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Risparmio senza qualità
Risparmio senza qualità
Due anni dopo il crack Cirio, ormai dodici mesi dopo il crollo di Parmalat, mentre la meteora Finmatica chiude rovinosamente la sua parabola, il risparmiatore italiano continua a muoversi su strade ancora del tutto prive delle protezioni e delle segnaletiche rafforzate che lungo il 2004 gli sono state promesse pressoché ogni giorno da forze politiche e istituzioni. Possono sembrare quindi perfino scontate le statistiche snocciolate ieri dal Bollettino della Banca d'Italia: tracce profonde della fuga precipitosa degli investitori individuali dai corporate bond (ormai sinonimo di default e truffa) e di una loro ritirata più generale dai prodotti d'investimento a rischio medio e alto, a partire dai fondi comuni d'investimento. E non pare di molta consolazione l'affermazione — da parte di Via Nazionale — che la corsa a ritroso verso gli acquisti immobiliari continua a svolgersi al riparo dai rischi di bolla. Il risparmio finanziario delle famiglie italiane è da sempre un «patrimonio del Paese» sul quale il sistema bancario e assicurativo nazionale ha tra l'altro costruito e mantenuto la sua forza di industria strategica, con qualche legittima ambizione in Eurolandia. E la lunga marcia verso la "finanza di mercato" (avviata in Italia oltre vent'anni fa proprio con la nascita dei fondi comuni) è stata una delle direttrici di sviluppo complessivo del Paese, tra privatizzazioni, concentrazioni, liberalizzazioni. Se oggi il mercato del risparmio appare paralizzato e al buio, è un problema dell'intera economia. Né meritano, probabilmente, di essere sottovalutati, altri segnali, per quanto meno intensi. L'indagine originale di Università Cattolica e Mps sui fattori determinanti nell'acquisto dei fondi in Italia (vedi in pagina), fa emergere soprattutto una domanda di qualità: non importa il costo richiesto se il gestore è capace di performance effettive; non importa, viceversa, il pressing pubblicitario su un fondo se i "media" ritenuti affidabili non ne danno giudizi positivi. E un mercato che vuole spiccare nuovamente il suo "volo verso la qualità" ha bisogno di regole di qualità. Negargliele ancora sarebbe una scelta politica senza qualità. http://www.assinews.it/rassegna/arti...e231104ri.html |
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Fondi, come trovare il rendimento
Una ricerca econometrica di Università Cattolica e Mps: le scelte dei risparmiatori italiani sono più sensibili alle performance storiche che ai costi e più al giudizio dei media che alla pubblicità MILANO • L'investitore in fondi comuni italiani è nettamente più sensibile alle performance effettive garantite dai gestori piuttosto che ai costi di gestione che gli vengono richiesti. E la ricerca dell'extraper• formance — rispetto ai rendimenti offerti da quella maggioranza di prodotti che viaggiano alla stessa velocità media dei mercati azionari e obbligazionari — tende a essere meglio soddisfatta da quei gestori che mostrano maggior dinamismo: in particolare in termini di stockpicking (riassortimento di portafoglio) e market-timing. Inoltre, le scelte di sottoscrizione e riscatto, da parte dei risparmiatori, appaiono maggiormente influenzate dall'immagine che fondi e Sgr riescono a meritarsi presso la stampa, più che dalla visibilità indotta attraverso la comunicazione pubblicitaria. Sono queste tre fra le principali "lezioni" di una ricerca originale sull'industria del risparmio gestito in Italia, condotta con tecniche econometriche dalla Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative dell'Università Cattolica di Milano col sostegno di Mps Asset Management. Lo studio («I fondi comuni d'investimento in Italia») è stato coordinato da Paolo Gualtieri, ordinario di Economia degli intermediari finanziari alla Cattolica (vedi anche articolo a fianco) e sarà presentato presso l'ateneo milanese il prossimo 30 novembre. La ricerca e il campione. L'indagine — mirata sui fattori d'orientamento delle scelte d'investimento dei risparmiatori nei fondi italiani — è stata effettuata su un campione di oltre 500 prodotti largamente rappresentativo della popolazione di fondi che fa capo all'Assogestioni (dal 77% all'84% in termini di asset under management). Sono stati ricompresi fondi e Sicav di diritto italiano, di diritto lussemburghese storico o di diritto estero costituiti da intermediari italiani nelle diverse categorie Assogestioni (azionario, obbligazionario, liquidità) tra il dicembre '98 e il febbraio 2004. Di fatto, il quinquennio di start-up dell'euro, su un orizzonte più ampio del segmento azionario abitualmente oggetto di studio. Un complesso modello di analisi statistica multivariata ha messo in relazione i flussi netti di raccolta mensile (sono state utilizzate circa 49mila osservazioni fondo-mese, integrando fonti Assogestioni e Thomson Financial) con una serie di fattori determinanti. L'obiettivo del test è stato verificare quali driver abbiano rivelato maggior peso nelle scelte di entrata e uscita dai fondi. Le quattro determinanti principali sono state individuate nel rendimento storico, nel costo di gestione, nella copertura mediatica e nella pressione pubblicitaria. In particolare: la performance storica è stata valutata in termini di rendimento mensile, cumulato, non ponderarato per il rischio e la relazione tra fondo e raccolta è risultata molto significativa. Il costo per il risparmiatore è stato invece parametrato dal Ter (Total expense ratio) cioè dall'incidenza sul gestito dei costi totali a carico del risparmiatore (commissioni di gestione, deposito, incentivo, eccetera) e qui le valutazioni econometriche non hanno evidenziato una vera forza d'orientamento delle decisioni d'investimento. La media coverage analysis èstata svolta su 7.232 articoli usciti nel 2002-2003 su due quotidiani («Il Sole-24 Ore» e «Corriere della Sera») e due settimanali («Milano Finanza» e «Il Mondo»). Il numero di citazioni delle Sgr è stato ponderato in termini qualitativi attraverso un codice di rating, per formulare un "giudizio medio": apparso molto significativo nell'orientare le scelte. Minore è risultato invece l'impatto economico della pressione pubblicitaria. Quest'ultima è stata osservata — sempre nel 2002-2003 — attraverso 1.392 "eventi", calcolando per ogni Sgr il cosiddetto Grp (gross rating point, sintesi di copertura del target e frequenza da parte di una azione pubblicitaria). Oltre ai quattro fattori esaminati, una quinta determinante non ha mancato di manifestare buona rilevanza per spiegare le sottoscrizioni e i riscatti: il canale distributivo. Dimensione e articolazione dei canali utilizzati per raggiungere i risparmiatori (promotori, sportello, internet) influenzano l'andamento e la consistenza dei flussi di raccolta. Performance, costi e visibilità. Ciascuna delle determinanti dei flussi è stata anche individualmente indagata (analisi univariata) allo scopo di osservare le performance dei fondi di investimento italiani, la capacità dei gestori di creare valore con la security selection eilmarket timing, l'incidenza delle diverse componenti dei costi (e in particolare del Ter) e la gestione dell'immagine delle Sgr. L'analisi econometrica ha mostrato che, in termini di medie complessive di settore, i fondi comuni italiani hanno un'extraperformance totale nulla al lordo dei costi e negativa al netto: questo risultato è coerente con l'ipotesi di efficienza dei mercati e in linea con quanto accade nella gran parte dei sistemi finanziari. Esistono però delle individualità: vi sono fondi che offrono performance positive anche al netto dei costi e del rischio e fondi che invece non riescono a fare ciò. La selezione dei fondi in cui investire diventa quindi cruciale ( vedi grafico):cisono gestori che riescono a staccare il plotone dei colleghi che viaggiano alla velocità di crocierà di Piazza Affari. E a questo proposito è emerso, inoltre, che alcuni fondi italiani tendono a «seguire» da vicino l'andamento del mercato, esponendosi a rischio crescente per la comparsa degli Etf (Exchange traded fund) che pure offrono performance in linea con il mercato, ma a costi tipicamente inferiori. L'analisi dei costi dei fondi comuni italiani mostra d'altronde che i prodotti più complessi dal punto di vista gestionale presentano costi più elevati e che i fondi di maggiori dimensioni presentano costi totali più favorevoli. Tuttavia le differenze non sono particolarmente significative. È interessante notare però che i fondi con commissioni più elevate sono di regola quelli che garantiscono le performance più elevate. http://www.assinews.it/rassegna/arti...231104ri2.html |
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poco risparmio!!!
22 dicembre 2004
Secondo i dati dell´indagine Doxa-Centro Einaudi-Bnl, il 48 per cento degli italiani non mette soldi da parte per necessità Metà famiglie non risparmiano e chi lo fa ha paura del futuro Puniti" i bond e i conti correnti troppo cari Nonostante i crac Cirio e Parmalat, il rapporto degli utenti con le banche regge Sempre più italiani si indebitano per fare acquisti: l´esposizione è al 34% del Pil ELENA POLIDORI ROMA - Si profila all´orizzonte una nuova figura: è il «non risparmiatore», un individuo che ha una gran voglia di mettere denaro da parte, che vorrebbe essere una «formica» ma non ci riesce e, dunque, patisce l´impossibilità di riuscire ad accumulare risorse. Quest´anno, secondo una indagine Doxa-Centro Einaudi-Bnl, coloro che non hanno risparmiato nulla «non per scelta, ma per necessità», sono il 48% del totale contro il 45 dell´anno passato. In pratica, pur prevedendo pioggia «non sono riusciti a comprarsi neanche l´ombrello». L´Italia dipinta da questa ricerca è un paese dove chi risparmia lo fa soprattutto per ragioni precauzionali, per attrezzarsi contro le incertezze del domani, per parare gli imprevisti. I risparmiatori di oggi si misurano «nel ciclo vitale», ricercano una relazione soddisfacente tra i redditi e i bisogni e, dimostrando un certo buon senso, provano a lasciare qualcosa alle generazioni future. L´incertezza fa sì che sono più «formiche» quelli che affermano di mettere da parte dall´1 al 10% del proprio reddito mentre diminuisce la cosiddetta «propensione» al risparmio da parte di chi metteva da parte cifre superiori al tetto del 10%. L´altra faccia della medaglia è che, preoccupati dall´escalation dei prezzi, con la benzina e le case alle stelle, gli italiani per necessità si fanno più simili agli americani: s´indebitano con le banche, ricorrono ai prestiti personali; i loro debiti hanno ormai raggiunto il 34% del Pil. L´Italia che risparmia lo fa per far fronte ad «eventi imprevisti» (il 40% del campione) e, in subordine, per acquistare la casa. Si affida prevalentemente alla banca per le scelte di investimento (54,3% del totale). Ma sei italiani su dieci - il 62,4% - pensano che il conto corrente sia troppo costoso. Una curiosità: sale dall´8,4 al 10% il peso dei giornali nel guidare le scelte dei risparmiatori; scarsissimo il ricorso alle Poste nelle grandi città. Dopo gli scandali Cirio e Parmalat, il rapporto banche-clienti sembra reggere («il bicchiere è mezzo pieno, non mezzo vuoto», sintetizza il presidente Bnl, Luigi Abete), il 68% degli intervistati si dichiara «soddisfatto» del proprio istituto. Si assottiglia invece il ruolo dei promotori finanziari e si prefigura una vera e propria «fuga» dalle obbligazioni emesse dalle imprese. Il dato conferma in qualche modo l´urgenza della riforma sul risparmio: sono attesi per oggi i pareri dei relatori sugli emendamenti al disegno di legge, ma sui punti cruciali, a cominciare dai compiti della Banca d´Italia, secondo una denuncia dei Ds, è tutto rinviato al 2005. Come sempre accade nelle indagini campionarie - oltre mille interviste dirette realizzate in 128 comuni italiani - le sorprese non si contano. E allora, per esempio, viene fuori che, sotto sotto, la paura numero uno è in una economia che non accenna a ripartire in modo convincente; si fa strada l´ipotesi che il moloch del debito pubblico possa costringere ad un nuovo aggiustamento dei conti. E ancora: crescono dal 7,5 all´8,3% coloro che sono insoddisfatti del proprio reddito corrente e hanno paura di vederlo assottigliare nel prossimo futuro. I più pessimisti sono i pensionati ma, tra i risparmiatori aumenta il timore di ritrovarsi tra le mani nella fatidica «ora x», quando cioè bisogna ritirarsi dal lavoro, un reddito scarso: la percentuale di questi individui è balzata al 16%, dall´11 del 2003 e dal 7% del 2002. A livello regionale, quelli che vedono più nero risiedono nel Nord-Est. L´incertezza produce anche una scarsa fiducia nei fondi pensioni: sei italiani su dieci giudicano negativamente il meccanismo del silenzio-assenso sul Tfr, in vigore dal 2005, ritenuto uno strumento per favorire la crescita dell´industria italiana. A fine 2003 la ricchezza complessiva ammontava a 8.200 miliardi di euro, pari a 6 volte il Pil. Di questi, 5300 sono rappresentati da beni immobili, 2900 da attività finanziarie. http://www.assinews.it/rassegna/arti...p221204pa.html |
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