Torna indietro   Forum di Finanzaonline.com > Approfondimenti di Finanza > Officine Giuridiche : Legal Financial Forum

Vai al forum
Rispondi
 
Strumenti discussione Valuta discussione Modalità visualizzazione
Vecchio 01-02-05, 10:42   #101 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
25-01-2005
Cio’ che resta della riforma della previdenza
Tito Boeri
Agar Brugiavini

A sei mesi dal varo della legge delega sulla previdenza, è utile fare il punto sui provvedimenti che dovrebbero entrare in vigore prima del 31 gennaio 2007. Si tratta del bonus contributivo e del trasferimento del Tfr ai fondi pensione. Per la verità, la riforma avrebbe dovuto avere anche un terzo effetto immediato: allentare i vincoli del Patto di Stabilità e crescita, mettendo sul piatto il varo di una riforma strutturale. Anche di questo effetto potenziale è, dunque, lecito tenere conto. All’atto dell’approvazione della riforma, era parso a molti come il più importante.

La riforma e il Patto

La legge delega difficilmente servirà al nostro paese per allentare i vincoli del Patto di Stabilità e crescita. Anche se il Consiglio europeo di metà marzo dovesse approvare una riforma del Patto che premia i paesi che riescono a ridurre il debito implicito dei loro sistemi previdenziali, anche se dovesse includere nella platea dei beneficiari di queste deroghe i paesi con debito elevato come il nostro, non ci presenteremmo a Bruxelles con le carte in regola. La riforma, infatti, ci lascerà a regime un livello di spesa pensionistica sul prodotto interno lordo più alto di quello che si sarebbe ottenuto in sua assenza. Non basterà, dunque, a ridurre il debito implicito del sistema pensionistico, definito come il valore attuale delle prestazioni previdenziali, il diritto alle quali è maturato in base alla legislazione vigente. Ed è proprio a questo parametro che la Commissione sembra intenzionata a guardare.

Il trasferimento del Tfr ai fondi pensione

Un altro effetto immediato della riforma doveva essere lo sblocco del trattamento di fine rapporto (Tfr) verso la previdenza integrativa. Si tratta di un flusso annuale pari a circa un punto e mezzo di Pil, in grado nel giro di dieci anni di portare i nostri fondi pensione a gestire un patrimonio pari a circa un sesto del nostro prodotto lordo. Non poco, tenendo conto del fatto che oggi la previdenza integrativa gestisce attorno a 2 punti di Pil. Dato che il Tfr oggi garantisce un rendimento reale dell’1 per cento, è legittimo pensare a un rendimento dei fondi tale da aumentare in modo consistente la ricchezza pensionistica dei lavoratori. Ma anche questo vantaggio della riforma rischia di rivelarsi effimero se si dovessero continuare a ignorare le ragioni che dissuadono i lavoratori che già oggi possono farlo, dal dirottare il Tfr ai fondi pensione. Se in un’impresa solo alcuni lavoratori chiedono lo smobilizzo del Tfr mentre gli altri trattengono i fondi presso l’impresa, il rischio di licenziamento finisce per concentrarsi sui primi. Infatti il datore di lavoro, chiamato a decidere su quale lavoratore mettere in esubero in caso di crisi aziendale, ha un forte incentivo a non licenziare proprio quei lavoratori cui dovrebbe, in caso di separazione, liquidare il trattamento di fine rapporto. Inoltre, il lavoratore che decida di destinare il Tfr ai fondi pensione si trova in mano uno strumento meno liquido, che difficilmente può coprire rischi intercorsi durante la vita lavorativa. Nelle trattative con le parti sociali, il Governo sta faticosamente cercando di trovare le risorse per compensare le imprese che smobilizzano il Tfr. Ma le imprese potranno comunque avvantaggiarsi dalla diminuzione del rischio di impresa associata allo smobilizzo del Tfr , mentre nessuno sembra preoccuparsi di come convincere i lavoratori ad alimentare col Tfr la previdenza integrativa. Utile rafforzare gli incentivi fiscali, dato che il Tfr riceve oggi un trattamento molto favorevole, ma occorre soprattutto ricordarsi della funzione genetica del Tfr come severance pay, dando risposte alla domanda di protezione di chi oggi dovesse optare per i fondi pensione. Questo significa fare una vera riforma degli ammortizzatori sociali e rendere la decisione sul dirottamento del Tfr una scelta collettiva di tutti i lavoratori all’interno di un’impresa, affidata a un referendum aziendale. Il cui esito servirebbe a determinare se tutti i dipendenti trasferiscono il Tfr ai fondi pensione oppure nessuno lo fa, fatta salva la libera la scelta dei lavoratori sul fondo cui eventualmente destinare i propri risparmi.

Il bonus contributivo: chi attacca le pantofole al chiodo?

Veniamo infine all’unico aspetto della legge delega in via di attuazione. È anche visibile al pubblico grazie allo spot delle "pantofole al chiodo" ….la pensione può attendere. Si tratta del bonus contributivo (Superbonus) offerto ai lavoratori dipendenti privati che, pur avendo maturato (entro il 2007) il diritto alla pensione di anzianità, decidono di continuare a lavorare. Questi lavoratori riceveranno in busta paga un aumento pari alla contribuzione totale (32,7 per cento) dello stipendio lordo, mentre i loro diritti pensionistici restano "congelati" a quelli a cui il lavoratore avrebbe avuto diritto al momento della richiesta di incentivo. Come osservato da Sandro Gronchi, solo i lavoratori con redditi medio alti hanno un vantaggio attuariale nel fruire del Superbonus, tenendo conto delle aliquote fiscali di tassazione diretta e della perdita in termini di prestazioni pensionistiche future. In altri casi, l’uovo oggi è peggio della gallina domani. L’inverso, ovviamente, vale per le casse dell’Inps, che trarrebbero vantaggio dall’accettazione del superbonus da parte di molti lavoratori con redditi bassi. Quanti sono stati i beneficiari del "superbonus" e a quale fascia di reddito appartengono? Complessivamente sono circa 30.000 le domande pervenute, di cui la metà sono state accolte. Purtroppo non sono disponibili dati sui lavoratori che acquistano il diritto alla pensione di anzianità. Secondo le nostre stime, basate sul campione delle famiglie italiane rilevato dalla Banca d’Italia e sui dati delle forze di lavoro, la platea dei potenziali beneficiari del bonus e’ di circa 300.000 lavoratori dipendenti privati. Questo dato è in accordo con una media di rinunce alla anzianità di 30/40 mila lavoratori all’anno e tiene conto del fatto che al 2004 si è presentato uno stock di lavoratori già in possesso dei requisiti nei mesi precedenti. Quindi le richieste accolte riguarderebbero circa il 5% degli aventi diritto.

Tabella 1. Numero di domande pervenute (e accolte) per il Superbonus

Periodo di riferimento


Richieste Uomini


Richieste Donne


Richieste Totali


Accolte Uomini


Accolte Donne


Accolte totali


potenziali beneficiari

fine ottobre 2004


11507


1044


12551








avevano maturato i requisiti di anzianità al giugno 2004 o prima

inizi novembre 2004


18073


1590


19663








avevano maturato i requisiti di anzianità al giugno 2004 o prima

Metà dicembre 2004


23130


2380


25510


9285


1214


10499


avevano maturato i requisiti di anzianità al giugno 2004 o prima

metà gennaio 2005


26700


2800


29627


13600


1711


15311


avevano maturato i requisiti di anzianità al settembre 2004 o prima

Fonte "Ministero del Welfare", comunicati stampa e materiale ai seguenti link:

http://www.welfare.gov.it/SalaStampa...05/Default.htm
http://www.welfare.gov.it/SalaStampa...bonus11000.htm
http://www.welfare.gov.it/SalaStampa...onus271004.htm
http://www.welfare.gov.it/SalaStampa...onus19mila.htm

Come indicato dalla tabella 1, circa il 40% delle domande sono state formulate all’atto stesso del varo dei regolamenti attuativi e 2/3 di quelle accolte riguardano lavoratori che avevano maturato i requisiti per l’anzianità prima dell’entrata in vigore del decreto (lo stock di potenziali beneficiari). Si tratta, presumibilmente, di lavoratori che avevano deciso di non andare in pensione comunque, anche prima dell’introduzione del superbonus.

Tabella 2: Distribuzione percentuale delle domande di superbonus per classi di reddito da lavoro

Redditi lordi (Euro)


pervenute ottobre 2004 (%)


pervenute al dicembre 2004 (%)


accolte al dicembre 2004 (%)


pervenute a gennaio 2005 (non definitivi)


Distribuzione stimata dei redditi da lavoro lordi dei dipendenti privati con piu’ di 50 anni

0-30000


29,38


33,17


32,92


31,00


82,7

30000-40000


20,55


18,44


20,69


18,00


8.0

40000-50000


14,16


11,46


16,29


14,00


4.5

50000-100000


23,82


20,57


23,75


20,00


4.2

oltre 100000


12,07


16,33


6,34


17,00


0.6

Quanto al reddito dei beneficiari, la tabella 2 ci dice che si tratta, come previsto da lavoce.info, soprattutto di lavoratori con redditi alti, di cui circa 1.000 con redditi superiori ai 100.000 euro. Secondo l’indagine Bankitalia, quasi l’85% dei lavoratori dipendenti privati in questa fascia di eta’ ha redditi lordi inferiori ai 30.000 euro (vedi l’ultima colonna a destra della tabella 2). Questo significa che il 70% dei beneficiari del superbonus appartiene al 15% piu’ ricco dei lavoratori. Di piu’, solo lo 0,6 per cento dei lavoratori in questa fascia di eta’ ha redditi superiori a 100.000 euro. Dunque tra i lavoratori piu’ ricchi, circa uno su due potenziali beneficiari, fruirà del superbonus mentre il restante 50% ha presumibilmente fatto domanda e ne fruirà appena maturati i requisiti. Non sorprende la forte richiesta in questa fascia di reddito, dato che questi lavoratori si troveranno una busta paga aumentata di almeno 3.000 euro (con punte di 50.000 euro!) al mese.
Il Superbonus sembra percio’ avere fatto un regalo ai lavoratori con redditi più alti che non sarebbero comunque andati in pensione, comportando una perdita netta per le casse dell’Inps. Inutile dire che saremmo felici di essere smentiti dai dati di cui forse unicamente il Ministero del Welfare oggi dispone.
http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:45   #102 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
25-01-2005
Tfr e rischio di mercato
Mirko Cardinale

Un aspetto spesso tralasciato nel dibattito italiano sul ruolo del Tfr è che, in un’ottica di finanza aziendale, il trattamento di fine rapporto (come i programmi di severance pay di altri paesi, per esempio l’Austria) può essere interpretato come un debito dell’impresa, nel quale i lavoratori assumono il ruolo di creditori. In linea di principio, questo approccio può essere esteso a tutti i programmi di benefit aziendali che includano una componente di prestazione definita, cioè tutti quei programmi che definiscono nel contratto il valore di una prestazione futura dovuta con "certezza", indipendentemente dalle circostanze aziendali o di mercato.

Indicatori di rischio

A parità di altri fattori legati all’azienda e al settore in cui essa opera, la teoria finanziaria prevede una relazione positiva tra il livello di indebitamento (o leverage) e indicatori di rischio quali la volatilità dei prezzi azionari e il fattore beta. (1) Quindi, se il mercato riflette accuratamente i fondamentali di bilancio, cioè le variabili strutturali che generano i risultati di profitto, a parità di altri fattori, ci si aspetta che il rischio aziendale sia una funzione crescente del rapporto riserva Tfr/capitalizzazione di mercato, (2) che esprime il peso relativo al valore di mercato dell’azienda del fondo accantonato a garanzia dei futuri pagamenti del Tfr. (3)
In un recente studio, abbiamo raccolto i bilanci 2001, 2002 e 2003 di oltre novanta aziende italiane (74 per cento del Mibtel) e di più di trenta delle maggiori aziende austriache, con l’obiettivo di sottoporre a verifica empirica la nostra ipotesi. (4) Volatilità storiche, capitalizzazioni di mercato e fattori beta sono stati invece ottenuti tramite Bloomberg. Nel 2003 la mediana del rapporto riserva Tfr/capitalizzazione di mercato si è attestata intorno al 4 per cento, ma le differenze tra azienda e azienda sono piuttosto marcate. In alcune imprese a elevata intensità di lavoro (tra cui alcuni nomi familiari), il valore del rapporto sale infatti fino a oltre il 20 per cento. Il grafico consente di visualizzare la relazione empirica tra fattore beta e rapporto riserva Tfr/capitalizzazione di mercato attraverso l’uso di una tecnica econometrica comunemente utilizzata nell’analisi applicata a questo tipo di dati. (5) Il grafico sembra indicare una relazione positiva tra fattore beta e peso del Tfr, per lo meno al di sopra di una certa soglia (per valori bassi del rapporto riserva Tfr/capitalizzazione di mercato la relazione non è più osservabile). Nello studio sopra citato viene anche mostrato come questa relazione sia sufficientemente robusta e non un semplice artificio dei dati dovuto alla correlazione tra peso relativo della riserva Tfr e peso relativo di altre forme di finanziamento. Tuttavia, la nostra analisi non raggiunge una conclusione definitiva sulla relazione tra Tfr e rischio aziendale in quanto il rapporto riserva Tfr/capitalizzazione di mercato non sembra invece legato in alcun modo alla volatilità del titolo azionario.
In conclusione, il dibattito sulla compensazione alle aziende per la perdita del Tfr dovrebbe tenere in considerazione la riduzione del rischio di impresa dato dalla progressiva esternalizzazione del Tfr, che in un mercato efficiente dovrebbe portare a una riduzione del costo di altre fonti di capitale. Tra l’altro, l’implementazione dei principi contabili Ias da applicarsi entro il 2005, che richiedono una metodologia di calcolo più rigorosa della riserva Tfr, renderanno probabilmente ancora più esplicita la natura di debito del Tfr, oltre ad alterarne, con tutta probabilità, le dimensioni per molte aziende.

(1) Il fattore beta è una misura di rischio relativa e misura la volatilità del prezzo di un titolo (o di un portafoglio di titoli) rispetto alla volatilità dell’intero mercato. Un valore elevato del fattore beta indica che quel titolo è più rischioso del mercato.

(2) Oppure di un indicatore simile che rifletta il peso del Tfr nello stato patrimoniale o nel conto economico

(3) Si tratta quindi di un indicatore del tutto simile al livello di indebitamento tradizionale, ma al posto del debito aziendale si considera qui il debito Tfr

(4) "Severance Pay and Corporate Finance: Empirical Evidence from a Panel of Austrian and Italian Firms", Watson Wyatt Technical Paper, gennaio 2005 (disponibile gratuitamente previa richiesta a mirko.cardinale@eu.watsonwyatt.com). L’articolo sarà anche pubblicato nel volume "Improving Severance Pay: An International Perspective" edito dalla World Bank

(5) Si tratta di una tecnica di regressione non lineare (lowess smoother). I dati sono riferiti alle aziende italiane e ai bilanci annuali 2002 e 2003

http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da
Immagini allegate
 
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:48   #103 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
INDICE GENERALE DELL'ARTICOLO
pg. 1 Meno sicurezza, siamo inglesi, di James Banks e Agar Brugiavini
pg. 2 Con la longevità nel titolo, di David Blake
pg. 3 La Share dei pensionati, di Gugliemo Weber
24-01-2005
Meno sicurezza, siamo inglesi
Agar Brugiavini
James Banks
David Blake
Guglielmo Weber
Meno sicurezza, siamo inglesi, di James Banks e Agar Brugiavini

In Gran Bretagna le pensioni pubbliche sono finanziate interamente con un sistema a ripartizione. Questo implica che più le pensioni sono “generose” rispetto ai salari medi in ogni dato anno e più è elevato il numero dei pensionati rispetto ai lavoratori contribuenti, tanto maggiore dovrebbe essere l’aliquota contributiva per mantenere il sistema in equilibrio.
Il “baby boom” e l’invecchiamento della popolazione fanno sì che un numero molto elevato di lavoratori andrà in pensione tra il 2010 e 2020. La Ragioneria dello Stato ha stimato che tra il 2002 e il 2051 il numero di individui tra i venti anni e sessantaquattro anni resterà di circa 35,1 milioni, mentre gli individui di età maggiore o uguale a sessantacinque cresceranno dagli attuali 9,4 milioni a 16,8 milioni.

L’ottimismo del Governo

Nonostante tali previsioni demografiche non ci si aspetta un aumento della spesa pensionistica, anzi il costo dovrebbe diminuire dal 5,5 per cento del reddito nazionale del 2000 al 5,0 per cento nel 2050: una configurazione molto diversa dal resto dell’Europa. Implicitamente, il Governo assume che tale riduzione di spesa sia sufficiente a rendere il sistema sostenibile.
Quali fattori spiegano tanto ottimismo?
La Tabella 1 riassume brevemente i passi principali delle recenti riforme pensionistiche: gli interventi dei governi Thatcher e Major tra il 1980 e il 1995 hanno ridotto drasticamente le prestazioni future, ma forse queste misure non saranno sufficienti.

La Tabella 2 mostra alcune stime sul costo futuro del sistema: si noti che la crescita annua media è, tenendo conto di tutte e tre le componenti, maggiore della crescita stimata dei redditi. Le stime ufficiali continuano tuttavia a prevedere una caduta della spesa pensionistica
Immagini allegate
 
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:49   #104 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Tabella 2. Costo futuro delle pensioni pubbliche (miliardi di sterline, ai prezzi 2000)
Immagini allegate
 
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:50   #105 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Indipendentemente dalle considerazioni sulla sostenibilità del sistema, il problema centrale è come, a fronte di tale riduzione di spesa, gli individui e i governi futuri potranno assicurare uno standard di vita decoroso ai pensionati.
Una strada è ovviamente l’aumento e la diffusione delle “pensioni private”.

Le pensioni private

In Gran Bretagna, le pensioni private sono per larga parte in forma aziendale (occupational pensions). Un numero limitato, ma crescente, di lavoratori è coperto da piani di risparmio previdenziale individuali (personal pensions o stakeholder pensions). Questi contratti individuali sono “esplosi” dopo l’aprile 1988, quando si offrì la possibilità di uscire dal sistema pubblico o da un piano aziendale per aderire a una personal pension. Tipicamente i piani aziendali sono a prestazione definita (Db), cioè definiscono con certezza la prestazione, che è normalmente legata a una media delle retribuzioni, ma non il contributo. Si stanno tuttavia affermando i piani pensionistici a contribuzione definita (Dc), per i quali la pensione dipende dai contributi versati e dall’andamento dei mercati. Tutti i piani individuali (personal pensions e stakeholder pensions) sono della forma Dc.

In linea teorica non ci sono differenze sostanziali tra schemi Db e schemi Dc, si possono sempre introdurre regole in un sistema Dc che replicano le prestazioni di uno schema Db e viceversa. Ma in pratica i due sistemi forniscono incentivi economici molto diversi e hanno anche rischi molto diversi. In particolare, nei sistemi Db è principalmente il datore di lavoro che sostiene i rischi, ad esempio il rischio demografico di longevità.
La Figura 1 mostra la partecipazione ai piani aziendali dei lavoratori britannici tra il 1953 e il 2000.

Figura 1 Partecipazione ai piani pensionistici aziendali, per settore occupazionale dei lavoratori (pubblico o privato). Milioni di individui.
Immagini allegate
 
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:52   #106 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Fonte: Government Actuary’s Department (2003b). (2)

La stampa inglese ha molto enfatizzato il cambiamento nelle scelte dei datori di lavoro da piani aziendali di forma Db a piani di forma Dc.
In primo luogo è bene sottolineare che, mentre lo spostamento è cospicuo in termini di numero di imprese, il numero dei lavoratori coinvolti non è così rilevante. In molti casi il cambiamento interessa solo i nuovi assunti.
È però mutata la distribuzione dei rischi, ed è interessante capire come si spiega il declino dei piani aziendali di tipo Db.
Un primo motivo è che, per essere sostenibili, i sistemi Db hanno dovuto sistematicamente aumentare i contributi, penalizzando così le nuove generazioni di lavoratori. Problema, questo, che non affligge i sistemi Dc. Un secondo motivo è la accresciuta mobilità della forza lavoro, che ha preferito piani pensionistici “portabili”, come quelli di forma Dc. La pressione derivante in particolare dal primo problema (soddisfare i pagamenti promessi) è divenuta più evidente una volta esaurita la crescita del mercato borsistico degli anni Ottanta e Novanta. Inoltre, cambiamenti nelle regole di contabilità aziendale (FRS17) hanno fornito valutazioni più attendibili dei debiti pensionistici delle aziende verso i loro lavoratori, mettendone in luce la vastità.
Alcuni economisti hanno dedotto una criticità strutturale del sistema privato dovuta a questi cambiamenti nel sistema dei piani aziendali: David Blake stima che il risparmio previdenziale privato si ridurrà, a causa di questo cambiamento nella tipologia dei fondi pensione, dal 3,8 per cento al 2,9 per cento del reddito (Pil) annuale. (3)

Scelte, rischi e incentivi al pensionamento

È ancora presto per dire se il risparmio pensionistico diminuirà. Certo è che i giovani lavoratori si troveranno sempre più a risparmiare per la vecchiaia con schemi pensionatici Dc, assumendosi la responsabilità delle loro scelte e anche più rischi. In particolare, è cruciale la scelta che si compie alla maturazione del fondo pensione tra capitale e reddito.
Mentre gli schemi Db tipicamente fissano il contratto pensionistico (la pensione o vitalizio) ex ante, al momento della stipula, gli schemi Dc spostano questa scelta al momento del pensionamento. Molti neopensionati degli schemi Dc preferiscono avere una liquidazione del fondo in forma di capitale immediato (fino al massimo permesso, tipicamente metà del fondo stesso) riducendo notevolmente la pensione futura. Inoltre, spostare in avanti la data di acquisto della pensione-vitalizio può anche peggiorare i problemi di antiselezione tipici di tali mercati assicurativi, accollando il rischio longevità sul pensionando. Per evitare questi problemi è possibile che i governi futuri si orientino verso una forma di obbligatorietà dell’acquisto del vitalizio al momento dell’iscrizione al fondo pensione, qualunque sia il tipo scelto.

Infine, è noto che i sistemi Db contengono forti incentivi al pensionamento anticipato: la Figura 2 mostra la percentuale di uomini di età compresa tra cinquanta e sessantaquattro anni ritirati dal lavoro per tipo di pensione. Studi recenti mostrano che è più probabile che lavoratori scelgano il pensionamento anticipato se non sono in possesso di un piano pensionistico privato. (4) Perciò è possibile che una maggiore incidenza dei piani privati e in particolare di tipo Dc abbia un effetto positivo sull’offerta di lavoro degli anziani, aumentando così le risorse per la vecchiaia.
Immagini allegate
 
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:52   #107 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
È chiaro che i nuovi governi dovranno preoccuparsi del benessere dei futuri pensionati: questo implica offrire opportunità di accantonamento con le pensioni pubbliche e private, ma anche attraverso la partecipazione alle forze di lavoro.
Studi empirici condotti dall’Institute for Fiscal Studies illustrano che gli effetti più complessi di scelte di risparmio e offerta di lavoro dovuti ai cambiamenti recenti sul fronte pensioni si avranno per i ceti medi, che probabilmente dovranno lavorare più a lungo e forse, complessivamente, risparmiare di più.


* L’articolo trae spunto dalla relazione: “Pensions, Pensioners and Pensions Policy: Financial security in UK retirement savings?” di Orazio Attanasio, James Banks, Richard Blundell, Robert Chote and Carl Emmerson, ESRC, 2004, Londra

(1) La “First State Pension” o “Basic State Pension” è un sistema assistenziale per gli anziani, di cittadinanza, con prestazioni fisse non legate alla contribuzione.

(2) Government Actuary’s Department (2003b), Occupational pension schemes 2000 eleventh survey by the Government Actuary, April 2003, London: GAD (http://www.gad.gov.uk/Publications/d...7april2003.pdf).

(3) D. Blake (2005) “Population Ageing: Issues Facing the UK’s Pension System”, manoscritto, Cass Business School, Londra.

(4) Blundell, R. C. Meghir and S. Smith, ‘Pension incentives and the pattern of early retirement’, Economic Journal, 2002, vol. 112, pp. C153–70.
http://www.lavoce.info/news/view.php...=1394&n_page=1
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:53   #108 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
24-01-2005
Meno sicurezza, siamo inglesi
Agar Brugiavini
James Banks
David Blake
Guglielmo Weber
Con la longevità nel titolo, di David Blake

Benjamin Franklin ha detto che nella vita niente è certo, eccetto la morte e le tasse. In realtà, negli ultimi venti anni abbiamo capito che, seppure la morte resta un fatto inevitabile, la lunghezza della vita è una variabile sempre più incerta.

Il problema delle assicurazioni

Quando il moderno welfare state fu introdotto in Gran Bretagna nel 1948, gli uomini ricevevano la pensione a 65 anni e avevano una vita attesa di 67 anni, solo alcuni sopravvivevano l’età di 70. Ora una buona percentuale di donne vive oltre gli 80 anni.
In tutti i paesi sviluppati si sono registrati aumenti significativi della longevità, che hanno messo in luce il problema di una mancanza di strumenti finanziari adeguati a rispondere alla domanda di assicurazione proveniente dai singoli risparmiatori e dal mercato assicurativo-previdenziale.
Gli assicuratori in Gran Bretagna si trovano a far fronte a pagamenti di vitalizi e pensioni per i quali la speranza di vita era stata sottostimata in media di due anni, con notevoli perdite. D’altra parte, per restare nel mercato, le compagnie hanno tenuto bassi i margini di profitto: molte dichiarano di essere in perdita nel “ramo previdenza”, esiste quindi un serio pericolo di scomparsa di tali forme assicurative. Ma i vitalizi e le pensioni sono lo strumento finanziario per eccellenza nella stipula di contratti previdenziali, proprio perché condizionali alla sopravvivenza dell’assicurato, e quindi in grado di coprire il “rischio longevità”.

I titoli longevity-linked

Il problema si può risolvere costruendo titoli, strumenti finanziari e anche derivati “longevity-linked”, cioè titoli i cui rendimenti siano legati a uno o più indici di sopravvivenza.
Il caso più semplice è un “survivor-bond”: è un titolo che paga solo cedole senza restituzione del capitale, i pagamenti delle cedole diminuiscono in linea con un indice di mortalità.
Questo potrebbe essere basato sulla esperienza di mortalità di una coorte di individui prefissata, ad esempio la popolazione dei sessantacinquenni viventi al momento della stipula. All’assottigliarsi della coorte le cedole calano, ma i pagamenti continuano fino a che l’ultimo individuo di quella coorte è vivo. Se, fatti cento gli individui della coorte all’inizio del contratto, in un anno la coorte è scesa a 98 individui, anche il pagamento della cedola è decurtato al 98 per cento del suo ammontare iniziale.
Il proprietario del titolo (ad esempio la compagnia assicuratrice che lo acquista) è quindi protetto dal rischio aggregato di longevità che effettivamente si trova a sostenere dal lato dei suoi esborsi.
Ma il problema è: chi può emettere tali titoli? Chi è pronto ad assumersi il rischio-longevità date le tendenze in atto?
Il primo titolo longevity-indexed è stato emesso nel novembre 2004 dalla European Investment Bank. Il valore iniziale era di 540 milioni di sterline e la cedola iniziale di 50 milioni con una durata di venticinque anni. La cedola decresce nel tempo in linea con la mortalità degli uomini (inglesi o gallesi) che avevano 65 anni nel 2003. L’emissione ha ovviamente riscosso notevole successo tra i fondi pensione in Gran Bretagna.
Si noti tuttavia che questo nuovo strumento finanziario non è la soluzione finale: non copre il rischio-longevità delle donne ed è comunque limitato a una durata di venticinque anni, escludendo quindi la speranza di vita della “coda” dei longevi di quella coorte.
Qualcuno ha suggerito che siano le imprese farmaceutiche a emettere questi titoli, dato che i loro profitti salgono notevolmente quando gli individui, invecchiando, fanno maggiormente ricorso a medicinali. Il loro bilancio rappresenta quindi la naturale copertura per i titoli longevity-indexed.
In conclusione, l’introduzione di questi prodotti può contribuire a fermare il declino dei mercati assicurativi di tipo previdenziale che sono essenziali per il funzionamento dei fondi pensione.


* Adattato da “Longevity Indexed products: The new Investment products of the 21st Century”, manoscritto di David Blake, Londra, 2005.
http://www.lavoce.info/news/view.php...=1394&n_page=2
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:54   #109 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
4-01-2005
Meno sicurezza, siamo inglesi
Agar Brugiavini
James Banks
David Blake
Guglielmo Weber
La Share dei pensionati, di Gugliemo Weber

Fra poche settimane sarà più facile studiare i fenomeni legati all’invecchiamento in Europa: i dati di Survey on Health, Ageing and Retirement in Europe (Share), la prima indagine europea sugli ultracinquantenni, saranno messi a disposizione della comunità scientifica per la ricerca statistica di carattere economico, sociologico, demografico ed epidemiologico.

Cos’è Share

Share è un’indagine su un campione di oltre 27mila individui, di età superiore ai cinquanta anni, residenti in undici paesi europei (fra cui l’Italia). La grande maggioranza di questi individui ha accettato di essere nuovamente intervistata fra due anni.
Ogni intervistato ha risposto a un ampio spettro di domande su salute fisica e mentale, utilizzo dei servizi sanitari, attività lavorative, rete di rapporti familiari e sociali, reddito, ricchezza e consumi. Il testo del questionario è il risultato del lavoro di un gruppo di scienziati sociali e medici (fra cui numerosi italiani) interessati ai vari aspetti del processo di invecchiamento della popolazione, ed è già disponibile in rete sul sito www.share-project.org (nelle diverse lingue).

Perché Share

L’invecchiamento della popolazione europea è un fenomeno di grande rilievo per le politiche sociali ed economiche. Vi sono almeno tre aspetti diversi legati all’invecchiamento che un’indagine come Share può contribuire a studiare:
1) Quali sono le condizioni economiche, sociali e mediche che favoriscono una terza età attiva e in buona salute? La società mondiale di geriatria ha come motto: aggiungere vita agli anni, non anni alla vita. Come è possibile realizzare questo importante obbiettivo?
2) Quali sono i bisogni (in termini di assistenza medica o sociale, di sostegno economico) di quella parte della popolazione anziana che non gode di ottima salute? Come è possibile soddisfarli in modo efficace ed efficiente?
3) Quanta capacità lavorativa inutilizzata esiste attualmente nei diversi paesi europei nella popolazione che è uscita o è sempre stata fuori dalla forza lavoro?

Le prime analisi sui dati Share mostrano ad esempio che oltre un terzo degli uomini e un quarto delle donne ultraottantenni non soffrono di impedimenti nelle attività quotidiane – un risultato in linea con quanto riportato in diversi studi epidemiologici.
Il grande vantaggio dei dati Share è che è possibile incrociare questo dato con quelli su reddito, comportamenti a rischio (fumo, consumo di alcool, vita sedentaria), struttura familiare, attività passate e presenti, oltre che con indicatori oggettivi e soggettivi di salute fisica e mentale, nel tentativo di individuare le cause che conducono alla buona salute in età avanzata.
Al tempo stesso, è possibile studiare su questi dati il tipo di assistenza a cui ricorrono quegli individui, anche di età meno avanzata, che soffrono di limitazioni in attività della vita quotidiana (Adl e Iadl), le spese mediche e assistenziali legate a queste limitazioni, l’aiuto ricevuto da familiari e amici.
Di particolare rilevanza per la politica economica è la capacità lavorativa inutilizzata degli ultracinquantenni. In effetti, nei vari paesi proporzioni diverse di individui lavorano, sono pensionati e non svolgono attività lavorativa, sono pensionati ma svolgono qualche attività lavorativa, ovvero non sono nella forza lavoro (ad esempio: “casalinghe” e invalidi).

La Figura 1 mostra per ciascun paese partecipante a Share (con l’eccezione del Belgio, i cui dati non erano disponibili al momento in cui è stata condotta l’analisi) le proporzioni di uomini e donne senza limitazioni nelle attività quotidiane per ciascuno di questi quattro gruppi.
Immagini allegate
 
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 01-02-05, 10:55   #110 (permalink)
Member
 
L'avatar di FaGal
 
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 21,553
Popolarità: 0
FaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond reputeFaGal has a reputation beyond repute
Figura 1: proporzioni di occupati, pensionati non attivi, pensionati attivi e fuori dalla forza lavoro nei diversi paesi Share


Il grafico evidenzia che ci sono importanti differenze fra i paesi nordici, in cui quasi il 50 per cento degli intervistati lavorano, e quasi il 40 per cento sono in pensione e non attivi, e paesi come Italia, Austria e Francia, in cui i pensionati non attivi sono il 50 per cento o più, e il lavoratori circa il 30 per cento. In Spagna, Grecia, Italia e Paesi Bassi la categoria residuale è relativamente importante: nei primi tre si tratta prevalentemente di donne che si occupano della casa, nel quarto c’è un’elevata proporzione di invalidi civili.
Analizzando i dati Share sarà possibile comprendere quali attività non retribuite svolgono gli ultracinquantenni che non lavorano, e quali siano le loro capacità lavorative, per valutare costi e benefici di politiche tese ad aumentare la partecipazione lavorativa almeno in alcune fasce di età.
Uno dei vantaggi di Share è di fornire dati campionari pienamente comparabili sia fra i paesi partecipanti all’indagine, sia con paesi come Usa e Gran Bretagna che conducono analoghe indagini già da vari anni (Hrs, Health and Retirement Study, e Elsa, English Longitudinal Study of Ageing). Se l’ Unione europea tornerà a finanziare in modo adeguato questo progetto, anche Share potrà essere un’indagine longitudinale, come Hrs e Elsa, e questo renderà possibile analizzare in modo rigoroso fenomeni dinamici quali il risparmio, la decisione di andare in pensione, i cambiamenti nella salute.

Per saperne di più

Informazioni su Share sono disponibili sui siti www.share-project.org e www.amanda-project.org. I dati saranno resi di pubblico dominio (in forma strettamente anonima e solamente per usi scientifici) nella primavera 2005. In contemporanea è prevista la pubblicazione di un volume monografico con i risultati delle prime analisi (alcuni dei quali sono stati anticipati in questo articolo).

http://www.lavoce.info/news/view.php...=1394&n_page=3
FaGal non  è collegato   Rispondi citando
Rispondi

Segnalibri
Annunci 4wnet

Strumenti discussione
Modalità visualizzazione Valuta questa discussione
Valuta questa discussione:

Regole messaggi
Tu non puoi inviare nuove discussioni
Tu non puoi replicare
Tu non puoi inviare allegati
Tu non puoi modificare i tuoi messaggi

Il codice BB è Attivato
Le faccine sono Attivato
Il codice [IMG] è Attivato
Il codice HTML è Disattivato
Trackbacks are Disattivato
Pingbacks are Disattivato
Refbacks are Disattivato

Vai al forum


Tutti gli orari sono GMT +2. Adesso sono le 17:11.

Powered by vBulletin® versione 3.8.7
Copyright ©2000 - 2012, Jelsoft Enterprises Ltd.
Search Engine Optimization by vBSEO 3.6.0

Chi siamo- Pubblicità- Contatti- Disclaimer- Mappa- Credits
© 2000-2012 Browneditore S.p.A. - Tutti i diritti riservati. Prima di utilizzare anche parzialmente i contenuti di questo sito, vogliate cortesemente consultare il disclaimer.