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Vecchio 08-09-04, 19:45   #1 (permalink)
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Fondi pensione aperti

In base agli ultimi prov. di legge puo' un lavoratore di una azienda metalmeccanica dove esiste il fondo di categoria Cometa, a cui lui non aderisce, aderire invece ora in prima persona ad un fondo aperto con conseguente vantaggio fiscale e poi in futuro trasferire il TFR futuro ed il TFR pregresso?? Grazie.
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Vecchio 08-09-04, 22:00   #2 (permalink)
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Aspetto interassante posto la mia vecchia ma sempre valida guida
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Vecchio 08-09-04, 22:02   #3 (permalink)
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...

eccola
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Vecchio 11-09-04, 12:22   #4 (permalink)
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milegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond reputemilegio has a reputation beyond repute
Citazione:
Originalmente inviato da giancarlo55
In base agli ultimi prov. di legge puo' un lavoratore di una azienda metalmeccanica dove esiste il fondo di categoria Cometa, a cui lui non aderisce, aderire invece ora in prima persona ad un fondo aperto con conseguente vantaggio fiscale e poi in futuro trasferire il TFR futuro ed il TFR pregresso?? Grazie.
E' uno degli obiettivi che la nuova legge si e' posta.

Adesso bisogna aspettare il decreto attuativo per vedere come e' possibile mettere in pratica l'intenzione.

In teoria dovresti poter scegliere il fondo aperto (che e' stato equiparato a quelli chiusi dalla nuova normativa) e l'azienda e' obbligata a versarci il Tfr, la sua quota di contributo e la tua (con conseguente detrazione fiscale).

Tieni conto che dalla pubblicazione dei decreti attuativi avrai tempo 6 mesi per esprimere la tua volonta'.

In caso di silenzio (assenso), avendo gia' la tua categoria il fondo pensione, ti verrebbe aperta una posizione direttamente con cometa, con versamento di tutto il Tfr da subito (non e' una possibilita' futura a tua discrezione, ma un obbligo per legge se non esprimi parere contrario).

Successivamente potresti trasferirla ad un fondo aperto. Ma tanto vale farlo da subito se questa e' la tua intenzione.

Non puoi obbligare l'azienda al versamento del Tfr pregresso. Si parla solo di Tfr futuro.

La materia e' pero' particolarmente complessa.

Ti allego un thread in cui ci si e' lasciati andare a diverse valutazioni, oltre ad ad alcuni aspetti oggettivi in materia fiscale sui fondi pensione che non fa male conoscere.

Polizze Vita e Fondi Pensione

Saluti
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Vecchio 11-09-04, 18:09   #5 (permalink)
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21 giugno 2004
E io la liquidazione me la tengo stretta



Un italiano su due contrario a usare il Tfr per finanziare la rendita di scorta. E l’86% non sa che presto dovrà decidere sul da farsi


La nuova riforma della previdenza integrativa? Quasi sconosciuta: l’86% degli italiani, infatti, non ne ha mai sentito parlare o la conosce solo di striscio. Il Tfr? Macché investirlo nei fondi pensione, meglio tenerselo come scialuppa di salvataggio in caso d’improvvisi problemi finanziari. O per avere un capitale sicuro quando si andrà in pensione. La pensa così un italiano su due. Sono questi i clamorosi risultati di un sondaggio condotto per conto di Corriere Economia da Cra, Customized Research & Analysis, uno dei principali istituti italiani di «ricerche ad hoc» (ex A. C. Nielsen Cra). L’indagine, condotta nelle prime settimane di giugno, ha coinvolto 4.400 soggetti rappresentativi dei 47.130.907 italiani con più di 18 anni di età.
Questa grande freddezza di rapporti tra italiani e previdenza integrativa dovrebbe far riflettere governo, partiti, forze sociali. E, soprattutto, il Parlamento che, tra qualche settimana, si appresta a dare il via libera definitivo alla legge delega di riforma del sistema previdenziale, quella che dal 2008 abolisce di fatto le pensioni di anzianità.
Punto fondamentale di questo provvedimento, però, è anche la norma che prevede, tramite un meccanismo di silenzio assenso, la devoluzione del Tfr (il Trattamento di fine rapporto, la liquidazione) ai fondi pensione. Una disposizione fondamentale per far decollare definitivamente la previdenza integrativa in modo da parare i tagli di quella pubblica. Una partita, quella del Tfr, di grande rilievo se si pensa che gli accantonamenti annui ammontano a qualcosa come 12 miliardi di euro e che nei piani di Roberto Maroni, ministro del Welfare, per il 70/80% dovrebbero confluire nella previdenza integrativa. Ma a giudicare dai dati del sondaggio questa migrazione in massa sembra, almeno per il momento, alquanto improbabile.
In base al testo della legge delega, entro sei mesi dalla sua approvazione (che dovrebbe avvenire prima della pausa estiva) tutti i lavoratori dipendenti dovranno decidere cosa intendono fare dei futuri accantonamenti del Tfr. Sei mesi sembrano drammaticamente pochi per riuscire a informare in modo preciso e dettagliato milioni di lavoratori su questa rivoluzione. E, soprattutto, per convincerli a rinunciare ai nuovi accantonamenti del Tfr per investirli nei Fondi pensione o nelle polizze pensionistiche.
La fotografia dell’attuale disamore degli italiani per la previdenza integrativa è riassunta nei sei grafici qui sopra. E allora vediamo di analizzarlo nei particolari.

INFORMAZIONE - La prima domanda era molto semplice. E’ a conoscenza del provvedimento in discussione al Parlamento che prevede il trasferimento, volontario, della liquidazione ai fondi pensione? Solo il 14% degli italiani ha risposto convinto: «Sì. E so precisamente di che cosa si tratta». Lo zoccolo duro della previdenza integrativa è composto da poco più di sei milioni e mezzo di italiani. Sono quasi 18 milioni, invece, quelli che della riforma hanno sentito parlare, ma non sanno bene dire che cosa prevede. E l’esercito di chi ignora completamente il problema è composto da 22.622.000 persone. Quasi un italiano su due. Sommando chi non conosce nulla, e chi sa qualcosa di sfuggita, arriviamo a quasi 40 milioni e mezzo di individui, l’86% della popolazione attiva, quella con più di 18 anni.
Una piccola consolazione la si può trovare andando a vedere come si ripartiscono, in base all’età, gli italiani aggiornati e informati. La concentrazione massima si ha tra i 25 e i 34 anni (17%), proprio la fascia più interessata al problema visto che la futura pensione pubblica sarà estremamente bassa. I condannati alla mezza pensione, insomma, ne sanno qualcosa più degli altri anche se 4 giovani su 5 ignorano tuttora il problema.
«Dal sondaggio emerge che, in genere, chi è più informato più condivide l’obiettivo della riforma - sottolinea Giovanni Somaini partner di Cra -. E’ solo aumentando l’informazione e la consapevolezza dei lavoratori che si può favorire il decollo della previdenza integrativa. Mi chiedo, quindi, se il meccanismo del silenzio assenso sia il più adatto a questo scopo».

LA SCELTA - La seconda domanda - posta agli italiani con età inferiore a 65 anni, consapevoli o no di che cosa bolle in pentola - aveva l’obiettivo di capire il grado di consenso sul trasferimento delle nuove quote annuali di Tfr ai fondi pensione (la parte maturata finora resta come liquidazione). E qui c’è l’ennesima doccia gelata per il progetto del governo. Il 49% degli italiani è poco o per niente d’accordo su questo trasferimento volontario. I convinti sono solo il 18%, mentre un terzo della popolazione non ha ancora un’idea precisa. La consistenza del partito del non voto è preoccupante se si pensa che si sta parlando del futuro previdenziale di milioni di persone.
Anche in questo caso il massimo di adesione si ha tra le classi d’età più interessate al problema: quelle tra i 25 e i 34 anni (il 21% verserà il Tfr ai fondi pensione) e tra i 35 e i 44 anni (lo farà il 19%).
Ma perché gli italiani vogliono tenersi stretta stretta la liquidazione? Due le motivazioni principali: il 64% di chi non è d’accordo sul trasferimento alla previdenza integrativa sostiene che il Tfr è un bene individuale e ognuno deve essere libero di farne ciò che vuole. Il 41% perché quando andrà in pensione vuole avere un capitale di cui disporre liberamente. Una motivazione comprensibile se si pensa che il montante accumulato con i fondi pensione può essere ritirato in unica soluzione solo fino a un terzo (si può salire al 50% ma con penalizzazioni fiscali).
I fan del matrimonio tra liquidazione e fondi pensione motivano, invece, la loro scelta per due ragioni: il 72% perché pensa che investendo la liquidazione si avrà un reddito più alto al momento della pensione, il 33% «perché è meglio investirla che lasciarla lì a fare niente». Va ricordato, però, che il Tfr si rivaluta annualmente in misura pari al 75% del tasso d’inflazione più un punto e mezzo. Oggi come oggi, quindi, del 3,45% l’anno. E si tratta di un rendimento garantito. L’esperienza dimostra, poi, che il Tfr rappresenta, a livello di rendimenti, un rivale assai ostico per i fondi.
Non bisogna però credere che gli italiani sottovalutino del tutto l’emergenza pensioni: il 43% pensa che sia necessario investire in previdenza integrativa, mentre solo il 16% non condivide questa esigenza (il 41% non ha un’opinione precisa). Sono quasi 16 milioni gli italiani che mettono tra le loro priorità la pensione di scorta, ma, finora, solo 4.830.000 sono passati dalle parole ai fatti, cioè si sono iscritti a un fondo. «Siamo nell’ambito del vorrei ma non posso - sottolinea Somaini -. La gente è alle prese con il budget familiare che spesso non basta per arrivare a fine mese. Fatica a pensare al futuro perché il presente è già impegnativo. Pensa che la scelta si possa rinviare, il problema della pensione si porrà tra parecchi anni».
Un altro aspetto interessante riguarda l’individuazione del partner ritenuto più affidabile a cui affidare il Tfr e i propri investimenti. Vincono i fondi di categoria, quelli dove anche le organizzazioni sindacali, e i datori di lavoro, possono dire la loro. Vota per i fondi contrattuali il 16% degli italiani di età compresa tra i 18 e i 64 anni. I fondi aperti - quelli promossi da assicurazioni, sgr, banche - piacciono all’11%. Ultimi arrivano i piani pensionistici individuali, anche questi promossi dagli intermediari. Da notare, però, che il 64% del campione non ha un idea precisa in merito. «I risparmiatori sembrano disorientati, non hanno gli strumenti per decidere - sottolinea Somaini -. La preferenza per i fondi di categoria non si basa su motivazioni economiche. Fa premio il fattore rassicurazione perché i soldi saranno gestiti da persone vicine, che si conoscono. Inoltre si pensa che ci sarà una tutela delle organizzazioni sindacali».
Uno dei punti chiave della riforma - e che ha creato non poche discussioni e polemiche - è l’assoluta libertà di scelta concessa ai dipendenti che potranno devolvere, a loro piacimento, il Tfr e i contributi a un fondo di categoria, a un fondo aperto o ai piani individuali. Una deregulation che non sembra interessare più di tanto gli italiani. Si tratta, almeno per il momento, di una battaglia d’avanguardia. La vera emergenza, purtroppo, sta da un’altra parte: far capire ai dipendenti che le pensioni pubbliche sono a rischio. E che se sul piatto non si mette anche il Tfr, la vecchiaia sarà poco tranquilla. Vivere a mezza pensione non è uno slogan. Se non si interviene sarà una drammatica, inevitabile realtà.

Massimo Fracaro
http://www2.assinews.it:8080/rassegn...210604fo3.html


25 giugno 2004
Stesse pensioni dei padri solo sacrificando il Tfr
LA NUOVA PREVIDENZA



Vantaggi e rischi per i giovani che dal 2005 potranno investire nei Fondi integrativi
Il neoassunto che non rinuncia al Tfr, avrà a fine lavoro un assegno pari a metà stipendio
Redditi medi, al figlio senza pensione privata 350 euro mensili in meno del genitore




ROMA - Quando suo padre è andato in pensione aveva da parte anche un bel gruzzolo, la liquidazione, che gli ha permesso di comprarsi una casa in campagna. Lui, il figlio, se aspira a una pensione analoga a quella del padre - entrambi hanno fatto lo stesso mestiere - quel gruzzolo non l´avrà, perché costretto a sacrificarlo molti anni prima a favore di una forma di previdenza complementare, scelta indispensabile per non avere una pensione da fame. È qui lo scarto generazionale provocato dalle riforme previdenziali decise dai governi Amato, Dini, e ora dal secondo governo Berlusconi.
Ecco le prove. Poniamo che, assunto nel ?68 all´età di 25 anni, il padre abbia deciso di lavorare fino a 62 anni. Andrà in pensione l´anno prossimo e il suo assegno previdenziale sarà pari al 71 per cento della retribuzione, ovvero di 17.395 euro annui (si stima uno stipendio di 24.500 euro). Non appena lasciato il lavoro, l´uomo avrà a disposizione anche una liquidazione di 57.392 euro. Ipotizziamo che due anni prima che il padre vada in pensione, nel 2003, suo figlio cominci a lavorare. Se non si preoccupa di aderire a un fondo previdenziale avrà, a fine carriera, una pensione inferiore di oltre 4mila euro a quella di suo padre, 350 euro al mese in meno.
Che cosa dovrà fare per raggiungere, 37 anni dopo, anch´egli a 62 anni (l´età pensionabile minima dal 2014 in avanti se passa la riforma Berlusconi), lo stesso reddito da pensione del padre? Semplice: dovrà destinare da subito le quote maturate del suo Tfr a un fondo pensione, che dovrà essere alimentato anche da un contributo del datore di lavoro. In questo modo, mettendo insieme i risultati della previdenza pubblica e della previdenza complementare (rendimento ipotizzato del 2,5%), nel 2040 la pensione del figlio raggiungerà il 72,8% del reddito, a quota 17.836 euro annui. La liquidazione non c´è più, ma se non fosse stata destinata a un fondo complementare la pensione sarebbe stata pari al 54,1% dell´ultimo stipendio.
La riforma Berlusconi concede la possibilità di una scelta, ma le nuove generazioni saranno praticamente obbligate a dire addio alla liquidazione. In media se il lavoratore si tiene il Tfr dovrà attendersi una pensione che è intorno alla metà dell´ultimo stipendio: 500 euro al mese, se ha uno stipendio sui mille euro. Ci può campare? No, se non ha altre fonti di reddito. Il tasso di sostituzione (il rapporto tra la pensione e l´ultima retribuzione) sale dal 50 a una cifra intorno al 70% se si approfitta della previdenza integrativa. Fino al ?92 i tassi di sostituzione raggiungevano il 67-68% con 35 anni di lavoro e il 76-77 con 40 anni. Sono state prima la riforma Amato, che ha esteso il periodo di calcolo della pensione dagli ultimi anni di lavoro all´intero arco della vita lavorativa, poi la Dini, che ha introdotto il sistema contributivo per le nuove generazioni, a rendere necessario il ricorso alla previdenza privata o alle compagnie assicurative - molto forti in Parlamento - per le polizze vita. Tutti questi dati sono il frutto di un aggiornamento del rapporto di previsione del governo e vanno nella stessa direzione dell´ultimo rapporto Inpdap.
Bisognerà attendere i decreti attuativi della riforma per sapere quale percorso faranno i soldi dei lavoratori oggi congelati nel Tfr. La riforma individua diversi sbocchi per chi entro sei mesi non avrà dichiarato di volersi tenere il Tfr: i Fondi chiusi di categoria (in caso di silenzio assenso), quelli aperti, quelli regionali, le polizze vita e anche un possibile Fondo istituito presso l´Inps, ma ancora tutto da discutere (Tremonti preme per la sua costituzione, Maroni frena). Per rendere appetibile quest´ultimo fondo (sul quale il governo potrebbe però mettere le mani per esigenze di cassa) pare sia previsto un rendimento minimo garantito del 2,5%. Che cosa converrà di più? Nel 2003 il rendimento generale dei fondi pensione è stato superiore di 2-2,5 punti a quello del Tfr. Ma non era andata così nel biennio precedente
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Vecchio 11-09-04, 18:11   #6 (permalink)
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29 luglio 2003
RIFORMA DELLE PENSIONI / Nella legge delega il rilancio della previdenza complementare.

Il tfr trasloca nei fondi integrativi

Trasferimento automatico se non si decide entro sei mesi

Il tfr cambia alloggio. Naturale residenza sarà il fondo pensione indicato dai lavoratori; in mancanza di scelta, verrà ospitato dai fondi regionali. I lavoratori potranno optare anche per la conservazione dell'attuale regime di retribuzione differita, manifestando la volontà di non aderire alla previdenza integrativa. Ci saranno sei mesi di tempo per decidere quale destino offrire al tfr: a partire dall'entrata in vigore delle nuove regole (del dlgs che attuerà la riforma) per i soggetti già occupati; dalla data di assunzione negli altri casi.
La riforma del pilastro integrativo. La riforma delle pensioni al voto della camera riguarda pure il secondo pilastro previdenziale, quello della previdenza complementare. La partita è stata giocata in primo luogo sul ruolo del trattamento di fine rapporto (tfr), per le apprezzabili qualità di alimentatore delle pensioni integrative. Si tratta, al momento, di principi delega che saranno operativi solo dopo l'emanazione del relativo provvedimento (dlgs) attuativo; pertanto, è da quel momento che entreranno in vigore le nuove regole e decorreranno tutti i termini operativi previsti.

Lo sfratto del tfr. L'attuale disciplina individua nelle imprese la naturale residenza del tfr; non sarà più così nel futuro perché, salva diversa esplicita volontà manifestata dal lavoratore, il trattamento di fine rapporto sarà raccolto dai fondi pensione al fine di migliorare l'assegno pensionistico. Non tutto il tfr è interessato allo sfratto, ma solamente quello ´maturando', a partire dall'entrata in vigore della riforma. Chi, a tale data, è titolare di un contratto di lavoro (di tipo subordinato, per il quale è previsto il tfr) si troverà con una quota di tfr (quella pregressa) che resterà tale fino alla fine del rapporto di lavoro e un'altra quota (quella futura) che confluirà automaticamente nei fondi pensione (salvo suo diverso avviso). Chi alla medesima data non ancora è occupato, dal momento in cui comincerà a lavorare si troverà con tutto il tfr che finirà nella previdenza integrativa (salvo sua diversa opzione).

Fondi pensione, di fatto, obbligatori. La nuova disciplina individua nei fondi pensione la naturale residenza del tfr. Diversamente da oggi e dal passato, pertanto, il tfr sarà ordinariamente riversato nei fondi pensioni. Non si tratta, tuttavia, di una regola rigida e risoluta; infatti, ai lavoratori è riconosciuto il potere di renderla inoperante al proprio caso. Per esercitare questa facoltà, devono ´manifestare esplicitamente' di voler conservare il tfr nell'attuale regime di retribuzione differita da percepire all'atto di risoluzione del rapporto di lavoro, il che significa dichiarare di non voler aderire alla previdenza integrativa. Il nuovo sistema, dunque, funzionerà come un meccanismo di automatica iscrizione alla previdenza integrativa (sono previsti dei termini, si veda più avanti):

a) adesione ai fondi pensione: questa opererà automaticamente nel momento in cui il lavoratore non manifesta (nei termini previsti) di voler conservare l'attuale regime del trattamento di fine rapporto; in tal caso, il tfr confluirà nella previdenza integrativa;

b) non adesione ai fondi pensione: in tal caso, il lavoratore deve manifestare di non voler aderire alla previdenza complementare e, di conseguenza, conserverà l'attuale regime di tfr (erogazione a fine rapporto di lavoro).

La scelta e il silenzio-assenso. Nel nuovo sistema tutti i lavoratori (dipendenti) saranno automaticamente iscritti alla previdenza integrativa. E sono chiamati (è solo una facoltà, ma nel loro interesse) a fare una scelta: accettare o meno l'adesione ai fondi complementari. Chi preferirà la prima opzione sarà facilitato dalla regola del silenzio-assenso: tacendo, il tfr sarà automaticamente devoluto ai fondi pensione. In particolare, andrà ad alimentare il fondo pensione istituito per la categoria cui egli appartiene, ma il lavoratore potrà anche indicare la precisa forma pensionistica complementare cui intende far confluire il tfr. A tal fine, la riforma prevede che venga garantita un'adeguata informazione su: tipologia, condizioni di recesso anticipato, rendimenti stimati dei fondi pensione per i quali è ammessa l'adesione, facoltà di scegliere le forme pensionistiche a cui conferire il trattamento di fine rapporto. Chi preferirà la scelta alternativa, per non aderire alla previdenza complementare dovrà manifestare di voler conservare l'attuale regime del tfr. Questo vale in ogni situazione, anche nelle ipotesi in cui non risultano ancora istituiti i fondi pensione per il settore di appartenenza. In assenza di indicazioni del lavoratore, infatti, il tfr sarà sempre e comunque impiegato in finalità ´previdenziali', mediante conferimento ai fondi istituiti o promossi dalle regioni.

I termini. I lavoratori avranno sei mesi di tempo per scegliere tra tfr e pensione integrativa. I primi a dover decidere saranno coloro che non hanno ancora fatto adesione alla previdenza complementare alla data d'entrata in vigore del dlgs che attuerà la riforma. Da quest'ultima data, infatti, è previsto il conteggio dei sei mesi per manifestare la volontà di destinazione del tfr; per quanti siano già iscritti ad un fondo pensione, la scelta riguarderà la decisione di devolvere ´tutto' il tfr maturando, se non ancora così previsto dalla forma pensionistica cui sono iscritti. Per coloro che, alla medesima data, non risultano titolari di un rapporto di lavoro, i sei mesi di tempo decorreranno dalla prima assunzione. È logico ritenere, ma sarà il dlgs attuativo a precisare le regole, che l'adempimento andrà fatto una sola volta, senza necessità di ripetizione in caso di cessazione/nuova assunzione (salva la facoltà di circolazione nel sistema di previdenza complementare).
http://www2.assinews.it:8080/rassegn...o290704pe.html


29 luglio 2004

Rinviato l´addio al lavoro dal 2008 si lascia a 60-62 anni

I primi ad essere colpiti dalla riforma sono quelli assunti nel 1973 a 22 anni. Chi lavora da prima è salvo
Se il lavoratore non dichiara nulla in contrario il suo Tfr sarà trasferito in un Fondo pensione

ROBERTO MANIA



ROMA - Lo sapevano già ma da ieri hanno la certezza. Saranno loro ha pagare più di tutti le conseguenze negative della nuova riforma delle pensioni. Quelli nati nel 1951 e assunti nel 1973,a 22 anni. Per loro - lavoratori dipendenti di sesso maschile - non ci sarà via di scampo. Dovranno lavorare di più. Nel 2008, infatti, avranno compiuto 57 anni, dopo 35 anni di versamenti contributivi, ma non potranno lasciare il lavoro, come forse speravano. Perché dal primo gennaio di quell´anno entreranno in vigore le nuove regole, più severe, per accedere alla pensione di anzianità. Ci vorranno 60 anni di età, oppure 40 anni di contributi previdenziali. Funziona così lo «scalino» della riforma Tremonti-Maroni.
Potrebbe andare un po´ meglio alle sorelle "gemelle", cioè alle donne, per le quali la legge offre una via d´uscita. Penalizzandone, tuttavia, i trattamenti. Per loro la pensione di anzianità vecchio tipo (57 anni + 35 di contributi) resterà ancora ma l´assegno mensile verrà calcolato con il metodo contributivo (in base cioè ai contributi versati), assai meno generoso di quello retributivo, che permette di correlare la pensione alla media delle ultime buste paga.
L´impatto della riforma, dunque, non sarà per tutti uguali. Incide sulle generazione mediane perché, improvvisamente, le costringe a riprogrammare una parte della propria vita; muta radicalmente, rispetto all´attuale situazione, il rapporto con la pensione dei più giovani per i quali vale già solo il sistema contributivo della legge Dini del 1995; non riguarda coloro che da qui al 2007 matureranno i requisiti per la quiescenza (di vecchiaia o di anzianità) né quelli che sono già in pensione. Se non per coloro che ricevono una superpensione (almeno 516 euro al giorno) che dovranno pagare un contributo di solidarietà. Va ricordato, comunque, che la pensione di vecchiaia rimane fissata a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne.
A parte il giro di vite sulle pensioni di anzianità, la legge tende a valorizzare le scelte individuali. Da una parte sull´uso del tfr (il trattamento di fine rapporto, cioè la liquidazione), dall´altra sull´eventuale ricorso al super-bonus per rinviare il pensionamento, si muovono in questa direzione.
Entro sei mesi dall´entrata in vigore dei relativi decreti di attuazione (sei mesi dall´assunzione per i neoassunti), ciascun lavoratore dovrà decidere - attraverso il meccanismo del silenzio-assenso - se destinare il proprio tfr maturando (quindi non quello già accantonato) al fondo complementare. Una scelta che per i più giovani (a causa del metodo contributivo) sarà praticamente obbligata: la liquidazione servirà alla pensione integrativa senza la quale la pensione pubblica sarà insufficiente a garantire un dignitoso livello di vita. Senza integrazione la pensione calcolata solo con il contributivo è pari, più o meno, al 54 per cento dell´ultimo stipendio, contro poco più del 70 per cento con il retributivo. I fondi contrattuali (o chiusi) e quelli aperti alle polizze individuali avranno lo stesso trattamento fiscale.
Individuale sarà anche la scelta di restare al lavoro o meno di chi maturerà entro il 2007 le condizioni per andare in pensione di anzianità. Il governo ha previsto un super-bonus per fare rinviare il pensionamento. Meccanismo, peraltro, in palese contraddizione con una tendenza diffusa delle aziende a "liberarsi" appena possibile dei lavoratori più anziani e, dunque, più costosi. È la strada che seguono tutte le aziende che entrano in una fase di crisi. Tanto che i lavoratori in mobilità sono stati esclusi dalle nuove norme. L´incentivo previsto è del 32,7 per cento della retribuzione lorda che sarà anche esentato dalle imposte (Irpef). Di conseguenza, ad esempio, chi riceve una retribuzione lorda annua di 35 mila euro avrà un beneficio reale intorno al 52 per cento.

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Vecchio 11-09-04, 18:12   #7 (permalink)
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30 luglio 2004
Pensioni, sei mesi per decidere sulla liquidazione


Due strade: tenersi il Tfr o destinare i futuri accantonamenti ai fondi previdenziali integrativi


ROMA — Due strade per il Tfr (trattamento di fine rapporto) e sei mesi per decidere che farne. Se continuare a tenerselo sotto forma di liquidazione quando si smette di lavorare o se destinarlo ai fondi di previdenza integrativa in modo da avere una pensione di scorta da affiancare a quella obbligatoria. È una delle due grandi novità della riforma Maroni (l'altra è il bonus per chi rinvia la pensione d'anzianità) che scatterà subito. Dire con esattezza quando non è possibile perché prima il governo dovrà varare il decreto legislativo previsto dalla legge delega. Il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, è deciso a far presto e ha annunciato che a settembre convocherà le parti sociali per discutere dei decreti di attuazione della riforma. E si partirà proprio dal bonus e dal Tfr, con l'obiettivo di rendere operative queste parti dal primo gennaio 2005. La riforma introduce il meccanismo del silenzio-assenso. Entro sei mesi dall'entrata in vigore del decreto legislativo (o dall'assunzione per chi comincerà a lavorare dopo) i lavoratori dovranno decidere cosa fare del proprio Tfr. Di fatto si tratta dei dipendenti privati perché per i pubblici la previdenza complementare per ora rimane ancora lontana. Comunque, ci sono tre possibilità. 1) Il lavoratore dichiara esplicitamente, dice la legge, «la volontà di non aderire ad alcuna forma pensionistica complementare» e in questo caso gli accantonamenti annuali maturandi (da quel momento in poi) del Tfr continueranno a restare presso il datore di lavoro ai fini della liquidazione. 2) Il dipendente indica il fondo integrativo al quale destinare gli accantonamenti. 3) Il lavoratore non dice nulla. In quest'ultimo caso (silenzio), trascorsi sei mesi, il Tfr finisce automaticamente nel fondo di categoria, secondo le forme previste dai contratti e dagli accordi collettivi, oppure a «fondi istituiti o promossi dalle Regioni». Oppure, ed è questa un'altra novità, all'ente previdenziale di appartenenza. La riforma prevede infatti «la costituzione, presso enti di previdenza obbligatoria, di forme pensionistiche alle quali destinare in via residuale le quote del trattamento di fine rapporto non altrimenti devolute». Si tratta appunto di una possibilità residuale che riguarda solo quei lavoratori che resteranno in «silenzio» e che non hanno fondi di categoria, ma che apre uno scenario nuovo per l'Inps, che, per la prima volta, dovrà dar vita a fondi complementari. Nel fare le sue valutazioni il lavoratore dovrà mettere a confronto il rendimento del Tfr (liquidazione), pari all'1,5% annuo più il 75% dell'inflazione, con quello che potrebbe aversi con i fondi in base agli andamenti dei mercati. Per incentivare il trasferimento degli accantonamenti ai fondi la delega prevede che il decreto di attuazione fissi nuovi limiti per la deducibilità fiscale dei contributi (ora il tetto è del 12% del reddito, fino a un massimo di 5.164 euro all'anno). Accanto a questo, però, il decreto dovrà prevedere anche misure compensative per le aziende, che perderanno il Tfr "parcheggiato" in attesa della liquidazione e che costituisce per le stesse una fonte di finanziamento. Si calcola che il flusso annuale di accantonamenti per il Tfr sia pari a 13 miliardi di euro. Anche se solo la metà, pari a 6,5 miliardi (contro 1,3 miliardi del 2003) confluisse nei fondi, il mercato finanziario ne uscirebbe profondamente cambiato. Enrico Marro
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31 luglio 2004
In Piazza Affari arriva un regalo da 15 miliardi

Varato il decreto attuativo sulla formula del silenzio-assenso del Tfr, si stima che i fondi pensione avranno nuovi flussi da investire Fumagalli: «L’effetto sui listini sarà positivo»

La Camera ha finalmente votato la fiducia sulla riforma del sistema previdenziale. E ora Piazza Affari può anche cominciare a brindare. Si, perché una volta varato il decreto attuativo sulla formula del silenzio-assenso del Trattamento di fine rapporto (Tfr), infatti, si stima che i fondi pensione avranno a disposizione circa 15 miliardi di euro di nuovi flussi annui da investire in Borsa. «E l’effetto sui mercati non potrà che essere positivo - spiega Ettore Fumagalli, presidente di Fumagalli Soldan sim - In particolare saranno premiate quelle aziende dai fondamentali più solidi, mentre dal punto di vista dei gestori i settori più avvantaggiati saranno soprattutto il bancario e l’assicurativo. I fondi pensione, comunque, non saranno soltanto investitori domestici, ma opereranno sicuramente a 360 gradi, con un’ottica internazionale. Per cui a beneficiare di questa riforma delle pensioni saranno anche le grandi realtà aziendali off shore». Certo difficilmente assisteremo allo stesso boom che ha caratterizzato i mercati finanziari all’indomani della costituzione dei fondi comuni di investimento, ovvero nel biennio 1984-85. E le ragioni sono tante. Ma la più significativa è sicuramente il differente approccio all’investimento dei fondi di previdenza, che tendono a fare poche operazioni l’anno e in un’ottica di lunghissimo termine. «Per fare un esempio - sottolinea il presidente di Fumagalli Soldan - in Inghilterra i fondi pensione fanno anche una sola operazione l’anno. Da uomo di Borsa, quindi, sono convinto che con la nuova previdenza si andrà verso un mercato che potrebbe vedere fasi lunghe di giudizioso accumulo dei titoli». Dopo più di 20 anni, comunque, sono state finalmente poste le basi per costruire quel «pilastro di un Paese di democrazia finanziaria» di cui ha parlato Giulio Tremonti poco prima di abbandonare la carica di ministro dell’Economia. «Ma c’è ancora tantissima ignoranza - continua Fumagalli - e la strada da percorrere per creare quello che in Svizzera è definito il "terzo pilastro" è ancora lunga». Dal punto di vista dei singoli prodotti, invece, verrebbe da chiedersi quali forme di previdenza complementare potrebbero beneficiare in misura maggiore del potenziale flusso di liquidità che arriverà dal Trattamento di fine rapporto. A differenza di quanto accadeva fino a oggi, infatti, la riforma sulle pensioni ha introdotto un sistema di «par condicio» tra i diversi strumenti pensionistici, lasciando dunque all’individuo ampia libertà di scelta. E secondo Fumagalli, almeno inizialmente, il lavoratore-risparmiatore tenderà a indirizzarsi verso i fondi aziendali, ovvero quelli di categoria. «Ma con il passare degli anni - puntualizza il presidente di Fumagalli Soldan - e grazie soprattutto all’avvento di giovani culturalmente più preparati da un punto di vista finanziario, ci sarà una diversificazione sempre maggiore, sia per tipo di fondo sia per gestore». In questo modo, dunque, la concorrenza tra le diverse forme di previdenza complementare (fondi chiusi, fondi aperti e Fip) diventerà più agguerrita. Oggi, infatti, il problema fondamentale dei fondi pensione è riuscire a dimostrare di saper offrire un rendimento maggiore di quello che il Trattamento di fine rapporto garantisce per legge (il 75% dell’inflazione programmata maggiorato dell’1,5%). Ma per incamerare una liquidità sempre maggiore, un domani dovranno anche dimostrare di riuscire a battere in termini di performance i loro diretti concorrenti.
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31 luglio 2004
Tfr al bivio. Ecco come scegliere

I dipendenti hanno sei mesi per decidere se utilizzare la liquidazione per costruirsi la pensione Le risposte ai dieci quesiti più frequenti

Aoltre due anni e mezzo dalla sua presentazione in Parlamento, la riforma del sistema pensionistico, con il voto della Camera di mercoledì 28 luglio, è diventata legge. Ma se il cammino per cambiare faccia alle pensioni in Italia è stato così lungo, il lavoratore non avrà altrettanto tempo a disposizione per decidere come costruirsi la pensione. Dopo l’entrata in vigore dei regolamenti attuativi della delega previdenziale (attesi entro fine anno) i dipendenti avranno solo sei mesi per decidere se versare il proprio Trattamento di fine rapporto (Tfr) nelle forme di previdenza complementare o lasciare la liquidazione presso il datore di lavoro. La scelta si riduce a quattro alternative: mantenere il Tfr in azienda (continuando a godere di un tasso di rivalutazione dell’1,5% più il 75% del tasso d’inflazione); costruirsi una pensione, versando la liquidazione in un fondo chiuso (quello della categoria alla quale si appartiene); optare per un fondo aperto (creato da una compagnia o da una sgr); oppure, e questa è la quarta strada, scegliere una polizza di previdenza individuale (Fip). Se il lavoratore, entro i sei mesi, non dirà espressamente che vuole mantenere la «liquidazione» in azienda, questa confluirà automaticamente nella forma di previdenza complementare di categoria (formula del silenzio-assenso). Quindi, conviene informarsi sulla natura dei vari strumenti. Ecco un piccolo «manuale» composto di dieci quesiti e altrettante risposte utili per scegliere la soluzione più adatta.

1 C’è qualche differenza nei vantaggi fiscali tra le tre forme di previdenza?
Le agevolazioni fiscali valgono allo stesso modo per tutte le forme di previdenza complementare, siano essi fondi chiusi (di categoria), fondi aperti oppure Fip. Le regole attuali prevedono la deducibilità dei contributi pagati nella misura del 12% del reddito annuo complessivo con un limite massimo di 5.164 euro (pari ai 10 milioni di vecchie lire), mentre la tassazione dei rendimenti è dell’11%, contro l’aliquota del 12,5% prevista per gli altri investimenti. Bisogna precisare che ci sono differenze tra lavoratori autonomi e dipendenti. Per questi ultimi la deducibilità è due volte il Tfr versato (sempre con il limite dei 5.164 euro). Quindi i lavoratori dipendenti sono svantaggiati rispetto ai liberi professionisti nel caso in cui Tfr annuale non raggiunga i 2.582 euro, perché così non potranno godere interamente del vantaggio fiscale. Gli eventuali versamenti aggiuntivi volontari non serviranno a innalzare la soglia.

2 Se il Tfr segue le scelte del lavoratore che cosa avviene a quello già maturato?
La liquidazione, e questa è l’innovazione più importante della riforma, dovrà seguire le scelte del lavoratore che potrà preferire una polizza individuale o un fondo aperto rispetto al fondo chiuso della categoria alla quale appartiene. Le novità non riguardano il Tfr maturato in passato che rimane in azienda.

3 In cosa consistono i contributi del datore di lavoro se si aderisce a una forma previdenziale e ci sono obblighi di versamenti anche da parte del lavoratore?
Il contributo dell’azienda viene stabilito a seconda degli accordi contrattuali con l’azienda stessa, così come il pagamento aggiuntivo che deve essere fatto dal lavoratore oltre al Tfr. Se non si aderisce a una forma di previdenza integrativa il contributo dell’azienda andrà perso.

4 Cosa succede se il datore di lavoro non versa i contributi?
La riforma prevede l’attribuzione ai fondi pensione della contitolarità con gli iscritti al diritto alla contribuzione. Quindi i fondi integrativi avranno potere coattivo di riscossione

5 Si può decidere di versare nelle forme di previdenza solo una parte del Tfr?
Solo se il lavoratore è stato assunto prima del 28 aprile 1993, altrimenti tutto il suo Tfr confluirà automaticamente nel fondo pensione o nel piano individuale sottoscritto.
6 Il lavoratore può versare nei fondi e nei Fip più di quanto previsto dal contratto?
È libero di versare quanto desidera (spesso ci sono dei limiti) ma se è un lavoratore dipendente con un Tfr annuo inferiore a 2.582 euro non potrà godere appieno delle agevolazioni fiscali.

7 Dove va il Tfr se il lavoratore non esprime il dissenso al suo uso e non esiste un fondo chiuso per la sua categoria?
È previsto che le regioni, al pari degli enti di previdenza obbligatoria (come l’Inps), istituiscano dei fondi nei quali potranno confluire questi Tfr.

8 Chi assicura che le forme di previdenza integrativa rendano almeno quanto il Tfr?
Non c’è alcuna garanzia, ma si prevede l’avvio di linee di investimento dei fondi pensione in grado di riconoscere rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione della liquidazione.

9 Quali sono le modalità di erogazione al momento della pensione?
Il lavoratore può richiedere, sotto forma di capitale, fino al 50% dell’importo maturato. Il resto va nelle mani di una compagnia assicurativa che garantisce una rendita (già prefissata) fino al decesso. Se il valore chiesto sotto forma di capitale non è superiore a un terzo dell’importo totale si applica l’aliquota marginale sui contributi dedotti, ma non sui rendimenti (in quanto sono già stati tassati all’11%). Ma, se il cash chiesto è superiore a un terzo i rendimenti vengono tassati due volte.

10 Si può decidere di aderire ai piani in un secondo momento?
Se si decide di mantenere il Tfr in azienda si può cambiare idea in qualunque momento. Ma se si sceglie un fondo o un Fip bisogna tenere la posizione per almeno tre-cinque anni.
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agosto 2004
Pensioni, una riforma a tappe forzate
A ottobre i primi testi su bonus e casellario - Un anno di tempo per le regole sui Fondi complementari,
cui si lega l’opzione sul Tfr



ROMA • Sarà anche quel «successo perfettibile» rivendicato ieri dal ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, in occasione dell’audizione a Montecitorio sul Dpef. Certo è che la riforma previdenziale, approvata mercoledì notte alla Camera, imporrà al Governo un vero e proprio tour de force nei prossimi mesi per la predisposizione e il varo di numerosi decreti legislativi e di alcuni decreti ministeriali ai quali la delega affida il compito di dare «sostanza» al riordino delle pensioni (si veda lo schema riportato qui in pagina). Il titolare di via XX Settembre ha ammesso ieri che la riforma «non è la migliore di questo mondo», ma ne ha sottolineato la necessità e i punti di forza. «Affronta il problema del pensionamento anticipato e quello del secondo pilastro che è fondamentale per il mercato dei capitali. Forse ci vorrebbe l’equiparazione maschi-femmine oppure più coraggio nell’accelerazione», ha precisato Siniscalco. Mentre opposizione e sindacati annunciano «un autunno caldo», occorrerà qualche mese per conoscere i contenuti e le misure «reali» della riforma, che andrà a regime dal 1 gennaio 2008 (assicurando, stando alle stime, risparmi pari a circa lo 0,7% del Pil). Una parte delle novità richiedono, tuttavia, di essere messe in cantiere molto prima. È il caso, del super-bonus destinato ai lavoratori dipendenti del settore privato che, nel periodo 2004-2007, pur avendo maturato i requisiti minimi per l’accesso alla pensione di anzianità, decideranno di restare al lavoro. Nella loro busta paga dovrebbe finire la somma corrispondente alla contribuzione che avrebbe dovuto essere versata all’ente di previdenza, con un aumento «esentasse» pari a un terzo dello stipendio. Ma sarà il ministero del Lavoro con un proprio decreto, di concerto con il ministero dell’Economia, a determinare le «modalità d’attuazione» del beneficio (che per ora non sarà concesso ai dipendenti statali). Per l’approvazione di questo decreto non sono fissate scadenze, ma il titolare del Welfare, Roberto Maroni, ha già anticipato che chi avrà raggiunto i requisiti per andare in pensione entro il 30 giugno 2004 potrà utilizzare gli incentivi già da ottobre (chi li ha acquisiti dal 1 luglio, invece, dovrà attendere gennaio 2005). I diritti acquisiti saranno «certificati». Molto atteso è anche il decreto legislativo che dovrà sancire la devoluzione del Tfr "maturando" alla previdenza complementare. In base alla delega l’Esecutivo avrà un anno di tempo per «scriverlo». A questo decreto, in effetti, è rimessa la definizione di alcune questioni fondamentali. In primo luogo, Palazzo Chigi dovrà «mantenere la promessa» fatta alle imprese, e messa nero su bianco nella delega, di annullare gli oneri derivanti per queste ultime dalla «sottrazione» del Tfr, «attraverso l’individuazione delle necessarie compensazioni in termini di facilità all’accesso al credito, in particolare per le Pmi, di equivalente riduzione del costo del lavoro (la cd. "decontribuzione") e di eliminazione del contributo relativo al finanziamento del fondo di garanzia del trattamento di fine rapporto». Ma dovranno anche essere precisate le agevolazioni fiscali per l’accesso dei dipendenti al secondo pilastro, e, infine, le modalità di equiparazione di tutte le forme di previdenza integrativa ammessa dalla delega (dai fondi chiusi e aperti alle polizze individuali di assicurazione). Emanato questo decreto, scatterà il conto alla rovescia per i lavoratori, che avranno sei mesi di tempo per «dichiarare» di voler lasciare la «liquidazione» all’impresa. Altrimenti sulla base del "silenzio-assenso" il Tfr verrà convogliato verso la previdenza complementare. Altro nodo da sciogliere sarà quello delle "finestre" per l’uscita dal mondo del lavoro. Nel termine di 18 mesi dall’entrata in vigore della legge delega dovranno essere definite quelle connesse alle anzianità liquidate con 40 anni di contributi. Dal 2008, invece, le attuali finestre per le anzianità si ridurranno da quattro a due, «allungando» i tempi di pensionamento di dipendenti e autonomi che, intanto, avranno maturato i requisiti necessari. Il Governo ha escluso, finora, una «chiusura» anticipata al 2005 (che, pure, consentirebbe di realizzare qualche risparmio alle casse dell’Inps). Il «cuore» della riforma, in ogni caso, dovrà essere realizzata entro la prossima estate. Il Governo dovrà, infatti, adottare uno o più decreti legislativi per perseguire i quattro obiettivi fondamentali dell’intervento sulle pensioni: liberalizzazione dell’età pensionabile; eliminazione progressiva del divieto di cumulo tra pensioni e redditi da lavoro; sostegno per lo sviluppo della previdenza complementare; revisione della disciplina della totalizzazione, attraverso la riduzione dei limiti esistenti. Sempre entro 12 mesi il Governo è chiamato a riordinare, senza oneri per la finanza pubblica, gli enti pubblici di previdenza e assistenza obbligatoria con il fine di assicurare una maggiore funzionalità nell’esercizio dei loro compiti e una riduzione dei costi. Per dare maggiore trasparenza alla «gestione» pensionistica il Governo si è anche impegnato a realizzare (entro due mesi) il «Casellario», per riunire tutti i dati sulle posizioni previdenziali attive, e (entro 18 mesi) il Testo unico delle leggi in materia di pensioni. Sull’attuazione della riforma, infine, Economia e Welfare saranno chiamate a più verifiche, da qui al 2015, per controllare la "tenuta" delle nuove pensioni. Il Governo si è riservato, infine, entro 18 mesi dalla loro emanazione, di correggere i provvedimenti che saranno posti via via in essere.
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agosto 2004
I giovani rampanti saranno i più poveri da anziani

Il sistema contributivo penalizza chi ha una carriera brillante. Per questo conviene versare nei fondi pensione altri risparmi oltre al Tfr


Brindare a una promozione? Cose di altri tempi. A un giovane di oggi che avanzasse di carriera converrebbe piuttosto pensare a mettere da parte i risparmi per assicurarsi una pensione dignitosa. Perché? Sono proprio i giovani rampanti quelli che a fine carriera rischiano di trovarsi con una rendita insufficiente a permetter loro di godersi la vecchiaia dopo avere tanto lavorato.
La spiegazione è nella legge Dini, che per le nuove generazioni (quelle che a fine ’95 non avevano maturato almeno 18 anni di versamenti) ha introdotto il sistema contributivo che prevede il calcolo della pensione in base a quanto versato nelle casse dello Stato (e non come nel caso del sistema retributivo in base allo stipendio percepito). Così, chi vanta una crescita professionale brillante e al momento della pensione si ritrova in busta paga un salario molto più ricco di quando aveva iniziato a lavorare, avrà sicuramente un vitalizio magro. Ecco qualche esempio (calcolato in base al software presente nel sito Internet www.arcaonline.it di Arca sgr ideato da Epheso): per un giovane di 30 anni che avesse iniziato l’attività nel 2002 e che percepisse un reddito lordo annuo di 30mila euro, con prospettive di carriera media (ipotesi che considera un incremento annuo dello stipendio pari al tasso d’inflazione più l’1%), la differenza tra il vitalizio percepito a 65 anni (in pensione) e l’ultimo stipendio sarebbe del 30 per cento. Ma un suo coetaneo, con lo stesso stipendio iniziale ma che avesse prospettive di carriera brillanti (l’inflazione più il 2% all’anno), avrebbe una voragine da colmare di ben il 40 per cento. «Sono problemi che i giovani di oggi non hanno in mente perché nessuno nella loro famiglia ha dovuto fare i conti finora con una pensione misera - dice Danilo Masci, di Arca sgr - Ma conviene accorgersene prima che sia troppo tardi. I più penalizzati saranno le persone che hanno iniziato la carriera con contratti a tempo che prevedono contributi irrisori. A loro, più degli altri, conviene utilizzare il Tfr per la pensione e, appena possibile, integrarlo con altri risparmi».
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