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Gas...sale solo il petrolio
Gas Naturale: Perché non sale col greggio? - Articolo del 16/08/2004
traders sono soliti dire che il prezzo del petrolio è 6 volte quello del gas naturale. Per cui se moltiplichiamo il prezzo del gas, circa $6, per 6 otteniamo che il prezzo del petrolio dovrebbe essere circa $36/barile ovvero quasi $10 meno di quanto in effetti è. Questo fatto ha spinto molti a parlare di prezzo del greggio gonfiato dalla speculazione. Ma è proprio così forte la correlazione che lega il prezzo del gas a quello del petrolio? Certo, entrambe queste commodities sono fonti energetiche e perciò tendono a muoversi abbastanza in sintonia anche se il prezzo del gas naturale ha una maggiore volatilità di quello del petrolio. Ma esistono delle differenze sostanziali che possono spiegare perché il gas non segua il petrolio nella sua ripida ascesa. Innanzitutto bisogna considerare che il prezzo del petrolio che viene giornalmente fissato alla borsa di New York rispecchia dinamiche planetarie mentre il prezzo del gas naturale rispecchia dinamiche locali, ossia continentali (Nord America). Il gas naturale è difficile da trasportare, e deve essere solitamente liquefatto prima di essere trasportato e poi riportato allo stato gassoso all'arrivo: i due processi non sono semplici e scoraggiano il trasporto a lunghe distanze. Questo vuol dire ad esempio che le grandi riserve di gas che si trovano in Meido Oriente non trovano la strada per raggiungere gli USA e quindi incidono poco sul prezzo del gas naturale trattato nella borsa future americana. In sostanza il gas consumato in Nord America viene per lo più prodotto in Nord America: una guerra in Iraq non sconvolge gli equilibri americani relativi al gas. Basta guardare l'andamento del future sul gas nelle ultime settimane. Un altro fatto importante da considerare è il clima. Il picco del consumo di gas naturale, quando si ha la maggiore volatilità dei prezzi, è in inverno, quando le case vengono riscaldate negli USA utilizzando questa fonte energetica. Negli ultimi anni si è avuto negli USA un forte aumento dell'energia elettrica prodotta con centrali a gas e questo ha fatto sì che un altro picco del consumo di gas sia legato alla domanda di energia elettrica necessaria in estate per alimentare i condizionatori d'aria: ma quest'anno è stata un'estate clemente ed il consumo di gas è stato abbastanza basso. Le scorte sono ben sopra (circa il 4%) la media per questo periodo e la cosa ha pesato sui prezzi del gas. Gli USA stanno aumentando le proprie importazioni di gas dall'estero e questo col tempo porterà ad una maggiore dipendenza degli americani dall'offerta straniera: un po' come avviene col petrolio potremmo in futuro vedere i prezzi del gas negli USA rispondere a tensioni geopolitiche in parti del globo molto lontane dalle coste americane. Ma per il momento queste aumentate importazioni hanno soltanto l'effetto di riempire di vuoti di produzione e non causano ancora ansia nel mercato. Inoltre, sebbene il Nord America abbia già raggiunto il picco della produzione e quest'ultima sia, nel lungo periodo, ormai in fase calante, lo shock di due anni fa quando i prezzi del gas raggiunsero livelli stratosferici, ha portato i produttori a dar fondo allo sfruttamento delle riserve, il che quest'anno si è tradotto in un aumento della produzione di più del 10%. Il problema, al momento, per il gas naturale appare la capacità di stoccaggio. C'è chi dice infatti che se l'inverno sarà particolrmente freddo le scorte anche se al massimo livello possibile potrebbero non essere sufficienti ad impedire una impennata dei prezzi. Andrea Luchi articolo tratto e riservato da www.clubcommodity.com |
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Re: Gas...sale solo il petrolio
L’amministrazione statunitense sta progressivamente spostando il controllo del mercato energetico nelle mani del settore bancario. I rischi di instabilità trovano nuova linfa nella sproporzionata crescita dei volumi dei contratti future stipulati al Nymex.
L’irruzione di Wall Street nel commercio del petrolio viene additata come la principale causa del rialzo delle quotazioni verificatosi nel corso delle ultime settimane. L’apatia delle Borse e l’atonia dei mercati valutari e obbligazionari, hanno fatto propendere Wall Street per una intensificazione della sua operatività sul mercato del greggio. Alla Borsa di New York, il prezzo del greggio è passato quest’anno dai 32,18 dollari per barile di dodici mesi fa ai circa 47 Usd di questi giorni. Si tratta di un incremento del 45% in soli dodici mesi. La ragione abitualmente addotta per spiegare i rialzi del petrolio coincide con la presenza contemporanea di una forte domanda e una moderata offerta. In verità, tale spiegazione offre un quadro molto semplificato del funzionamento del mercato, visto che la quotazione sui mercati internazionali non viene fissata ne dai ministri dei paesi aderenti all’Opec, ne dall’andamento della produzione nel martoriato Iraq. Durante la crisi elettrica californiana, gli operatori non hanno certo fatto salire il prezzo dell’elettricità perché questa scarseggiava, ma lo hanno intensamente manipolato per trarne dei benefici. Ricordiamo che l’elettricità e il petrolio sono intimamente relazionati nell’ambito del processo di somministrazione di energia. L’elettricità viene generata proprio facendo perno sul petrolio, seguendo un procedimento di raffinazione e conversione del greggio in prodotti derivati quali la benzina, il gasolio o il gas di petrolio liquefatto. Le principali case di investimento di Wall Street, accompagnate dai fondi che operano con i cosiddetti future, hanno scoperto un nuovo modo di incassare guadagni. In una fase caratterizzata da una stagnazione della quotazione degli indici di Borsa e da un mercato obbligazionario e valutario molto incerto, gli operatori di Wall Street hanno individuato nei future e nelle opzioni sul petrolio il miglior modo per fare guadagni in tempi bre vi. In tal modo, le banche controllano quote crescenti del mercato dell’energia. Negli Stati Uniti, le società finanziarie controllano tanta elettricità quanto quella gestita dalle principali utilities pubbliche. Secondo la classificazione fornita dall’Energy Risk Rankings, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Bank of America sono i tre maggiori intermediari di greggio negli Stati Uniti. Le organizzazioni dei consumatori statunitensi denunciano una situazione interna decisamente instabile. Secondo questi ultimi, il mercato statunitense non è stato interessato da alcun problema inerente la somministrazione di energia in funzione di una intensificazione della domanda. In pratica, il recente rialzo dei prezzi non troverebbe alcuna giustificazione nelle dinamiche della domanda e dell’offerta. Nella realtà, i dati dimostrano come il consumo di petrolio non sia aumentato tanto quanto il commercio dell’oro nero. Dati alla mano, è possibile verificare come il consumo di petrolio a livello mondiale sia passato dai 75,7 milioni di barili diari del 1999, ai 78,2 milioni del 2002 e ai circa 79 del 2003. Gli Usa sono il principale consumatore al mondo di greggio con circa 20 milioni di barili al giorno. Come si vede, l’incremento nel consumo non è tale da giustificare l’attuale ascesa dei prezzi. Il problema risiede invece nel fatto che il greggio leggero è attualmente la merce p iù scambiata a livello planetario. Il volume dei contratti stipulati a New York sul greggio superano abbondantemente quelli stipulati su qualsiasi altra mercanzia. Questa speculazione spiega l’abnorme crescita del prezzo del greggio verificatasi negli ultimi mesi. Nel solo mese di luglio di quest’anno, il volume di operazioni petrolifere realizzate sul Nymex ha raggiunto i 42 milioni di barili al giorno, o circa 11.500 milioni di barili all’anno. Quest’ultima cifra rappresenta più del 50% del valore di tutto il petrolio realmente consumato annualmente nel mondo. Cinque anni fa, il volume delle operazioni ascendeva a 32,6 milioni di barili al giorno, o 8.200 milioni di barili all’anno. Per rendersi conto della forza d’urto della speculazione, basta pensare alla scarsa influenza esercitata sul prezzo del petrolio sia dalla riduzione della produzione verificatasi nel Sud dell’Iraq lo scorso anno, sia al raggiungimento dell’apice della domanda cinese sempre nel corso del 2003. Entrambi i fenomeni hanno determinati scostamenti lillipuziani rispetto a quelli messi in moto dalle operazioni sui future. Anche l’Opec ha reagito in modo scomposto alle ultime oscillazione delle quotazioni. I paesi dell’Opec si sono infatti resi conto del continuo ridimensionamento della loro capacità di influenzare il prezzo del greggio. Due mesi fa, i responsabili del cartello petrolifero sostenevano che era totalmente ingiustificato qualsiasi timore relativo a una possibile scarsità nell’offerta di greggio. Agli inizi del mese di agosto, gli stessi respo nsabili hanno affermato che vi era qualche problema con la somministrazione del greggio. Attualmente l’Opec si dice aperta a discutere soluzioni che possano permettere un incremento della produzione giornaliera. Il cartello ha convocato per il prossimo 14 settembre una riunione aperta alla partecipazione anche degli Stati non membri, al fine di concordare l’applicazione di misure che possano stabilizzare i prezzi mondiali del petrolio. I dati mostrano però la incontestabile presenza di un trend speculativo che diventerà sempre più forte grazie al continuo trasferimento del controllo sulla produzione energetica nelle mani delle principali istituzioni finanziarie internazionali. In seguito allo scandalo Enron, alcune entità finanziarie come la Bank of America hanno intensificato le loro pressioni sulla Commissione Federale per il regolamento del mercato energetico al fine di conseguire un maggior controllo del business. Goldmans Sachs, Morgan Stanley e Ubs si sono affrettati a coprire i vuoti lasciati dai vecchi clienti della Enron. Secondo il Global Power Report, negli ultimi mesi le case di investimento finanziarie hanno accumulato a ritmo accelerato contratti finanziari sul greggio per circa 13.000 milioni di dollari. Gli ultimi diciotto mesi hanno visto 17 gruppi finanziari apporre la firma su contratti equivalenti a 37.244 megawatt. E i regolatori statunitensi non sembrano propensi a porre freni alla tendenza in atto, visto che anche Merrill Lynch ha recentemente chiesto e ottenuto l’autorizzazione a operare nel commercio dell’energia elettrica. Il circolo vizioso sembra non avere fine, visto che quanto più saliranno i prezzi, tanto più numerosi saranno i barili teorici che dovranno essere consegnati per adempiere le obbligazioni previste dai contratti. E’ ovvio che tale trend determinerà un ulteriore crescita della domanda teorica e una conseguente crescita delle quotazioni. Esiste dunque un modo per mantenere sotto controllo i prezzi del greggio? Limitare il volume della speculazione. |
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Re: Gas...sale solo il petrolio
23-08-2004
Petrolio: le cose non dette Marzio Galeotti (1) Il petrolio è e resta una risorsa scarsa. Come spiegatoci da Harold Hotelling nel 1931 (Cfr. "The Economics of Exhaustible Resources" in Journal of Political Economy), il prezzo di una risorsa esauribile è destinato ad aumentare costantemente nel tempo in funzione della sua crescente scarsità. Questo fatto non è certo di difficile comprensione. Ovviamente non sappiamo quando esattamente le riserve di petrolio si esauriranno, non sappiamo nemmeno quanto ampie esattamente siano, tra accertate e presunte, e su questo punto il dibattito tra pessimisti e ottimisti s’infiamma in tutte le occasioni come in quella attuale. Il punto che va rilevato, tuttavia, e che a nostro modesto parere non è stato ripetuto abbastanza, è che nel medio-lungo periodo il prezzo del petrolio è destinato ad aumentare. Naturalmente, quanto appena detto non implica che l’oro nero, toccati i 50 dollari a barile, non possa scendere. Ciò è possibile, anzi probabile. (2) Ciò che conta è il prezzo reale del petrolio, il suo prezzo rapportato al livello generale dei prezzi del paese che lo consuma. Troppo spesso si fanno comparazioni con le quotazioni in dollari di un barile di greggio a prezzi correnti. I livelli di prezzo raggiunti durante il primo shock petrolifero del 1973-74, fatti i debiti calcoli, equivalgono ad un prezzo oggi di circa 80 dollari, ben lontano dunque dalle quotazioni attuali. Ancora più elevato in termini reali era stato il prezzo del greggio durante la seconda crisi petrolifera, quella della guerra Iran-Iraq del 1979-81. Quindi i prezzi attuali non sono affatto senza precedenti, come scritto da alcuni. (3) L’impatto degli aumenti del prezzo del petrolio su inflazione e crescita economica, si potrebbe riassumere nel seguente adagio: l’aumento del prezzo del petrolio fa molto male all’economia, la discesa del prezzo fa bene, ma non molto. Su questo si leggono in questi giorni molti numeri in libertà sull’impatto. Ad esempio, il sottosegretario all’Economia Gianluigi Magri ha parlato di una riduzione del Pil dello 0,3%, mentre il suo collega, Giuseppe Vegas ha posto l'accento, sulla base presumiamo, delle stesse informazioni possedute da Magri, che i pericoli per la crescita sarebbero minimi. Quel che conta rilevare è che sembra esserci un’asimmetria negli effetti che variazioni del prezzo del greggio hanno sul PIL. Diversi studi, nella maggior parte riguardanti gli Stati Uniti, ma anche altri paesi, Italia inclusa, documentano che l’impatto negativo (sul reddito) di un aumento di prezzo del petrolio è quantitativamente più consistente dell’impatto positivo di un’analoga riduzione di prezzo. Questa è una nota non piacevole ma importante per comprendere meglio i meccanismi che legano le grandezze economiche in questione e soprattutto per informare nel miglior modo le politiche a riguardo. Un altro importante caso di (ampiamente) documentata asimmetria è quella che contrappone il prezzo del greggio a quello dei carburanti, a cominciare dalla benzina. Di questo aspetto i giornali si sono regolarmente occupati. (4) La relazione negativa tra crescita economica e prezzo del petrolio (basso prezzo del greggio = elevata crescita, prezzo elevato = crescita ridotta) è destinata a perdurare. Ciò avverrà fino a quando le modalità di produzione e consumo saranno basate sull’impiego dei combustibili fossili, petrolio in primis, che li rende beni necessari. L’affrancamento dello sviluppo economico dal petrolio si avrà solo con il risparmio energetico e soprattutto con la diversificazione verso fonti energetiche alternative. Ma quel momento oggi appare ancora molto lontano. (5) L’ambiente e la crescita del prezzo del greggio. In termini di minori emissioni di gas serra quali il CO2 il primo shock petrolifero ha fatto più di tutti gli altri provvedimenti e comportamenti "virtuosi" che si sono susseguiti da allora. L’aumento del prezzo del petrolio svolge lo stesso ruolo di una tassa ambientale che ha lo scopo di contenere le emissioni dannose. Allora forse l’altra faccia della medaglia di questi aumenti di prezzo sarà una reazione favorevole all’ambiente: forse è una magra consolazione ma è un aspetto da non dimenticare. Qui confessiamo di avere sentimenti misti di fronte alla notizia che la Cina, così vorace d’energia in questi tempi, diminuirà la sua domanda di greggio: la Cina ha, infatti, deciso di costruire nuove centrali elettriche per una produzione pari a quella dell’intera Gran Bretagna, ma saranno centrali a carbone, che non è petrolio ma è notoriamente il più inquinante delle fonti fossili. (6) Perché ridurre le imposte? Allo stesso modo della tassa, pagare di più il petrolio fa sì che chi inquina percepisca il costo della sua attività (ne "internalizzi" il costo). In questa cornice va valutata la proposta di intervenire sulle accise per mantenere il prezzo dell’energia, e dei carburanti in particolare, allo stesso livello antecedente l’aumento. In realtà, nel settore dei trasporti il maggiore prezzo del carburante serve a far pagare l’inquinamento ed il congestionamento del traffico proprio ai responsabili di tali effetti. Ancorché al margine, l’aumento del prezzo di benzina e gasolio dovrebbe contribuire a spostare sul traffico ferroviario parte dello scambio delle merci e ad adottare modalità più efficienti di trasporto delle persone abolendo, ad esempio, i viaggi meno necessari. E ciò con buona pace delle associazioni dei consumatori. http://www.lavoce.info/news/view.php...3c096264c399da |
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"PETROLIO: ANALISI SUL COT"
Autore Andrea Luchi Si continua a parlare di speculazione selvaggia da parte degli hedge funds che avrebbero spinto il prezzo del greggio a livelli insostenibili. La realtà che ci mostra il COT è molto diversa. Per tutta la prima metà dell'anno, quando i prezzi erano più bassi di ora, i Large Traders (cioè i fondi) sono stati quasi sempre più "net long" (ovvero speculavano mediamente al rialzo) di quanto non lo siano ora. E' vero che l'Open Interest (ovvero i contratti aperti) è molto alto, ma non tutti gli hedge funds che speculano sul petrolio speculano al rialzo come solitamente si crede: una buona fetta specula anche al ribasso. La realtà è che i Commercials stanno comprando a prezzi progressivamente più alti. I Commercials, cioè, a Marzo 2004 sono rientrati lunghi in area 36, e a Maggio 2004 in area 40, come se ritenessero questi prezzi convenienti. Questo comportamento (i Commercials che comprano a prezzi sempre più alti) è tipico dei mercati toro. Finchè non vedremo una diversa postura d! a parte degli addetti ai lavori possiamo ritenere questi prezzi non certo frutto di una mania speculativa. P.S. Il COT (Commitments of Traders) infatti è un report settimanale elaborato dal Commodity Futures Trading Commission, l'ente creato dal Congresso USA per proteggere il pubblico e i partecipanti al mercato da eventuali frodi, manipolazioni o pratiche abusive relative al mercato futures (commodities, financial, valute, opzioni), e rendere più efficiente, aperto, competitivo e trasparente questo mercato. Ogni venerdì alla chiusura delle Borse, il CFTC pubblica il COT rilevando gli ultimi dati aggiornati al martedì precedente delle posizioni assunte nel mercato dagli addetti ai lavori (Commercials) e dagli speculatori (Fondi e traders privati) su tutti i futures: materie prime, indici e valute. |
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