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Vecchio 30-11-04, 10:49   #1 (permalink)
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la situazione fiscale

15-11-2004
Dov'è finito il popolo delle formiche
Tullio Jappelli
Daniele Checchi

Lo scorso 5 novembre si è celebrata la giornata internazionale del risparmio.
Come negli ultimi anni, si sono sentiti toni allarmati sul calo del risparmio delle famiglie. L'ultima indagine Ipsos presentata per l’occasione riscontra che il 21 per cento delle famiglie intervistate ha consumato tutto il proprio reddito, mentre il 14 per cento ha fatto ricorso a risparmi accumulati o a debiti per far fronte alle spese per consumo; secondo l’indagine, in futuro il numero di coloro che non risparmiano è destinato ad aumentare.
( http://www.acri.it/7_even/Acri_Ipsos_2004.ppt).

Le famiglie e il risparmio

I dati non sono certo una novità. Secondo la più recente Indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia, il 13 per cento degli intervistati tra febbraio e settembre del 2003 dichiarava che “Il reddito a disposizione della famiglia permette di arrivare alla fine del mese con molta difficoltà”; il 14 per cento che il reddito consente di “arrivare alla fine del mese con difficoltà”. Dunque, circa un terzo delle famiglie italiane dichiarava di avere gravi problemi di bilancio.
Si conferma quanto si è letto spesso in questi mesi sui giornali, con articoli e commenti allarmati sul grave impoverimento delle famiglie e del paese, quasi si trattasse di un fenomeno nuovo e prima poco diffuso. È vero che il popolo delle formiche non risparmia più? Dobbiamo preoccuparci per le tendenze del risparmio nel nostro paese?

È aumentato davvero il numero di quelli che non risparmiano?

Le espressioni “non arrivare alla fine del mese”, “famiglie in bolletta” e loro varianti sono generiche e non chiariscono se il fenomeno è aumentato o si è ridotto nel tempo.
Proviamo a definire meglio il concetto. Chi non riesce ad arrivare alla fine del mese ha un reddito inferiore al consumo, cioè un risparmio negativo. Vuol dire che in quel mese si è indebitato presso una banca, un parente, un amico (cioè ha aumentato le proprie passività), oppure ha fatto fronte alle spese per consumo con risorse risparmiate in precedenza (cioè ha ridotto le proprie attività). Per misurare il risparmio occorre quindi conoscere sia il reddito che il consumo di una famiglia.
L’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie è il migliore strumento di cui disponiamo per studiare le tendenze del risparmio nel nostro paese, perché raccoglie informazioni sui redditi e sui consumi delle famiglie a partire dai primi anni ottanta. Il campione è formato da circa ottomila famiglie (24mila individui), distribuite in circa trecento comuni italiani. I risultati dell'indagine vengono regolarmente pubblicati nei supplementi al Bollettino statistico della Banca. I dati raccolti presso le famiglie, in forma anonima, sono disponibili gratuitamente per elaborazioni e ricerche. La metodologia di rilevazione è rimasta sostanzialmente invariata nel tempo.
Naturalmente, il risparmio può riflettere errori di misura del reddito o del consumo. Ad esempio, se una famiglia riporta tutte le spese sostenute, ma non tutto il reddito percepito, segnalerà con maggiore probabilità che il risparmio (cioè la differenza tra reddito e consumo) è negativo. Al contrario, una famiglia che registra con cura tutte le entrate ma sottostima le spese, tenderà a segnalare un risparmio positivo. Questi errori potrebbero avere una componente sistematica, ad esempio perché il numero di famiglie che sottostima le spese è superiore a quello che sottostima le entrate. Tuttavia, è poco probabile che l’andamento nel tempo del risparmio sia influenzato dagli errori di misura.

La figura 1 indica che fino al 1991 la quota di famiglie con risparmio negativo si è ridotta di cinque punti percentuali. Durante la recessione del 1992-93 la quota aumenta di oltre dieci punti. Dal 1993 si osserva però una sostanziale stabilità della quota di famiglie con risparmio negativo. L’Indagine della Banca d’Italia indica dunque che tra il 1993 e il 2002 il numero di famiglie che non risparmiano non è aumentato.
L’analisi per gruppi sociali coglie alcune differenze di rilievo. La quota di famiglie con risparmio negativo è maggiore tra i giovani (capofamiglia con età inferiore a 30 anni) e tra gli anziani (oltre i 60 anni). La quota è molto più elevata tra gli autonomi, che hanno redditi più variabili, che tra le famiglie di operai e impiegati, che invece hanno un reddito più stabile. Infine, la quota di famiglie con risparmio negativo è maggiore nel Mezzogiorno. Ma per tutti i gruppi si evidenzia una sostanziale stabilità del numero di famiglie con risparmio negativo tra il 1993 e il 2002.
Anche l’analisi della propensione al risparmio per fasce di reddito conferma il fatto che il risparmio delle famiglie non si è ridotto. La figura 2 mostra che negli anni più recenti il rapporto tra risparmio e reddito delle famiglie ha mantenuto un profilo costante, per ciascuno dei quattro gruppi di reddito considerati.

Il risparmio è una misura della povertà?

La tabella 1 riporta il rapporto tra risparmio e reddito disponibile delle famiglie (il cosiddetto saggio di risparmio) nei principali paesi europei, in Giappone e negli Stati Uniti. Fino al 1990 in Italia il risparmio era pari a circa il 27 per cento del reddito. Nel decennio successivo si è ridotto di oltre dieci punti. Dal 2000 però il saggio di risparmio in Italia si è mantenuto stabile, con valori prossimi al 15 per cento.
Il confronto internazionale evidenzia che nel 2004 l’Italia ha il saggio di risparmio più elevato tra i paesi industrializzati. In Francia, Germania, Olanda e Spagna il risparmio è intorno al 10-12 per cento del reddito disponibile. In Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, e in tutti i paesi Scandinavi il saggio di risparmio è di circa tre volte inferiore a quello del nostro paese. La tabella evidenzia anche che il risparmio si è dimezzato in Austria, Giappone, Inghilterra, Stati Uniti; in altri paesi si è mantenuto stabile o è aumentato (Francia, Irlanda, Olanda, Portogallo, Spagna, Norvegia). Nonostante questo, l’Italia ha mantenuto il primo posto in classifica.

Naturalmente, un indicatore aggregato potrebbe nascondere dinamiche molto diverse a livello di singola famiglia. Sgombriamo però il campo da un equivoco. Il risparmio (o l’assenza di risparmio) non è una misura di benessere o di povertà. L’ultima colonna della tabella riporta il reddito pro capite in dollari nel 2003. La graduatoria del risparmio non coincide purtroppo con quella del reddito. Paesi in cui il reddito pro capite è molto più elevato del nostro (Stati Uniti, Svezia, Danimarca, Norvegia) hanno tassi di risparmio molto più bassi. Altri paesi, molto più poveri in termini di reddito pro capite (come la Cina) hanno tassi di risparmio molto più elevati del nostro. Dunque, per misurare la povertà o il benessere occorre guardare alla distribuzione dei redditi o dei consumi tra le famiglie, non alla differenza tra reddito e consumo. (1)

Perché allora il risparmio non è calato?

Il risparmio delle famiglie italiane rimane dunque elevato, sia nel confronto storico che in quello internazionale, nonostante l’abbassamento del tasso di crescita dei redditi familiari e il calo demografico. Ciò per due ragioni.
Le riforme della previdenza degli anni Novanta hanno drasticamente ridotto il grado di copertura previdenziale, particolarmente per le nuove generazioni. Dalla fine del 2001 gli indicatori sul clima di fiducia delle famiglie sono peggiorati costantemente e si sono collocati su valori nettamente inferiori a quelli del decennio precedente.
Le famiglie hanno quindi continuato a risparmiare per compensare il calo di ricchezza previdenziale. Allo stesso tempo, il movente precauzionale e il timore di una caduta dei redditi hanno frenato i consumi e favorito l’accumulazione. La figura 3 indica che il fenomeno si è verificato soprattutto per le nuove generazioni (persone nate dopo il 1960), quelle più colpite dalle riforma della previdenza e più incerte sul proprio futuro.(2)
Invece il risparmio di quelli nati prima del 1960 è calato o è rimasto costante; sono le persone che ai tempi delle riforme Amato e Dini (1992 e 1995) erano già in pensione o che hanno potuto mantenere, anche dopo le riforme, lo stesso livello di copertura previdenziale.


(1) Sotto questo profilo, l’indagine della Banca d’Italia segnala una sostanziale stabilità degli indici di povertà e degli indici di disuguaglianza dei redditi disponibili tra il 1997 e il 2002.

(2) Per un’analisi dell’effetto della riforma della previdenza sul risparmio delle famiglie italiane cfr. Attanasio e Brugiavini (Social security and households’ saving,” Quarterly Journal of Economics, vol. 118, 2003) e Bottazzi, Jappelli e Padula (Retirement expectations, pension reform, and their impoact on private accumulation, settembre 2004, CSEF Working Paper n. 92 [http://www.dise.unisa.it/WP/wp92.pdf].

si vedano letabelle al link sotto
http://www.lavoce.info/news/view.php...318&from=index
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Vecchio 30-11-04, 10:54   #2 (permalink)
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15-11-2004
Gli italiani e la riduzione delle imposte? Un’indagine de “la voce.info”
Giuseppe Pisauro
Paola Monti

La riduzione delle imposte domina il dibattito politico da mesi. Dopo tanti annunci che indicavano nel taglio delle aliquote dell’Irpef l’obiettivo principale (per tutti i redditi? solo per i redditi bassi e medi? solo per i redditi medio-alti?), sembra che l’idea sia stata accantonata (o meglio, posticipata a data elettorale…) e sostituita dalla promessa di una riduzione dell’Irap a partire dal 2005.

Il campione

Ma gli italiani pensano veramente che la riduzione delle tasse sia la priorità nazionale? E, nel caso, quali imposte vorrebbero veder diminuire?
Per saperlo, abbiamo provato a rivolgere queste domande a un campione di cittadini. Il metodo scelto è stato quello del sondaggio tramite internet. Grazie al supporto della società Carlo Erminero & Co., sono stati contattati via web 2.300 individui e, nell’arco di pochi giorni, 954 di queste persone hanno risposto al sondaggio restituendo il questionario compilato.
Questo metodo di indagine chiaramente presenta problemi non indifferenti di rappresentatività del campione, nonostante siano possibili correttivi in fase di elaborazione dei dati (per maggiori informazioni a questo proposito, si rinvia alla scheda sulle caratteristiche del sondaggio).

Le priorità degli italiani

Innanzi tutto, abbiamo cercato di capire quali dovrebbero essere le priorità della politica di bilancio secondo gli intervistati, ipotizzando che il Governo disponga di risorse aggiuntive per un miliardo di euro. Alla domanda era possibile dare più di una risposta (e lo ha fatto circa metà degli intervistati).
Come si vede nella figura 1, l’ipotesi che ha raccolto maggiori consensi (è stata indicata dal 47 per cento del campione) è effettivamente quella di una riduzione delle imposte. Tuttavia, nell’insieme, una quota maggiore dei consensi va a un aumento della spesa pubblica per la sanità, l’istruzione e la ricerca e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Un quarto del campione, infine, utilizzerebbe in tutto o in parte le nuove risorse per ridurre il debito pubblico.
Circa metà del campione non ha dato una risposta univoca: destinerebbe cioè eventuali nuove risorse, ad esempio, in parte a ridurre le imposte, in parte ad aumentare la spesa e in parte a ridurre il debito. Se consideriamo coloro che hanno dato una sola risposta, soltanto l’8 per cento degli intervistati ha indicato il taglio delle imposte come unica destinazione delle nuove risorse, il 13 per cento ha indicato un aumento della spesa (il 7 per cento di quella per l’istruzione) e il 6 per cento destinerebbe tutto all’abbattimento del debito. Insomma, la riduzione delle imposte non emerge affatto come una priorità assoluta: gli intervistati sembrano avere ben chiari altri problemi strutturali della nostra economia come l’elevato debito pubblico e le carenze del sistema di istruzione e ricerca.
In realtà, molti sarebbero anche disposti a pagare più imposte per avere servizi migliori. Davanti all’ipotesi di un aumento dell’addizionale regionale Irpef da destinare alla sanità per ridurre i tempi di attesa per esami diagnostici, il 47 per cento del campione ha risposto affermativamente (contro il 35 per cento di contrari e il 18 per cento di indecisi).

Quali imposte ridurre

Ritornando sull’ipotesi di riduzione delle imposte, abbiamo poi chiesto al campione quale tipo di imposta sarebbe opportuno ridurre. I risultati sono riportati nella tabella 1.
L’opzione di gran lunga preferita (da quasi il 60 per cento del campione) è una riduzione delle imposte sui consumi, come l’Iva e l’accisa sulla benzina. Sono forme di tassazione che coinvolgono indiscriminatamente tutti i cittadini e spesso colpiscono consumi indispensabili (la cui domanda è quindi poco elastica al prezzo).
Non stupisce perciò che la richiesta di una riduzione delle imposte sui consumi sia più pressante tra i gruppi sociali che normalmente dispongono di redditi più bassi: i giovani, gli studenti, le persone senza elevati titoli di studio, o tra coloro che valutano la propria situazione economica difficile o discreta, ma non buona. Insomma, i ceti sociali che negli ultimi anni hanno subito una perdita del potere d’acquisto dei propri redditi.
La riduzione dell’Irpef raccoglie il 37 per cento dei consensi e risulta più popolare nell’ambito impiegatizio e dei pensionati, al crescere del titolo di studio e dell’età, e tra coloro che valutano positivamente la propria situazione economica. Una riduzione dell’Irap, infine, è molto poco popolare (è stata indicata solo dal 3 per cento) e raccoglie qualche consenso solo tra commercianti, artigiani, dirigenti, imprenditori, liberi professionisti. L’area del lavoro autonomo, insomma.

Meno Irpef per i redditi bassi

Infine, abbiamo concentrato l’attenzione dei nostri intervistati su un’eventuale riduzione dell’Irpef (all’epoca del sondaggio, una settimana fa, era ancora d’attualità…).
Il risultato è molto netto: il 60 per cento del campione ritiene che lo sgravio fiscale dovrebbe andare unicamente a favore dei redditi bassi. Sommando anche coloro che distribuirebbero lo sgravio tra redditi bassi e medi, arriviamo al 74 per cento del campione (figura 2).
Abbiamo poi chiesto di scegliere tra un sistema fiscale proporzionale (ad aliquota unica) e progressivo (ad aliquota crescente, oppure ad aliquota unica, ma con esenzione totale dei redditi bassi). Anche in questo caso i risultati non lasciano dubbi: sceglie il sistema progressivo ad aliquota crescente il 66 per cento del campione (figura 3). La progressività delle imposte (e di eventuali sgravi) sembra essere un valore condiviso dagli intervistati a prescindere dalla propria situazione: tra coloro che dichiarano di essere in una condizione economica “molto buona”, il 49 per cento sceglie il sistema ad aliquota crescente e il 53 per cento concentrerebbe eventuali sgravi solo sui redditi bassi.
Insomma, gli italiani non guardano con sfavore a un taglio delle imposte, ma non pensano che esso debba essere la principale priorità della politica di bilancio. Ridurre il debito pubblico e migliorare alcuni servizi sembrano obiettivi almeno altrettanto importanti. Dovendo intervenire sulle imposte, preferirebbero che la riduzione avesse un impatto immediato sui prezzi piuttosto che sui redditi. Dovendo riformare l’Irpef, vorrebbero mantenere la progressività dell’imposta e concentrare gli sgravi sui meno abbienti.

http://www.lavoce.info/news/view.php...320&from=index
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Vecchio 30-11-04, 10:55   #3 (permalink)
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18-11-2004
Quando il fisco aiuta la ricerca
Luca Gandullia

Incoraggiare gli investimenti in ricerca e sviluppo è un obiettivo motivato principalmente dalla considerazione che, senza il sostegno pubblico, il livello prodotto dal mercato è sub-ottimale: a causa delle esternalità positive di tali attività, infatti, il tasso di rendimento privato è inferiore rispetto a quello sociale. Il sostegno finanziario pubblico aumenta gli incentivi a intraprendere attività di R&S, avvicinando il primo tasso al secondo (vedi l’articolo di Francesco Daveri “Innovazione cercasi”).

Un trattamento di favore

Per questa ragione nella maggior parte dei paesi il sostegno pubblico all’attività di ricerca e sviluppo privata è considerevole. Lo strumento prevalentemente utilizzato è costituito dai sussidi diretti, ma negli ultimi anni è cresciuto fortemente il ruolo delle agevolazioni fiscali.
Misure di questo genere hanno generalmente dimostrato di essere efficaci nell’aumentare il volume degli investimenti, ma incontrano alcune controindicazioni. Ad esempio, la possibilità che si generino pratiche elusive, in cui le imprese sono indotte a riclassificare le loro attività in modo da qualificare come spese in R&S esborsi di altra natura.
Per capire come, in generale, un sistema tributario influisca su questi incentivi, è importante innanzitutto ricordare che nel tipico investimento in R&S la componente di spesa corrente (costituita da salari e stipendi) è generalmente preponderante. Nella generalità dei paesi Ocse, mentre il costo dei beni capitali è ammesso in deduzione in più periodi d’imposta secondo le quote d’ammortamento, le spese correnti in R&D sono immediatamente deducibili nell’esercizio in cui sono sostenute, pur essendo anch’esse costi a utilità pluriennale.
In genere pertanto, il trattamento fiscale si configura come agevolativo, con benefici fiscali in termini di tax deferral. Se un paese riconosce anche un’agevolazione fiscale specifica, il favor fiscale verso gli investimenti in R&S rispetto ai normali investimenti in capitale fisico è ancora più marcato.

Cosa accade in Italia

Nel nostro paese, i costi relativi al personale impiegato in attività di R&S sono deducibili dall’Ires, ma non dall’Irap, in quanto ricompresi nel valore netto della produzione che rappresenta la base imponibile di questa imposta.
In questa situazione, se si confronta il costo del capitale di un generico investimento in capitale fisico (macchinari) e di un investimento in R&S (1), si vede che il costo del capitale di un investimento in R&S è sempre superiore a quello di un investimento generico (vedi tabella). Ad esempio, un investimento in R&S finanziato con utili accantonati deve rendere il 6,35 per cento al lordo delle imposte per essere remunerativo, mentre un investimento generico deve rendere soltanto il 5,86 per cento. Ciò significa che a parità di condizioni il sistema attualmente incentiva a investire in capitale fisico anziché in R&S.



Tasso di interesse: 5 per cento


Tra le misure di carattere fiscale allo studio del Governo, vi è la proposta di rendere deducibili dall’Irap i costi relativi al personale impiegato in attività di R&S. Come si vede dalla tabella, il costo del capitale per gli investimenti R&S si ridurrebbe, assumendo valori sempre inferiori a quelli del generico investimento in capitale fisico.
Il nostro paese riconoscerebbe così un vantaggio fiscale agli investimenti in R&S analogo a quello esistente negli altri paesi. Ma la convenienza a effettuare tali investimenti continuerebbe a essere inferiore rispetto ad altri paesi come Francia, Regno Unito e Spagna dove esistono agevolazioni fiscali esplicite (crediti di imposta oltre alla deducibilità delle spese). Per ottenere un grado di incentivazione comparabile a quello esistente nel Regno Unito, ad esempio, si dovrebbe associare alla deducibilità dei costi dall’Irap, un credito d’imposta o una deducibilità addizionale dei costi in misura pari a circa il 20 per cento.
Non a caso, nei paesi in cui l’agevolazione si è rivelata più efficace, il suo costo è spesso consistente: sempre nel Regno Unito è stimato in circa 800 milioni di euro l’anno.
Secondo quanto è dato sapere, la misura proposta dal Governo sarebbe invece finanziata solo fino a 300 milioni.

Agevolazioni a basso costo

Si possono ridurre i costi dell’agevolazione, conservandone l’effetto di incentivo?
Un elemento importante della proposta governativa è di ammettere alla deducibilità il complesso dei costi del personale impiegato nella R&S e non soltanto i costi incrementali (ossia relativi ai nuovi assunti). Verrebbero pertanto a beneficiarne non solo i nuovi investimenti (marginali) in R&S, ma, almeno in parte, anche quelli che l’impresa ha già compiuto (quelli inframarginali).
Ciò significa che una parte del costo sopportato dallo Stato potrebbe non avere impatto sugli incentivi a investire in R&S, ma si tradurrebbe in un windfall gain per l’impresa beneficiaria. Un’agevolazione che fosse invece parametrata ai soli investimenti nuovi (nuovi assunti) produrrebbe gli stessi incentivi al margine, ma a un costo inferiore per l’erario. Per potere generare un volume soddisfacente di investimenti aggiuntivi in R&S, andrebbe comunque associata a un’agevolazione specifica di carattere permanente. Anche questa agevolazione andrebbe preferibilmente disegnata in forma incrementale: ad esempio commisurando l’incentivo alla spesa per il personale impiegato in R&S che risulti aggiuntiva rispetto a quella registrata a una certa data.


(1) Il costo del capitale, secondo l’approccio originario di King e Fullerton, esteso ed adattato agli investimenti in R&S (cfr. Bloom et al., 1999, Do R&D Tax Credits Work? Evidence from an International Panel of Countries 1979-1994, IFS w.p. No. W99/8; Griffith et al., 1996, Tax Incentives for R&D, in Fiscal Studies, vol. 16, 21-44; Hall, B. and Van Reenen, J., 2000, How Effective Are Fiscal Incentives for R&D? A Review of the Evidence, in Research Policy, vol. 29, 449–69), è inteso come rendimento al lordo delle imposte necessario a garantire un prefissato rendimento netto in capo all’investitore. Nelle normali assunzioni l’investimento R&S è composto per il 90 per cento da salari e stipendi e per il restante 10 per cento da macchinari ed edifici; inoltre, il tasso di deprezzamento economico della spesa corrente è pari al 15 per cento. Nella tabella per semplicità si è assunto che l’investimento R&S sia interamente composto da spesa per salari e stipendi.

http://www.lavoce.info/news/view.php...323&from=index
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Vecchio 30-11-04, 10:57   #4 (permalink)
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18-11-2004
La cura dimagrante dell'Irap
Maria Cecilia Guerra
Silvia Giannini

Al momento della presentazione della Legge finanziaria per il 2005, che come è noto prevede una manovra pari a 24 miliardi di euro, il Governo ha annunciato che avrebbe presto presentato uno o più interventi paralleli volti a rafforzare la competitività delle imprese e a garantire sgravi fiscali per circa 6 miliardi di euro.
A distanza di più di un mese e mezzo dalla presentazione della Finanziaria (quando già metà del tempo complessivamente riservato alla discussione parlamentare è passato), ancora non si conosce l’esatta entità, ripartizione e natura di questi interventi. All’incertezza sulla possibilità di reperire davvero i 24 miliardi di euro previsti, si è andata via via associando una crescente incertezza sugli obiettivi prioritari che il Governo intende perseguire e sugli strumenti con cui intende perseguirli.

Meno tasse per le imprese?

Tra le tante ipotesi che si sono fino ad ora susseguite, le ultime in ordine di tempo attribuiscono un certo rilievo all’idea che la riduzione delle imposte possa interessare anche le imprese. Un obiettivo che si potrebbe in linea di principio condividere, se si potesse prescindere dai delicati equilibri di bilancio pubblico e se si ritenesse che ad aumentare la competitività delle imprese possa contribuire la leva fiscale, in sinergia con altre importanti politiche (industriali, del credito, della riduzione dei costi da burocrazia, di velocizzazione della giustizia civile, di lotta all’illegalità, eccetera). Ma le misure prospettate vanno davvero in questa direzione?

Le proposte più recenti

Gli interventi sulla fiscalità delle imprese di cui si parla (e vale il caveat che le ipotesi sul tavolo cambiano con una tale rapidità che ci si può facilmente trovare a commentare ipotesi che sono già vecchie) sono esclusivamente concentrati sull’imposta regionale sulle attività produttive (Irap). Dal punto di vista aggregato, la riduzione prevista ammonta a due miliardi di euro, pari a circa il 6 per cento del gettito che l’imposta ha fornito nel 2003.
Sono tre le aree di intervento suggerite. In primo luogo, si propone una deducibilità dall’Irap delle spese per il personale impiegato nella ricerca. Il sostegno alla attività di ricerca e sviluppo è un elemento indubbiamente importante per la competitività delle imprese. Ma il tetto massimo di 300 milioni entro cui è confinato l’intervento, getta seri dubbi sulla sua efficacia, specie in confronto alle più importanti esperienze internazionali .
Il cuore dell’intervento sembra essere rappresentato dal raddoppio della deduzione dall’imponibile, da 7.500 a 15mila euro, riservata ai soggetti con base imponibile non superiore a 180.759,91 euro. Si tratta del potenziamento di una esenzione originariamente introdotta dal precedente Governo (Legge finanziaria per il 2001), volta a limitare l’impatto dell’Irap sulle attività produttive minori. La scelta di potenziare questa misura, che favorisce piccole imprese, commercio e lavoratori autonomi, può forse essere interpretata come una proposta di scambio: un abbattimento Irap, in cambio di minori resistenze alla revisione degli studi di settore prevista dalla Legge finanziaria presentata il 30 settembre (da cui il Governo si attendeva 3,8 miliardi di euro). Ma non contribuisce certo a rafforzare la competitività delle imprese italiane. Meglio sarebbe stato, come a un certo punto ha prospettato lo stesso Governo, impiegare le risorse destinate alle Pmi al fine di incentivarne la crescita dimensionale.
Un terzo tipo di intervento è finalizzato a incentivare l’occupazione. Dovrebbe consistere nell’abbattimento della base imponibile dell’Irap per un ammontare pari a 20mila euro (equivalente a un risparmio di imposta di 850 euro) per ogni nuovo assunto (che comporti un incremento del numero degli occupati). La cifra in questione sarebbe poi raddoppiata nel caso di assunzioni operate nel Mezzogiorno.
Si è cercato quindi di condensare in un’unica misura due obiettivi: la "fiscalità di vantaggio" (a favore del Sud, di cui tanto si è parlato negli ultimi tempi) e il sostegno all’occupazione. Lo strumento proposto riproduce, con qualche modificazione, una misura già esistente: il bonus occupazione. Si tratta di un credito di imposta, originariamente istituito dal precedente Governo con la Finanziaria per il 2001, attualmente pari a 100 euro al mese (300 euro nel caso di assunzioni al Sud) (1), una cifra comparabile con quella attualmente in discussione. Niente di nuovo sotto il sole quindi? Le informazioni a disposizione non permettono di dirlo con certezza. Il bonus occupazione vigente è infatti una misura temporanea (fino al dicembre 2006), la cui fruizione è comunque subordinata alla disponibilità di risorse finanziarie per la sua copertura, individuata di anno in anno dalla Finanziaria. La nuova misura aumenterà la portata dell’incentivo solo se sarà concepita come permanente e in dipendenza dell’ammontare di risorse a essa specificamente destinate. In caso contrario, si tradurrà in una riedizione, peggiorativa, dell’esistente. Oggi infatti il credito di imposta può essere utilizzato in riduzione di una qualsiasi imposta dovuta dal datore di lavoro, e non quindi della sola Irap, come è invece il caso della proposta in discussione.

Una buona notizia

1. Gli interventi prospettati dal Governo per le imprese, seppure non del tutto trascurabili in termini di risorse finanziare (2 miliardi di euro), ricalcano in larga parte politiche già adottate, senza privilegiare la concentrazione delle risorse al raggiungimento di un obiettivo specifico. In particolare si è abdicato a interventi più cospicui per le attività di R&S e altri investimenti strategici, e più concentrati sulla ristrutturazione e crescita delle imprese. Le aspre critiche, da più parti avanzate, in primo luogo da Confindustria, sono da questo punto di vista condivisibili.
2. Le misure proposte non possono essere interpretate come primo passo in direzione della totale abolizione dell’Irap prevista dalla legge delega di riforma fiscale. Secondo gli intenti originari del Governo, tale primo passo avrebbe dovuto consistere in una riduzione della base imponibile dell’Irap pari al 20 per cento del costo del lavoro, con un onere stimato (per il 2003) di 2,3 miliardi di euro . Gli interventi ora prospettati dal Governo invece non riguardano solo il costo del lavoro e pur contribuendo a erodere la base di questo tributo, non ne minano la natura. Si tratta di una buona notizia: a differenza di quanto possano pensare molti operatori e la stessa Confindustria, l’Irap è un’imposta con molti meriti , soprattutto consente di prelevare un gettito notevole (circa 33 miliardi, di euro nel 2003, inferiore all’Irpef e all’Iva, ma superiore all’imposta sulle società, Ires) con una aliquota relativamente molto bassa (4,25 per cento contro, ad esempio, il 33 per cento dell’Ires). La sua abolizione priverebbe le Regioni di un’importane fonte di finanziamento e andrebbe compensata. Difficile pensare che sia possibile farlo comprimendo le spese e ampiamente discutibile sarebbe farlo sostituendo a questa imposta, che presenta apprezzabili caratteristiche di neutralità, altre forme di prelievo, più distorsive.
In conclusione, piuttosto che sottoporre l’Irap a poco efficaci cure dimagranti, sarebbe preferibile utilizzare eventuali risorse disponibili (includendo quelle che si possono recuperare da una auspicabile revisione e razionalizzazione degli incentivi alle imprese) per migliorare questa imposta, ad esempio, deducendo dall’imponibile i contributi commisurati al lavoro, per concentrare gli incentivi a investimenti qualificati, come quelli in R&S e, non ultimo, per una riduzione generalizzata dell’aliquota Ires, imposta certamente più distorsiva dell’Irap.



(1) L’ammontare del credito di imposta, era inizialmente molto più generoso: 413,17 euro al mese per ogni assunto, 619,75 nel caso di assunzioni al Sud, ma è stato ridotto dal 2003.

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19-11-2004
Meno nonni, più nidi
Daniela Del Boca

La bozza di Finanziaria per il 2005, oltre al bonus di mille euro per i bambini nati nel 2005, prevede un aumento degli assegni familiari per i nuclei con reddito inferiore ai 33.500 euro. Questo incremento dovrebbe essere destinato principalmente a famiglie con due figli o con un "quarto componente", che in molti casi potrebbe essere il nonno o la nonna.

Tutto in famiglia

Dei possibili effetti del bonus si è già discusso su Lavoce.info. In quell’articolo, si diceva che solo i poverissimi possono trovare nel bonus la copertura delle spese aggiuntive per un secondo figlio. L’aumento degli assegni familiari va visto invece all’interno di un sistema di welfare che continua a lasciare l’offerta dei servizi per l’infanzia a totale carico delle famiglie. Nei giorni scorsi, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la parte della Legge finanziaria 2003 che prevedeva un fondo di rotazione per il finanziamento ai datori di lavoro che realizzano servizi di asilo nido e micronidi nei luoghi di lavoro. A giudizio della Consulta, infatti, la legislazione dettagliata sugli asili nido non spetta allo Stato, ma alle Regioni. Tuttavia, la nascita del fondo costituiva la premessa per un ampliamento e una maggiore diversificazione dell’offerta dei servizi per l’infanzia.
La diversificazione è necessaria perché oggi in Italia la struttura degli asili pubblici risulta inadeguata rispetto alla domanda in particolare sotto due aspetti: la disponibilità di posti e la rigidità degli orari. Lo dimostra anche una ricerca recente che esplora un "matched" dataset costruito con i dati della Banca d’Italia e quelli più demografici della Multiscopo. (1)



Tabella 2 Incidenza dei posti nido sulla popolazione della fascia



<3


3-6

Svezia


48


80

Danimarca


64


91

UK


34


60

Germania


10


78

Francia


29


99

Italia


6


95

Spagna


5


84

Grecia


3


46

Fonte: OECD, Employment Outlook, 2001



A seconda delle Regioni, il numero delle domande negli asili pubblici è tra il 30 e il 50 per cento superiore ai posti disponibili. (2) E se le donne con un lavoro a tempo pieno hanno più facilmente accesso agli asili pubblici, si trovano comunque in difficoltà con gli orari. Una quota rilevante delle famiglie che pur hanno diritto all’accesso all’asilo pubblico, finiscono dunque per non usarlo o perché restano in lista d’attesa o perché gli orari non sono compatibili.

Il tempo dei nonni

Né in questo caso il servizio pubblico è sostituito da quello privato, come dimostra ancora lo studio citato. Oggi i nidi privati sono solo il 7 per cento circa dell’offerta totale. Gran parte delle famiglie che non possono usufruire dell’asilo pubblico non utilizzano neanche il privato perché non è disponibile nella zona di residenza o perché è troppo costoso. Si affidano piuttosto a parenti e babysitter. Viene spontaneo domandarsi come mai non si sia ancora sviluppato in Italia un settore privato in grado di rispondere alla eccedenza di domanda esplicita o "scoraggiata", come invece è avvenuto in altri paesi. I limiti dell’offerta di servizi per l’infanzia sono stati discussi di recente nelle raccomandazioni dell’ Unione europea. Questo è infatti considerato uno dei fattori più importanti alla base della minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Italia e nel Sud Europa.
L’ Unione europea invita i governi a sovvenzionare gli asili pubblici. Un invito forse troppo costoso per il bilancio del nostro e di altri paesi. Tuttavia, lo stesso obiettivo potrebbe essere raggiunto da iniziative private di piccola dimensione. I dati del panel europeo (Echp) evidenziano come l’opportunità di usufruire di asili anche sul posto di lavoro aumenti la probabilità di continuare a lavorare dopo la nascita dei figli. (3) Mentre i micronidi, gestiti da madri che hanno già figli propri, sono largamente diffusi sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna. Inoltre, il congedo parentale facoltativo permette di curare direttamente i propri figli piccoli, ma in Italia è più breve rispetto agli altri paesi europei: solo 26 settimane mentre sono 120-130 nei paesi Nordeuropei e in Francia e Spagna).
Infine, va ricordato che l’attuale disponibilità di nonne per la cura dei figli o nipoti nella organizzazione quotidiana di famiglie non è destinata a durare. Dipende infatti in modo significativo dalle vicende demografiche e sociali che hanno caratterizzato la coorte delle attuali sessantenni, in larga misura beneficiate dai pensionamenti anticipati. È molto probabile che in futuro le nonne lavoreranno più a lungo, limitando il potenziale aiuto in termini di tempo a figli e nipoti. Mentre il contributo dei mariti, anche tra i più giovani, resta ancora piuttosto scarso, nonostante i cambiamenti intervenuti all’interno della famiglia. (4)



(1) "Child Care Choices by Italian Households" D. Del Boca, M. Locatelli and D. Vuri CHILD 30/2003 www.child-centre.it

(2) Fonte: Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza- Istituto degli Innocenti, novembre 2001, tab. 3.

(3) "Employment and Fertility Decisions in Italy France and the U.K." D. Del Boca, S. Pasqua and C. Pronzato CHILD 08/2004 www.child-centre.it

(4) Recenti ricerche comparate segnalano che nelle famiglie italiane è importante l’aiuto da parte dei genitori nella cura dei figli piccoli, mentre i mariti/padri danno un contributo molto inferiore rispetto ad altri paesi.(EC The Rationale of Motherhood Choices vedi: www.ulb.soco.mocho).
http://www.lavoce.info/news/view.php...325&from=index
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Vecchio 30-11-04, 10:59   #6 (permalink)
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22-11-2004
Il collasso della Finanziaria
Tito Boeri
Riccardo Faini

Sono passati solo pochi mesi da quando il ministro Domenico Siniscalco, da poco insediatosi sulla poltrona di Quintino Sella, inaugurò una nuova stagione di trasparenza sulla finanza pubblica. Le cifre esposte nel Dpef erano da brividi. Solo per rientrare nei limiti dei parametri di Maastricht servivano perlomeno 40 miliardi di euro su due anni. Per finanziare una riduzione tutto sommato contenuta della pressione fiscale ne servivano altri 12. Nel complesso, il 4 per cento del Pil, da reperire soprattutto con tagli strutturali di spese e aumenti di imposte. Ma in politica, soprattutto per un Governo non proprio granitico, quattro mesi possono essere un’eternità. E così trasparenza e realismo sulla situazione dei conti pubblici sono stati presto sostituiti da confusione e opacità. Proviamo a ricapitolare quanto è successo.

Cronaca dello sgretolamento della legge di bilancio

A settembre viene portata in Parlamento la Legge finanziaria. Una scatola semi vuota, fatta di tagli di spesa di dubbia efficacia (è il parere della Corte dei conti) e assai poco trasparenti (il servizio Bilancio della Camera produce un documento di 170 pagine di rilievi e richieste di chiarimento), di aumenti estemporanei di imposta , di misure a rischio bocciatura da Eurostat (Anas), di provvedimenti una tantum (potevano mancare?) e basata su ipotesi ottimistiche di crescita.
A ottobre, comincia da parte della stessa maggioranza che l’ha presentata, lo svuotamento della Finanziaria, per quel poco di sostanziale in essa contenuto. La revisione degli studi di settore da automatica diventa discrezionale e soggetta ad accordo preventivo con le parti interessate, l’adeguamento degli estimi catastali viene rinviato sine die, si amplia l’area di esenzione dal campo di applicazione del nebuloso tetto del 2 per cento alla crescita della spesa, aprendo prima falle e poi voragini nel bilancio pubblico.
A novembre subentra il caos. Perse quelle poche (vere) risorse individuate dalla Finanziaria, mancano i soldi per coprire i tagli di imposta, a lungo promessi. Ma la politica non ci sta, pretende gli sgravi fiscali e si rifiuta di tagliare le spese, incurante dei moniti del Fondo monetario secondo cui, anche in assenza di sgravi fiscali, servirebbero perlomeno 6-7 miliardi di minori spese semplicemente per rimanere sotto il tetto del 3 per cento nel 2005.

L’ingegneria fiscale

In un mondo ideale (quello di Gordon Brown?) la politica economica sarebbe caratterizzata da rigore e stabilità, offrendo segnali il meno possibile contraddittori tra di loro, indispensabili per consentire a imprese e famiglie di investire nel proprio futuro e in quello del paese. E in Italia? Dal bonus figli al bonus nonni. Dalle due aliquote Ire alle 4+1. Dalla franchigia al tetto sulle deduzioni Irap. Dalla certificazione dei diritti alla pensione d’anzianità alla probabile chiusura delle finestre. Dal trasferimento del Tfr ai fondi pensione con compensazione per le imprese al trasferimento del Tfr all’Inps senza compensazione.
L’ingegneria fiscale di questo Governo sembra non avere limiti spazio-temporali. Si cambia tutto e fino all’ultimo secondo disponibile per la presentazione di un testo in Parlamento. Non è certo la prima volta che un esecutivo interviene in corso d’opera sulla struttura di una legge di bilancio già in discussione alle Camere, ma non si era mai arrivati a questo punto del processo di bilancio con tanta incertezza. Il fatto più grave è che ogni nuova misura proposta, mentre è ancora allo studio dei tecnici e oggetto di trattativa nella maggioranza, viene immediatamente annunciata pubblicamente e in modo confuso. È la strategia degli annunci. La stessa che ha fatto sì che gli sgravi Irpef siano stati "venduti" come imminenti alle famiglie da anni, quelli sull’Irap abbiano una storia non meno lunga di annunci alle imprese. A cui spesso si aggiunge la strategia dell’estemporaneità. Due anni fa il Governo senza alcun preavviso cessò di finanziare misure che avevano stimolato la conversione di lavori temporanei in contratti permanenti (il bonus occupazione), senza curarsi del fatto che le imprese avevano già programmato e spesso messo in atto la propria politica di assunzioni proprio facendo conto su tale incentivo. Oggi si annuncia la sua reintroduzione sotto spoglie diverse (lo sgravio Irap condizionato alle assunzioni), salvo poi rimettere tutto nel cassetto dopo l’ennesimo ripensamento del presidente del Consiglio.

Incertezza come fonte di sprechi

C’è un costo in tutto questo bailamme di cifre e di proposte. Quello di buttare via i pochi soldi disponibili per politiche che ci portino ad agganciare la ripresa internazionale. Gli incentivi e gli sgravi fiscali servono per indurre comportamenti "virtuosi": si intende spingere le famiglie ad aumentare i consumi oppure le imprese ad assumere più lavoratori e investire in ricerca e sviluppo. Ma se domina l’incertezza sulla natura, l’entità e la durata degli interventi, i beneficiari saranno solo coloro – famiglie e imprese – che avrebbero aumentato i consumi o assunto nuovi lavoratori anche senza il contributo dello Stato. Con questi interventi si hanno solo dei "windfall beneficiaries", degli operatori che si trovano un regalo inatteso quanto inutile.

E gli ammortizzatori sociali?

Certo, quella di tagliare le tasse è stata una promessa. Ma quante altre ce ne sono state? Oltre a quello con gli italiani, il Governo ha sottoscritto un contratto che ha valore legale col paese, il Patto per l’Italia. Prevede una mini-riforma degli ammortizzatori sociali. Meglio di niente. Perché non cominciare dal rispettare quel Patto dando più certezza alle famiglie, paurose di perdere lavoro e di diventare più povere (entrambi i rischi sono aumentati nell’ultimo decennio)?
Forse è venuto il momento per i ministri "tecnici" di fare sentire la propria voce invece che nascondersi dietro al paravento del presidio dei saldi. Conta tantissimo cosa si taglia e come si spende, non solo il saldo. E conta anche il modo con cui si arriva a decidere e come lo si comunica all’opinione pubblica.
http://www.lavoce.info/news/view.php...326&from=index
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Vecchio 30-11-04, 10:59   #7 (permalink)
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29-11-2004
La Finanziaria dei non autosufficienti
Luca Beltrametti

La riforma fiscale che il Governo intende attuare con la Legge finanziaria per il 2005 introduce una deduzione fino a un massimo di 1.820 euro per “le spese documentate sostenute per gli addetti all’assistenza personale dei soggetti non autosufficienti nel compimento degli atti della vita quotidiana”.
Questa innovazione comporta un beneficio (minore tassazione) di importo tendenzialmente decrescente al crescere del reddito e dipendente dalla presenza di altre deduzioni: per una persona sola (pensionata) il beneficio annuo si mantiene oltre 300 euro per redditi inferiori a circa 46mila euro, oltre 200 euro per redditi inferiori a 58mila euro e si annulla per redditi superiori a 80mila euro.(1)
Certamente, questa politica ha il merito di aumentare le risorse a disposizione delle persone non autosufficienti. Ma per esprimere una valutazione più articolata, sembra utile adottare come riferimento i punti di debolezza della normativa vigente, chiedendosi di volta in volta se il provvedimento del Governo si muova nella giusta direzione.

I beneficiari delle prestazioni

L’espressione “soggetti non autosufficienti nel compimento degli atti della vita quotidiana” è del tutto vaga: diversi livelli di non autosufficienza sono definiti in relazione all’incapacità permanente a svolgere un dato numero di ben determinati atti della vita. Non è quindi chiaro come il Governo intenda rendere operativa la disposizione: in assenza di una precisa indicazione la norma andrebbe semplicemente a beneficiare le famiglie con una colf. L’unica opzione immediatamente realizzabile consiste probabilmente nel far coincidere la platea dei potenziali beneficiari della deduzione con la platea dei percettori dell’indennità di accompagnamento. Ma la Finanziaria 2005 ne conserverebbe così due importanti difetti: i) non prevede alcuna graduazione delle prestazioni rispetto alla gravità del bisogno; ii) vi sono significative difformità su base territoriale nell’applicazione dei criteri di accesso alle prestazioni.

La selettività rispetto alla condizione economica

L’indennità di accompagnamento non prevede alcuna graduazione delle prestazioni rispetto alla capacità economica del beneficiario. L’intervento nella Legge finanziaria ha il merito di introdurre, sia pur in modo erratico per i redditi medio-bassi, una graduazione del beneficio rispetto al reddito lordo.
Si tratta certamente di una graduazione migliorabile: i più recenti orientamenti nell’ambito delle politiche sociali prevedono infatti un riferimento all’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) allo scopo di tenere conto congiuntamente del reddito e del patrimonio. In presenza di risorse pubbliche molto scarse, la selettività deve essere guardata con favore; la fortissima compartecipazione dei cittadini ai costi dell’assistenza implica tuttavia che il rischio di non autosufficienza resti in larghissima misura non assicurato.
Sembra anche importante notare che la scelta a livello statale di una deduzione fiscale impedisce di fatto di avere una visione complessiva delle risorse che ciascuna persona non autosufficiente riceve a livello regionale (al quale peraltro spetta la gestione delle politiche assistenziali in base al riformato Titolo V della Costituzione). Diviene così assai complicato immaginare interventi a livello regionale che correggano e integrino gli interventi attuati a livello statale.

Modalità di erogazione delle prestazioni

L’indennità di accompagnamento consiste in una prestazione in denaro e vi è quindi il rischio che venga percepita come sostegno al reddito del nucleo familiare e non come risposta alle esigenze specifiche della persona non autosufficiente. Inoltre, il beneficiario spesso utilizza le risorse ricevute per acquistare lavoro irregolare e/o lavoro non adeguatamente qualificato.
L’intervento in esame condiziona effettivamente l’erogazione del beneficio all’acquisto di lavoro regolare, ma nulla impone circa l’adeguatezza delle prestazioni acquistate: l’impostazione rivela una scelta di fondo in favore di soluzioni “fai da te” che certamente indeboliscono le tutele per i soggetti più fragili. Alcune esperienze a livello regionale hanno previsto l’uso di “buoni servizio” che condizionano l’erogazione della prestazione all’acquisto di lavoro regolare presso soggetti accreditati e prevedono un intervento pubblico che aiuti i soggetti più deboli a organizzare un programma efficace di assistenza.
Se la Finanziaria si pone correttamente l’obiettivo di ridurre il ricorso al lavoro di cura irregolare, certamente inadeguate sono le risorse economiche messe a disposizione: l’incentivo a regolarizzare la posizione di una assistente familiare irregolare appare troppo limitato.
Un aspetto negativo nell’intervento attuato dal Governo consiste nel fatto che l’erogazione del beneficio (marginale) è condizionata alla compartecipazione (sostanziale) del cittadino: per esempio, a una persona sola che abbia un reddito lordo annuo di 10mila euro viene concesso un beneficio relativamente elevato (375 euro, pari a circa una mensilità dell’indennità di accompagnamento), ma solo a condizione che anticipi almeno 1.820 euro per acquistare lavoro regolare di cura.

La sorte del fondo nazionale

Infine, l’azione del Governo di fatto accantona l’ipotesi della creazione di un fondo nazionale per la non autosufficienza, sulla quale si era realizzata un’inattesa convergenza tra maggioranza e opposizione nella commissione Affari sociali della Camera.
In effetti, il ricorso a uno specifico fondo per la non autosufficienza appare di gran lunga preferibile: i) il semplice accorpamento sotto un’unica posta di bilancio di tutte le risorse oggi destinate all’assistenza delle persone non autosufficienti garantirebbe una maggiore trasparenza complessiva nell’uso delle risorse pubbliche. ii) Nell’ambito del fondo si potrebbe effettuare una graduazione delle prestazioni rispetto alla gravità del bisogno. iii) Il fondo dovrebbe adottare un orizzonte temporale di programmazione più lungo di quello associato a politiche finanziate anno per anno sotto i vincoli dell’andamento congiunturale. Infatti, poiché il progressivo aggravamento dei bisogni è in larga misura riconducibile all’invecchiamento della popolazione, è necessario che i problemi di equilibrio finanziario dei diversi programmi siano affrontati con un orizzonte temporale medio-lungo dedicando anche attenzione al problema della sostenibilità e dell’equità tra le diverse generazioni.


(1) Più precisamente, per una persona sola l’importo del beneficio annuo cala progressivamente da €375 a €289 al crescere del reddito lordo da €10mila a €26mila; cala da €399 a €368 al crescere del reddito lordo da €28mila a €32mila; si riduce progressivamente da €417 a zero al crescere del reddito lordo da €34mila a €80mila.
http://www.lavoce.info/news/view.php...336&from=index
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Vecchio 30-11-04, 11:04   #8 (permalink)
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Si legge taglio, si scrive aumento

29-11-2004
Si legge taglio, si scrive aumento
Maria Cecilia Guerra
Silvia Giannini
http://www.lavoce.info/news/view.php...337&from=index


Nella conferenza stampa di giovedì scorso, presentando in modo irrituale l’emendamento del Governo alla Finanziaria 2005 prima ancora che fosse approvato dal Consiglio dei ministri, il presidente del Consiglio lo ha annunciato come una svolta storica: il più significativo taglio delle imposte che si sia mai verificato negli ultimi decenni.
Si tratta di una affermazione davvero sorprendente. Se si prendono per buone le cifre ufficiali proposte dal Governo, prescindendo quindi da ogni valutazione critica sulla loro credibilità, la Legge finanziaria che il Parlamento si appresta a varare contiene un aumento delle imposte, non una loro diminuzione.
Procediamo per gradi.

Se si accettano le cifre del Governo

Con la presentazione dell’annunciato emendamento, il Governo completa il disegno della manovra finanziaria per il 2005 (manovra che secondo le norme vigenti avrebbe dovuto essere presentata nella sua interezza entro il 30 settembre). Il “dibattito” nelle due Camere dovrà quindi avvenire in meno di un mese. Non è da escludere che per evitare l’esercizio provvisorio e l’aprirsi di nuove crepe nell’accordo così faticosamente raggiunto fra i partiti della maggioranza, si ricorra al voto di fiducia, svilendo ancora una volta il ruolo del Parlamento.
Comunque sia, l’emendamento come tale diviene parte integrante della legge in questione, che già contiene interventi in campo fiscale sia di aggravio che di sgravio. Gli interventi di aggravio servono a coprire buchi di bilancio e, in parte, gli sgravi fiscali. La Legge finanziaria prevede altre forme di entrata, da cui si prescinde in questa analisi, esclusivamente focalizzata sulle entrate fiscali.
Il quadro complessivo e dettagliato che ne emerge è riportato nella tabella 1.
Ne risulta un dato inconfutabilmente chiaro: per effetto della manovra finanziaria le entrate fiscali aumenteranno nel 2005 di quasi 4 miliardi. Neppure nei due anni successivi, quando lo sgravio dell’Irpef e quello dell’Irap andranno congiuntamente a regime, il saldo per i contribuenti nel loro complesso sarà favorevole: si avrà comunque un aggravio di imposta pari rispettivamente a circa 140 e 280 milioni di euro (a prescindere ovviamente da eventuali altre misure fiscali che verranno intraprese con le manovre finanziarie dei prossimi due anni).
Il saldo potrà essere negativo (pari a uno sgravio di circa 200 milioni di euro) solo nel 2006, se, come è stato ventilato dai giornali nei giorni scorsi, verrà accantonato l’intervento sulle cooperative inizialmente previsto dall’emendamento.

Se si accettano le cifre del Governo, quindi, la svolta fiscale epocale si traduce in una discutibile ricomposizione del prelievo: dagli alti redditi ai bassi redditi, per gli effetti redistributivi della riforma dell’Irpef e per l’aumento dei tributi indiretti regressivi, sui giochi e sulle sigarette, curiosamente aumentati in due rate (prima dalla versione della Finanziaria di settembre e ora dall’emendamento governativo).
Il bilancio è negativo per il mondo delle imprese nel suo complesso: sono andate deluse le aspettative per misure a favore del rilancio della competitività, anche rispetto a quanto prospettato nei giorni scorsi. Per le piccole imprese, gli sgravi fiscali Irap e Irpef potrebbero essere più che compensati dagli aggravi degli studi di settore e dai più alti acconti delle imposte dirette. Le cooperative subisco un aggravio di prelievo (anche considerando solo gli interventi inizialmente previsti nella versione della Finanziaria di settembre). Il bilancio è probabilmente negativo anche per i lavoratori autonomi, che hanno visto sfumare la promessa di un allargamento della deduzione dall’Irap per i soggetti con bassa base imponibile.
Se si accettano le cifre del Governo, la manovra fiscale ben difficilmente potrà costituire il grimaldello che ci farà uscire dalla crisi economica. In particolar modo sarà difficile che un aumento delle imposte, probabilmente ai danni dei soggetti a più alta propensione al consumo, possa tradursi in un rilancio dei consumi.
In assenza del rilancio dei consumi, però, perderebbe credibilità una voce di copertura della manovra finanziaria nel suo complesso, prevista dall’emendamento governativo e che non abbiamo considerato fra quelle strettamente “fiscali”: si tratta di 400 milioni di euro di “autocopertura” (e cioè capacità della manovra di autofinanziarsi attraverso gli effetti indotti sul prelievo fiscale) già previsti per il 2005 (500 milioni e 450 milioni rispettivamente per il 2006 e 2007), che dovrebbero venire principalmente proprio dall’Iva sull’aumento dei consumi.

Se non si accettano le cifre del Governo

Ma ci sono buone ragioni per dubitare delle cifre del Governo? Concentrando sempre l’attenzione esclusivamente sulle poste fiscali, possiamo avanzare due osservazioni.
L’Agenzia delle entrate, delegata dal ministro dell’Economia ad aprire un tavolo tecnico con le categorie imprenditoriali e professionali sugli studi di settore, ha convenuto che sotto il profilo tecnico l’aggiornamento automatico non è percorribile e che la modalità di accertamento tramite studi di settore non può prescindere dalle diverse garanzie che vengono dai soggetti in contabilità ordinaria per opzione o per obbligo. Ma è proprio dall’estensione ai soggetti in contabilità ordinaria dei criteri di accertamento utilizzati per quelli in contabilità semplificata e dall’aggiornamento automatico degli studi che si prevedeva di ottenere larga parte del gettito previsto nelle cifre riportate nella tabella 1. Il ministro che ha delegato l’Agenzia e il Governo daranno seguito all’accordo raggiunto tra questa e le categorie? È una questione che, come risulta dalla tabella 1, vale 3,8 miliardi nel 2005, 1,8 miliardi nel 2006 e 2 miliardi nel 2007.
Un atteggiamento dilatorio è poi stato assunto dal Governo anche sulla revisione degli estimi e sull’inasprimento sulle locazioni immobiliari (sono rispettivamente altri 400, 800 e 900 milioni nei tre anni a venire).
Non si tratta di due voci qualsiasi: sono le uniche voci “innovative” della manovra sul fronte delle entrate fiscali. Tolte queste, resta il tradizionale ricorso a entrate straordinarie (il condono edilizio), accise e altri balzelli.
Il venir meno di queste due entrate non sarebbe sufficiente, per il 2005, a trasformare l’aggravio complessivo delle imposte in uno sgravio. Si aprirebbe però un buco non indifferente nelle coperture previste.
Se si considerano anche le altre forme di copertura previste (taglio alle spese e altre entrate) è un buco destinato con ogni probabilità a non rimanere il solo, come sottolineato da osservatori indipendenti quali il Fondo monetario internazionale.

Fonte: nostre elaborazioni su allegato 7 al disegno di Legge finanziaria per il 2005 e
sulla tabella relativa alla copertura dell’emendamento governativo distribuita alla
conferenza stampa di giovedì 25 novembre.
Tabella 1: sgravi e aggravi fiscali in finanziaria
(si veda allegato o link riportato sotto intestazione dell'articolo)
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risparmio delle famiglie dopo la riforma fiscale

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Gli economisti di palazzo Madama mettono nel mirino
il gettito previsto dall'aumento delle sigarette e il costo dell'Irap
Fisco, i tecnici del Senato
"Aleatorie alcune coperture"
Via agli automatismi sugli studi di settore. Ma Billé non firma

ROMA - Inizia fra mille difficoltà il dibattito sulla legge Finanziaria in commissione Bilancio del Senato. Oggi il governo è stato battuto su un emendamento ma oggi il sottosegretario Vegas ha dovuto richiamare i parlamentari della maggioranza a ritirare gli emendamenti alla riforma fiscale altrimenti, ha detto il rappresentante del governo, "la commissione non inizierà l'esame dell'emendamento del governo sulle tasse". Le previsioni fatte dal governo iniziano intanto a traballare sotto la lente dei tennici del Senato, che stanno esaminando il dossier sull'emedamento fiscale.

Tecnici del Senato al lavoro. Sarebbe a rischio, secondo gli economisti del servizio bilancio del Senato, il maggior gettito conseguente all'aumento dell'accisa sulle sigarette, stimato dal governo in un miliardo di euro dal 2006. La previsione di 1 miliardo di gettito a partire dal 2006, contenuta nell'emendamento fiscale, secondo i tecnici, è aleatoria, perché i nuovi aumenti sui tabacchi, in particolare sulle sigarette, potrebbero avere "effetti negativi" sui consumi e sulle dinamiche dei prezzi. Sull'Irap la perdita di gettito dovuta alla riforma sarebbe invece più che doppia. Potrebbe costare 358 milioni di euro, e non 170 milioni come previsto dal governo. Le stime sul costo dei tagli all'Irap per le nuove assunzioni, scrivono i tecnici, hanno "un significativo grado di aleatorietà" e non sono "prudenziali".

Submenedamenti. Sono 220 quelli presentati e circa la metà provengono dai partiti della maggioranza.
A non voler rinunciare alle modifiche è in primo luogo la Lega, che non intende fare marcia indietro sull'Irap a favore delle piccole e medie imprese. Già ieri il ministro delle Riforme Roberto Calderoli aveva avanzato i suoi dubbi. "Siete sicuri - aveva chiosato Calderoli - che il maxiemendamento fiscale sia proprio quello presentato?".

Studi di settore. L'eliminazione degli automatismi negli aggiornamenti degli studi di settore arriverà a breve con un emendamento del governo alla Finanziaria. Il via libera è arrovato dopo un incontro tra il ministro Siniscalco Confesercenti, Confindustria e le associazioni degli artigiani. In pratica sparisce l'adeguamento annuale agli indici Istat. A compensare il minor gettito sarà un mix di interventi e soprattutto viene prevista un'intensificazione dei controlli per le imprese con fatturato superiore ai 5 milioni di euro. Critico il presidente di Confcommercio Sergio Billé. "Alcuni passi avanti sono stati fatti e nella giusta direzione", ha detto Billé, ma ha aggiunto "firmeremo solo se vi saranno misure certe e scritte per il rilancio delle Pmi". Billé non ha risparmiato critiche anche alla riforma fiscale: Il taglio, ha detto è "uno spolverino fiscale".
(2 dicembre 2004)
http://www.repubblica.it/2004/k/sezi...e/noesame.html
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