Torna indietro   Forum di Finanzaonline.com > Approfondimenti di Finanza > Officine Giuridiche : Legal Financial Forum

Vai al forum
Rispondi
 
Strumenti discussione Valuta discussione Modalità visualizzazione
Vecchio 11-11-04, 11:01   #1 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
riforma bush previdenza

http://www.assinews.it/rassegna/arti...111104pe2.html

La prima radicale riforma della nuova Amministrazione riguarderà il sistema di sicurezza sociale

Pensioni private, fondi e azioni la rivoluzione liberista di Bush




La Social Security era uno dei pilastri del New Deal di Roosevelt, ed è sempre stata un caposaldo del rapporto tra Stato e cittadini
E´ destinato a sparire il concetto di previdenza collettiva, sostituito da numerosi portafogli individuali investiti in Borsa

DAL NOSTRO INVIATO
FEDERICO RAMPINI

san francisco - Per The Wall Street Journal costerà 1.000 miliardi di dollari, secondo Business Week il doppio. Di tutte le promesse elettorali di George Bush, è quella a cui il presidente ha deciso di assegnare la priorità assoluta. Chiamarla "riforma delle pensioni" è riduttivo, perché non assomiglia a nessuno dei progetti in discussione in Europa. E´ un disegno neoliberista rivoluzionario, che neppure Ronald Reagan osò immaginare: lo svuotamento e la privatizzazione graduale della Social Security, la più rispettata istituzione del Welfare State americano. Se andrà in porto - e dopo il 2 novembre Bush ha tutti i numeri per farcela al Senato e alla Camera - segnerà una profonda trasformazione del tessuto sociale americano, dei rapporti fra le generazioni, fra i cittadini e lo Stato.
Il concetto di previdenza collettiva gradualmente sparirà, per essere sostituito da una miriade di portafogli individuali investiti in Borsa. E´ un capitolo decisivo nel progetto della ownership society, la società dei proprietari-capitalisti verso cui Bush vuole traghettare l´America intera.
Il progetto è tanto più radicale in quanto gli Stati Uniti hanno già visto crescere da decenni - a fianco alla Social Security, in funzione di complemento - il sistema dei fondi pensione privati più sviluppato del mondo. Per i dipendenti delle grandi aziende è normale avere una "pensione di scorta" alimentata dai versamenti del datore di lavoro e investita per lo più in azioni. Negli ultimi anni la solidità di questi fondi pensione è stata messa a dura prova. Nel dicembre 2001 la bancarotta della Enron - che oltre a migliaia di posti di lavoro ha distrutto anche le pensioni dei dipendenti - ha rivelato che troppo spesso le aziende investono gli accantonamenti pensionistici in azioni proprie, creando così una concentrazione di rischio contraria ad ogni regola di buona gestione. Ma in ogni caso i fondi pensione privati delle aziende rimangono una risorsa integrativa, "di scorta" per l´appunto. Così come i fondi individuali 401-k, forme di risparmio previdenziale che ogni americano può costruirsi da solo - affidando la gestione a banche, società finanziarie, fondi d´investimento o assicurazioni - con il vantaggio di una detassazione dei rendimenti.
Lo sviluppo considerevole di tutte queste pensioni private è avvenuto senza toccare il pilastro di base della previdenza che resta la Social Security. Quest´ultima funziona in maniera molto simile a tutti i sistemi pensionistici pubblici d´Europa. E´ un´istituzione pubblica, federale, che preleva contributi dalle buste paga - la payroll tax del 12,4 per cento - e con quelli finanzia le pensioni "di base" per gli anziani. E´ dunque una previdenza "per ripartizione" (paga le pensioni di oggi grazie ai contributi dei lavoratori di oggi), non è un sistema a capitalizzazione che accantona risparmi per le pensioni future. Fu creata dal presidente democratico Franklin Delano Roosevelt il 14 agosto 1935, come uno dei pilastri della politica del New Deal che salvò l´America dalla Grande Depressione.
In quasi 70 anni di vita, la Social Security è rimasta una delle istituzioni più solide e rispettate in America. Oggi più di 50 milioni di anziani americani ricevono un assegno mensile dalla Social Security, e per il 64 per cento di loro quell´assegno rappresenta più della metà del reddito disponibile. Grazie a un equilibrio demografico migliore rispetto alle nazioni europee (l´America ha più immigrazione e una natalità più alta) la Social security finora ha i conti in attivo, e si prevede che solo fra 15 anni le sue spese cominceranno a superare le entrate.
Per Bush, tuttavia, l´impianto stesso della Social Security ha i giorni contati. Per i lavoratori più giovani, il presidente punta ad aprire una falla fatale nel sistema: una parte della loro payroll tax (all´inizio probabilmente la metà) non andrà più a pagare le pensioni degli attuali anziani. Quei fondi confluiranno in tanti portafogli individuali, che ogni giovane lavoratore si gestirà per conto proprio investendolo in azioni e obbligazioni. E´ un sistema che nel lungo termine può garantire rendimenti più elevati - salvo incidenti di percorso come un crac di Borsa alla vigilia del pensionamento, o gestioni dissennate come nel caso Enron.
Il passaggio a questo sistema ha dei costi di transizione enormi, perché mentre i giovani diminuiscono i loro contributi, gli anziani devono continuare a ricevere una pensione. E´ quello il "buco" che varia tra 1.000 e 2.000 miliardi di dollari a seconda delle stime (e si aggiunge a un deficit corrente del bilancio federale che già ha raggiunto i 500 miliardi). Per Bush l´equilibrio dei conti è secondario rispetto all´impatto sociale di questa riforma. Come detta la filosofia della ownership society, il presidente pensa a una società in cui nessuno possa più aspettarsi aiuti dallo Stato. Una società dove tutti siano piccoli proprietari-capitalisti, e la solidarietà verso i bisognosi transiti attraverso le associazioni caritatevoli (per lo più religiose). E´ un cantiere politico strategico, a cui si aggiungono progetti di riforma come quello della tort litigation - Bush vuole ridimensionare i diritti dei consumatori nelle battaglie giudiziarie contro le imprese - e il nuovo piano energetico che dovrebbe aprire anche i parchi naturali all´estrazione di petrolio e gas naturale. Al termine di questo percorso c´è l´azzeramento di tutte le grandi riforme varate dagli anni 30 agli anni 60.
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 07-01-05, 09:56   #2 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Pensioni Usa, bufera tra i repubblicani
Una strada in salita per la riforma voluta da Bush




NEW YORK • La riforma delle pensioni propugnata da George W. Bush si è scontrata con una prima rivolta politica. E questa volta non si tratta di un'offensiva dell'opposizione democratica, che denuncia il rischio di distruggere il social security, ma di un ammutinamento nei ranghi repubblicani: i nodi più controversi del piano di parziale privatizzazione del sistema previdenziale in preparazione, per la corrente conservatrice del partito del presidente, sono diventati le dimensioni dei nuovi conti individuali bocciate come inadeguate e l'intenzione della Casa Bianca di affiancare a questi una riduzione significativa nei benefit finora garantiti ai pensionati americani.
L'amministrazione ha riconosciuto che da sola la parziale privatizzazione non basterà al risana• mento del deficit di lungo periodo nei conti della previdenza federale scavato dall'invecchiamento della popolazione. Per ottenere simili risultati, scrive nel documento Peter Wehner, il responsabile della Casa Bianca per le iniziative strategiche, una nuova austerità negli assegni pagati è indispensabile: «Se l'intento è quello di rendere solvente e sostenibile il sistema in modo permanente, i nuovi conti non sono sufficienti». Anzi, proprio lo storno anche limitato di contributi fiscali verso i nuovi strumenti minaccia di aggravare le sfide immediate: creare i conti individuali senza contemporaneamente contenere i benefit sarebbe irresponsabile e «avrebbe gravi conseguenze economiche».
Questo disegno, tuttavia, è inviso a influenti leader conservatori: l'ex presidente della Camera Newt Gingrich ha avvertito che le proposte di riduzione dei benefit potrebbero trasformarsi in un suicidio politico per i repubblicani, che rischierebbero di perdere il Congresso alle prossime elezioni. Un altro influente leader, l'ex deputato e candidato alla vicepresidenza Jack Kemp, ha definito le ipotesi di tagli il frutto di discussioni «fra burocrati di Washington» che mettono in pericolo le prospettive di qualunque riforma del sistema pensionistico.
Questi stessi alleati conservatori dell'amministrazione sono irritati anche da quella che credono sia, accanto alle affrettate misure di risparmio, un'eccessiva cautela nel promuovere i nuovi conti individuali, investibili in Borsa e in grado di far intravedere elevati rendimenti. Chiedono di convincere gli americani a schierarsi per la riforma con una ricetta più aggressiva: quella di consentire ai lavoratori più giovani di investire nei nuovi conti l'intero contributo per il social security a loro carico, pari al 6,2%, cioè alla metà dell'imposta complessiva del 12,4 per cento. La restante porzione è a carico delle imprese.
La missione di Bush sarà così anzitutto quella di ricucire al più presto le divisione nella propria base prima ancora di rivolgersi all'opposizione per dare la caccia ai necessari ampliamenti del consenso in vista di una riforma di proporzioni storiche. Con questo obiettivo, il presidente ha incontrato ieri i leader del partito repubblicano. E lunedì ha in programma un evento pubblico volto a illustrare l'urgenza di una svolta sulle pensioni.
Le prese di posizione di Bush sui conti individuali e sui tagli ai benefit, per quanto controverse, non sono tuttavia arrivate a sorpresa. Tra le ipotesi circolate sulla riforma due aspetti hanno finora preso il sopravvento, seppure ancora con scarni dettagli e in divenire: l'idea di conti creati con il 4% dei contributi, una percentuale superiore al 2% auspicato dai più prudenti ma inferiore al 6,2% voluto dai più ambiziosi. Non sono escluse soluzioni fondate su incrementi progressivi dei fondi stornati. Il secondo proposito già emerso è quello di adottare una nuova formula per calcolare i futuri benefit iniziali con cui andranno in pensione gli americani, una formula che di fatto avrebbe l'effetto di ridurre le uscite grazie a un'indicizzazione ai prezzi al consumo invece che agli aumenti salariali, tradizionalmente più generosi. Per far avanzare le sue idee, però, l'amministrazione ha davanti a sé un cammino in salita.http://www.assinews.it/rassegna/arti...e070105pe.html
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 11-01-05, 14:10   #3 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Il presidente investe 40 milioni per spiegare la sua riforma del welfare: « Più conti personali » . Il nodo dei costi di transizione

E Bush sogna il New deal delle pensioni. Private


DAL NOSTRO INVIATO NEW YORK — Tecnicamente è una riforma delle pensioni, ma l'obiettivo politico del presidente Bush è ben più ambizioso: cambiare il contratto sociale siglato 70 anni fa da Franklin D. Roosevelt che proprio nel 1935 creò la Social Security, un sistema previdenziale pubblico, anche se più limitato e meno generoso di quelli europei. La proposta della Casa Bianca — progressivo dimezzamento degli assegni della previdenza pubblica che già oggi rappresentano mediamente solo il 42% del reddito dei pensionati e formazione di conti di risparmio privati alimentati dai contributi fin qui versati alla Social Security — verrà formalizzata solo a fine febbraio, ma la campagna della Casa Bianca è già iniziata: Bush, consapevole della delicatezza della materia, sta cercando di tranquillizzare i leader repubblicani del Congresso e oggi spiegherà pubblicamente le ragioni della riforma a un gruppo di cittadini. Sarà l'inizio di una campagna mediatica che dovrebbe durare circa un mese e nella quale verranno investiti 40 milioni di dollari.
Insieme alla riforma fiscale, è questo l'impegno centrale del secondo mandato presidenziale di Bush, il cuore della strategia mirante a creare una « ownership society » , una società nella quale il cittadino è meno protetto da uno Stato meno presente ma anche meno costoso ed è più responsabile per il suo futuro. Non è una novità: quello della previdenza è stato uno dei temi centrali della campagna di Bush.
Ma allora il presidente era rimasto sulle generali, parlando sì di privatizzazione del sistema, ma giustificando gli interventi soprattutto con la necessità di evitarne la bancarotta e promettendo che la riforma sarebbe stata costruita pezzo per pezzo in Parlamento sulla base, se possibile, di accordi bipartisan.
Oggi lo scenario è diverso: la Casa Bianca auspica ancora un'intesa bipartisan, ma il documento redatto da Peter Wehner, direttore per le iniziative strategiche della Casa Bianca, il braccio destro di Karl Rove, afferma che la riforma della Social Security sarà « una delle principali imprese realizzate dal fronte conservatore nei tempi moderni » che consentirà di « ridurre gli spazi occupati dallo Stato e trasformerà il panorama politico del Paese » . Il documento preparatorio — un « ballon d'essai » che è stato fatto circolare nel Congresso e tra un buon numero di « opinion leader » — ha dunque una forte connotazione ideologica, anche se, ovviamente, i contenuti economici sono prevalenti.
La ricetta proposta non è delle più digeribili: mentre molti vorrebbero che gli enormi costi della transizione verso un sistema essenzialmente privatizzato fossero coperti aumentando ulteriormente il debito pubblico americano, Wehner spiega che i mercati non accetterebbero mai di finanziare un piano che non contenga una chiara prospettiva di riequilibrio del sistema e una riduzione delle prestazioni erogate dal sistema pubblico. Così lo stratega della Casa Bianca propone di creare conti individuali alimentati utilizzando i due terzi del contributo oggi versato dal lavoratore alla Social Security ( 6,2% della retribuzione, una quota analoga a quella versata dal datore di lavoro), ma soprattutto chiede di calcolare l'assegno pagato dal sistema pubblico con una indicizzazione legata non più alle retribuzioni, come avviene oggi, ma all'inflazione.
Sembra poca cosa soprattutto a noi italiani che questo mutamento del sistema di calcolo lo abbiamo introdotto fin dal 1992, con la riforma Amato. In realtà l'impatto su un sistema assai meno generoso del nostro ( in America si va in pensione a 66- 67 anni e la quota di retribuzione pensionabile è molto più bassa, anche perché esistono molti fondi integrativi privati) sarà pesante, soprattutto nel lungo periodo: mentre per chi andrà in pensione nel 2022 il taglio sarà « solo » del 10%, chi si ritirerà a metà del secolo resterà con una pensione pubblica dimezzata.
A quel punto il peso dello Stato diventerà marginale: la previdenza pubblica garantirà infatti, in media, non più del 20% del reddito dei pensionati, mentre crescerà il peso dei fondi privati. La strada che conduce alla « ownership society » si sta però rivelando più accidentata del previsto: i democratici sono in rivolta, Wall Street è in posizione d'attesa, molti gruppi d'interesse come l'Aarp, potente associazione che riunisce 35 milioni di pensionati e pensionandi, sta riempiendo giornali e teleschermi con la sua campagna contro la riforma Bush. Ma il dissenso è diffuso anche tra le file repubblicane: Bush ormai non deve più essere votato dagli americani, ma molti leader del suo partito dovranno affrontare tra meno di due anni le elezioni di mezzo termine e temono gli effetti potenzialmente devastanti di una riduzione delle prestazioni garantite.
Il presidente è già corso ai ripari: ha promesso ai leader repubblicani che la manovra sarà molto graduale e spiega all'opinione pubblica che non si può assistere passivamente al deragliamento del convoglio previdenziale. Effettivamente, col pensionamento della generazione del « baby boom » , il sistema perderà il suo equilibrio, ma le spese supereranno le entrate solo nel 2018 e, grazie alle riserve accumulate in questi anni di gestioni in attivo, il deficit potrà essere coperto fino al 2052 senza dover ricorrere a un aumento delle tasse. Una lezione di preveggenza per chi, come noi, si è ridotto a intervenire soltanto quando il deficit era ormai insostenibile. Ma anche una situazione che spinge i democratici ad accusare Bush di fare dell'allarmismo gratuito. Dice il deputato dell'Illinois Rahm Emanuel: « Adesso l'agenda della riforma è chiara. Primo: spaventare i cittadini. Secondo: tagliare le prestazioni. Terzo: privatizzare il sistema »
http://www.assinews.it/rassegna/arti...r110105pe.html
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 11-01-05, 14:12   #4 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Su due terzi dei binari italiani il locomotore si guida a vista

Su due terzi dei binari italiani il locomotore si guida a vista


Su altri diecimila invece si può contare solo su due cose: i riflessi dei macchinisti e un allarme a pedale
Appena seimila chilometri della rete sono attrezzati con dispositivi che evitano quasi ogni errore umano


JENNER MELETTI

BOLOGNA - E´ tornato a Crevalcore perché nel disastro ha perso un amico. Ma Espedito Paradiso, capostazione ad Afragola e sindacalista del Sult, è anche «tornato a casa». «Dal 1994 al 1997 sono stato capostazione proprio qui a Bolognina, dove i treni si sono scontrati. Con me allora lavoravano altri cinque ferrovieri. Ora non c´è più nessuno, tutto è automatico. La sicurezza sui treni? Per farle capire cosa succede, le spiegherò cosa sono gli "itinerari convergenti". E´ l´operazione con la quale si permette a due treni di arrivare contemporaneamente in una stazione. Fino al ?97 ero io a dirigere questa operazione. Aspettavo che il treno da Verona entrasse completamente in stazione e fosse fermo. Se c´era la nebbia mandavo un manovratore a controllare la coda, per essere sicuro che un vagone non occupasse la linea, poi davo il via libera al convoglio che arrivava da Bologna. Adesso le macchine fanno tutto e il traffico a Bolognina è diretto dalla stazione di San Felice sul Panaro. Macchine nuove, accanto ad impianti montati nel 1940. E nessun uomo che possa guardare con i propri occhi cosa sta succedendo».
Sui vecchi treni, accanto alla toilette, c´era la mappa delle Ferrovie dello Stato con il disegno di tutte le tratte. Sarebbe utile rimetterla oggi, sugli Interregionali e sugli Eurostar, per raccontare a tutti quali sono le linee «attrezzate» e quelle «non attrezzate». La differenza non è di poco conto. Sulle prime (meno di un terzo rispetto al totale) ci sono dispositivi di allarme (e spesso più d´uno) che evitano quasi ogni errore dei macchinisti. Nelle altre si può soltanto sperare sui due occhi e sui riflessi dell´uomo in cabina di guida. «A dire la verità - spiega Sergio Maiani, macchinista della Filt Cgil - in certi casi gli occhi sono quattro. Se faccio la linea Bologna-Verona, non attrezzata, e c´è la nebbia, chiamo accanto a me il capotreno, che mi aiuta a vedere i segnali. Dico subito: non ho paura. Se te la senti addosso, stai a casa. Ma guidare in certe condizioni non è uno scherzo. Hai con te la "scheda treno" che ti dice a quale velocità devi viaggiare. Sul tratto dell´incidente si fanno i 140. Certo, puoi anche decidere di andare più piano, ma quando arrivi non è che i dirigenti ti dicano bravo. I clienti perdono le coincidenze, gli altri convogli si bloccano per aspettarti. E tu devi giustificare il ritardo. Il risultato è questo: nebbia o non nebbia, dispositivi di allarme presenti o assenti, a Verona con l´Interregionale ci arrivi comunque in due ore».
Solo 4.500 sono i chilometri di rete «attrezzati» sui 16.450 delle rete ferroviaria. Ci sono le ferrovie di Serie A, con doppio binario (6.290 km) e in buona parte coperti da sistemi di allarme, e quelli di serie B o C (10.160 km a binario unico, 5.325 dei quali non elettrificati) e senza protezioni. «Il paradosso - raccontano Giuseppe Plutino, capostazione distaccato alla segreteria della Filt Cgil di Bologna e Lucio Sarsano, capotreno - è che dove c´è sicurezza aggiungono nuovi strumenti, e dove non c´è nulla si continua a marciare a vista. Molto protetta è quella che noi chiamiamo la T, composta dalle tratte Torino Venezia e Milano Napoli. Qui hai di tutto e di più. C´è il sistema Rsc, ripetizione segnali continuo, che ti avverte se, ad esempio, sei passato con il giallo. Hai due o tre secondi per rallentare, e se non lo fai scatta la frenatura automatica. Bene: su gran parte di queste linee la Rfi, Rete ferroviaria italiana, ha aggiunto il Scmt, sistema controllo marcia treno. Si tratta di quelle boe gialle che stanno fra i due binari. Queste ti dicono non solo sei hai saltato un segnale ma anche, ad esempio, che in quel tratto, quel giorno, non devi superare i 70 all´ora. Via computer, vengono aggiornate in diretta dalle stazioni centrali, e confermano le indicazioni che prima della partenza vengono consegnate al macchinista con un foglio chiamato M3».
Sergio Maiani, il macchinista, spiega perché in certe tratte ha bisogno di avere accanto il capotreno. «Chi è l´automobilista che può giurare di avere visto sempre tutti i semafori rossi? Può succedere di sbagliare anche su un treno. Ti cadono il portafogli o il telefonino, ti chini un attimo per raccoglierlo e se non c´è il collega magari ti perdi un segnale. E poi c´è la tensione dei turni. Io guido treni dal 1979 e nei primi anni, se andavo a Firenze, avevo tre ore di riposo prima di tornare. Ora fai in tempo sì e no a prendere un caffè. E in più ci hanno messo in cabina questi aggeggi che si chiamano Vacma che servono a ben poco se non a distrarci dalla guida».
Vacma sta per "Veille automatique controle par maintien d´appui", sorveglianza automatica tramite appoggio. C´è un pulsante, sul pavimento, che deve essere schiacciato ogni 55 secondi. Se non viene toccato, emette un fischio e dopo due minuti innesca la frenata. «E´ una tecnologia obsoleta - dice Giuseppe Plutino - che le ferrovie hanno però cominciato a mettere sui treni nella seconda metà del 2003. E´ quello che è stato chiamato "uomo morto", perché in pratica serve a fare sapere se il macchinista sta bene o se è crollato sul pavimento. Ma non serve a null´altro, anzi. Sull´Interregionale di Crevalcore c´era e non è servito a nulla, Con l´ossessione di schiacciare il pulsante ogni 55 secondi, ti distrai dalla guida. Pesti con il piede, non senti il pulsante perché ti sei spostato di una spanna e allora guardi in basso magari mentre superi un segnale».
Nel 1980 le Fs avevano 225.000 dipendenti, ora sono 94.000. «Per anni - dice il macchinista Maiani - anche la linea Bologna-Padova era "non attrezzata". Gli impianti sono stati messi, poco alla volta, dopo il disastro di Coronella, vicino a Ferrara». Era il 22 dicembre 1985, e una elettromotrice di un passeggeri tamponò un merci fermo a un semaforo rosso: morirono 10 persone, altre 11 rimasero ferite. Nelle prossime ore i sindacati dei ferrovieri chiederanno che dispositivi di sicurezza siano applicati a tutte le linee. «Il sistema più sicuro - dice Roberto Santi, segretario regionale del Sindacato macchinisti Sma - è il Rsc, ripetizione segnale continuo, installato già nei primi anni ?80. Ti rivela anche l´integrità delle rotaie e, attraverso un sistema di frequenze, dice quanto spazio libero c´è davanti al locomotore. Solo con questo sistema, sulla Firenze-Roma, puoi arrivare ai 250 all´ora. Se il segnale è giallo, hai davanti 1350 metri liberi. Il verde dice che nei hai 2700, il super verde 5.400 metri. Ma il nuovo sistema Scmt, sistema controllo marcia treno, si può installare più velocemente. Noi macchinisti, sulla Milano-Bologna, abbiamo visto spuntare le boe gialle come funghi, in pochi mesi. Non si possono aspettare altri disastri, prima di decidere la prevenzione. Purtroppo lo abbiamo già detto troppe volte».
(1 - continua)
http://www.assinews.it/rassegna/arti...p110105in.html
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 12-01-05, 08:24   #5 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Le pensioni scommettono su Wall Street
STATI UNITI Bush lancia il piano di parziale privatizzazione della «social security» e incontra i cittadini per
spiegare una riforma delicata




NEW YORK • L'offensiva di politica interna per il 2005 è partita ieri in grande stile: George W. Bush ha incontrato a Washington, nella sala dell'auditorium Mellon, un gruppo di cittadini che rappresenta uno spaccato demografico del Paese per spiegare i meriti della rivoluzione che persegue da ormai quattro anni: introdurre una privatizzazione parziale nel sistema pensionistico americano, la più radicale riforma del sistema da quando fu creato, da Franklin D. Roosevelt, il 14 agosto del 1935. Bush in sostanza vuole consentire al cittadino di destinare a sua scelta su conti privati speciali una parte dei suoi contributi pensionistici. I fondi potranno essere investiti sul mercato azionario o in altri strumenti finanziari invece che lasciarli alla gestione dello Stato. Ieri il presidente ha concesso anche un'intervista al "Wall Street Journal" per illustrare gli aspetti teorici del suo progetto; da lunedì il suo segretario al Tesoro John Snow è a New York per incontri a porte chiuse con i vertici delle principali banche e istituzioni finanziarie del Paese.
Wall Street è infatti nervosa. È vero che l'introduzione di conti privati nei quali i cittadini potranno versare una parte dei loro contributi potrebbe aggiungere liquidità alla Borsa. È anche vero che vi sono molte incertezze. È un progetto che potrà funzionare?
Quale impatto avrà sulla coesione sociale del Paese? E quale impatto sul disavanzo pubblico?
Sono qui per rassicurarvi — ha detto Bush parlando ieri a Washington — lo Stato manterrà i suoi impegni e pagherà le pensioni a tutti. Non dobbiamo però dimenticare che abbiamo un rischio di bancarotta davanti a noi e dovremo risolverlo».
Al di là delle questioni filosofiche e morali, Wall Street è preoccupata perché sul piano finanziario la posta in gioco potrebbe essere enorme. Il presidente ritiene che potrà colmare il gap di introiti per il sistema pensionistico dovuto al dirottamento parziale dei contributi con un indebitamento di circa 2mila miliardi di dollari in dieci anni. Complessivamente, stimano le proiezioni dell'Amministrazione, si eviterebbe un deficit di oltre 8mila miliardi di dollari. Ma i democratici ritengono che il disavanzo del sistema pensionistico sarà inferiore ai 3mila miliardi d i dollari (invece dei 10mila proiettati dall'Amministrazione) mentre il buco che si verrà a creare con il progetto di Bush sarà ben più elevato di quel che dicono le stime. La Casa Bianca si rende conto che il suo progetto è controverso. L'annuncio formale è previsto entro qualche settimana, ma già ieri, parlando con il quotidiano finanziario americano, il presidente ha detto di essere pronto a dare «copertura politica» ai legislatori che temono contraccolpi negativi sull'elettorato, ha avvertito l'opposizione che su questo progetto non intende fare marcia indietro e ingaggerà una battaglia, anche dura se necessario, per «fare la cosa giusta»; ha detto che non lascerà la leadership dell'iniziativa al Congresso e che anzi, proprio come ha già fatto ieri, s'impegnerà in prima linea nella battaglia politica «per cercare un consenso allargato». «Parliamo di una trasformazione storica», ha detto Bush, che non si aspetta una navigazione facile nelle turbolente acque politiche della capitale: «So bene che molti dicono: Bush ha torto. Ma sono convinto di avere ragione. È davvero eccitante essere parte di un dibattito di una tale importanza — ha detto al "Wall Street Journal" — è il vero dibattito filosofico del nostro tempo».

La promessa di Bush: padroni di se stessi
È un primo passo verso la società dei proprietari lanciata per le elezioni La revisione consentirebbe una forte riduzione del «buco» previdenziale

FILADELFIA • «Chiamatelo socialismo, o quel che meglio vi pare, per me non cambia nulla». Otto Von Bismarck, simbolo della destra, non mostrò né complessi né peli sulla lingua quando, presentando al Reichstag nel 1881 la prima proposta per un sistema di assistenza sociale statale, fu bollato come socialista. Con la sua iniziativa Bismarck riuscì anche a fare storia: fu all'impostazione tedesca che il mondo intero e molto più tardi, nell'agosto del 1935, l'America di Roosevelt si ispirarono per organizzare un sistema pensionistico pubblico.
Oggi è un altro uomo della destra, George W. Bush, che cerca di fare storia proponendo una rivoluzionaria riforma del sistema pensionistico americano. Nessuno però gli estende il nomignolo di "socialista". Anzi, secondo l'economista Paul Krugman — che abbiamo • intervistato alla riunione annuale degli economisti a Filadelfia, dove la riforma previdenziale è stata al centro del dibattito — le proposte di Bush, inclusa una parziale privatizzazione delle pensioni, scardinano, snaturandolo, un sistema che ha funzionato per 70 anni e che resterà in attivo fino al 2042, riportando l'America negli abissi dell'era vittoriana. Ma in campagna elettorale Bush aveva promesso una «ownerhsip society», una società di "proprietari". E per alcuni repubblicani non è abbastanza aggressivo. Ci vorrebbe la privatizzazione totale, come teorizza Martin Feldstein. Resta il fatto che con la proposta di privatizzazione si varca un Rubicone politico. Per questo le forti tensioni e le guerre di partito nella capitale.
I democratici temono un cavallo di *****: se passerà, la proposta porterà una vera e propria rivoluzione economica, ideologica e finanziaria. Bush promette più soldi di quelli che dà lo stato dalla gestione dei conti privati. E il cespite patrimoniale potrà essere lasciato in eredità. Rassicura: lo stato manterrà i suoi impegni, le pensioni tradizionali resteranno ma si affronterà la sfida di insolvenza del sistema, oberato (o gratificato) da due sviluppi che 70 anni fa non si potevano prevedere: l'invecchiamento della popolazione e l'esplosione dei baby boomers.
È un fatto che i meccanismi di oggi non bastano. Il sistema della social security prevede un contributo obbligatorio del 12,4% della busta paga fino a un massimo di 87.900 dollari nel 2004. Il contributo è per il 6,2% a carico del lavoratore e per l'altro 6,2% a carico del datore di lavoro. Fino al 2018 il sistema sarà in attivo. Il surplus è destinato a un fondo fiduciario che consentirà al sistema di essere attivo fino al 2042. Per quella data, esauriti i cespiti del fondo e con i baby boomers che assorbiranno più di quanto i loro figli pagheranno, il sistema andrà in rosso. Secondo Bush per 10mila miliardi di dollari. Il suo piano eliminerebbe il problema e prevede un indebitamento di appena 2mila miliardi di dollari in dieci anni. Per i democratici però il buco di lungo periodo della social security è di 3.700 miliardi di dollari. E ricordano che gli americani già dispongono di conti privati a risparmio per il pensionamento, con vari vantaggi fiscali, uno di questi è il 401K, un altro e l'Ira che integrano e in alcuni casi superano la pensione statale. Perché dunque non aumentare la deducibilità sui conti già esistenti e lasciare invariato il sistema pubblico? Semplice: non si creerebbe la «ownership society» promessa in campagna elettorale da Bush, né, come dice Feldstein, si contrasterebbe l'inefficienza statale.
La formula che presenterà Bush poggia su due criteri. Il primo prevede l'introduzione di nuovi conti privati ai quali il cittadino potrà destinare fino al 4,2% dei suoi contributi per un massimo di mille dollari.
Questo significa che i dipendenti che pagano i contributi sul tetto di 87.900 dollari, potranno destinare ai conti privati al massimo l'1%, il resto, insieme ai contributi aziendali, sosterrà il sistema statale.
L'amministrazione intende anche aggiustare al ribasso le pensioni: gli incrementi non saranno più legati all'aumento del costo del lavoro ma a quello dei prezzi. Visto che i prezzi aumentano più lentamente del costo del lavoro, la diminuzione dei trasferimenti sarà sostanziale. Ma, secondo Bush, sarà più che compensata da ritorni più elevati dei fondi privati rispetto a quelli statali. Ma questo dibattito, con differenze anche in campo repubblicano, scatena le ire dei democratici. L'idea che un sistema pubblico come quello delle pensioni statali possa essere privatizzato anche solo in parte ha raccolto reazioni indignate. Gene Sperling, ex uomo di Bill Clinton, ha chiesto che Bush faccia marcia indietro e preservi, se vorrà un accordo bipartitico, il sistema attuale. Lo stesso «New York Times» si è schierato contro la proposta. Sul fronte accademico, Peter Diamond, del Mit, e Peter Orszag della Brookings Institution affermano che l'attuale sistema funziona, non ha bisogno di essere rivoluzionato quando pochi accorgimenti lo renderebbero solvibile per i prossimi 75 anni. E lanciano tre allarmi legati al progetto Bush: non è vero che gli investimenti in Borsa diano ritorni più elevati di quelli che garantiscono le pensioni; non si protegge da crolli del mercato; i costi di gestione amministrativa saranno proibitivi.
È attorno a questo dibattito che si consumerà la più drammatica battaglia politica del 2005 in America. E non ci sarà modo di annoiarsi su un argomento che a prima vista può sembrare arido, ma che allo stesso tempo rappresenta lo specchio più intimo dei valori etici e di solidarietà nella società del nostro tempo.

Intervista / Le ragioni dei sostenitori
Feldstein: la rete protettiva diventerà molto più efficiente

DAL NOSTRO INVIATO FILADELFIA • Martin Feldstein, professore a Harvard, presidente del National Bureau of Economic Research, è uno dei più autorevoli economisti americani e uno dei favoriti alla successione di Alan Greenspan alla Federal Reserve. È anche uno degli ispiratori dell'idea di privatizzare il sistema delle pensioni negli Stati Uniti: anzi vorrebbe privatizzarlo in modo completo. Ma in questa intervista di fatto accetta il programma parziale di Bush. Si collo• ca all'estremo opposto rispetto a Paul Krugman.
Krugman dice che i conti privati per le pensioni faranno precipitare l'America in un'era di sperequazioni vittoriane.
Non vale neanche la pena di rispondere. So che il sistema pensionistico è in crisi e opera sulla base di un modello costruito 70 anni fa che non risponde più alle esigenze del nostro tempo. È superato dalla storia. Ma non tutti hanno il coraggio di ammetterlo.
Bush è pronto a una privatizzazione parziale. Lei appoggia l'idea dei conti privati?
Sì, il progetto non è ancora stato formulato. Ma quel che sento è certamente un passo nella giusta direzione.
Perché sente il bisogno di una riforma così radicale, che eliminerà la rete di protezione statale?
Intanto non la eliminerà. La renderà più efficiente. Dobbiamo pensare alla sicurezza sociale nel suo insieme: pensioni, invalidità, assistenza medica agli anziani. Complessivamente si tratta del 37% della spesa federale e del 7% del Pil. Dal mio punto di vista l'impeto per una riforma della sicurezza sociale più ampia deriva dal riconoscimento che gli attuali programmi hanno conseguenze indesiderabili sugli incentivi e dunque sulla performance economica.
Ma si tratta pur sempre di un sistema che riduce le distorsioni sociali.
Temo che si faccia spesso confusione tra programmi di "assicurazione" sociale, che scattano in momenti prestabiliti e programmi assistenziali che sono dei veicoli per la redistribuzione del reddito. Le pensioni come sono organizzate oggi non sono, anche se vi è la percezione che lo siano, uno strumento per la redistribuzione del reddito. È provato scientificamente da Liebman o da Coronado, Fullerton e Glass. Anche i sussidi di disoccupazione non sono uno strumento di redistribuzione del reddito: un individuo che guadagna 50mila dollari all'anno paga lo stesso contributo di chi ne guadagna 11mila, ma riceverà se sarà disoccupato sussidi cinque volte più elevati di quelli che riceve l'individuo con lo stipendio più basso.
Ma cosa c'entra con le pensioni?
C'entra perché occorre avere un quadro d'insieme. Perché le condizioni economiche, tecnologiche e sociali sono cambiate molto negli ultimi 50 anni, sussidi per la disoccupazione e pensioni studiati per gli anni 30 non vanno più bene per il nostro tempo. Oggi sappiamo che gli incentivi fiscali influiscono sul comportamento dell'individuo. Troppo spesso la solidarietà tradizionale è un modo per affermare che l'individuo è incapace di prendere decisioni complesse per un piano di pensionamento.
Qual è il suo approccio?
Ho identificato tre principi politici e quattro economici. Il primo principio politico consente scelte individuali, si tratta di un principio moralmente corretto, che poggia sulla libertà. Offrire scelte diverse migliorerà l'efficienza economica. Il secondo deve rendere i programmi trasparenti. Ci sono 2.500 regole nel sistema di previdenza sociale. Alcune di queste regole rendono il sistema opaco: se fosse trasparente molte di quelle regole non sarebbero accettate. Ed è inappropriato in una democrazia imporre, a causa di un'impostazione opaca, regole che sarebbero respinte se il sistema fosse più trasparente. Occorre infine riconoscere che certe dinamiche politiche non possono rendere un sistema permanente.
I principi economici derivano da quelli politici?
Sì. Il primo: i programmi sociali possono avere conseguenze deleterie sull'economia: riducono il risparmio nazionale, inducono un pensionamento prematuro, aumentano il tasso di disoccupazione e quello dell'assistenza medica. Il secondo: occorre trovare un punto di equilibrio tra la protezione e la distorsione di certe misure. Il terzo: ripensare i programmi quando ci sono cambiamenti, nulla è permanente. Il quarto: separare con chiarezza i programmi di assicurazione sociale da quelli per la redistribuzione del reddito. E credo che la riforma di Bush tenga conto di questi elementi teorici nel proporre un adeguamento del sistema che tenga il passo coi tempi.

Intervista / Le ragioni dei contrari
Krugman: così si allargherà il divario tra ricchi e poveri

DAL NOSTRO INVIATO FILADELFIA • Non c'è bisogno di punzecchiarlo. Quando si parla di pensioni o di Bush o di Irak, l'economista Paul Krugman, che lancia i suoi anatemi antirepubblicani dalle colonne del "New York Times", si infiamma. Mentre parla si torce le dita con forza, gli occhi, vagamente sporgenti sopra la barba rada e brizzolata, sono mobili, nervosi, eloquenti nella loro espressività. Ancora più del linguaggio colorito che ha usato • e che lo ha reso famoso come uno dei più irriducibili nemici del presidente George Bush.
Perché è così preoccupato da questa riforma?
Perché in vent'anni avremo accumulato seimila miliardi di dollari di nuovo debito. Perché la privatizzazione di cui si parla ci riporterà all'oscurantismo dell'Inghilterra vittoriana: le alternative saranno due soltanto, o riuscirai ad affermarti nella classe media o sarai destinato a morire. Si ridurranno l'assistenza sanitaria (che è già precaria) e i trasferimenti per le pensioni (che già sono ai minimi termini), si allargherà il gap fra ricchi e poveri.
Ma lei è d'accordo sulla necessità che il sistema vada rimesso a posto perché per il 2042 sarà insolvente?
Si possono fare molte cose, ma l'ultima è quella di privatizzarlo. Si rende conto dei problemi etici che si vengono a creare, del balzo all'indietro dal punto di vista del progresso sociale? Le motivazioni della riforma repubblicana sono chiare: si vogliono destinare a Wall Street nuove fonti di liquidità. In cambio si taglieranno i trasferimenti correnti. Non mi sembra un buon affare. Tanto più che a Wall Street, come abbiamo imparato bene, i guadagni possono svanire, le aziende possono fallire. Mi sembra che siamo fuori fase rispetto alla missione centrale che si deve perseguire con la social security, quella appunto di garantire una sicurezza minima anche nel momento in cui ci saranno le più devastanti intemperie.
Eppure c'è chi dice che il passaggio proposto da Bush sia verso un sistema a capitalizzazione. Lei è contro un sistema a capitalizzazione?
No. Certo che no. Ma per passare a un sistema a capitalizzazione occorre per prima cosa un avanzo di bilancio. Lo abbiamo avuto, ma ora dove è finito? Nelle tasche dei più ricchi che se lo sono ritrovato come taglio fiscale confezionato su misura per loro. Guardi, comunque la si rigiri, questa situazione è disastrosa sul piano economico e deprimente su quello umano.
Non vede neppure un barlume di buona fede nel mettere a punto una proposta nuova?
Guardi, l'unica novità è questa: vogliono riportare il Paese agli anni 20. Dubito che ci sia buona fede perché la ragione di queste proposte non è economica. Dal punto di vista economico i meccanismi funzionano. La ragione è ideologica: cominciare con poco per poi distruggere tutto, del resto alla Heritage Foundation lo hanno detto chiaramente: vogliono distruggere il New Deal, vogliono distruggere i programmi della Great Society di Lyndon Johnson.
Eppure i rendimenti di un investimento in borsa nel lungo periodo pagano meglio del ritorno statale.
Non è vero. I titoli in Borsa hanno avuto in media un rapporto prezzo/utili di 14 con un rendimento del 7%. Questo su base storica. Lo sa quali sono i numeri oggi? Il p/e è a 20 e il rendimento è al 5%. Un livello che non consentirà di accumulare ricchezza. È una proposizione perdente.
E allora?
Dovremo rassegnarci a questo gruppo di incoscienti che sperimenta sulla pelle della gente. Tanto più che il problema delle pensioni è davvero il minore. Quello dell'assistenza medica agli anziani è il più grave ed è tre volte più oneroso di quello per le pensioni. Ma di quello non si parla.
Le sembra giusto adattare gli aumenti delle pensioni all'aumento dei prezzi piuttosto che a quello dei salari?
Giusto? Ma è ingiustissimo. È vero che l'indicizzazione sui salari produce negli anni un aumento più forte di una indicizzazione sui prezzi. Ma è anche vero che il tenore di vita è cambiato, che le condizioni sono cambiate: un tempo c'era un servizio pubblico più efficace, oggi lo è meno. Un tempo non c'erano i computer, oggi ci sono e così via. Il punto di riferimento deve restare quello dei salari. Per proteggere i più deboli, per difendere i brandelli di un sistema che in tempi più oscuri dei nostri introdusse la solidarietà sociale.
http://www.assinews.it/rassegna/arti...e120105pe.html
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 12-01-05, 12:49   #6 (permalink)
Member
 
L'avatar di calypso
 
Data registrazione: Aug 2002
Messaggi: 5,575
Popolarità: 42949682
calypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond reputecalypso has a reputation beyond repute
Ho letto un po' di questa riforma oggi sul giornale e devo dire che l'idea in se non mi dispiace. Con il passaggio dal metodo a ripartizione a quello a capitalizzazione in cui ognuno ha un proprio conto dal quale attingere una volta andato in pensione, non trovo malsana la possibilità di ampliare gli attuali sistemi per investire i soldi di ogni singolo lavoratore. In questo modo non si mettono in crisi le casse dello Stato in quanto i soldi sono di chi lavora e non servono per pagare chi è già pensionato e si da modo di trarre da questi soldi un ritorno, in termini di interessi, maggiore di quello attuale avendo davvero come orizzonte temporale il lungo periodo, avvalendosi di tutti gli strumenti di cui oggi disponiamo nel mondo finanziario.
E' un po' quello che succede da noi con i fondi pensione, chiusi o aperti, specie per quelli che possono contare sul multicomparto, quindi su ipotesi di investimento con gradi di rischio diversi.

Da quando sono entrati in vigore i fondi pensione chiusi vi ho aderito con entusiasmo e ancora oggi sono favorevole al loro ampliamento ritenendoli, per chi come me andrà in pensione con il sistema contributivo, un importante strumento di sostegno alla pensione "pubblica" che riceveremo quando sarà il nostro tempo, decurtata in modo significativo, e la mia non vuole essere una "polemica" politica, con la riforma "Dini" del 1995, firmata da tutti gli attuali partiti dell'Ulivo e dalle confederazioni sindacali.

calypso non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 21-01-05, 13:35   #7 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
The Accounting Cycle
The Biggest Accounting Fraud: Social Security
Op/Ed
By: J. Edward Ketz

January 2005 -- If the President and members of Congress and those responsible for the management of the federal government were CEOs and CFOs and directors of business enterprises, they might be in prison today.

I wince when I hear them discuss budget deficits and budget surpluses and the future of Social Security. Maybe they don't know what they are talking about, which is bad enough given their enormous responsibilities. But then again, maybe they do understand, in which case they are as guilty of accounting fraud as Skilling and Lay.

The president has started a campaign to allow the partial privatization of Social Security. Republicans view this as a way to save Social Security and to allow average persons to earn more than the pathetic return on their Social Security investments. Democrats lately have countered that there is no crisis, citing the Congressional Budget Office's claim that funds will exist until 2052. As is typical, whenever the two parties debate an issue, they are both wrong.

The key to comprehending the subject is to conceptualize Social Security as one of the government's special purpose entities (SPE). Ever since the passage of the unified budget act during the Nixon administration, the government has had the privilege of looting the Social Security funds by transferring the money into the general fund, from which Congress can spend on whatever pork projects they wish. This ingenious way of raising taxes without explicit legislation has allowed the president and the Congress the use of an extra $2 trillion over the years.

Unfortunately, the funds are as depleted as one of Adelphia's SPEs. John Rigas might even have learned his scheme from Washington! Recall one of the tricks employed in the Adelphia scandal. Rigas set up an SPE that borrowed money from outside investors. In turn, the SPE lent money to Adelphia and held receivables from Adelphia. Of course, the corporation did not consolidate the SPE with its operations, so outsiders did not appreciate the existence of the SPE's liabilities. On the other hand, Adelphia did not bother to recognize its debts to the SPE, arguing that they are off-balance sheet items. The scheme came tumbling down when the investors discovered that the SPE was sitting on a lot of worthless receivables.

Under unified budgeting, Social Security works the same way, with American laborers serving as the investors. The workers transfer some funds in the form of Social Security taxes to the social security fund. The Social Security fund takes this cash and gives it to Congress to disburse as it chooses. And Congress refuses to combine these activities with the general fund, treating it as an off-balance sheet liability. Some day this scheme will come crashing down.

The Congressional Budget Office and Democrats make the mistake of believing that Social Security has $2 trillion of assets without examining and realizing that these assets predominately consist of receivables from the general fund. These receivables aren't collectible unless additional taxes are imposed on the populace. (As an aside, what type of return would an investor enjoy if he or she had to ante up the cost of the investment not once but twice?)

Republicans led by Bush make the mistake that privatization solves the problem. Emphatically, it does not. It will still require about $2 trillion to clean up this accounting scandal whether or not privatization occurs. This amount will continue to climb until Congress repeals the unified budget act. (What is attractive about privatization is that it will force Congress' hand since the cash from Social Security is no longer available for its members to loot. Also a plus is that it will start the evolution from an unsound defined benefit plan to a sound defined contribution plan.)

In short, Congress must repeal the unified budget act to prevent further looting of Social Security and to report budget deficits correctly. The second step is to find a way of fairly generating $2 trillion over the next few years to pay back the American workers. I suggest removing the cap on Social Security taxes so that those earning over $87,500 can chip in and help. I would also define stock options as compensation to make sure those who receive corporate stock options do their share to save Social Security.

J. EDWARD KETZ is accounting professor at The Pennsylvania State University. Dr. Ketz's teaching and research interests focus on financial accounting, accounting information systems, and accounting ethics. He is the author of Hidden Financial Risk, which explores the causes of recent accounting scandals, and columnist of The Accounting Cycle for SmartPros.com.
http://accounting.smartpros.com/x46596.xml
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 21-01-05, 13:43   #8 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
In soldoni i fondi per pagare le pensioni in Usa, da Nixon vengono prelevati per foraggiare la spesa pubblica attraverso prestiti come se il Servizio previdenziale fosse un'entità separata. In pratica è come se l'inps prestasse soldi allo Stato per coprire le spese del medesimo
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 21-01-05, 13:51   #9 (permalink)
E' ora di cambiare!®
 
L'avatar di Great bear
 
Data registrazione: Sep 2000
Messaggi: 6,506
Popolarità: 42949684
Great bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond reputeGreat bear has a reputation beyond repute
La riforma previdenziale di Bush serve solo a celare il fatto che il sogno liberista americano sta affondando in un mare di debiti. Wall Street non attira più capitali, c'è già un buco colossale sulla previdenza privata e lui tenta di colmare con quella statale.
Come potenza economica gli U.S.A. stanno letteralmente collassando, se Bin Laden non gli avesse fatto il favore di buttar giù le Torri Gemelle, sarebbero già crollati.
Il sogno americano è diventato il peggiore degli incubi.
Pagate i debiti, altro che Argentina.
Ciao
Great bear non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-01-05, 18:38   #10 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Pensioni, l'esempio degli Usa





Abituati a convivere da anni con i disavanzi dei sistemi pensionistici, agli europei (e agli italiani, soprattutto) può sembrare singolare che George W. Bush intenda assumere, tra le priorità del suo secondo mandato, la riforma delle pensioni (sostenendo che altrimenti «si rischia la bancarotta»), nonostante che la Social Security sia prevista in equilibrio almeno fino al 2040.
In verità, il presidente Usa si propone di completare quanto Ronald Reagan affrontò solo in parte: un drastico cambiamento del modello sociale della "rivoluzione rooseveltiana". Il sistema pensionistico obbligatorio (istituito nel 1935) opera a livello nazionale e funziona a ripartizione; copre il 96% dei lavoratori; è finanziato con un'aliquota contributiva del 12,4% ripartita in modo eguale tra le parti, fino a un massimo imponibile di 72.700 dollari. I lavoratori autonomi versano interamente il contributo. Il tasso di sostituzione (l'importo della pensione rispetto all'ultimo stipendio) è pari a circa il 40% per le persone in età di vecchiaia. Il livello di copertura varia dal 70-80% per i lavoratori con reddito basso al 15% per quelli con retribuzioni più elevate.
Il carattere redistributivo del sistema pubblico spiega perché solo una metà dei lavoratori dipendenti aderisce ai fondi pensione. La quota di reddito derivante dalle pensioni pubbliche è intorno al 44%, circa il 10% quella dalle pensioni private. Nel campo della previdenza privata sono previste diverse tipologie: piani aziendali (a contribuzione e a beneficio definiti); i conti pensionistici individuali (Iras); i fondi pensionistici statali e locali; le polizze assicurative. Il patrimonio gestito ammonta a 12mila miliardi di dollari per 78 milioni di utenti. Il patrimonio a beneficio definito era pari al 45% del totale (oltre 5mila miliardi di dollari), quello dei piani aziendali a contributo definito al 23% (circa 3mila miliardi), mentre quello degli Iras e delle polizze al 32% (quasi 4mila miliardi).
Negli ultimi anni si è assistito ad un rapido sviluppo dei piani 401(k), sponsorizzati dai datori di lavoro, che raccolgono l'adesione di 42 milioni di lavoratori con un patrimonio amministrato di 1.700 miliardi di dollari. Il finanziamento a capitalizzazione non è, però, la panacea di tutti i mali. Le conseguenze delle trasformazioni demografiche, economiche e occupazionali, unitamente alla crisi dei mercati finanziari, hanno agito pesantemente anche sugli assetti dei fondi pensione a prestazione definita. Negli Usa, alla fine del 2003, i piani pensionistici a beneficio definito, promossi dalle singole aziende, hanno evidenziato una situazione di squilibrio finanziario per un ammontare stimato in oltre 350 miliardi di dollari. A tale considerevole valore si deve aggiungere lo squilibrio derivante dai piani promossi da più aziende che ammontava a circa 100 miliardi di dollari. Per far fronte a tali situazioni è dovuto intervenire il Governo federale.
Il sistema pensionistico Usa, nella sua dimensione pubblica e privata, assicura, nel complesso, un certo equilibrio sociale che è rischioso mettere in discussione, trasferendo una parte dei contributi legali a un regime di risparmio privato, come indica il progetto presidenziale. Eppure, a noi italiani la riforma Bush potrebbe fornire qualche insegnamento.
Nel nostro Paese il "secondo pilastro" non decolla perché il primo "costa" troppo alla produzione e al lavoro (20 punti in più della Social Security nel caso del lavoro dipendente). La stessa ambigua soluzione del silenzioassenso renderà problematico lo smobilizzo massiccio del Tfr, quale fonte prevalente di finanziamento dei fondi e delle altre forme. Nel testo originario della legge delega in materia di previdenza vi era una parziale risposta a queste esigenze: il taglio fino a cinque punti dell'aliquota contributiva per i lavoratori dipendenti neo assunti a tempo indeterminato. Tale norma poteva contribuire non solo a stabilizzare l'occupazione e a ridurre il costo del lavoro, ma anche a liberare risorse a favore della previdenza privata dei giovani occupati. Inoltre, la decontribuzione veniva incontro al dualismo strutturale del mercato del lavoro: insieme alla diversa disciplina del licenziamento è l'incidenza dell'aliquota previdenziale (dal 32,7% per i dipendenti al 19%, a regime, per autonomi e atipici) a determinare l'attuale stratificazione e a fare della contribuzione obbligatoria un fattore di dumping sociale.
Diventa urgente, allora, porsi il problema di allineare il più possibile le aliquote. La decontribuzione si muoveva oggettivamente in questa direzione. Dalla legge delega, tale norma venne stralciata e trasferita — si disse — ad altro provvedimento. Purché non si tratti di un "binario morto".
http://www.assinews.it/rassegna/arti...e220105pe.html
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Rispondi

Segnalibri
Annunci 4wnet

Strumenti discussione
Modalità visualizzazione Valuta questa discussione
Valuta questa discussione:

Regole messaggi
Tu non puoi inviare nuove discussioni
Tu non puoi replicare
Tu non puoi inviare allegati
Tu non puoi modificare i tuoi messaggi

Il codice BB è Attivato
Le faccine sono Attivato
Il codice [IMG] è Attivato
Il codice HTML è Disattivato
Trackbacks are Disattivato
Pingbacks are Disattivato
Refbacks are Disattivato

Vai al forum


Tutti gli orari sono GMT +2. Adesso sono le 09:45.

Powered by vBulletin® versione 3.8.7
Copyright ©2000 - 2012, Jelsoft Enterprises Ltd.
Search Engine Optimization by vBSEO 3.6.0

Chi siamo- Pubblicità- Contatti- Disclaimer- Mappa- Credits
© 2000-2012 Browneditore S.p.A. - Tutti i diritti riservati. Prima di utilizzare anche parzialmente i contenuti di questo sito, vogliate cortesemente consultare il disclaimer.