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Riforma Tfr: timing errato..occorre investire
15 ottobre 2004
Nuove pensioni, nel Tfr «buco» da un miliardo Le imprese: compensazioni contro gli oneri della riforma Un miliardo: è la prima stima (in termini di mancata disponibilità di Tfr, il trattamento di fine rapporto) dell’impatto della riforma nazionale delle pensioni sulle imprese venete. Fra i capisaldi del nuovo regime, lo sviluppo della previdenza complementare, alla quale i lavoratori potranno decidere di devolvere la propria quota di Tfr. Un settore che vede il Veneto all’avanguardia, grazie a un disegno di legge (il 508/2004) di iniziativa della Giunta che prevede la massima informazione e diffusione di questo strumento, oltre a incentivi per le aziende che svolgano un ruolo di responsabilità sociale e alla creazione di un Osservatorio regionale per monitorare l’andamento della previdenza complementare. Gli industriali, però, avvertono: servono forme di compensazione che tengano adeguatamente conto dei maggiori oneri, anche in termini di costi di gestione, che rischiano di mettere in difficoltà soprattutto le piccole e medie imprese. Solo così, è la tesi, la creazione di un sistema previdenziale veneto potrà reggere, e soprattutto diventare un importante volano di sviluppo. E da Cisl e Solidarietà Veneto (il fondo pensione promosso dal sindacato con le associazioni datoriali di tutte le province venete) arriva la proposta di un avvio "morbido" della riforma su scala nazionale: la possibilità di destinare a un fondo complementare solo una parte del Tfr, e non il 100% come prevede la legge, consentirebbe di avvicinare a questo strumento anche chi oggi si sente più al sicuro mantenendo la somma in azienda, pronta da richiedere in caso di bisogno. Un miliardo l’anno: tanto rischia di costare la riforma delle pensioni alle imprese venete, in termini di Trattamento di fine rapporto (Tfr) che verrà sottratto alla disponibilità delle unità produttive. La stima è stata fatta in rapporto ai dati nazionali: se 22 milioni di lavoratori producono un flusso di 13 miliardi di Tfr, 2 milioni (quelli veneti) produrranno un undicesimo di tale flusso pari, appunto, a poco più di un miliardo di euro/anno. Tre sono i cardini della "delega previdenziale": l’innalzamento dell’età della pensione, la riduzione del prelievo contributivo e lo sviluppo della previdenza complementare. Quest’ultimo aspetto prevede il conferimento del Tfr alle forme pensionistiche complementari, e parallelamente forme di compensazione finanziaria per le imprese, che vedono venir meno una considerevole disponibilità di denaro. «I meccanismi compensativi — avverte però Nicola De Gaspari, del Centro studi di Confindustria Veneto — sono ancora ipotesi vaghe». Troppo vaghe perché le aziende siano incentivate a collaborare: un punto cruciale per una realtà come quella veneta. «Da noi — osserva De Gaspari — nella stragrande maggioranza dei casi non c’è un rapporto conflittuale fra imprenditori e dipendenti, si cerca di trovare la soluzione migliore per tutti. E la soluzione migliore è incentivare la previdenza privata, ma tenendo presente che, per una piccola azienda, i costi di gestione della riforma rischiano di diventare eccessivi». Teoricamente, i 100 dipendenti di un’azienda potrebbero decidere di sottoscrivere 100 fondi diversi fra quelli proposti dalle banche, dalle assicurazioni e dalle associazioni di categoria, moltiplicando in proporzione le incombenze amministrative per gli uffici del personale, tenuti a compilare documentazioni di volta in volta differenti, e di conseguenza i costi. Anche sotto questo aspetto, diventa evidente la particolarità del Veneto, prima regione a dotarsi di un Fondo pensione (chiamato Solidarietà Veneto) per tutti i dipendenti dei diversi settori industriali. Sempre al Veneto spetta il primato nella definizione di un disegno di legge per la previdenza complementare. Il testo (Ddl 508/2004), oltre a prevedere (articolo 1) una serie di interventi mirati alla diffusione di una cultura previdenziale e una assunzione diretta di responsabilità da parte delle aziende per lo sviluppo di questo strumento, prevede contributi a favore dei residenti in Veneto iscritti a fondi pensione di natura collettiva, per assicurare la copertura contributiva anche durante i periodi di interruzione del rapporto di lavoro o di congedo parentale facoltativo. «Si tratta di circostanze sempre più diffuse — spiega l’assessore regionale al Bilancio Maria Luisa Coppola — in un mercato del lavoro che spesso prevede dei periodi di interruzione fra un contratto e l’altro. La Regione, sulla base delle competenze riconosciutale dall’articolo 117 della Costituzione, ha deciso di intervenire, dato che è ormai chiaro che la previdenza pubblica non potrà più, in futuro, garantire un’esistenza decorosa a tutti. Attualmente, l’adesione ai fondi complementari è tutt’altro che ottimale: appena il 14% dei potenziali destinatari secondo i dati di fine 2003. A questo si aggiunge, come ulteriore elemento di criticità, il modello veneto a "impresa diffusa", che rende più difficile far circolare le informazioni». Il Ddl — che punta a creare un’unica previdenza complementare regionale — vuol essere anche una leva finanziaria per lo sviluppo delle Pmi: 850mila euro la dotazione finanziaria per il 2005, ma il percorso fino all’approvazione in legge non appare facile. Le sedute dedicate alla discussione dello Statuto e l’incombere di altri argomenti inderogabili, dal Dpef all’assestamento di bilancio, rischiano di limitare gli spazi per la conversione della previdenza complementare veneta, mentre già incombe la fine della legislatura. La Regione, però, pare intenzionata a provarci. «Sappiamo bene che i tempi sono ristretti — dice l’assessore Coppola — ma quella legge rimane una priorità. Si tratta di assolvere a una responsabilità verso le generazioni future». Già nelle prossime settimane il Ddl potrebbe essere portato in prima commissione. «Nel frattempo — aggiunge l’assessore — lavoreremo per mettere a punto alcune delle strutture destinate a essere l’impalcatura della futura legge, e che potrebbero entrare in funzione anche a prescindere dall’approvazione formale dell’intero provvedimento». E il primo posto potrebbe spettare all’Osservatorio, uno strumento composto da rappresentanti delle associazioni datoriali, dei sindacati, e delle libere professioni, insieme a esperti della materia, con compiti di monitoraggio della previdenza complementare in regione, verifica dell’efficacia degli interventi previsti e messa a punto di nuove proposte. «Il punto chiave — sottolinea Francesco Borga, direttore di Confindustria Veneto — è che la Regione preveda adeguati incentivi per le imprese, chiamate a un maggiore sforzo gestionale per mettere tutti i lavoratori in grado di usufruire dei vantaggi della riforma: penso ad esempio a una manovra sull’Irap». Con questa premessa, è la tesi, la legge veneta può diventare un formidabile volano di sviluppo: «Ipotizzare un fondo regionale con una dote di centinaia di milioni diventa realistico: un polmone finanziario che potrebbe risolvere molti problemi, a cominciare dalle carenze infrastrutturali, consentire la partecipazione nel momento di avvio delle privatizzazioni e avviare un fondo per la crescita delle Pmi. Se disponessimo già ora di uno strumento simile, anche un fondo pensioni veneto-nordestino potrebbe partecipare in borsa o in altri momenti all’acquisizione di quote azionarie in società quali Save, Autostrade, Aps, Acegas e quant’altro. Si darebbe così sicurezza agli investimenti dei lavoratori e si utilizzerebbero al meglio le risorse presenti in loco. Senza dimenticare che alcuni fondi pensione stranieri partecipano già all’azionariato di imprese venete». http://www.assinews.it/rassegna/arti...151004est.html |
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15 ottobre 2004
«La paura del futuro frena le adesioni» Un avvio morbido per rendere la riforma più comprensibile e accettabile da parte di tutti i diretti interessati. La proposta parte da Cisl Veneto e Solidarietà Veneto, il fondo pensione promosso con le associazioni industriali di tutte le province venete e rivolto ai lavoratori dipendenti delle imprese di tutti i settori. «Attualmente — spiega Franco Deotti, direttore del Fondo — il Tfr viene visto dalla gran parte dei lavoratori come una sicurezza, una riserva alla quale attingere in caso si debba cambiare lavoro o ci sia la necessità di chiedere un anticipo. La scelta se destinare interamente il trattamento di fine rapporto a un fondo complementare viene vissuta con eccessivo timore, e rischia di allontanare potenziali iscritti dalla previdenza complementare». Attualmente, la legge prevede per il lavoratore tre opzioni, da esercitare entro sei mesi dai decreti delegati (previsti per settembre 2005) o entro sei mesi dall’assuzione: chiedere espressamente di mantenere il Tfr in azienda, conferirlo interamente a una specifica forma di previdenza complementare, oppure non fare nulla, caso in cui scatterà il silenzio-assenso e il Tfr verrà automaticamente indirizzato verso la forma di previdenza prevista. «Il nostro suggerimento, dettato dall’esperienza — spiega Deotti — è quello di consentire, almeno per i primi anni, la possibilità di destinare non il 100%, ma una quota significativa, pari al 50-60% del Tfr, ai fondi pensione. Per i gestori dei fondi sarebbe importante, perché entrerebbero in contatto comunque con un nuovo target di clientela da informare e sensibilizzare, mentre le aziende eviterebbero di dover smobilizzare cifre notevoli nel giro di poco tempo. A sua volta, il Governo avrebbe la possibilità di definire con maggiore chiarezza la questione delle compensazioni». Intanto, giunto al quindicesimo esercizio (è operativo dal gennaio 1990), Solidarietà Veneto ha raccolto oltre 20mila adesioni e investito circa 70 milioni. Potenzialmente, la riforma delle pensioni riguarda 350mila addetti all’industria veneta. «La nostra forza — spiega Deotti — è di essere vicini ai lavoratori, che sentono di avere un interlocutore nella propria regione, e possono scegliere fra tre profili di gestione: prudente, reddito e dinamico, per soddisfare il bisogno di sicurezza o, in alternativa, la propensione a rischiare di più privilegiando la componente azionaria». E i risultati dei primi 14 anni già archiviati consentono di tranquillizzare anche i più diffidenti: «Il rendimento medio annuo si è attestato fra il 7 e l’8%, superanddo di circa 4 punti la rivalutazione del Tfr e nonostante il periodo nero seguito all’11 settembre». Nei prossimi mesi Solidarietà Veneto si concentrerà sull’informazione. «Le dimostrazioni di interesse sono molte — conclude Deotti — ma troppi lavoratori non sanno ancora che rinunciando alla previdenza complementare, oltre a non garantire il proprio futuro, rinunciano ai contributi aziendali e agli sconti fiscali». http://www.assinews.it/rassegna/arti...51004est2.html |
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