![]() |
| Home | | | Notizie | | | Mercati | | | ETF | | | CFD | | | Forex | | | Forum | | | Quotazioni | | | Servizi | | | Approfondimenti | | | Education | | | Meteo |
|
|
|
|||||||
| Registrazione | Blog | FAQ | Gruppo sociale | Calendario | Cerca | I messaggi di oggi | Segna i forum come già letti |
![]() |
|
|
LinkBack | Strumenti discussione | Valuta discussione | Modalità visualizzazione |
|
|
#1 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
USA: Il Congresso autorizza l'aumento dello stock di debito pubblico
Il Congresso degli Stati Uniti dovrebbe concedere in queste ore al governo USA di aumentare lo stock di debito pubblico, innalzando la soglia precedente del 10% circa e permettendo il pagamento di debiti e titoli in scadenza. Il Senato ha già votato a favore mercoledì 17. Come avevamo già accennato la settimana scorsa, negli USA, il Congresso ed il Senato devono fissare una soglia massima per lo stock di debito pubblico in circolazione, che nessuno ha il potere di oltrepassare, nemmeno il Presidente.
Il Tesoro ha dovuto comunque posticipare le aste per i nuovi titoli a breve termine, in attesa dell’approvazione della legge. http://www.soldionline.it/SOL_Editor...56F51003CA54B/ |
|
|
|
|
|
#3 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
"L’Europa si riprenderà e metterà in crisi gli Usa"
L’INTERVISTA/ STEPHEN ROACH/ IL GURU DELLA MORGAN STANLEY SPIEGA PERCHÉ AUMENTANO LE INCOGNITE LEGATE AL DEFICIT AMERICANO CHE IL BUSH 2 NON HA INTENZIONE DI AFFRONTARE EUGENIO OCCORSIO «L’America ha scelto con imprevedibile chiarezza e rapidità. Ma così come ha scelto quattro altri anni con Bush, si è imbarcata in una serie di scommesse che a mio parere sono difficilissime da vincere». Stephen Roach, capo economista della Morgan Stanley, parla chiaro per abitudine. E anche stavolta non smentisce la sua fama di essere il più diretto ed esplicito fra i guru di Wall Street. L’amministrazione, e soprattutto la politica economica in corso, non gli piacciono, non lascia nessuna zona d’ombra su questo punto. Scommesse, diceva. In che senso? «Bè, intanto c’è una scommessa sulla capacità di sopportazione e sulla pazienza dell’Europa. Fino a quando sarà in grado di sopportare la necessità di finanziare continuamente il deficit americano con l’acquisto inarrestabile di attività denominate in dollari? E fino a quando continuerà con la sua politica di restrizione dei consumi?» Cosa vuol dire? «Oggi la crisi economica dell’Europa è basata soprattutto su una debolezza apparentemente invincibile dei consumi. Sono stato tante volte a Milano e ogni volta mi faccio un giro in quei bei negozi di via Montenapoleone, tanto belli quanto vuoti. E mi chiedo come faccia un’economia come quella italiana, e quella europea, a reggere in assenza dei consumi, che a loro volta trainano lo sviluppo e gli investimenti industriali. Ora, c’è da presumere che tutti i governi europei stiano approntando misure per rilanciarli, questi consumi, e che stiano anche per avere qualche successo. Lo stesso patto di stabilità comunitario andrà rivisto, occorre in qualche modo liberare le dinamiche dell’economia dalla camicia di forza in cui sembrano imbrigliate. E a quel punto, che non è secondo me troppo lontano, per l’America cominceranno i problemi veri: intere correnti di risparmio e capitale internazionale verranno dirottate dal semplice acquisto di obbligazioni in dollari, che è quello che sostiene il deficit americano, a più vivaci investimenti in Europa. Guardi che l’Europa non sostiene solo il peso degli Stati Uniti ma anche di tutti quei paesi asiatici che sono legati al dollaro da un regime di "quasipeg". E farà di tutto per scrollarsi di dosso quest’onere, alla fine ce la farà. Proprio qui sta il rischio per gli Stati Uniti. Ma non è certo l’unico». Quali sono gli altri? «Sicuramente un’altra scommessa dura da vincere è quella sulla produttività. L’America dovrebbe mantenere il suo tasso di crescita annualizzato del 3% che sostiene dal 1995, dovuto soprattutto ai miglioramenti tecnologici. Ma ci sono, qui sta il punto, diversi segnali, che questo tasso di produttività, sul quale si basa anche la sostenibilità del disavanzo, stia diminuendo. Era una specie di miracolo, e i miracoli non durano». Quali potrebbero essere le conseguenze? «Vede, al mantenimento di un elevato tasso di produttività è legata l’attuale politica dei tassi della Fed, che è dichiaratamente di stimolo per l’economia, nel senso che è irrealistico che i tassi siano ancora al 2% dopo anni e anni a meno che non ci sia una deliberata politica di sostegno all’economia, e questo è il caso. Ma se viene meno la produttività, la Federal Reserve dovrà per forza alzare i tassi perché a quel punto scatterebbe il pericolo di inflazione con interessi così bassi». Greenspan tra l’altro "scadrà" nel 2006. E’ sicuro che il suo successore seguirà la stessa politica? «Guardi, in linea di massima sì, anche perché la nomina spetta a Bush, e il presidente ha già fatto capire che l’uomo sarà Martin Feldstein, che non sembra avere idee diverse da Greenspan. C’è anche un outsider che si chiama Glenn Hubbard, ma anch’egli è un monetarista convinto. Insomma, non si cambierà registro. Vorrei con l’occasione precisare che la conferma di Bush non significa soltanto la continuazione della guerra in Iraq e altro, perché il presidente americano è in grado imporre con una forza incredibile il suo stampo su ogni aspetto della vita economica e sociale. Pensi solo, per fare un altro esempio, che Bush avrà a disposizione la nomina di quattro giudici (su sette) della Corte Suprema, e le lascio immaginare cosa questo significherà in termini di aborto, pena di morte, diritti civili, sicurezza interna». Torniamo però all’economia. Diceva che se continuerà l’attuale politica dei bassi tassi, il pericolo diventerà l’inflazione. Con quali conseguenze? «Le conseguenze sarebbero a catena, a partire appunto dal rialzo dei tassi, fino alla recessione. Di più: questa forsennata corsa alla produttività è stata un magnete per l’acquisto da parte degli stranieri di attività in dollari. Se viene meno, ecco che tutto questa fragile costruzione si smantella. Secondo me, ci sono elevate possibilità che ciò accada. E di questo porta la responsabilità l’attuale amministrazione, che ha consentito il lievitamento del debito pubblico, per non parlare di quello privato, fino ai livelli attuali. Per questo è stato piuttosto incosciente consegnargli il paese per altri quattro anni. Il deficit resterà intorno al 3 per cento del pil ancora per un tempo indefinito». A proposito di inflazione, non ritiene che il livello del dollaro così basso sull’euro (e sullo yen) sia in se stesso un fattore inflattivo? «Diciamo che serve uno sforzo sempre più erculeo per tenere in piedi il delicato equilibrio che si è creato, e ad ogni punto di ulteriore svalutazione del dollaro i pericoli aumentano. Da oggi in poi, qualsiasi successo che avranno le politiche economiche europee comporterà un serio ripensamento da parte delle banche centrali di tutto il mondo nell’allocazione delle risorse. Senza contare un altro fattore, stavolta tutto interno americano: del disavanzo Usa fanno parte, insieme ai tagli alle tasse irrazionalmente distribuiti e alle spese militari abnormi, i costi dell’assistenza pubblica in America che sono fatalmente destinati ad aumentare ed, essi sì, non comprimibili, perché oggetto di una pressione politica che qualsiasi amministrazione non può non sentire. Come saranno finanziati, è un mistero. Le banche centrali internazionali possono farsi carico di tutto questo, ma solo temporaneamente». A quanto sembra di capire, l’ostinazione di Bush nei tagli fiscali sembra quantomeno un azzardo… «Guardi, è ancora aggravata dal fatto che non sembra rispondere ad una logica organica di riforma. Sono tagli e basta. Presuppongono una propensione al risparmio, o perlomeno agli investimenti produttivi, da parte degli americani che non esiste. Viceversa, se la crescita continuerà ad essere sostenuta, si assisterà ad uno sviluppo delle importazioni che non farà che aggravare il già macroscopico deficit della bilancia dei pagamenti. Tutto questo non potrà che esasperare la già problematica interconnessione fra dollaro e tassi d’interesse, e quel che è peggio è che temo che si porrà un grosso rischio a questo punto per i mercati finanziari». Sia più esplicito su Wall Street. «Per ora il quadro non è allarmante, se non altro perché come dicevo per ora proseguirà la politica dei bassi tassi. Ma sul mediolungo termine la mia previsione è molto negativa». Abbiamo parlato di America e di Europa, ma lei è appena tornato dalla Cina. E’ vero che c’è un rallentamento della crescita? «A dire la verità, sono stato una decina di giorni in Cina e devo dire che la mia opinione sta cambiando. Non sono più convinto che ci sia un vistoso rallentamento (si era parlato di una discesa dal 9,3 del 2004 al 7,0 nel 2005, ndr), anzi credo che per almeno un altro anno l’economia cinese reggerà l’attuale ritmo di espansione, o perlomeno la frenata sarà minima e assolutamente tollerabile oltre che ben gestita dall’attuale dirigenza. Ed è un rapporto destinato a non cambiare sul breve termine. Gli stessi cinesi sembrano un po’ preoccupati, tant’è vero che hanno alzato i tassi (il 28 ottobre, ndr) ma mi sembra che abbiano strutture sempre più solide. C’è di più: mi sono convinto di quanto sia grande il ruolo dell’economia cinese nel pianeta. Forse non si arriverà al 24% del totale dell’incremento della crescita mondiale di cui parla il Fondo monetario, ma si tratta sicuramente di livelli impressionanti: pensi che è quattro volte la quota della Cina nel pil globale». http://www.repubblica.it/supplementi...koratella.html |
|
|
|
|
|
#5 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
I tagli fiscali se non sono supportati da investimenti (sia privati che statali in infrastrutture materiali e non) non servono a nulla se non a creare altro deficit. E pensare di rilanciare economia con tagli fiscali...
|
|
|
|
|
|
#6 (permalink) |
|
Member
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
ECONOMIA
Euro, dollaro ed effetto Cina di GEMINELLO ALVI L'altro ieri, proprio alla vigilia del G20, Greenspan ha aumentato i dubbi sul dollaro. Ha previsto in un pubblico discorso un minor «appetito degli investitori per strumenti finanziari denominati in dollari». E, visto che non è uno sconsiderato ansioso, la dichiarazione significa che gli va bene che il dollaro seguiti a calare. Del resto, tolto il velo delle ipocrisie, una delle questioni che nel G20 più premeva agli Usa di assecondare era il riordino dei cambi. Anzitutto con l'Oriente. E dunque sia Snow, il segretario al Tesoro, sia Greenspan, in questi giorni hanno motivo di sorridere leggendo sui giornali quanto accade. In fila agli sportelli della Bank of China di Shanghai floridi impiegati, sarte con nonne al braccio, padri confuciani, operaie del sesso, tutti vogliono vendere dollari e comprare Yuan. Come riconferma anche l'ottimo momento dei cambisti del mercato nero. Il governo di Pechino fatica a contenere una rivalutazione dello Yuan. La banca centrale a forza di comprare dollari ci affoga dentro, e le sue riserve sono ormai varie volte quelle degli Stati Uniti. Al cumulo di dollari c'è un limite, anche per i comunisti capitalisti. Il che conforta l'amministrazione Bush, che deve ridimensionare le importazioni Usa, e giudica di aver finanziato abbastanza col suo indebitamento la crescita mondiale. Fida insomma che i dollari finiti in Cina e altrove più numerosi addirittura delle lattine di Coca Cola rivalutino le monete delle nazioni che concorrono con gli Usa. Ovvio aiuto alle imprese americane e al rientro del deficit, che Greenspan e Snow vedono con più ottimismo degli europei. Giudicano forse che Cina e Asia abbiano ogni interesse a evitare crolli a precipizio del dollaro. Il partito comunista ha da sistemare un circa 150 milioni di sottoccupati nelle campagne e 10 milioni nelle imprese statali; e le sue banche hanno sofferenze per il 40% dei crediti. Dunque non può permettersi di mollare troppo il dollaro, smettendo di comprare titoli del Tesoro americano. Ma neppure la Cina può pretendere di mantenere il proprio cambio ufficiale col dollaro dov'è, inalterato dal 1995, a 8,28 yuan. Questo il gioco dei cambi, che si svolge tra Pechino e Washington, da dove si consiglia ai cinesi di rivalutare per raffreddare i prezzi. E lascia a ministri e banchieri europei la parte piuttosto goffa di lamentarsi per il calo del dollaro, «brutale» come ha detto Trichet. Ma brutale è stata di nuovo la replica di Snow. Per il Tesoro americano il dollaro debole deriva anche dalla minor crescita europea. Maastricht o no, l'Europa non doveva lasciare gli americani soli a tirare la congiuntura mondiale. Replica su cui è lecito disputare; ma arriva mentre il sancta santorum europeo di Maastricht viene ridicolizzato dalla beffa di Atene. La Grecia non era all'1,8% nel 1999, l'anno preso in considerazione per l'entrata nell'euro, ma per via di spese militari e criteri contabili era al 3,4% di deficit. Fuori regola. Ma non si può certo ormai buttarla fuori dall'euro. Forse sarebbe stato meglio se anche l'Europa avesse badato un po' più alla Cina, invece di bisticciare sempre con l'America. La svalutazione della divisa cinese negli ultimi quattro anni è di circa la metà rispetto all'euro. Dunque se le quote di mercato dell'Italia nel commercio mondiale sono cadute non è dipeso in questi anni solo da un difetto di competitività. Tra l'altro la chiave di tutto il gioco resta la Cina. Solo la rivalutazione dello yuan può per effetto a catena concedere alle monete dell'Asia di rivalutarsi su dollaro. E speriamo sull'euro. Ma dipende da un'Europa più pratica in questo G20 che si conclude stamane. http://www.corriere.it/Primo_Piano/E.../21/alvi.shtml |
|
|
|
![]() |
| Segnalibri |
| Strumenti discussione | |
| Modalità visualizzazione | Valuta questa discussione |
|
|
| Chi siamo- Pubblicità- Contatti- Disclaimer- Mappa- Credits | ||
| © 2000-2012 Browneditore S.p.A. - Tutti i diritti riservati. Prima di utilizzare anche parzialmente i contenuti di questo sito, vogliate cortesemente consultare il disclaimer. | ||