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Vecchio 24-09-04, 16:03   #1 (permalink)
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Derivati..il grande rischio

24 settembre 2004
Derivati: faro della Camera
Commissione Finanze: via all’indagine





ROMA • L’indagine conoscitiva in Commissione Finanze alla Camera sulle «problematiche relative alla diffusione di strumenti finanziari derivati» si farà. Lo ha deliberato ieri la VI Commissione a Montecitorio presieduta da Giorgio La Malfa, in seguito al disco verde del presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Le audizioni dell’indagine, che durerà quattro mesi salvo proroghe, secondo quanto proposto ieri da La Malfa prenderanno il via ascoltando i rappresentanti di Banca d’Italia e Associazione bancaria italiana. Seguiranno Consob, ministero dell’Economia, Conferenza dei presidenti delle Regioni, Anci, Upi, i principali intermediari del settore, Confindustria, Confapi, Assogestioni ed esperti della materia (non in questo ordine). Giorgio Benvenuto (Ds) ha sottolineato l’opportunità di inserire nel programma l’audizione delle associazioni dei consumatori mentre Nicola Crisci (Ds) ha suggerito di prevedere un incontro con i sindacati del settore del credito. Questa iniziativa, voluta da Giorgio la Malfa, segue di pochi mesi l’indagine conoscitiva bicamerale delle Commissioni Finanze e attività produttive di Camera e Senato sul rapporto tra banche, imprese e risparmio alla luce degli scandali finanziari Cirio, Parmalat, Giacomelli, Myway-4you, BipopCarire e Argentina. L’indagine sui derivati si ispira alla crescente diffusione di questi strumenti nel mondo degli enti locali e delle imprese, alla loro complessità e alla dimensione della leva finanziaria che li contraddistingue. Dopo l’intervento del Mef, che ha regolato in maniera rigorosa e articolata l’uso dei derivati da parte degli enti territoriali, e dopo l’avvio di una verifica ricognitiva del fenomeno da parte della Consob «in considerazione delle gravi perdite che si sarebbero registrate nel settore e nella prospettiva di apportare correttivi alla disciplina regolamentare vigente», la Commissione Finanze ha ritenuto opportuno «che anche il Parlamento avvii una serie di approfondimenti ... onde evitare che un uso errato e indiscriminato di tali strumenti possa determinare un depauperamento della ricchezza finanziaria del Paese, lacerare il tessuto produttivo e minare ulteriormente la fiducia degli investitori». L’ uso improprio di una nuova generazione di strumenti strutturati complessi (soprattutto swap con embedded option, trigger ed elevata leva finanziaria), a causa di un netto scollamento tra l’entità e la durata della posizione debitoria a medio-lungo dell’impresa e le caratteristiche del derivato, hanno trasformato operazioni di copertura in operazioni speculative provocando ingenti perdite in migliaia di piccole e medie imprese.
http://www.assinews.it/rassegna/arti...e240904ca.html


24 settembre 2004
La camera indaga sui derivati

Le problematiche relative alla diffusione degli strumenti finanziari derivati saranno al centro di un'indagine della commissione finanze della camera. ´L'esigenza', spiega la delibera della commissione di Montecitorio, ´appare pressante in una realtà, come quella italiana, caratterizzata dal non ancora compiuto sviluppo dei mercati di capitali e dalla fragilità del sistema economico, al fine di evitare che un uso errato e indiscriminato di tali strumenti possa impoverire la ricchezza finanziaria del paese, lacerare il tessuto produttivo e minare ulteriormente la fiducia degli investitori nell'efficacia delle dinamiche di mercato, già gravemente scossa dai recenti scandali finanziari'.
L'indagine durerà quattro mesi, durante i quali saranno ascoltati il ministro dell'economia e delle finanze, Banca d'Italia, Consob, Conferenza dei presidenti delle regioni, Anci, Upi, Abi, rappresentanti di intermediari nel collocamento dei prodotti derivati, Confindustria, Confapi, Assogestioni, oltre a esperti e studiosi della materia.
http://www.assinews.it/rassegna/arti...o240904de.html
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Vecchio 24-09-04, 17:00   #2 (permalink)
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Sarebbe meglio che si occupassero dei costi bancari;
facciano un bel dibattito che spieghi come mai l'Italia ha le spese bancarie più alte tra i paesi sviluppati.

Facciano due semplici cose:

1) eliminare la 'comunicazione impersonale' attraverso la quale le banche non hanno bisogno di comunicare le variazioni delle condizioni contrattuali.

2) eliminino quella cosa ridicola che è l'imposta di bollo.
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Vecchio 24-09-04, 19:33   #3 (permalink)
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Ascolta, il dibattito in questione è molto serio, molto. ANZI chiedo aiuto per rinvenire una discussione aperta in altro spazio, non Officine Giuridiche, per ricollegarla. Voltaire, mi pare che tu abbia partecipato ad essa
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Vecchio 24-09-04, 19:38   #4 (permalink)
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Clamoroso: 15.000 imprese italiane rovinate dai derivati

http://www.finanzaonline.com/forum/s...2&page=1&pp=15
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Vecchio 24-09-04, 19:39   #5 (permalink)
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Io, in tutta onesta, reputo più grave questo che i costi bancari ma sono punti di vista diversi
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Vecchio 24-09-04, 22:40   #6 (permalink)
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Fabio questo non è un attacco personale, ma la serietà e l'importanza sono opinioni.

Io reputo che sia molto più grave derubare disoccupati, pensionati e famiglie con reddito medio-basso, aumentando tutti i costi bancari a botte di piccole spese. Per me questa è una questione seria e importante.

Il motivo per cui la discussione sui derivati è arrivata in parlamento è semplice.
Le banche non soddisfatte di aver venduto prodotti alla MyWay, Covered Warrants ai privati risparmiatori italiani, hanno ripetuto il giochino con imprese ed enti locali. Fino a quando si toccano i risparmiatori tutto bene, quando si toccano le imprese un pò meno, quando si toccanno gli enti locali le cose diventano serie. Tanti politici degli enti locali che sono stati truffati non sono disposti a subire passivamente e hanno esercitato pressioni perchè la discussione arrivasse in parlamento.

Si cominci a semplificare le cose, il punto di partenza sono i c/c bancari.
Se decifrare l'estratto conto dalla giungla di spese e commissioni è un impresa ardita per il comune mortale, come si può pretendere di capire un contratto derivato?
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Vecchio 24-09-04, 23:02   #7 (permalink)
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Ma figurati..il problema che pare che 15mila imprese abbiano sofferenze da derivati..ecco perchè...e credo che possano potenzialmente incidere + dei costi di conto corrente, tutto qui
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Vecchio 11-10-04, 17:51   #8 (permalink)
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1 ottobre 2004



Derivati, le banche di nuovo sotto accusa


L’imputazione: hanno spinto per vendere prodotti finanziari rischiosi alle piccole imprese. La difesa: i clienti erano consapevoli del rischio

Le banche «hanno sbagliato. Hanno proposto strumenti complessi ad aziende molto piccole. Hanno spinto. Hanno privilegiato il risultato a breve rispetto al rapporto con il cliente. Ora le perdite pesano. E le imprese minori sono le più colpite». Chi parla è Emanuele Facile, consulente di banche e aziende. Ex Ernst & Young, Dresdner Bank, Sige, At Kearney, è amministratore delegato, con Maurizio Belli, di Financial Innovations, la società indipendente uscita un anno fa dalla pancia di Cardine, che ha per clienti un centinaio di imprese fra l'Emilia Romagna e il Nordest e diverse banche di medie dimensioni.
Emanuele Facile si riferisce al nuovo scandalo nazionale: la bolla dei derivati. Una storia tutta italiana, che sta trascinando il sistema finanziario sul banco degli imputati un'altra volta, dopo i casi di Cirio, Parmalat e dell’Argentina. Ma questa volta a lamentarsi sono le imprese, non i privati.
Circa trentamila le aziende a rischio in quanto titolari di derivati in rosso, stima Financial Innovations in base ai dati della Banca d'Italia e ai bilanci del campione Unicredit, Bnl, Intesa, SanPaolo-Imi, Mps, Popolare Verona e Novara, Popolare di Vicenza. Con perdite fino al 5% del capitale sul quale è stato stipulato il contratto e casi limite anche di cinquecentomila euro di perdite per imprese con 10 milioni di euro di fatturato. Una vicenda sulla quale l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, annuncia ora: «Stiamo avviando una riflessione».
La denuncia arriva a due settimane dal monito di Antonio Fazio alle banche: «Avanzamenti sono ancora necessari sul piano dell’efficienza, dei rapporti con l'utenza, della tutela dei risparmiatori», aveva detto il governatore della Banca d'Italia. Si difendono le banche: errori sporadici, imprese consapevoli. Nessuna vuole però commentare direttamente: l’eccezione è Unicredit, quindicimila imprese clienti nei derivati e una decina di cause intentate, finora vinte dall'istituto. «Sostenere che non siano stati commessi errori è una sciocchezza - dicono all’istituto - ma la grandissima parte di questi prodotti è stata collocata bene. Rifiutiamo l'idea che gli imprenditori italiani, tanto abili nel produrre e vendere sui mercati esteri, vadano considerati incapaci nelle scelte finanziarie».
L'accusa è infatti quella di aver piazzato prodotti rischiosi senza spiegarli: i derivati complessi sul rischio tassi e cambi. Perciò è stata avviata dalla Commissione Finanze alla Camera, il 23 settembre, un'indagine conoscitiva, dove si sottolineano i «problemi relativi alla loro gestione ed utilizzazione». E mentre l’Abi si prepara, con l’annunciata «riflessione sul tema», all’audizione parlamentare, dalla Consob è partita una verifica ricognitiva.
I derivati sono quei prodotti che ti garantiscono, se i tassi o il dollaro salgono, che non perderai un quattrino, benché il tuo finanziamento sia a tasso variabile e in euro. Ma in caso contrario, sei tu a dover pagare. Le aziende italiane negli ultimi due-tre anni li hanno sottoscritti in massa, anche per garantirsi quei finanziamenti diventati più difficili dopo la stretta al credito minacciata da Basilea 2. Mentre le banche, sull'onda del capostipite Unicredit che cominciò a proporre i derivati alle imprese nel 1998-99, hanno dedicato a questa nuova area di business sempre più forze: «Sono nati promotori dedicati», dicono Facile e Belli. Parecchi. Si parla di cinque-sei persone per banche di dimensioni medie, sui 700 sportelli, e di almeno una cinquantina per un istituto grande, con 3-4 mila sportelli.
Purtroppo, però, i fatti non hanno corrisposto alle previsioni. Il dollaro non è salito e i tassi nemmeno, anzi, si sono dimezzati: dall'ottobre 2000 a oggi - in quattro anni - l'Euribor a 6 mesi è sceso dal 5,2% al 2,2%, il tasso Swap a 2 anni dal 5,2% al 2,5%, quello a 5 anni dal 5,5% al 3,5%. «Una situazione anomala - fanno notare in Unicredit, che in base all'ultima semestrale risulta avere fortemente ridotto la gestione dei rischi della clientela corporate, 244 milioni di euro contro i 472 del primo semestre 2003 -. Per la prima volta nella storia d'Italia il dollaro è debole, lo stesso i tassi. Nessuno lo avrebbe creduto un anno e mezzo fa».
Nell’istituto guidato da Alessandro Profumo fanno notare: «Comunque, il costo di copertura non è una perdita». E Paola Pierri, direttore generale di Unicredit Banca Mobiliare, usa una metafora: «Se ho una polizza antincendio, non spero per questo che la mia casa vada a fuoco». Inoltre, in Unicredit sottolineano come l'attività di vendita dei loro promotori sia da un anno e mezzo monitorata tutti i giorni, con report su quantità, qualità, congruità dell'operazione. «I reclami sono su contratti vecchi».
Fatto sta che le aziende italiane, notoriamente indebitate sul breve periodo e sensibili, da esportatrici, alle variazioni del dollaro, sono andate in rosso. «Il fenomeno è stato rapidissimo», dice Facile. E ingente: nell’ultimo semestre 2003, stando alla Banca d’Italia, i derivati sui tassi d’interesse sono aumentati a valore del 19% rispetto al gennaio-giugno 2003, con prodotti destinati a imprese o enti pubblici per 262,3 miliardi di dollari. «Nell'ultimo anno sono esplose le perdite», dice Emanuele Facile. Perdite che non sono visibili nei bilanci, perché non è obbligatorio dichiararle. Si vedranno dal primo gennaio prossimo, quando entrerà in vigore, in recepimento delle direttive Ue (lo Ias 39), il decreto 394 del 2003, che impone la registrazione, in nota integrativa, dei derivati, al valore di mercato. Una rivoluzione: come l'ingresso, sempre da gennaio, dei derivati in Centrale dei rischi.
Due le responsabilità attribuite alle banche: una è l'accelerazione del rischio con il collocamento di ulteriori derivati sui derivati: «A fronte delle perdite che si accumulavano, le banche hanno proposto alle imprese altri prodotti finanziari, più sofisticati, con i quali all'inizio non si paga, anzi, si incassa», dice Facile. Prodotti come l’Atlantic Swap e l’Extra Swap di Unicredit Banca d'Impresa.
L'altra imputazione è la pressione sulle aziende. «Proporre la copertura sui rischi è una prassi corretta, ma negli ultimi due anni qualche banca, in modo informale, ha usato questa leva per la concessione del credito. Quando un'azienda chiede un finanziamento spesso è in condizioni di debolezza». «Per quanto ci riguarda, noi non abbiamo esercitato alcuna pressione - ribatte Unicredit -. Perderemmo i clienti se li ricattassimo». I due consulenti non danno però la colpa soltanto agli istituti di credito. «Ci sono stati comportamenti scorretti e approssimativi da un lato e dall'altro - ammettono -. Le aziende, questi prodotti, spesso li hanno chiesti, in logica speculativa. C'è un'evidente mancanza di cultura finanziaria». Una tesi che vede d'accordo Stefano Caselli, docente di Economia degli intermediari finanziari in Bocconi. «Le imprese hanno dimostrato una pericolosa carenza di conoscenza», dice il professore. Ma aggiunge: «Non c'è dubbio che le banche abbiano spinto in modo indiscriminato sui derivati, che consentono commissioni elevate in tempi rapidi. Il derivato ha una sua funzionalità, ma va venduto tenendo conto del profilo di rischio dell'azienda». Parmalat docet.

Alessandra Puato
http://www.assinews.it/rassegna/arti...e111004de.html
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Vecchio 12-10-04, 13:57   #9 (permalink)
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12 ottobre 2004

Ias 39, Londra si dissocia
La Gran Bretagna invita le società a ignorare il compromesso raggiunto a Bruxelles Il rischio è una partenza
«a geometria variabile»




MILANO • Parola d’ordine: ignorare lo Ias 39. Come scrive oggi il Financial Times, la Gran Bretagna, sede della principale piazza finanziaria europea, prende ufficialmente le distanze dall’attuale versione "di compromesso" dello standard 39, quello che impone la disciplina del fair value alla contabilizzazione degli strumenti finanziari. Ad annunciarlo, ieri, al quotidiano finanziario londinese, lo stesso Ian Mackintosh, nuovo presidente dello Uk Asb, la massima autorità contabile britannica, che giudica «del tutto insoddisfacente la posizione raggiunta dalla Ue nella fase di adozione dello Ias 39», imponendo alle imprese britanniche di applicarlo interamente e rigettando la versione attenuata che sarà ufficialmente omologata entro l’anno per il "battesimo" del 1 gennaio 2005. Dopo una paziente opera di sintesi delle diverse prassi contabili europee, si era finalmente giunti, il 1 ottobre (si veda «Il Sole-24Ore» del giorno 2) a Bruxelles, a coagulare una maggioranza qualificata a favore dell’omologazione del compromesso del commissario europeo al Mercato interno, Frits Bolkestein. L’Arc, il braccio tecnicopolitico della Commissione Ue in materia contabile, aveva infatti ratificato la proposta di adottare uno Ias 39 più "leggero", sospendendo (carve out)i due punti più spinosi: l’adozione del fair value su alcune passività e la macro-copertura dei depositi a vista (core deposit). La rinuncia accontentava, da un lato, ampi segmenti del mondo bancario continentale (tra cui, Francia, Spagna, Italia e Belgio) che temevano l’eccessiva oscillazione delle performance di bilancio. Dall’altro, accresceva l’insoddisfazione dell’area angloscandinava, in cui l’amplissimo utilizzo del fair value è tradizionale prassi contabile. Tuttavia, già in quella sede (si veda «Il Sole-24 Ore» del 2 ottobre) era stato concesso alla Gran Bretagna di poter, eventualmente, esigere sul proprio territorio l’applicazione totale dello Ias 39 per le sole coperture dei depositi a vista. Possibilità negata, invece, per l’estensione del fair value a tutte le passività, perché incompatibile con le direttive comunitarie in materia. Per il presidente dell’Autorità contabile britannica rimane «una rilevante incertezza sull’applicazione dello Ias 39 anche in rapporto con l’attuale diritto comunitario. Le imprese che già oggi utilizzano il documento integralmente avranno grosse difficoltà di adattamento in tre mesi. Nè è chiaro quanto tempo servirà a uscire dalla fase transitoria». Dato il «serio indebolimento al sistema di hedge accounting prodotto dalla Commissione — ha detto Mackintosh — lo Uk Asb indurrà le imprese britanniche a un’applicazione integrale della copertura sui derivati». Un nodo che andrebbe risolto — ha detto — comunque entro il 2005. Molto duro anche il commento sul fair value per le passività «che lo Iasb non ha saputo rapportare alle esigenze sia della Bce che del comitato di Basilea e che dovrà essere sciolto il prima possibile». Ora, il rischio è che altri Paesi anglo-scandinavi assumano le stesse posizioni e che una partenza "a geometria variabile" possa ridimensionare l’obiettivo dell’armonizzazione.
http://www.assinews.it/rassegna/arti...e121004ia.html
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Vecchio 13-10-04, 11:57   #10 (permalink)
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3 ottobre 2004

Sullo Ias 39 la Gran Bretagna punta a «orientare» le imprese
Le ricadute europee dell’opzione inglese



Il quadro normativo britannico, inserito nell’ordinamento giuridico di common law e storicamente avverso all’applicazione ferrea delle norme, rende spesso la Gran Bretagna una voce fuori dal coro all’interno dell’Unione europea. Una prerogativa che si riflette anche a livello contabile. La presa di posizione dell’ Accounting Standards Board (Uk Asb) — la massima autorità contabile britannica — che ha deciso di ignorare la versione "parziale" dello Ias 39, quasi definitivamente omologata dalla Commissione Ue, optando per la formulazione integrale e "senza sconti" dello stesso criterio, ne è la conferma (si veda «Il Sole-24Ore» di ieri). Nonostante la provocazione dell’Asb, le norme comunitarie (sia regolamenti che direttive) sono sempre gerarchicamente prevalenti rispetto a quella nazionale. I principi contabili britannici costituiscono dunque norme tecniche e possono, quindi, solo integrare e interpretare i principi contabili internazionali adottati dall’Unione. Estensione dello Ias 39. L’Asb, conscio del fatto che non può contravvenire alla volontà di Bruxelles, cercherà, comunque, di smorzare gli effetti del carve out: la Commissione, con l’approvazione di una versione non integrale dello Ias 39, ha di fatto sospeso le disposizioni sull’applicazione del fair value su alcune passività finanziarie e sulla copertura dei depositi a vista. Anche se, solo in quest’ultimo caso, i legislatori nazionali, potranno eventualmente optare per la copertura completa, in deroga al carve out. Estensione non possibile per le passività, perché risulterebbero incompatibili con la cosiddetta "IV Direttiva". Come ha spiegato Paul Ebling, project director dello Uk Asb, «quelle dell’Asb sono soprattutto raccomandazioni, che non hanno la forza di vincolare i comportamenti ma orienteranno sia le imprese britanniche sia quelle che operano su questo territorio a una piena contabilizzazione al fair value delle coperture dei depositi a vista». Niente da fare, invece, per l’uso del fair value sulle passività, che dovrà essere limitato, rispetto all’attuale prassi contabile anglosassone. L’Asb teme un’«artificiosa volatilità» e si prepara a predisporre una "Guida" ai pericoli delle eventuali incongruenze e alle soluzioni pratiche per attutirne l’impatto. D’altronde il presidente dello Uk Asb, Ian Mackintosh, è stato per anni alla guida del Public Sector Committee (Psc), la commissione che aspira a redigere i futuri principi contabili internazionali per il settore pubblico, fortemente ispirati agli Ias/Ifrs. Possibili ripercussioni sulle società italiane. Le imprese italiane che operano sul mercato britannico e saranno tenute a redigervi il bilancio, dovranno evidentemente sottostare alle disposizioni previste in quel territorio, sempre in conformità, tuttavia, alle norme comunitarie. Ciò dipenderà, in gran parte dalle pratiche di cui fa uso l’impresa. Molto difficilmente la Gran Bretagna le imporrà per legge. E se anche dovesse estendere obbligatoriamente le norme sulla copertura dei depositi a vista, quelle stesse imprese italiane potrebbero scegliere se farne uso anche ai fini del bilancio "italiano", considerato che ciò non risulterebbe comunque per nulla contrario alle norme comunitarie. Un’ipotesi però poco probabile, dato il diverso approccio contabile dei due Paesi. Possibili ripercussioni sulla Commissione Ue. Il carve out dello Ias 39 rappresenta un pericoloso precedente. Il fine ultimo dell’applicazione degli Ias/Ifrs, a livello comunitario, è di "parlare" un linguaggio contabile comune. La deformazione degli Ias/Ifrs, se ripetuta, potrebbe rischiare di creare un sistema — se non parallelo — quantomeno diversificato, con il rischio che gli sforzi prodotti nel corso degli anni siano, nella sostanza, vanificati.

Nuova risoluzione alla Camera

MILANO • Destinatari e tempi certi per l’applicazione degli Ias alle imprese che operano nel perimetro nazionale. Se è ormai scontata l’impossibilità del Governo a soddisfare gli obblighi della delega (articolo 25 della Comunitaria 2003) che doveva estendere i criteri contabili internazionali anche ai bilanci di esercizio, in commissione Finanze della Camera, Giorgio Benvenuto (Ds) non allenta il pressing per avere chiarezza. Di fatto, il parlamentare ha riformulato la risoluzione presentata lo scorso 30 settembre, alla luce della risposta giunta del Governo lo scorso 6 ottobre (si veda «Il Sole-24 Ore» del giorno successivo) che ammetteva di non essere nelle condizioni di rispettare la scadenza del 30 novembre per rendere Codice civile e Tuir "Ias compatibili" anche ai bilanci di esercizio. Tuttavia, mancano ancora i tempi per la messa a punto di un intervento legislativo sul fronte tributario e soprattutto non è affatto chiaro se la limitazione degli Ias ai bilanci consolidati valga solo per le imprese quotate o anche, come era originaria intenzione dell’Esecutivo, per banche e assicurazioni non quotate. Correggendo il tiro, dunque, la risoluzione, al voto oggi pomeriggio, in commissione Finanze della Camera, «impegna il Governo — si legge — a rendere immediatamente noti per quali tipi di imprese e di bilanci, e con quali decorrenze, verranno adottati i principi contabili internazionali (Ias)». Una formulazione che, se pur presentata da un componente di minoranza, ha buone chance di incassare un voto positivo e trasversale. E le ricadute della mancata estensione dei criteri contabili internazionali anche ai rendiconti di esercizio è stata al centro del convegno, tenutosi lunedì a Milano e organizzato dallo studio legale Biscozzi Nobili, nella sede della Cariplo, sul tema "Ias/Ifrs: Codice civile e fiscalità". «La mancata estensione — ha ricordato, tra i relatori, Fabrizio Dabbene, responsabile dell’ufficio Normativa di bilancio di Banca Intesa — produrrà rilevanti impatti nella gestione del doppio binario contabile». L’Italia ha già perso due occasioni, la riforma del diritto societario e di quello tributario, per rendere la propria normativa "Ias-compatibile". Da qui la proposta di cominciare ad assumere comportamenti compatibili con i nuovi criteri internazionali anche nei bilanci di esercizio, laddove manca un orientamento normativo o una chiara disposizione contraria nel Codice civile (come per l’attualizzazione di un credito o la valorizzazione dei titoli non quotati sul mercato). Interventi che richiederebbero comunque il placet di Consob e Banca d’Italia.
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