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Petrolio Iraqueno:contratti
Ansa di oggi
La Cia ha pubblicato una lista di nomi di individui e societa' che avrebbero ricevuto tangenti da Saddam Hussein in cambio di aiuto a eludere il sistema dele sanzioni. La lista e' stata diffusa in allegato al rapporto del consulente della Cia Charles Duelfer sulle armi di distruzione di massa di Saddam. L'elenco e' ancora preliminare, e' tratto da 13 elenchi segreti dell'ex vice presidente e ministro del petrolio iracheno, e la stessa Cia ha premesso che nessuno e' stato in grado di verificarne l'attendibilita'. I nomi di societa' e individui britannici e statunitensi sono stati censurati. Parte della lista era stata pubblicata da un giornale iracheno a Baghdad nel marzo 2003 e comprendeva anche nomi italiani. L'unico nome Onu sulla lista e' Benon Sevan, capo del programma petrolio cibo, gia' accusato di aver ricevuto tangenti dall'Iraq e che pi' volte si e' auto-scagionato. Tra gli altri beneficati dal sistema di tangenti ci sarebbero il presidente indonesiano, signora Megawati Sukarnoputri, l'ex ministro francese degli interni Charles Pasqua e l'ultranazionalista russo Vladimir Zirinovski. Domani vi spiego perchè viene fatto questo...quello che i giornalisti non dicono, credo per ignoranza nel senso corretto del termine.Può sembrare una notizia insignificante ma da essa dipende o può dipendere il controllo del petrolio iraqueno e gli investimenti delle compagnie americane ed inglesi in Iraq Seguite il thread...
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Dal rapporto della Cia si è appresa la notizia che i governi stranieri e le aziende petrolifere di detti Stati (molte a totale o parziale partecipazione statale) avrebbero corrotto i membri del Governo irakeno deposto, al fine di ottenere lucrose concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi irakeni. In tale informativa vi ho intravisto qualcosa di capzioso e di strumentale al fine di corroborare la tesi dell'invalidità dei contratti conclusi sotto il regime saddamita. Tale soluzione però, politicamente plausibile se dimostrata, offre il fianco a dubbi di legittimità giuridica, dal momento che si pone in antitesi con i principi del diritto pubblico internazionale e con il diritto privato (UNIDROIT) che regolamenta le varie fattispecie contrattuali.
Prima di inoltrarci nell'analisi giuridica di tali contratti, occorre chiarire le modalità ed i procedimenti di formazione degli stessi. Come la maggior parte di voi sanno, dopo la sconfitta patita durante gli anni '90 venne imposto l'embargo sull'esportazione dei prodotti petroliferi tranne che per le operazioni ammesse dall' ONU rientranti nel programma Oil for Food. Tuttavia, pare che il Governo irakeno avesse intavolato delle trattative più o meno chiare con Governi e compagnie petrolifere di svariati Paesi al fine di concludere dei contratti per lo sfruttamento delle risorse nazionali. Lo status di molti di questi contratti non è palese; si possono citare alcuni casi esemplificativi. Venne stipulato e poi risolto per inadempimento della controparte un contratto con la russa OAO Lukoil per lo sviluppo dei giacimenti di West Qurna; fu concluso un contratto con la China National Petroleum Corp. per i giamenti di Al Ahdab congelato prima della guerra; stessa situazione accadde per i campi di Bin Umar e Manjoon dove la controparte era la Total SA. In realtà, per comprendere meglio la questione occorre capire come venivano conclusi tali contratti, se l'impasse fosse motivata solo da ragioni politiche, e verificare quale disciplina sia oggi applicabile. La Costituzione prevedeva (e prevede anche oggi) una proprietà pubblica del petrolio nazionale con autorizzazione allo sfruttamento decretata dal Presidente irakeno previo parere positivo del Consiglio della Rivoluzione. Tuttavia, a partire dal 1990 venne introdotta una prassi particolare: i Production Sharing Agreements (PSAs), ossia i contratti di sfruttamento, vennero conclusi dal ministro del Petrolio ed assoggettati ad una "condicio iuris" rappresentata dall'approvazione degli organi statali competenti. In pratica la contrattazione si era tramutata da pubblicistica a privatistica, come se si trattasse di un contratto privato sottoposto a successiva approvazione perchè potesse divenire efficace. Come stabilito in una risoluzione ministeriale del 2001, la compagnia straniera si obbligava sin dalla conclusione del contratto ma l'esecutività dello stesso era postergata al rilascio dell'autorizzazione presidenziale. In cambio dell'obbligazione assunta, la compagnia riceveva un enorme beneficio consistente nell'esenzione da ogni forma di prelievo fiscale sugli utili. Nel contratto dovevano essere specificati anche le modalità di sfruttamento, la durata, le condizioni e le sanzioni previste in caso di inadempimenti (risoluzione del contratto). Che tale prassi fosse divenuta costante lo testimonia addirittura un contratto stipulato tra l'Amministrazione dell'Iraq del Nord (organo rappresentativo di autonomia curda), appoggiato dagli USA, e una compagnia turca. Tale patto contemplava il diritto remunerato di sfruttamento nel territorio di Sulaymanyah del petrolio di "proprietà curda" una volta che l'autonomia del Kurdistan avesse ricevuto riconoscimento dal governo di Bagdad. Se tali vicende testimoniano una prassi privatistica nello sfruttamento delle risorse petrolifere, significa che tali negozi vennero informati alle norme ed ai principi di diritto internazionale privato (UNIDROIT), i quali fissano delle regole ben precise per poter invalidare i medesimi. Secondo esse i contratti possono essere annullati quando vi sia una frode, un errore di ambedue le parti, minaccia, condizioni inique tali da cagionare una significativa disparità tra le parti. Ora, dall'elencazione emerge che il cambiamento del regime (in fondo una successione atipica di uno dei contraenti) non è una circostanza idonea a legittimare giuridicamente la richiesta da parte della nuova autorità politica di risolvere i vecchi contratti. Sulla base del diritto internazionale privato (art. 6.2.2 delle norme UNIDROIT) le sopravvenute circostanze sono tali da influire sulle vicende contrattuali quando determinino un'impossibilità di dare esecuzione allo stesso per almeno 50%. Nel caso in questione accade in realtà esatto opposto: i contratti pregress,i che erano impossibilitati a produrre effetti diventano esecutivi proprio grazie al venir meno dell'ostacolo rappresentato dalle sanzioni internazionali. Quindi teoricamente i soggetti stranieri potrebbero avanzare delle richieste al nuovo governo al fine di veder soddisfatte le proprie ambizioni economiche. Un'altra strada anche'essa irta e densa di ostacoli sarebbe per evitare di dar seguito alle vicende negoziali sarebbe quella di accampare dei diritti di sfruttamento delle risorse alla luce dell'interesse nazionale reputato soverchiante su quello di privati operatori stranieri. A tal proposito v'è però una risoluzione ONU del 1962 n.1803 che acconsentirebbe la nazionalizzazione e l'espropriazione dei privati dalla gestione delle risorse enrgetiche, a patto che costoro ricevano un equo indennizzo per il danno patito. Chiaramente ciò esporrebbe l'amministrazione irakena ad un contenzioso notevole ed ad un potenziale onere troppo elevato per le dissestate finanze statali. La posizione attuale del governo in carica, dell'amministrazione americana soprattutto, è improntata sostanzialmente ad una richiesta di annullamento dei contratti stipulati sotto il vecchio regime che sarebbero il frutto di tangenti e corruzione e pertanto di frode a danno del popolo irakeno che costituzionalmente è dententore del diritto di proprietà sulle risorse locali. Interessanti in tal senso sono le dichiarazioni rese in tempi diversi e da più membri dell'amministrazione americana sulla titolarità dei beni nazionali. Giuridicamente tale tesi fu sperimentata nel 2000 (in tempi non sospetti) allorchè venne elaborato da un framework di giuristi indipendent,i un report noto come "Guiding principles for US post-conflit in Iraq", commissionato dal Council on Foreign Relations e dal James A.Baker III Insitute for Public Policy of Rice University di New York. In esso venne appunto analizzata la situazione che si sarebbe originata a termine del conflitto. Giuridicamente la soluzione venne qualificata assai problematica, tanto da avallare la tesi della continuità giuridica e dell'efficacia dei contratti in essere con un precendente, che vedeva coinvolti proprio gli Stati Uniti nel ruolo di arbitro internazionale. Nel 1917 un ministro di Costarica, Federico Tinoco Granados, fece un colpo di stato ottenendo l'appoggio finanziario di una banca inglese alla quale venne concesso in cambio il diritto di proprietà su beni isolani. Due anni dopo il golpista venne spodestato ed il governo subentrato annullò gli atti compiuti dal predecessore, spossesando la banca inglese delle proprietà sull'isola ed interropendo i rapporti finanziari con essa. Della questione venne investito l'allora capo del Dipartimento di Giustizia americano William H. Taft il quale sentenziò che i patti assunti con l'istituto inglese andavano osservati, trattandosi di contratti di tipo privatistico e sebbene avessero coinvolto interessi pubblici, il mutamento della compagine governativa non venne reputato condizione sufficiente a porre nel nul lagli atti normativi emanati sotto il governo di Tinoco Granados. Quindi in tale contesto si pervenne alla conclusione che solo attraverso la dimostrazione della corruzione e della violazione del diritto internazionale si sarebbe potuto invalidare i contratti stipulati dall'amministrazione irakena durante gli anni '90. Non si può allora sottacere che le complicanze giuridiche della situazione attuale sono tante e di particolare complessità risolutiva e che possono essere approcciate solo ed esclusivamente in chiave politica, poichè la cornice giuridica non fornisce un supporto sufficiente al quadro attuale. Molte delle informazioni sono tratte del report "Iraqi oil contract legality iussues warrant clarification" di Dorman e Hounsel dello studio associato Thompson & Knight LLP di Dallas |
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Beware the Ghosts of Oil-for-Food
Sunday, December 26, 2004 GENEVA — The difficulty of finding out who paid kickbacks in the U.N. Oil-for-Food (search) program is illustrated by two Liechtenstein-based firms, Alcon Petroleum and Fenar Petroleum. Both were set up late in the program — Alcon in 2000, Fenar in 1999 — and almost immediately landed huge contracts to buy oil from Iraq (search). Both companies are registered only under the names of trustee firms, meaning their owners' names and nationalities were undisclosed. According to the U.N.-ordered probe headed by former U.S. Federal Reserve chairman Paul Volcker (search), Alcon exported 2.01 percent — worth about $1.29 billion — of all oil exported under the program while Fenar took 1.84 percent, worth about $1.18 billion. In comparison, major global oil companies which operated only in the early years of the 1996-2003 oil-for-food program bought much less. Shell Oil Corp., for example, took just 0.16 percent ($101 million worth), and BP PLC 0.10 percent ($62 million). Major Western oil companies stopped contracting directly with the Iraqi government by early 2001 as kickback allegations mounted, a list of oil buyers provided by U.N. investigators shows. Several smaller firms like Alcon and Fenar then moved in. Alcon has its registered headquarters in Ruggell, Liechtenstein. When contacted by The Associated Press, the company said it had traded Iraqi oil, but it was "never involved in illegal contracts." A spokesman, who declined to give his name, stressed that Alcon's contracts were "always prepared in accordance with the United Nations." Fenar's registered headquarters are the offices of a trustee company in Schaan, Liechtenstein. A June 2002 contract between Fenar and the Iraqi oil ministry to buy 3 million barrels of crude oil, which was seen by the AP, named Fenar's contact as Musbah Ladki. A central London telephone number is listed for Ladki, but it rings unanswered. Fenar's listed telephone number is also in London, but the line has been disconnected. In Liechtenstein, owners of limited liability companies like Alcon and Fenar do not have to disclose their names when they register their firms, thus guaranteeing their anonymity. It's easier to track down the details of Swiss-registered companies involved in the Oil-for-Food investigation. But many of the firms are in liquidation or are owned by front companies in other offshore centers, compounding the difficulties Swiss investigators face in tracing them. According to the inquiry led by Volcker, these are the top 10 countries that purchased oil from Iraq under the Oil-for-Food program from 1996 until 2003: 1. Russia $19.259 billion 2. France $4.394 billion 3. Switzerland $3.480 billion 4. Britain $3.380 billion 5. Turkey $3.343 billion 6. Italy $2.718 billion 7. China $2.625 billion 8. Liechtenstein $2.468 billion 9. Spain $1.644 billion 10. Malaysia $1.485 billion place at $482.826 million. In realtà...a gennaio ne riparleremo
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Firms Show Oil-For-Food Probe's Challenges
By SAM CAGE Associated Press Writer GENEVA (AP) - The difficulty of finding out who paid kickbacks in the U.N. oil-for-food program is illustrated by two Liechtenstein-based firms, Alcon Petroleum and Fenar Petroleum. Both were set up late in the program - Alcon in 2000, Fenar in 1999 - and almost immediately landed huge contracts to buy oil from Iraq. Both companies are registered only under the names of trustee firms, meaning their owners' names and nationalities were undisclosed. Click here to find out more! According to the U.N.-ordered probe headed by former U.S. Federal Reserve chairman Paul Volcker, Alcon exported 2.01 percent - worth about $1.29 billion - of all oil exported under the program while Fenar took 1.84 percent, worth about $1.18 billion. In comparison, major global oil companies which operated only in the early years of the 1996-2003 oil-for-food program bought much less. Shell Oil Corp., for example, took just 0.16 percent ($101 million worth), and BP PLC 0.10 percent ($62 million). Major Western oil companies stopped contracting directly with the Iraqi government by early 2001 as kickback allegations mounted, a list of oil buyers provided by U.N. investigators shows. Several smaller firms like Alcon and Fenar then moved in. Alcon has its registered headquarters in Ruggell, Liechtenstein. When contacted by The Associated Press, the company said it had traded Iraqi oil, but it was "never involved in illegal contracts." A spokesman, who declined to give his name, stressed that Alcon's contracts were "always prepared in accordance with the United Nations." Fenar's registered headquarters are the offices of a trustee company in Schaan, Liechtenstein. A June 2002 contract between Fenar and the Iraqi oil ministry to buy 3 million barrels of crude oil, which was seen by the AP, named Fenar's contact as Musbah Ladki. A central London telephone number is listed for Ladki, but it rings unanswered. Fenar's listed telephone number is also in London, but the line has been disconnected. In Liechtenstein, owners of limited liability companies like Alcon and Fenar do not have to disclose their names when they register their firms, thus guaranteeing their anonymity. It's easier to track down the details of Swiss-registered companies involved in the oil-for-food investigation. But many of the firms are in liquidation or are owned by front companies in other offshore centers, compounding the difficulties Swiss investigators face in tracing them. 2004-12-25 18:42:29 GMT |
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Man Pleads Guilty in First Conviction in Iraqi Oil Scandal
Mark Hamblett New York Law Journal 01-20-2005 A U.S. citizen pleaded guilty Tuesday to secretly working for the Iraqi government for the repeal of sanctions against the regime of Saddam Hussein. In the first conviction in the Southern District U.S. Attorney's investigation of the United Nations oil-for-food scandal, Iraqi-born Samir Ambrose Vincent, 64, admitted that he conspired to act as an unregistered agent of a foreign power by lobbying in the United States. Vincent has agreed to cooperate with the government in what was described Tuesday by U.S. Attorney David Kelley as "the first overt step" in a wide-ranging investigation that has far to go. "If you just go by the information and the plea allocution, the defendant inculpated, or at least referenced, Iraqi officials, U.N. officials and former United States officials," Kelley said. "We are also dealing with large quantities of oil, and our investigation is going to chase all the leads and follow them to their logical conclusion, whether that results in charges or not." Vincent, who portrayed himself as a key player in establishing the program, was quietly ushered into a courtroom in lower Manhattan Tuesday morning. There, Judge Denny Chin accepted his plea allocution in a case presented by Assistant U.S. Attorneys Edward C. O'Callaghan and Stephen A. Miller. Vincent pleaded guilty to four counts -- acting as an unregistered agent, conspiracy to do the same, making false statements on his income tax return and violating the International Emergency Economic Powers Act by lobbying for the repeal of sanctions imposed by President George H.W. Bush after the invasion of Kuwait by Iraqi forces in 1990. The conspiracy outlined in the criminal information alleges that Vincent worked on behalf of the Iraqi government to fight or circumvent sanctions from 1992 through 2003. As part of his work, Vincent received instructions from high-level Iraqi officials in 1995 to begin meeting with U.N. officials in Manhattan during the run-up to the adoption of U.N. Security Council Resolution 986, which set the stage for the oil-for-food program. Iraq began selling oil in the program in December 1996. Although conceived as a way to alleviate the negative effect on children and other civilians of anti-regime sanctions imposed in the wake of the invasion of Kuwait, the U.S. government alleges, the oil-for-food program was corrupt to the core. The government alleges that the program provided a way for Saddam Hussein to siphon money and stay in power. From at least 2000 to 2003, the information charges, the Iraqi government conditioned the release of oil to purchasers on the payment of secret surcharges, with at least hundreds of millions of dollars "paid to front companies and/or bank accounts under the control of the Iraqi Government in various countries in the Middle East and elsewhere." Vincent allegedly made plenty of money for his role as a secret agent of Iraq, helping to influence U.N. officials about the framework of the oil-for-food program. He was paid in cash and in Iraqi oil, the government said, receiving five allocations of oil totaling about 9 million barrels between 1997 and 2001. He allegedly made millions in re-selling it to an unidentified oil company. All told, Vincent made between $3 million and $5 million. The government alleges that some of the millions in cash delivered to Vincent by the Iraqi government was passed on to others, the ultimate destination being U.N. officials. According to a court transcript, Vincent told Chin he was instrumental in setting up the program in the first place. "In the early 1990s, I became concerned about the impact of the United Nations sanctions on the Iraqi people," he said. "I began talking to Iraqi officials, including some who were my former schoolmates at Jesuit High School in Baghdad, and to prominent people in the United States about trying to set up a program under which Iraq would sell oil under the auspices of the United Nations and use the proceeds to purchase humanitarian goods." Vincent said that after speaking with a number of Iraqi officials in Manhattan and Baghdad, he conveyed proposals on behalf of Baghdad to high-ranking United Nations officials. These exchanges were the start of negotiations for the establishment of the oil-for-food program, he said. Vincent said he also negotiated agreements for compensation. "Several million dollars in cash was sent by the Iraqi government to Iraqi government officials in New York pursuant to those agreements," he said. "Several hundred thousand dollars was given to me in Manhattan, and the rest was given to others, one of whom I understood was a United Nations official." Vincent said that, in late 2000, when Iraq began demanding kickbacks on oil allocations, he refused to pay and was told he would receive no more allocations. He acknowledged never registering as an agent, telling the judge, "I understood that the Iraqi Government did not want some of my activities on their behalf to become public." Vincent was represented by Robert S. Litt and Jeffrey H. Smith of Arnold & Porter.http://www.law.com/jsp/article.jsp?id=1105968927684 |
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Le amare verità sui fondi neri
La Commissione d’inchiesta indipendente sul programma «Oil for food» delle Nazioni Unite sta presentando il suo primo rapporto parziale. C’è ancora molto lavoro da fare, occorre investigare a fondo sull’intera gamma di questioni sorte a proposito dell’amministrazione e della realizzazione del programma. L’intenzione della Commissione è di fornire una relazione completa all’incirca a giugno. Questo primo rapporto è quindi limitato, ma copre, in un dettaglio così preciso da essere quasi lacerante, tre parti potenzialmente soggette a critiche della gestione del programma «Oil for food». 1) Le commesse iniziali affidate nel 1996 a tre contraenti delle Nazioni Unite, che erano responsabili delle ispezioni sulle esportazioni irachene di petrolio, delle importazioni di beni «umanitari», e della gestione dei fondi del programma. 2) Il controllo dei conti interno al programma. 3) L’uso dei fondi stanziati a scopo amministrativo. I risultati dell’inchiesta sono spiacevoli. In ognuno di questi ambiti abbiamo scoperto che il processo di attribuzione delle commesse è stato inquinato, e non ha seguito le regole stabilite dall’organizzazione per assicurare correttezza e responsabilità. Si sono intromesse considerazioni politiche, e questo forse non deve sorprendere; ma in un modo che non è stato né trasparente né volto a risalire alle responsabilità. Il processo di revisione contabile, al quale sono stati riservati pochi fondi e pochi uomini, non è stato in grado di raccogliere in modo efficace la sfida posta da un programma di assistenza umanitaria davvero unico, vasto e complesso. Nonostante la capacità professionale e la dedizione dei revisori dei conti, sono mancate l’indipendenza, la chiarezza nella scala di controllo, e la reattività di gestione indispensabili per ottenere un’azione di verifica realmente efficiente. L’impiego dei fondi amministrativi del programma appare privo di abusi sistematici o estesi. Ma anche in questo ambito, abbiamo notato un evidente allontanamento dal necessario standard di decisioni prese con oculatezza. Più scoraggiante è ciò che abbiamo scoperto sul comportamento del direttore esecutivo che aveva la responsabilità amministrativa del programma, Benon Sevan, un funzionario Onu di grande esperienza e anzianità di servizio. Gli elementi da noi raccolti provano che Sevan, partecipando direttamente alla selezione degli acquisti di petrolio in base al programma, ha posto sé stesso in un irrimediabile conflitto di interessi, in violazione sia di specifiche norme delle Nazioni Unite sia del più ampio obbligo per un funzionario civile internazionale di aderire ai più alti standard di affidabilità e integrità. Le indagini su questi aspetti continuano. È noto che il segretario generale Kofi Annan è stato egli stesso oggetto di interrogativi circa l’appalto a un contraente delle Nazioni Unite per il quale lavorava suo figlio. L’inchiesta della Commissione su questo problema si trova a uno stadio piuttosto avanzato e sarà oggetto di un successivo rapporto parziale. Nell’esporre i risultati della sua inchiesta, la Commissione sta consapevolmente giudicando le Nazioni Unite rispetto ai più alti standard di comportamento etico. Inoltre, noi crediamo che poche istituzioni si siano volontariamente sottomesse a un’intensità di scrutinio quale quella che il lavoro della Commissione ha comportato. Se le Nazioni Unite sapranno discolparsi efficacemente dalle enormi responsabilità che i suoi Stati membri le hanno attribuito, criteri di giudizio non meno severi dovranno essere applicati alla nostra inchiesta. La nuova crisi umanitaria nell’Oceano Indiano non è che un’altra dimostrazione della necessità di una organizzazione internazionale davvero efficiente, un’organizzazione che possa garantirsi la fiducia degli Stati membri come dei cittadini del mondo. Ci accostiamo al nostro lavoro - e la Commissione ha ancora molto da fare prima del rapporto conclusivo della prossima estate - nello spirito non di distruggere, ma di restaurare e assicurare al meglio la professionalità, la competenza e l’integrità di una importante istituzione. Paul A. Volcker © The Wall Street Journal il report (primi risultati) http://www.iic-offp.org/documents/In...ortFeb2005.pdf |
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Shell washes hand off ‘oil-for-food’ scam
www.hindustantimes.com - Associated Press - Geneva - February 5, 2005 The Royal Dutch/Shell Group of Companies denied on Friday that it had any knowledge of kickbacks paid by a Geneva-based middleman it used to buy oil from Iraq under the UN oil-for-food program. Shell bought about 6.4 million barrels of Iraqi crude oil from African Middle East Petroleum, or AMEP, which has told UN investigators that it paid an illegal surcharge to obtain contracts from Saddam Hussein's regime. "Shell wasn't aware of any surcharge payments being made to any persons on any of the cargoes it bought from third parties," spokeswoman Lisa Givert told The Associated Press from the company's headquarters in London. AMEP president Fakhry Abdelnour told an investigation led by former US Federal Reserve Chairman Paul Volcker that he paid an illegal surcharge of euro177,978 (then $160,000) to an Iraqi-controlled bank account in Jordan in October 2001, using some of the proceeds he had received from the sale of oil to Shell. The oil major made its final purchase of oil from AMEP in September 2001, according to the Volcker report. When contacted by the AP, a receptionist at AMEP's office in Geneva said that no one was available to comment, and that Abdelnour was traveling. AMEP is registered in Panama and has offices in Monaco, although Abdelnour lived and worked in Geneva during the oil-for-food program, which ended in 2003, said the Volcker report. The Volcker investigation also said that Benon Sevan, the oil-for-food program chief, solicited oil allocations from Saddam Hussein's regime on behalf of AMEP between 1998 and 2001, and it raised concerns he may have received kickbacks for the help. The investigators said AMEP made profits of about $1.5 million (euro1.2 million) from lifting Iraqi oil. "Shell has no knowledge or information regarding the involvement of Mr. Benon Sevan in any of the Iraqi crude oil purchased by it," Givert said. |
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