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Tutti i costi degli «illeciti»
Tutti i costi degli «illeciti»
Reati finanziari / Il rapporto PricewaterhouseCoopers È di 6,7 milioni di euro il danno medio per azienda in Europa provocato dalle attività fraudolente Appropriazione indebita, pirateria e false comunicazioni sociali i reati più diffusi. In coda la corruzione Un'azienda su quattro è stata vittima negli ultimi due anni in Italia di illeciti o di altre attività fraudolente che ne hanno danneggiato l'immagine, il valore di mercato e nei casi più gravi la reputazione. Sono i risultati dell'indagine «Economic crime survey» di PricewaterhouseCoopers che ha calcolato in 6,7 milioni di euro il danno medio subito da ciascuna azienda del campione europeo. Un fenomeno che ha toccato il 26% del campione italiano analizzato, inferiore alla media europea pari al 34 per cento. L'indagine che risale al dicembre 2003, comprende 1.500 società europee (160 quelle italiane) scelte tra le top 500 del settore pubblico e privato. In particolare, il campione italiano comprende il 66% di società del settore manifatturiero, il 24% dei serivizi generali, tlc, carte di credito e trasporti e il 10% di servizi finanziari. Un fenomeno complesso, articolato e difficile da individuare perché le stesse società spesso preferiscono non denunciare la frode oppure ritengono poco opportuno diffondere informazioni sensibili. Non solo: a questo si aggiunga che spesso i sistemi di controllo interno non sono in grado di individuarla mentre i costi e le perdite derivanti da attività illecite sono considerati di natura commerciale. I reati più diffusi. In Italia e in Europa il reato di corruzione è considerato dal campione come il più diffuso (il 39% in Italia e il 17% in Europa), ma solo nel 3% dei casi questo reato ha provocato danni all'attività dell'impresa. È invece l'appropriazione indebita da parte di personale dipendente che rappresenta la tipologia di reato più diffuso tra le aziende italiane dove nel 40% dei casi ha comportato un danno patrimoniale all'azienda. A ruota ci sono la pirateria e la contraffazione che hanno colpito nel 7% dei casi, il cybercrime (5%) e le false comunicazioni sociali (4 per cento). Resta il fatto che solo il 3% del campione ammette che il proprio sistema di controllo interno è stato in grado di rilevare la frode, in controtendenza con il 28% delle aziende europee. Se il 23% dei casi è scoperto accidentalmente, per il 59% del campione italiano è l'attività di revisione interna ed esterna a fare emergere le attività illecite. La responsabilità degli amministratori. Secondo la ricerca, il 60% delle frodi aziendali rilevate in Europa ha avuto origine all'interno della stessa organizzazione. Un fenomeno che alla luce dell'introduzione del decreto legislativo 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle società impone nuovi obblighi di controllo attraverso l'adozione di modelli organizzativi che hanno lo scopo di limitare l'emergere di illeciti. Del resto, la maggioranza del campione percepisce il rischio frodi come rilevante e ha adottato misure correttive attraverso controlli mirati, introduzione di codici di condotta, ma la formazione professionale per il 23% del campione è un mezzo per sensibilizzare il personale per la prevenzione delle frodi. Il costo per le aziende. Accanto ai costi per adottare strumenti utili a prevenire le frodi, le aziende vittime di questi fenomeni difficilmente sono in grado di stimare l'impatto complessivo che tali fenomeni possono avere avuto sul business. Tra gli effetti individuati, oltre alla perdita di natura economica e finanziaria, ci sono quelli diretti come l'impatto sulla motivazione e il morale dei dipendenti (31%), la visibiliatà esterna e le sue relazioni commerciali (25 per cento). Ma solo il 3% del campione ritiene irrilevante che tali eventi possano avere un impatto rilevante sul valore di mercato dell'azienda. Secondo la ricerca, ciò può essere spiegato dalla mancata visibilità che viene normalmente data a questo tipo di fatti. Tuttavia, conclude il survey, «i recenti casi in Italia e negli Usa hanno dimostrato un'elevata sensibilità e attenzione alle frodi aziendali da parte dei mercati e degli operatori finanziari», di cui è auspicabile tenere conto. L'esperto / Parla Gianni Fanizza (Pwc) «La prevenzione? Più controlli» «Con il decreto 231 le aziende devono adeguare i modelli organizzativi» Uno strumento per mettere a riparo le aziende da comportamenti illeciti è il modello organizzativo (compliance program) previsto dal decreto legislativo 231/2001 sulla responsabilità penale delle aziende, che ha recepito la direttiva europea emanazione della convenzione Ocse. Come spiega Gianni Fanizza, partner della PricewaterhouseCoopers. Quali sono gli effetti dell'adozione del decreto legislativo 231/2001 in Italia? Prima di tutto, un numero importante di aziende si è già dotato del modello di organizzazione e controllo così come prevede la nuova legge e molte altre stanno considerando di avviarne l'implementazione. In molte realtà, l'attività di compliance del suddetto decreto legislativo è vista non solo come un adempimento ad una disposizione di legge, ma anche come un'opportunità volta al miglioramento del sistema dei controlli in ambito aziendale. Una fase importante per la definizione del modello è, infatti, l'analisi del sistema di audit interno e la sua messa a punto non solo al fine di prevenire comportamenti illeciti, ma anche di razionalizzare le attività per raggiungere maggiore efficienza ed efficacia nella operatività. Un elemento importante previsto dal D.Lgs 231/01 è la costituzione di un organismo di vigilanza che ha la finalità di verificare l'efficacia del modello. Attraverso questa attività si contribuisce a diffondere la cultura dei controlli, aspetto che riveste grande importanza in una corretta gestione aziendale. Ci sono ricadute in Italia delle nuove norme restrittive americane previste dalla Sarbanes-Oxley Act? Sì, del resto è inevitabile in particolare per le società italiane che appartengono a gruppi americani, le quali entro il 2004 sono tenute a implementare la sezione 404 della legge (ieri la Sec ha detto di volere rimandare tale scadenza, ndr) che prevede un audit indipendente per valutare la correttezza dell'attività del management. Per quanto riguarda, invece, le società italiane non quotate in America né appartenenti a gruppi quotati negli Usa, la legge non è applicabile. Diverso il discorso delle società italiane quotate in America, o appartenenti a gruppi quotati, che si dovranno adeguare entro il 2005 e sono ora in fase di implementazione. Come si stanno attrezzando le aziende italiane che operano all'estero o sono quotate a Wall Street? Al momento, le società stanno dedicando numerose risorse interne oltre a lavorare con consulenti esterni per la preparazione della fase preliminare. È chiaro che questa è un'uscita ulteriore da sostenere (circa il 60% in più del semplice costo della revisione dei bilanci), che si aggiunge, nei casi interessati, all'adeguamento alle nuove regole americane. Al punto che alcuni gruppi quotati a Wall Street stanno pensando al delisting. Per le aziende si tratta di produrre tutti i documenti per rendere trasparenti i processi contabili, condizione indispensabile affinché il modello di controllo non venga svuotato di reale significato e di efficacia. Se si limita ad essere una semplice raccomandazione formale, si ridurrebbe a semplice codice etico di comportamento con la conseguenza di privare di ogni efficacia e significato l'adesione dei singoli paesi alle convenzioni internazionali. http://www.assinews.it/rassegna/arti...s131104co.html |
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