di nuove case (alla fine del 2004 saranno stata comperate 870 mila abitazioni per una spesa giornaliera di 550 mila euro), ma anche il ritorno ai «fondi» scelti, però, come forma di investimento tranquilla e di lungo periodo.
Quello che sembra mancare completamente è il «dinamismo ottimista» che aveva governato la società negli anni Ottanta. Ma è crollata anche la fiducia in una leadership che - dice il Censis - «non sa cogliere i fenomeni e le evoluzioni». Il paese, spiega il rapporto, non crede più né a chi propone «libertà economica come forma di arricchimento», né a chi «chiama a raccolta chi non arriva al 27 del mese». Non si fa illudere da modelli innovativi lanciati dall´alto. Non ha creduto troppo - per esempio - né alle prospettiva aperte dal federalismo, né alla novità della Costituzione europea. «Eventi che sono passati senza lasciare segno». Gradirebbe piuttosto il «vecchio», amato welfare.
Non ha prodotto effetti positivi, in questo senso, nemmeno la ripresa dell´occupazione, che pure c´è stata: 163 mila nuovi posti nei primi sei mesi del 2004. E questo sia perché spesso si tratta di mansioni a basso contenuto professionale - fra il 2001 e il 2003 il valore aggiunto per occupato è sceso del 2,2 per cento - sia perché il lavoro - stravolgendo un punto fermo delle società del passato - non viene più considerato una occasione di crescita sociale: un terzo degli italiani è convinto di non avere migliorato la sua situazione economica rispetto alla famiglia d´origine. I pessimisti, quelli che pensano che nei prossimi cinque anni non otterranno nulla di buono, sono passati dal 6 per cento del 2001 al 14 del 2004.
In virtù di tutto questo ne è conseguito anche un modo diverso di spendere e di vivere: non che gli italiani abbiamo perso la loro propensione al consumo, ma visti i tempi, prevale la sobrietà spinta. Niente eccessi modaioli in scarpe e vestiti, meno e ristoranti: anche quando la disponibilità è garantita si sceglie di investire in cultura, istruzione, salute, trasporti. Il Censis la definisce una domanda «acquattata», caratterizzata anche dal fatto che si cerca di volersi bene. Va inserita in questo contesto anche la scelta di lasciare il grande centro per vivere possibilmente nel borgo. Dove appunto si è più «chiusi», ma si gode anche di una migliore qualità delle vita.
Certo, letto così, il ritratto del Censis, non brilla in entusiasmo. In realtà una via d´uscita potrebbe esserci: il paese può «autorganizzarsi», rimodularsi davanti alle novità. Forse, conclude il rapporto «possiamo anche ambire a comportarci come un popolo saggio che sa badare a se stesso».

Aumenta il peso di case, imprese e beni di valore. I commercianti contribuenti fedeli

Un milione di famiglie vive di rendita

Cresce l´evasione: ogni 100 euro dichiarati 46 sfuggono al fisco


Il 53% è pronto a rinunciare ai servizi pur di versare meno imposte


ROMA - Vince il patrimonio e cresce il "sommerso". Due realtà economiche considerate ormai ineluttabili, come la forza della piccola impresa, la proliferazione del lavoro individuale, la tendenza al consumo sobrio.
L´Italia che ha paura di impoverire sceglie due strade: da una parte si vota al patrimonio - il 5 per cento delle famiglie vive di rendita - dall´altra decide di convivere con l´evasione. Il Censis definisce quest´ultimo aspetto come una «reazione vitale al rallentamento dell´economia» e descrive il "nero" del 2004 come un fenomeno in crescita, più fluido e sfuggente del passato, più cash.
La tendenza è confermata dalla cifre. L´Agenzia delle Entrate stima in 200 miliardi di euro il giro d´affari sottratto al fisco: 46 euro nascosti ogni 100 dichiarati ( 99,5 nel Sud).
È il trionfo dello scontrino negato e della ricevuta che non c´è. Ma questa volta, a finire sotto accusa, non sono tanto i commercianti (ormai nella grande maggioranza dei casi considerati in «regola»), ma i fornitori di servizi. Tanto più in nero quanto capaci di offrire beni «intangibili». Il nero, infatti, raggiunge i livelli alti della piramide sociale: fra badanti, colf, lezioni private a domicilio il tasso d´evasione raggiunge il 52,6 per cento, ma sfugge al fisco anche il 30 per cento delle prestazioni di idraulici e falegnami, il 36 per cento di quelle degli psicologi, quasi il 30 per gli ingegneri, l´11 per i commercialisti. E per meglio evadere si decide sempre più spesso di pagare cash: le entrate in contanti dei professionisti sono passate dal 34,9 per cento del 1998 al 42,8 del 2002. Un´evasione resa probabilmente possibile anche dall´atteggiamento mentale dei contribuenti. Il 53,5 per cento degli italiani sarebbe disponibile ad un scambio meno tasse-meno servizi.
Quanto al ritorno al patrimonio, la tendenza è molto netta. Il peso delle voci "reali" nella ricchezza delle famiglie (immobili, attività produttive, possesso di beni di valore), già alto, è ulteriormente lievitato. Nel 1998 toccava il 73,8 per cento, nel 2003 si è avvicinato all´80. Circa 950 mila famiglie, il 5 per cento del totale, vive praticamente di rendita e non di salario o reddito da lavoro autonomo o pensione.
Nel 2003, analizza il Censis, «le famiglie italiane hanno smobilizzato il possesso di titoli a breve termine, di titoli pubblici a medio e lungo termine e di azioni. Sono state pertanto liberate risorse in parte reinvestite». Il contante ottenuto è stato in parte utilizzato per i consumi correnti, ma «in alcuni strati della popolazione» ha finanziato «la crescente domanda di attività immobiliari e in generale di attività reali, che dilatano il patrimonio delle famiglie».
Cos´è che spinge - chi può permetterselo - a patrimonializzare? La ricerca di una solidità e di un benessere che ormai il lavoro non sembra più sufficiente a garantire. Certo - dice il Censis - ciò finirà per aumentare le differenze fra chi ha un patrimonio e chi non ce l´ha. «Abbiamo da una parte un popolo che ha in mano cinque talenti che va spronato e accompagnato nel farli fruttare - spiega il rapporto - e dall´altra un popolo che ha in tasca un solo talento e che ha paura di perdere anche quello, ma che proprio per questo deve essere stimolato a forme diverse di responsabilità».
(l.gr.)
http://www.assinews.it/rassegna/arti...p041204pa.html
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Vecchio 06-12-04, 10:35   #4 (permalink)
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Il ricorso al credito e l'indebitamento delle famiglie
06/12/2004

Nel corso degli ultimi anni si è assistito a una lenta ma progressiva convergenza delle scelte delle famiglie europee, sotto il profilo sia del ricorso al credito sia dell'investimento, anche se permangono forti differenze tra i vari Paesi.

La teballa qui sotto riportata mostra la diversa importanza dell'indebitamento pro capite delle famiglie dei cinque maggiori Paesi dell'Unione europea e il relativo tasso di indebitamento, data dal rapporto tra passività finanziarie delle famiglie e reddito disponibile lordo:
http://www2.assinews.it:8080/testi/m...061204var.html
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Vecchio 06-12-04, 10:41   #5 (permalink)
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Perché in Italia non c’è più alcuna certezza

il punto

GIUSEPPE TURANI

Qualche settimana fa in questa rubrica si era parlato di un possibile "Natale nero" e erano arrivate molte proteste contro l’insistente pessimismo del vostro cronista. Nei giorni scorsi, però, bastava accendere qualunque televisione per vedere e sentire le lamentele dei commercianti, tutti, ovviamente, preoccupatissimi a causa della fuga o della parsimonia dei clienti. E sono arrivate anche iniziative un po’ bizzarre. Come quella dei vertici dei commercianti che hanno lanciato due messaggi, ai loro associati e alla gente. Il messaggio per gli associati è stato molto semplice e diretto: state bravi con i prezzi, non fate scherzi, altrimenti qui non si vende più niente. Il secondo è stato rivolto ai consumatori: comprate, comprate, vedrete che i commercianti questo Natale saranno buoni, non alzeranno i prezzi.
Il risultato di tutto ciò, ovviamente, sarà abbastanza vicino a zero. Per convincere i commercianti a stare buoni con i prezzi ci vogliono altro che gli appelli in Tv. E per convincere la gente a comprare bisognerebbe dare alla gente, più che prediche e appelli, certezze sul futuro, per quanto riguarda il loro futuro e il loro reddito.
Invece, come ci ha appena spiegato il rapporto annuale del Censis, è proprio questo quello che manca all'Italia di oggi: la sicurezza che il futuro immediato, quello che di solito sta dietro l'angolo, non sarà peggio del presente. Se non si è in grado di dare questa certezza (e non lo si è perché nessuno crede ai conti pubblici), allora la gente continuerà a avere paura e il Natale ormai alle porte sarà nero, forse addirittura nerissimo.
D’altra parte, va anche detto che la gente comune in questo caso ha più intuito di commercianti e governo messi insieme. La gente avverte benissimo che non tira aria buona per l’economia. La congiuntura mondiale è in rallentamento. L'Italia continua a perdere competitività e non si vedono possibili progressi a breve. Al punto che alcune società italiane (messe di recente in vendita) non hanno trovato compratori "giusti", e quindi sono state ritirate dalla vendita. I vecchi proprietari hanno preferito tenersele piuttosto che cederle a prezzi vili.
Insomma, non sono i consumatori italiani a rinchiudersi in se stessi. E’ l’intera economia italiana (e anche quella europea). Il futuro è pieno di ombre (tira solo la Borsa, ma perché quelli di piazza Affari sono un po' matti). E in queste condizioni è inutile cercare di spingere la gente a fare una cosa che di solito fa poco anche nei tempi buoni, e cioè rischiare. Tutti, qui, teniamo famiglia. E siamo un po’ spaventati.


http://www.repubblica.it/supplementi...1kalandra.html
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Vecchio 10-12-04, 19:38   #6 (permalink)
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Rapporto Censis: l'Italia ha paura di diventare povera!
10/12/2004

A cura di Honny

Da "Repubblica": "il Censis nel suo Rapporto 2004 fotografa l'Italia: una società che ha paura di diventare più povera e di regredire, che compera di meno ma spende di più per le cose solide".

Infatti, le vendite di telefonini dell'ultima generazione sono alle stelle, gli abbonamenti a Sky sono 3.000.000, non si trova un posto a pagarlo oro per un viaggio nei più rinomati e costosi Paesi esotici. Sono tutte "cose solide"?

C'è paura? Non sembra affatto sia così a Milano, che inaugura, nei tempi stabiliti, la nuova Scala, cosa mai vista in Italia. A Milano, seconda solo a Parigi tra le città dell'Europa occidentale, come sede preferita dalle grandi aziende straniere per il loro insediamento.

Milano, dai 100 grandi progetti, già avviati senza soldi pubblici, che trasformeranno il capoluogo lombardo in una città ultramoderna, ma molto più vivibile dell'attuale.

I milanesi e gli stranieri non hanno paura: gli investimenti non sono ricerche sociologiche.
Le piccole e medie imprese crescono, aumentano gli investimenti, mentre l'export è decollato già da diversi mesi, con incrementi a due cifre. Nemmeno le PMI, come a dire almeno il 70% dell'industria italiana, hanno dunque paura.

La legge Biagi, prima, e la riduzione delle imposte, ora, fanno scuola in Europa, ma da noi si contesta la precarietà delle nuove forme di lavoro e si riesce pure ad indire uno sciopero generale contro la riduzione delle imposte.

L'Italia sarebbe dunque un Paese schizofrenico: abbiamo paura di diventare poveri e scioperiamo per pagare più tasse e preferiamo la disoccupazione di lunga durata ad un impiego a tempo parziale!

L'Italia è sì un Paese schizofrenico, ma solo se leggendo certi media o certe indagini, quanto meno nella versione che questi ne danno.
http://www2.assinews.it:8080/testi/hon239_101204pa.html
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Vecchio 14-12-04, 14:42   #7 (permalink)
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Rapporto di Confindustria: crescita più bassa del previsto
"Fuori dalla stagnazione ma aumentano i rischi di cedimento"
Montezemolo lancia l'allarme
"Mai così male dal dopoguerra"



ROMA - L'Italia vive la fase più critica dal dopoguerra: "Da allora ad oggi un insieme di parametri così negativi io non lo ricordo". Non usa mezze parole il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Dal rapporto previsionale 2004-2006 che il Centro studi ha presentato oggi emerge un vero e proprio grido d'allarme degli industriali: l'Italia è fuori dalla stagnazione ma crescono incertezze e rischi di cedimento, mentre diminuiscono i nuovi posti di lavoro. E ancora: la crescita sarà più bassa di quella prevista da Palazzo Chigi.

"Noi ci limitiamo a dare la fotografia delle tendenze che emergono via via per portarle all'attenzione del mondo industriale e poi all'esterno. Ma possiamo dire senza dubbio - dice Montezemolo - che siamo di fronte a dei veri e profondi problemi strutturali".

"La ripresa dell'anno in corso - si legge nel rapporto - ha fatto riguadagnare fiato all'economia italiana dopo la pesante stagnazione dei due anni precedenti. Ma un solo dato è certo in prospettiva: aumenta l'incertezza e crescono i rischi di cedimento". Modesta la crescita del Pil che passerà dall'1,4% nel 2005, all'1,5% nel 2006.

E il "cahier des doléances" di Montezemolo continua a tinte sempre più fosche: "Quando un paese non cresce da almeno 15 anni, ha una produttività più bassa rispetto ai partner europei, ha degli investimenti che languono, ha una quota di export che scende, ha una produzione stagnante, ha un costo del lavoro più alto degli altri paesi, ha una dimensione aziendale nonostante gli slogan che si mantiene piccola, non è tra i primi 5 investitori europei in Cina ed India, come dobbiamo definire questa situazione?".

E nel rapporto si affronta anche il tema Europa: "In questi anni il Patto Ue ha funzionato - dice il Centro studi - ma nell'attuale situazione economica europea, per rimanere uno strumento credibile dovrebbe essere riformato nel senso di un migliore equilibrio tra stabilità e crescita". Ma nessuno strappo, "dovrebbe aumentare, non diminuire, il controllo comunitario nel merito delle scelte di politiche di bilancio dei singoli Governi".

Per quanto riguarda la riforma dell'Irpef, "il risultato principale è che sono nel complesso diminuite le aliquote medie in modo uniforme per i vari livelli di reddito, senza sostanzialmente modificare la progressività dell'imposta rispetto alla situazione del 2001". Ma nel complesso, "la distribuzione dei redditi non risulta particolarmente modificata. Il primo modulo della riforma aveva comportato una lieve diminuzione del livello di disuguaglianza; con il secondo, più focalizzato sui redditi medio-alti, l'indice di disuguaglianza torna ad essere all'incirca pari a quello del 2001".

Il rapporto di Confindustria ammorbidisce i toni quando parla dell'inflazione che nel 2004 si dovrebbe fermare al 2,2%. Superata qualche tensione nel breve termine a causa dei rialzi petroliferi, rallenterebbe di nuovo nel corso del prossimo anno (al 2,1% in media) per mantenersi stabile nel 2006 intorno all'1,9%".

"Dicono che è cominciata la campagna elettorale - conclude Montezemolo, lanciando un appello al mondo politico - ma noi abbiamo il dovere di portare davanti all'attenzione di tutti quelli che sono i problemi del paese, oltre a fare una puntuale e doverosa autocritica al nostro interno".
(14 dicembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/l/sezi...cro/macro.html
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Vecchio 14-12-04, 14:44   #8 (permalink)
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Il leader della Cisl, Savino Pezzotta, lancia l'allarme
sulla situazione economica del Paese. "Basta coi sacrifici"
"Recessione sempre più vicina
già ora a rischio 150 mila posti"
di ROBERTO MANIA



ROMA - "Quello dell'Istat è un autentico allarme che nessuno può far finta di non aver sentito. Siamo sull'orlo di una recessione. Già ora sono a rischio 150 mila posti di lavoro. È una situazione che mette i brividi". Da tempo Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, chiede al governo di intervenire perché - sostiene - la crisi dell'industria italiana è drammatica. Ieri l'istituto di statistica lo ha solo confermato con quel -5,6 per cento della produzione industriale nell'ultimo anno. Il governo non ha ancora risposto alle sollecitazioni delle parti sociali, tant'è che il provvedimento sulla competitività, annunciato dal ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, è slittato al prossimo anno. Ma questa volta il leader della Cisl ce l'ha anche con gli imprenditori: "Quando le cose andavano bene si sono divisi i profitti, e per noi non c'era nulla. Ora non vorrei che venissero a chiedere i sacrifici. Noi non ci stiamo".

Sarà difficile per il sindacato sottrarsi questa eventualità se la situazione è quella che descrive l'Istat e che lei condivide.
"Sia chiaro: io non vendo nulla se non c'è la prospettiva di rilanciare il sistema industriale italiano. Non ci possiamo impiccare da soli. Bisogna smetterla di chiedere solo a noi. Siamo disposti ad un confronto - l'abbiamo chiesto - con il governo ma vorremmo anche sapere se ha intenzione di mettere in campo una politica per lo sviluppo e per l'innovazione. È illusorio pensare che tutto si possa sistemare lasciando che operino spontaneamente le forze del mercato. Non è così".

Cosa vuol dire in concreto "una politica per lo sviluppo e per l'innovazione"?
"Vuol dire incentivare le aggregazioni, le fusione delle imprese; vuol dire abbassare il costo del lavoro in particolare nelle aziende a forte intensità di manodopera".

Cioè ridurre le tasse.
"Sì, anche. Ma non come ha fatto il governo in maniera generalizzata, senza selezionare. Bensì favorendo le imprese che innovano. Ma questo non è comunque sufficiente. Berlusconi dovrebbe prendere esempio dal centrodestra che governa in Francia: lì sì che si tutelano le imprese nazionali, lì c'è un interventismo fortissimo. Il nostro presidente del Consiglio sta andando dal presidente George Bush? Bene affronti anche la questione Fiat-General Motors".

Scusi, ma che c'entra il presidente degli Stati Uniti?
"C'entra perché questa è una questione di interesse nazionale. La Fiat deve farcela da sola, ma se non ce la fa non si può lasciare che tutto vada a ramengo. Bisogna dare una mano alla Fiat se necessario perché è l'unica grande industria italiana manifatturiera; perché intorno all'industria dell'auto - è meglio non scordalo - gira oltre un milione di posti di lavoro. Ma ancora prima credo che la Fiat debba potersi svincolare dai legami con la General Motors e cercare nuove alleanze con produttori europei".

Insomma, se dovesse essere necessario dovrebbe aiutarla lo Stato. Come ai tempi delle Partecipazioni statali. Le sembra davvero una strada percorribile?
"Io non penso che si debbano rispolverare le vecchie Partecipazioni statali. Penso, però, che in un momento di difficoltà la mano pubblica non può non esserci".
Anche con l'ingresso nel capitale sociale?
"Non lo escludo, in alcune situazioni e per un periodo determinato finalizzato al risanamento di un'azienda".

Quali sono, secondo lei, le colpe degli industriali italiani?
"Credo che abbiamo compreso troppo tardi quello che stava accadendo sui mercati internazionali. Sono rimasti ancorati alle produzioni tradizionali. Non hanno puntato all'innovazione. Ora hanno scoperto la minaccia cinese! Ma spesso dimenticano che la mancanza di libertà sindacale in Cina danneggia le nostre stesse imprese. E mi ha sorpreso il nostro presidente Ciampi quando ha chiesto il superamento dell'embargo militare. Io credo che quel Paese vada tenuto ancora sotto controllo".

Intanto uno dei vicepresidenti della Confindustria, Alberto Bombassei, accusa il sindacato di essere paralizzato dalle chiacchiere al suo interno.
"Io stimo Bombassei, ma la sua analisi mi pare almeno ingenerosa. Di certo dimentica diverse questioni. Non è vero che in questi ultimi mesi siamo stati con le mani in mano. Con la Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali abbiamo sottoscritto un accordo per rilanciare il Mezzogiorno. Lo abbiamo inviato al governo che non ci ha degnato di alcuna attenzione. Questa è la realtà".

Di certo la riforma del sistema contrattuale è rimasta al palo.
"Ammetto che c'è un ritardo ma è anche vero che nei prossimi giorni comincerà a lavorare la commissione di Cgil, Cisl e Uil per tentare di trovare la quadra. Ma se la Confindustria ha altre questioni su cui intende confrontarsi, noi siamo pronti".

I sindacati dei metalmeccanici continuano ad essere divisi sulla piattaforma per il rinnovo del contratto della categoria. Il rischio di un nuovo contratto separato sta tornando ad essere concreto. Non è così?
"Siamo tutti impegnati ad evitare più d'una piattaforma. Dico anche che non si può chiedere ai metalmeccanici della Cisl di fare più di quanto stiano facendo. Comunque c'è ancora tempo".
(14 dicembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/l/sezi...zottarece.html
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