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Parmalat-Citigroup
Pur fermo non potevo esimermi da...
Parmalat Avoids Fines, Agrees to Reforms Source: Associated Press/AP Online Publication date: 2004-07-29 Arrival time: 2004-07-28 WASHINGTON - Italian dairy giant Parmalat, accused by U.S. regulators of one of the biggest financial frauds in history, on Wednesday agreed to make corporate reforms but was not fined in a settlement accord. The Securities and Exchange Commission announced the settlement with the insolvent company, which is being restructured in a plan subject to Italian government approval. In a civil lawsuit filed in December soon after the Parmalat scandal exploded, the SEC accused the company of selling nearly $1.5 billion in bonds and notes to U.S. institutional investors and misleading them by grossly overstating its assets in its financial statements. At the time, the SEC sought civil fines, restitution to investors of allegedly ill-gotten gains with interest and a permanent injunction against future fraud. In the settlement, Parmalat neither admitted to nor denied the allegations but did agree to abide by such an injunction. The settlement must be approved by the federal court in Manhattan, where the SEC filed the suit, charging that Parmalat Finanziaria SpA "engaged in one of the largest and most brazen corporate financial frauds in history." Among other changes, the company agreed in the settlement to have its board of directors elected by shareholders and for a majority of directors to be independent of company management. The positions of chairman and chief executive also will be split as part of the agreement. Restitution is not part of the accord because the investors are being compensated through the restructuring plan, and fines levied on Parmalat would hurt investors because they essentially will own the company under the plan, SEC officials said. In December, "we had no way of knowing whether the American investors would be treated equitably. Now we know that they will be," said Lawrence West, an SEC associate director of enforcement. The plan calls for a debt-to-equity swap under which Parmalat would give debtholders shares in the company in place of more than $17 billion in bonds owed by Parmalat when it filed for bankruptcy protection last year. The debtholders would lose more than 88 percent of the value of their original investments under the plan. In addition, Parmalat's noncore assets would be sold, cutting the number of its brands from 120 to 30 and concentrating on milk and other dairy products and fruit juice. At the time of the bankruptcy filing, Parmalat had annual sales of around $9 billion and produced and sold food products in Europe, the United States and around the world, employing 36,000 people in 29 countries. It said earlier this year that it is scaling back to 10 countries. The SEC also has been investigating the role of big U.S. investment banks in helping Parmalat sell the bonds and questioning whether they turned a blind eye to irregularities in company books. Bank of America Corp., Citigroup Inc., Merrill Lynch, Morgan Stanley and Germany's Deutsche Bank were among the institutions that financed Parmalat's bond sales or arranged financing deals for the company. None has been accused of wrongdoing by the SEC. Without being specific, the agency said Wednesday that its investigation related to the Parmalat fraud continues. Parmalat disclosed on Dec. 19 that Bank of America Corp. wasn't holding about $4.9 billion of its funds, as the company had reported in September. Since then, the estimated amount missing from its balance sheet has ballooned after what may have been 15 years of false accounting. Parmalat's founder and former chairman, Calisto Tanzi, has said the company's balance sheets may be short by $12.5 billion. Prosecutors in Italy say Tanzi has admitted diverting some $640 million from Parmalat to cover losses at a tourism business his daughter oversaw. Tanzi was jailed and later put under house arrest at his residence near the company's headquarters outside Parma. Italian prosecutors have requested indictments for more than two dozen people and three entities: Bank of America; the Italian division of U.S. accounting firm Deloitte & Touche; and Italaudit, the former Italian branch of U.S. auditor Grant Thornton International. --- On the Net: Securities and Exchange Commission: http://www.sec.gov Parmalat: http://www.parmalat.com Publication date: 2004-07-29 |
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Bondi chiede 10 miliardi $ a Citigroup
La banca Usa citata per danni dall’amministratore straordinario al Tribunale del New Jersey MILANO • Enrico Bondi va all’attacco del colosso americano del credito Citigroup. Il commissario straordinario di Parmalat ha citato Citigroup e alcune società controllate davanti alla Superior Court del New Jersey chiedendo un risarcimento record. Il danno quantificato dal manager è superiore ai 10 miliardi di dollari. E non è tutto. Nella nota emessa nella serata di ieri, si legge che l’atto di citazione fa parte delle iniziative che Bondi intenterà contro tutte quelle parti che si pensa abbiano avuto un ruolo determinante nel crac dell’azienda di Collecchio. Il manager aretino ritiene che Citigruop fosse al centro delle operazioni finanziarie del gruppo dalla metà degli anni ’90 fino al collasso del gruppo nel dicembre scorso. In questi anni Citigroup, rappresentata in Italia da Sergio Ungaro, aveva agito come advisor di Parmalat, erogando prestiti e organizzato numerose transazioni. Entro dieci giorni l’atto sarà notificato a Citigroup, che a sua volta avrà a disposizione 35 giorni per rispodene. A questo punto, Citigroup rischia di essere la prima banca ad essere citata dal manager che in sette mesi ha rimesso in piedi la Parmalat da un punto di vista industriale e finanziario, e ora va all’attacco di coloro i quali nel disastro, a suo giudizio, hanno avuto un ruolo. Citigroup, per dire, non era estranea alle contorsioni di bilancio della società Buconero. Insomma, da oggi nessun istituto di credito, coinvolto nella vicenda, può dirsi al sicuro. Chissà quanto è casuale che proprio ieri, in mattinata, da Collecchio avessero annunciato l’accordo con la Sec, l’organismo di controllo del mercato americano. Un’intesa — annunciava la nota — che risolve in via transattiva tutte le domande proposte dalla Securities and Exchange Commission statunitense (Sec) nel proprio atto di citazione. Accordo che non contempla il pagamento di alcuna somma da parte di Parmalat. Così, ora, il commissario straordinario affronterà la difficile situazione sul fronte Usa potendo contare sull’importante transazione. L’accordo prevede, tra l’altro, che Parmalat Finanziaria, senza ammettere nè negare gli addebiti mossi dalla Sec nel first amended complaint (depositato ieri) accetti di rispettare un ordine permanente che impone al gruppo di Collecchio e alle sue controllate di non violare in futuro le norme statunitensi che regolano il mercato mobiliare. Inoltre Parmalat ha accettato di adottare numerose norme in materia di corporate governance e di partecipazione degli azionisti che costituiscono già oggetto del programma di ristrutturazione da poco approvato, nonchè di cooperare con la Sec nelle indagini relative alle vicende che hanno coinvolto il gruppo Parmalat. La mancata conferma, da parte della Sec, delle richieste risarcitorie avanzate nella causa legale per frode dello scorso dicembre — ossia il pagamento di una penale e la restituzione con gli interessi del denaro versato dagli investitori — appare come un’apertura di credito fatta dalla Securities and Exchange Commission al piano di riorganizzazione preparato da Enrico Bondi e dai suoi uomini. La restituzione di somme di denaro, infatti, non è stata contemplata dalla transazione poichè — a giudizio della Sec — gli investitori saranno compensati attraverso il piano di rilancio e l’imposizione di penali richieste in inverno avrebbero avuto solamente l’effetto di pesare sugli stessi investitori i quali — viene osservato — saranno i sostanziali detentori dell’azienda. Nella causa legale avanzata innanzi alla magistratura newyorchese nel dicembre scorso, la Sec aveva definito la vicenda Parmalat come «una delle più grandi frodi finanziarie della storia» e definendo il proprio intervento come una mossa a tutela dei tanti investitori statunitensi che avevano versato nelle casse di Collecchio 1,5 miliardi di dollari in bond, fu o rviati dalla finanza creativa del management di allora. Collecchio firma l´accordo con la Sec per i risparmiatori americani e promette rigide regole di governance Parmalat, maxi-richiesta di Bondi "Vogliamo 10 miliardi da Citigroup" La banca era consapevole delle manipolazioni finanziarie ETTORE LIVINI MILANO - Enrico Bondi firma la pace con la Sec e parte all´assalto delle banche americane. Il Commissario straordinario di Parmalat ha depositato ieri un atto di citazione dinanzi alla Superior Court dello stato del New Jersey, negli Stati Uniti, chiedendo la condanna di Citigroup a risarcire Collecchio. Bondi non ha quantificato con precisione nella denuncia la richiesta al colosso americano ma parla di «un buco da 8-10 miliardi aperto nei conti dalle operazioni messe in piedi da Citigroup». In base alla legislazione del New Jersey Parmalat potrebbe chiedere fino al triplo del danno subito. Si tratta della prima mossa dell´azienda sul delicato scacchiere delle revocatorie e delle cause contro banche e istituzioni finanziarie che hanno contribuito ad aprire una voragine di 14 miliardi nei conti della società. Tutti i soldi raccolti con queste azioni legali finiranno nelle casse della nuova Parmalat e serviranno per aumentare le percentuali di rimborso per i creditori del gruppo, obbligazionisti compresi, sotto forma di dividendi. Entro dieci giorni la denuncia verrà notificata ai vertici della banca americana che avrà poi 35 giorni a disposizione per dare le sue risposte. La banca, scrive Bondi nella denuncia «era parte integrante della manipolazione dei conti e ha messo in piedi operazioni con l´unico obiettivo di arricchirsi alle spalle di Parmalat». Oltretutto, aggiunge, «doveva sapere che le ingenti somme che passavano dai suoi conti a quelli di Gianpaolo Zini finivano per essere usate in attività di riciclaggio». L´affondo su Citigroup non è destinato a rimanere un caso isolato. Sul tavolo di Bondi sono infatti in bella evidenza altri dossier scottanti. Nel mirino potrebbe ad esempio finire la Bank of America, responsabile di molti dei collocamenti americani del gruppo e attivissimo consulente oltreoceano dei Tanzi, ma anche i revisori di Grant Thornton e della Deloitte, che, come emerso nell´ultima perizia tecnica commissionata dalla procura di Milano «non potevano non essersi accorti da anni dei problemi di Parmalat». E che, secondo l´accusa, nella migliore delle ipotesi avrebbero peccato di negligenza, non facendo niente per farli emergere. Poi potrebbero scattare anche le revocatorie in Italia verso istituti di credito e banche d´affari che secondo Bondi sarebbero rientrati della loro esposizione (o avrebbero incassato commissioni da fantascienza) pur essendo consci dello stato di dissesto di Collecchio nei due anni precedenti il naufragio. La relazione del Commissario straordinario parla di «500 operazioni» che sarebbero a rischio di causa legale. Probabile che molte di queste partite, in base alle esperienze degli scandali americani, si chiudano con transazioni extra-giudiziali. Questo tipo di accordi chiuderebbero tutte le pendenze tra le parti. La denuncia di Citigroup, curata per Parmalat dallo studio legale statunitense Quinn Emanuel Urquhart, è scattata poche ore dopo l´accordo transattivo tra Collecchio e la Securities and Exchange Commission. Un "colpo" per Bondi che è riuscito a chiudere la causa aperta dall´autorità di controllo di Wall Street senza pagare una lira di multa ma solo accettando di mettere una serie di rigidi paletti alla governance del gruppo. La transazione prevede, tra l´altro, che l´azienda, senza ammettere nè negare gli addebiti mossi dalla Sec, accetti di rispettare un ordine permanente che impone di non violare in futuro le norme statunitensi che regolano il mercato mobiliare. Inoltre Parmalat ha accettato di adottare numerose norme in materia di governance che costituiscono già oggetto del programma di ristrutturazione da poco approvato. 30 luglio 2004 Parmalat, Bondi chiede 10 miliardi a Citigroup Il commissario straordinario fa causa per danni al colosso bancario americano Accordo con la Sec, che rinuncia alle azioni civili contro la holding di Collecchio E' partita con una causa per danni da 10 miliardi di dollari a Citigroup l'offensiva giudiziaria negli Usa del commissario della Parmalat Enrico Bondi. La prima banca americana, secondo l'accusa contenuta nel faldone di alcune decine di pagine consegnato ieri presso la corte superiore del New Jersey, era a conoscenza della disastrosa situazione finanziaria della Parmalat. E sarebbe arrivata a falsificare documenti, proprio come faceva l'azienda negli uffici di Collecchio con il «copia e incolla», per coprirla. Con il risultato che un mercato fiducioso continuava a finanziare il colosso dai piedi di argilla. Insomma, per Bondi, che negli Usa si è appoggiato allo studio legale Quinn, Emanuel, Urquhart, Oliver & Hedges che ha recentemente difeso anche la Nike, il colosso finanziario americano avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell'esplosione dei debiti fino a 14 miliardi di euro e quindi nel crac della multinazionale parmigiana. La storia secondo le carte presentate da Bondi inizia nel '94 con le operazioni di cartolarizzazione dei crediti della Parmalat Usa per 340 milioni. Operazioni basate su documenti che non esistevano e di cui Citigroup era a conoscenza. Gli interventi negli anni si propagano, diventano via via più complessi, perché con il tempo è la situazione della Parmalat che si fa più complessa. La holding di Collecchio diventa una ragnatela finanziaria, un intreccio di operazioni con società controllate in tutto il mondo. Si arriva così al '99: nelle carte c'è anche la denuncia per la costruzione di Buconero, società controllata dalla Parmalat servita per prestare denaro alla Geslat e «per nascondere debiti» per 100 milioni. Ancora. Le carte portano gli inquirenti in Canada. Anche qui Citigroup avrebbe fatto acquisti «fittizi» di azioni Parmalat aiutando in realtà a coprire 70 milioni di debiti: la banca Usa aveva il 24,9% in Parmalat Canada. Ma in realtà, nel dossier, si parla di un «prestito ad alto interesse» in cui la banca grazie a un'opzione put non rischiava sostanzialmente nulla. Gli effetti a valanga di tutte queste operazioni giustificherebbero per Bondi la richiesta di maxi-risarcimento. La denuncia è stata presentata nel New Jersey, lo Stato dove aveva sede la controllata della Parmalat, la Farmland Dairies. La lista delle accuse mosse alla banca in sede civilistica è lunga: complicità nella frode, false comunicazioni, distrazioni di asset sociali, ingiusto arricchimento, aggravamento dell'insolvenza sono solo alcune di esse. Il dossier arriverà a Citigroup nei prossimi dieci giorni. Poi la banca avrà 35 giorni per le sue controdeduzioni. Le cause per danni intentate da Bondi diventano così due: questa che continuerà ora nelle sale dei tribunali statunitensi e quella già avviata a Parma contro l'ex patron Calisto Tanzi e alcuni manager della sua società. Sempre ieri, e sempre Oltreoceano, Bondi ha incassato anche la chiusura con una transazione non finanziaria delle accuse che erano state mosse alla multinazionale da parte della Sec, l'authority che controlla la Borsa Usa e che ha la facoltà di intervenire a difesa degli azionisti. La Sec ha giudicato sufficiente il piano di rimborso dei crediti presentato da Bondi e le regole di corporate governance che avrà la Nuova Parmalat: in particolare l'affidamento della società a un consiglio con una maggioranza di rappresentanti indipendenti. Massimo Sideri msideri@corriere.it |
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scusate se insisto ma chi segue officine..
sa che è stato fin dall'inizio uno dei miei cavalli di battaglia Buconero, le transazioni con Geslat.... che coinvolgono Citigroup per le correlazioni strutturali con Enron.
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Parmalat, Citigroup contrattacca
Il colosso americano replica alle richieste di danni: «Sono accuse pretestuose» MILANO • È notte fonda in Italia quando a New York dalla sede di Citigroup provano a dire qualcosa in risposta alla decisione del commissario straordinario di Parmalat, Enrico Bondi, di fare causa al colosso americano del credito chiedendo 10 miliardi di dollari come risarcimento danni. «Non abbiamo avuto modo di analizzare l’azione legale e quindi non siamo in grado di fare commenti», fanno sapere da Citigroup. Poi, aggiungono che quelle di Bondi sono richieste pretestuose e che Citigroup ha perso centinaia di milioni di dollari. «Citigroup fa presente di aver perso centinaia di milioni di dollari in seguito alla condotta fraudolenta di Parmalat» e che «continuerà a sostenere le proprie richieste sostanziali e a difendersi da quelle pretestuose che puntano a incassare». La citazione depositata ieri verrà notificata entro 10 giorni a Citigoup che, dal ricevimento, avrà 35 giorni per le controdeduzioni. Lo studio statunitense che assiste Parmalat è il Quinn, Emanuel, Urquhart, Oliver & Hedges. Una delle operazioni citate nell’atto è la costituzione della società svizzera Buconero, «che ha permesso per l’amministrazione straordinaria di occultare oltre 100 milioni di dollari di debiti», spiega una delle fonti. Nel mirino anche una cartolarizzazione del 1994 di crediti commerciali per 340 milioni dollari riferita a Farmland Diaries, con sede a Wallington nel New Jersey. L’operazione, sempre secondo l’amministrazione straordinaria di Parmalat, era basata su crediti commerciali falsi di cui Citigroup era al corrente, rileva la fonte finanziaria. Altra operazione sotto accusa è l’acquisto fittizio di 25% di Parmalat Canada. Si sarebbe trattato di un finanziamento per 70 milioni dollari, «ad alto tasso di interesse e il cui rientro era fra l’altro garantito da una opzione put». La richiesta di un risarcimento da 10 miliardi è basata sul fatto che queste operazioni hanno contribuito all’emissione di un rating positivo, ingannato investitori, regolatori e fornitori. In questo modo si è prolungata una situazione che era già di default molto prima che il crack venisse alla luce e permesso la distrazione di fondi da parte di Calisto Tanzi, spiega una delle fonti. Quella verso Citigroup è la prima azione risarcitoria promossa da Bondi verso istituti di credito esteri. Il comunicato emesso ieri sera preannuncia altre azioni di questo tipo, senza dettagliare verso chi e quando. In Italia invece sono già partite da qualche tempo azioni risarcitorie verso una dozzina di persone fisiche (ex amministratori, revisori). Dal quartier generale della nuova Parmalat, a Collecchio, non c’è stata nessuna risposta a quanto dichiarato da Citigroup. Enrico Bondi continua a lavorare con i suoi più stretti collaboratori ad altre forme di richiesta di risarcimento. E le grandi banche internazionali cominciano ad avere più di qualche preoccupazione. Per molte di esse, e per i manager che hanno gestito negli anni passati le operazioni finanziarie della Parmalat, si annuncia un agosto difficile. Il manager di ghiaccio prima promuove le cause, come ha fatto due giorni fa depositando una citazione contro Citigroup presso la Superior Court del New Jersey, e poi lo comunica. Basti dire che solo qualche ora prima, Bondi aveva raggiunto un’intesa con la Sec, l’organo di controllo di Wall Street. E quell’intesa con la Commissione Usa è più di un attestato per il manager aretino che in pochi mesi ha rivoltato la Parmalat come un calzino e adesso non intende guardare in faccia nessuno, né fare sconti. Per lui Citigroup ha avuto un ruolo nel crac del secolo, ma si può stare certi che la banca americana è solo la prima di una lista più o meno lunga. La ricostruzione / Cosa dice l’atto di citazione «Così la banca collaborò al crack» MILANO • Il ruolo di Citigroup nelle operazioni finanziarie che contribuirono al crac del gruppo di Collecchio è descritto nella sessantina di pagine dell’atto con cui i legali americani del commissario straordinario di Parmalat, Enrico Bondi, hanno citato il colosso del credito Usa per danni. "Accuse" che si basano sul lavoro di ricognizione e ricostruzione effettuato dai revisori della PriceWaterhouseCoopers. Secondo la citazione, dunque, «Calisto Tanzi e la sua famiglia, con alcuni manager del suo seguito, hanno manipolato i risultati finanziari della società per coprire il vero quadro finanziario e mascherare il loro sistematico saccheggio della società». E «Citigroup era parte integrale di queste manipolazioni finanziarie attraverso la consapevole strutturazione di finanziamenti con una serie di transazioni intenzionalmente finalizzate a mascherare il debito Parmalat e incrementare artificiosamente il cash-flow delle attività operative». «Citigroup ha continuato a organizzare finanziamenti per centinaia di milioni di dollari per Parmalat molto dopo che il gruppo era diventato insolvente» e inoltre «ha anche facilitato gli schemi fraudolenti degli insider di Parmalat consentendo che i suoi conti bancari fossero utilizzati dai manager e consulenti corrotti di Parmalat per spostare denaro di cui si erano appropriati indebitamente». In sintesi, ecco i meccanismi finanziari attraverso i quali ciò avveniva. Securitization. I programmi di securitization, proposti da Citibank a Parmalat a fine ’94, furono tradotti in pratica a partire dall’estate del ’95 e fino al novembre 2003. In sostanza venivano ceduti crediti commerciali a due società veicolo create da Citibank (Archimede ed Eureka), le quali raccoglievano fondi sul mercato per rilevare le fatture, con la conseguenza che il rischio dell’operazione ricadeva sul mercato, cioè sui sottoscrittori delle cartolarizzazioni. In questo modo furono raccolti sul mercato 348 milioni di dollari, attraverso la cessione di titoli garantiti in parte da fatture inesistenti e, per il suo ruolo nell’organizzare le operazioni, Citibank incassò, solo per il raggruppamento delle fatturazioni italiane, 35 milioni di euro. Dei 340 milioni di euro di cartolarizzazioni, circa 60 milioni furono di fatto riacquistati da una società del gruppo Parmalat, la Curcastle corporation con sede nelle Antille olandesi. Nel programma finirono fatturazioni di società italiane, canadesi e statunitensi del gruppo di Collecchio. Ma, secondo i legali americani della Parmalat in amministrazione straordinaria, Citibank sapeva che buona parte dei crediti commerciali utilizzati per le operazioni di securitization in realtà non esistevano. Infatti Parmalat usava rifornire supermercati e negozi attraverso una rete di "concessionarie", cioè di società di distribuzione all’ingrosso. Nel programma di securitization finivano di fatto sia le fatturazioni ai supermercati sia quelle ai distributori all’ingrosso, duplicando così l’ammontare dei crediti ceduti. «Il programma di securitization — sottolinea l’atto di citazione — era finalizzato a creare la falsa impressione che Parmalat generasse il doppio del cash-flow effettivamente realizzato dalle sue attività, traendo in inganno il mercato sulla reale situazione finanziaria del gruppo». Associazioni in partecipazione. Un altro modo con cui il colosso del credito Usa contribuì a falsare la reale situazione di Parmalat, secondo quanto ricostruito nell’atto di citazione per danni, passa attraverso contratti di associazione in partecipazione. Un primo veicolo fu creato a fine ’95 attraverso una joint venture tra Citibank e la Geslat italiana (85% Parmalat e 15% Agis, società riconducibile alla famiglia Tanzi, ma fuori dal consolidato Parmalat): per questioni fiscali (evitare il pagamento della ritenuta d’acconto) fu creata la succursale Geslat a Lugano. Il compito della Geslat Lugano era essenzialmente quello di raccogliere finanziamenti (in pratica dalla sola Citibank) per acquistare e/o cedere crediti della controllante o di società del gruppo. L’obiettivo era ottenere finanziamenti "travestendoli" da cessioni di partecipazioni. Nel primo schema del ’95 Citibank investì 39 miliardi delle vecchie lire, mentre Parmalat vendette un put alla controparte con la quale si impegnava a riacquistarne la partecipazione e Citibank prese inoltre in pegno da Agis il 15% di Geslat. L’operazione si chiuse nel ’99, con Citibank che liberò il pegno e Parmalat che si ricomprò la partecipazione. Il secondo schema del ’99 vide rinnovare il contratto di associazione in partecipazione, con l’intervento indiretto di Citibank attraverso due veicoli appositamente creati, denominati Vialattea e Buconero (con sede nel paradiso fiscale Usa del Delaware). In questo secondo schema Parmalat deteneva l’85% di Geslat, Agis il 13% e Vialattea il 2%. Era garantito un rendimento inizialmente del 5,68% all’anno, elevato poi da fine 2000 al 5,86%.La questione che l’atto di citazione solleva è che le contribuzioni di Buconero a Geslat non erano da considerare investimenti azionari, come invece venivano fatti passare anche in un comunicato stampa di Citibank ancora nel novembre 2003, ma prestiti e dunque la banca Usa era nella posizione di creditore e non di azionista di Geslat. Citibank — sottolineano i legali di Bondi — erano consapevoli del fatto che Parmalat avrebbe usato l’accordo per far credere di essere in partnership con uno dei maggiori gruppi internazionali e abbellire i conti. Questa struttura permise infatti a Parmalat di nascondere debiti per 137 milioni di dollari, spacciandoli per equity, e a Citibank di incassare almeno 5-6 milioni di dollari all’anno di interessi, e almeno 7 milioni di dollari di commissioni. Il Canada. Schema analogo (finanziamenti mascherati da investimenti azionari) fu adottato utilizzando tre società acquistate da Parmalat in Canada (Beatrice foods, Ault e Astro Dairy), nelle quali Citibank figurava come partner azionista appena sotto il 25% (sempre per questioni fiscali). A fronte dell’investimento, Citibank si era assicurata la corresponsione di interessi per il 7% all’anno e il diritto a rivendere le quote a Parmalat con un put che fu esercitato il primo giorno utile, il 25 gennaio 2002, al prezzo di 182,3 milioni di dollari canadesi. A conclusione dell’operazione la banca Usa realizzò profitti esentasse per 47,82 milioni di dollari canadesi e incassò commissioni per 1,3 più 5,6 milioni di dollari canadesi. |
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Parmalat, pioggia di cause sulle banche Citigroup si difende
Abbiamo perso «centinaia di milioni di dollari» e ci opporremo a «richieste pretestuose di danni». È stata questa la risposta di Citigroup alle accuse di Parmalat che l’ha citata in giudizio nel New Jersey chiedendo un maxi-risarcimento da 10 miliardi di dollari. A maggio di quest’anno, però, la stessa Citigroup ha deciso di pagare 2,65 miliardi di dollari per chiudere un’altra disputa legale, quella per il crac Worldcom e, nonostante i proclami battaglieri, la banca Usa potrebbe essere costretta a piegarsi anche nel caso Parmalat. O almeno, così spera il commissario straordinario Enrico Bondi che sul colosso statunitense ha già raccolto una montagna di carte. Nei prossimi giorni (o, al massimo, nelle prossime settimane) da Collecchio potrebbero partire richieste di risarcimento anche nei confronti di altri istituti esteri, tra cui Bank of America, Deutsche Bank e Ubs. La soluzione extragiudiziale delle controversie è quella più plausibile: i processi portano cattiva pubblicità. E l’esperienza statunitense lascia ben sperare. Guardando i dati sulle percentuali di recupero ottenute sinora dai creditori e obbligazionisti Enron e Worldcom si va da un minimo del 17 a un massimo del 35,7 per cento. Certo, il caso Parmalat è differente, ma tutto lascia pensare che il 7,3-11,3% previsto dagli attuali concambi possa migliorare per effetto delle cause civili avviate da Bondi. Senza considerare che sugli istituti esteri pende anche la class action promossa negli Stati Uniti dagli obbligazionisti. Un verdetto favorevole consentirebbe anche a chi non si è inserito subito nella causa di goderne i benefici, migliorando ulteriormente la percentuale di rimborso. |
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I legali del commissario: "Con le doppie fatturazioni, Buconero, il Canada e le manovre di Zini persi oltre 10 miliardi"
Citigroup, le accuse di Bondi La banca Usa:"Abbiamo perso centinaia di milioni" L´istituto americano promette battaglia: "Ci difenderemo dalle accuse frivole di chi vuole solo ottenere lauti risarcimenti" MILANO - Citigroup scende in trincea dopo la richiesta di 10 miliardi di dollari di risarcimento danni da parte della Parmalat. «La denuncia? Non abbiamo ancora potuto vederla ? ha spiegato ieri il colosso americano in una nota ?. Possiamo solo dire che per colpa di Collecchio abbiamo perso centinaia di milioni di dollari. E che continueremo a far valere le nostre ragioni difendendoci anche da chi cerca di fare soldi facili con accuse frivole». La parola, insomma, passa ora agli avvocati e ai giudici. Sul tavolo ci sono le 65 pagine depositate dai legali di Bondi il 29 luglio alla Superior Court of New Jersey. La summa, secondo il Commissario straordinario, delle colpe di Citigroup. L´accusa dei nuovi vertici Parmalat è semplice: Citigroup dal ´98 era a conoscenza della difficoltà finanziaria di Collecchio. Eppure ha continuato per anni ad approvare «ai livelli più alti» operazioni che «avevano il solo scopo di nascondere i debiti del gruppo» agendo «con la consapevolezza dell´illegalità e del danno che si procurava a Parmalat e ai suoi azionisti». Parole come macigni. Puntellate da un lungo elenco di casi in cui l´istituto statunitense avrebbe aiutato a "depistare" gli investitori sul reale stato di salute della società italiana. Il primo esempio sono le doppie fatturazioni sulle ricevute bancarie. Un complesso meccanismo che per anni ha consentito ai Tanzi di contabilizzare due volte le vendite ai concessionari del latte. Con il risultato di raddoppiare le entrate e la capacità di finanziamento. Citibank è stata le regista di questo "castelletto", come lo chiama nei suoi interrogatori Fausto Tonna, grazie alla creazione di apposite società come Eureka e Archimede e addirittura attraverso la concessione a Parmalat del suo software "Enigma" per far funzionare lo schema. Il tutto in cambio di commissioni per 35 milioni. La banca, sostengono i legali di Bondi, «sapeva del raddoppio del giro d´affari e sapeva pure che molti finanziamenti erano garantiti da beni in realtà inesistenti». Ma per sette anni avrebbe chiuso uno se non due occhi. Stesso discorso per Buconero e Via Lattea, due altre realtà uscite dalle fervide menti finanziarie di Tonna & C, con la collaborazione di Citigroup e utilizzate per occultare debiti per qualche centinaio di milioni. Cosa di cui secondo Bondi l´istituto era a conoscenza. «Ora è chiaro ? dice Fabio Belloni, difensore di Calisto Tanzi con Gian Piero Biancolella ? che anche il capitolo Citigroup deve far parte del processo Parmalat». L´elenco delle negligenze che hanno portato ad aprire «un buco di almeno 10 miliardi dal ´98 al 2003» continua nelle province dell´impero di Collecchio. Citigroup, sostiene il Commissario, ha "travestito" da investimenti azionari nelle attività canadesi di Ault e Beatrice prestiti che poi le hanno garantito 6,4 milioni di commissioni e 47,8 milioni di plusvalenze. Il dolo è ancor più evidente, recita la denuncia, nel caso dei conti bancari di Gianpaolo Zini presso la stessa banca. Molti soldi di Parmalat sono stati trasferiti dalle casse dell´azienda direttamente a quelli di Zini. «Citigroup doveva (o avrebbe dovuto) sapere ? scrive Bondi ? che queste operazioni sui conti di Zini si configuravano come riciclaggio». La causa ora farà la sua strada. Ma vista la prima mossa di Bondi molti altri big, da Bank of America a Deloitte a Grant Thornton hanno già iniziato a mettere in pre-allarme i loro legali. |
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3 agosto 2004
Parmalat, l'offensiva di Bondi si allarga a Deutsche e Ubs Prosegue l'offensiva di Enrico Bondi nei confronti delle banche estere, «complici» del crac Parmalat. Dopo la causa da 10 miliardi di dollari verso il colosso americano Citigroup, secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt nel mirino del supercommissario ci sarebbero in primo luogo Deutsche bank, Ubs e forse Bank of America. Se da Collecchio arrivano solo no comment,il portavoce di Deutsche ha dichiarato: «Finora non abbiamo alcuna indicazione di azioni giudiziarie da parte Parmalat nei nostri confronti». La sensazione è che comunque per la nuova offensiva (nei confronti di Deutsche potrebbe trattarsi di un'azione revocatoria) sia in effetti solo questione di giorni. Del resto i tempi per muovere contro le banche (comprese eventualmente le italiane) sembrano relativamente stretti: i passi andrebbero fatti entro la fine dell'anno. La «relazione finale sulle cause dell'insolvenza» di Bondi e il rapporto di Stefania Chiaruttini, consulente della Procura di Milano, sottolineano più volte il ruolo centrale degli istituti esteri. In particolare nella requisitoria Chiaruttini riguardo a Deutsche si legge che «a partire dall'estate 2003 l'istituto tedesco ha avuto modo di conoscere nel dettaglio la situazione reale di Parmalat, sia in virtù dell'attività di consulenza svolta, sia grazie alle informazioni privilegiate acquisite nella gestione dei rapporti» con Standard & Poor's. Nonostante ciò la banca ha lanciato nel settembre 2003 un bond da 350 milioni ricevendo in cambio da Collecchio tre contratti di consulenza. Deutsche inoltre, viene ricordato, «non ha smentito (o chiarito) la notizia relativa all'ingresso nel capitale» del gruppo alimentare con il 5% circa. Riguardo a Ubs, nel rapporto firmato da Stefania Chiaruttini si ricorda fra l'altro l'operazione strutturata Ubs-Totta dell'estate 2003: due bond sottoscritti dalla banca svizzera ma coperti a sua volta da un'emissione della filiale caymanese del Banco Totta». R. F. 3 agosto 2004 Azioni legali in vista per Deutsche, Ubs e Bank of America Altre tre banche straniere nel mirino di Bondi Il rapporto Chiaruttini: "L´istituto tedesco conosceva la situazione reale fin dall´estate" WALTER GALBIATI MILANO - Deutsche Bank sapeva. «A partire dall´estate del 2003 ha avuto modo di conoscere nel dettaglio la reale situazione di Parmalat sia in virtù dell´attività di consulenza svolta a favore del gruppo sia in virtù delle informazioni privilegiate che essa ha acquisito soprattutto nella gestione dei rapporti con Standard & Poor´s». Le parole della consulente tecnica del Tribunale di Milano, Stefania Chiaruttini, lasciano poche speranze al gruppo tedesco: come Citigroup, alla quale Parmalat ha chiesto un risarcimento da 10 miliardi di dollari, anche Deutsche Bank avrebbe contribuito a nascondere il reale stato di dissesto finanziario del gruppo di Collecchio. Per questo motivo, secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, il commissario straordinario Enrico Bondi starebbe per lanciare un´azione legale nei confronti del colosso bancario tedesco e di altri due istituiti, Ubs e Bank of America. Del resto, dopo la causa contro Citigroup e le pesanti accuse contenute nella relazione della Chiaruttini, le mosse del commissario appaiono scontate. Dal fronte Parmalat tutto tace, mentre un portavoce di Deutsche Bank ha dichiarato che al momento l´istituto non ha ricevuto nessuna informazione su azioni legali. I rapporti tra l´azienda di Collecchio e l´istituto tedesco fino alla fine del 2002 si limitavano alla concessione di linee di finanziamento (la prima di anticipo di ricevute bancarie per 40 milioni di euro e la seconda di anticipo import-export) e alla partecipazione di Deutsche Bank in qualità di dealer ai consorzi di collocamento dei bond. Nel giugno 2003, invece, è avvenuto un cambiamento. L´uomo della svolta, secondo il rapporto Chiaruttini, è Massimo Armanini, all´epoca direttore della divisione Corporate di Deutsche Bank Italia, ma che fino al marzo 2000 era già stato responsabile dell´area Nordamericana e consigliere di Parmalat. Per opera di Armanini, in breve tempo viene imbastita l´operazione Newport, una società lussemburghese controllata dalla Coloniale, che per un contratto di put e call su azioni Parmalat riceve da Deutsche un finanziamento da 20,6 milioni di euro, viene emesso il bond Parmalat da 350 milioni e vengono chiusi con Deutsche Bank contratti sia di consulenza per le operazioni di M&A (merger & acquisition) sia di rating advisor per assistere il gruppo nel dibattito con Standard&Poor´s. Per non parlare poi del celato acquisto del 5% di Parmalat da parte della banca tedesca, che Armanini in una mail interna commenta in questo modo: «Inoltre si crede che la banca detenga il 5% del capitale (naturalmente non è così, ma alla stampa questa storia piace)». Tra tutti i rapporti, a destare le maggiori perplessità è il contratto di advisor, in quanto nell´oggetto dell´incarico si citano chiaramente alcuni compiti come l´analisi e gli approfondimenti delle attività, delle operazioni, della situazione finanziaria e delle prospettive di Parmalat, che non potevano non aver portato gli esperti della banca a scoprire la reale situazione del gruppo. Già a fine giugno, infatti, una nota interna del colosso tedesco individuava quali possibili scenari per il gruppo Parmalat la ristrutturazione del debito e il ricorso a una procedura concorsuale. A inizio dicembre, poi, quando non è ancora stata annunciata l´inesistenza del conto presso Bank of America, Deutsche Bank chiede a Parmalat di estinguere con una parte del ricavato della vendita dei bond Nextra (comprato dalla stessa Deutsche per 43 milioni) tutti i finanziamenti import-export e l´esposizione per cassa del gruppo. Insomma la banca chiede di avere indietro i soldi prestati al gruppo di cui è advisor. |
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Parmalat takes aim at Citigroup with $12 billion damages claim
Monday, August 2, 2004 Italian food group Parmalat, under administration since fraud threw it into bankruptcy in December, has brought a damages claim against Citigroup bank in a court in New Jersey in the United States, accusing it of contributing towards the firm's financial meltdown last year. The company said last week that in bringing the case it had not quantified its claim for damages. But press reports in Italy said that Parmalat estimated the relevant damages at between 9.6 and 12 billion dollars. Parmalat said that the case was one of a number of actions that administrator Enrico Bondi would bring against those who had allegedly played a role in the collapse of the company. The newspaper La Repubblica, quoting from what it said were details of the case, said that Parmalat was alleging that Citigroup had been a party to manipulation of the accounts. Citigroup said it had not yet examined the lawsuit, but stressed that it would fight "frivolous" claims. "Citigroup lost hundreds of millions of dollars as a result of Parmalat's fraudulent conduct, and we will continue to pursue our substantial claims against the company, and defend against frivolous claims in search of a deep pocket," the bank said in a statement. The action against Citigroup is the first by Parmalat against banks in the hope of recovering part of the funds missing from the company's accounts. Parmalat, a food multinational with annual sales of over $8.4 billion, was declared insolvent in December after it emerged that some 5 billion dollars the firm supposedly held in a Bank of America account in the name of a Cayman Islands subsidiary did not in fact exist. Subsequent investigations have revealed a huge hole in the firm's balance sheet, covered up by as many as 15 years of false accounting. Parmalat, now run by government-appointed turnaround expert Enrico Bondi, is currently implementing a restructuring plan aimed at getting itself back on a firm financial footing. The company said that any damages resulting from the lawsuit against Citigroup would be distributed among shareholders. There has previously been speculation that Mr Bondi might try to revoke transactions Parmalat carried out with its banks while under its previous management. In the US, financial regulators have investigated whether the firm misrepresented its financial position in order to sell nearly $1.5 billion in bonds to institutional investors. The authorities have also looked into whether the big investment banks who handled Parmalat's bond sales turned a blind eye to irregularities in the firm's accounts, but none of them have been accused of wrongdoing. |
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11 agosto 2004
Bondi respinge le domande degli istituti implicati nelle inchieste. In lista anche soubrette, partiti politici, festival e comunità Parmalat, linea dura con le banche Bocciate molte richieste di rimborso. E Tanzi si iscrive tra i creditori Ammessi 56mila bondholder per un totale di 3,1 miliardi WALTER GALBIATI MILANO - Banche, società quotate e produttori di latte. Ma anche soubrette, chiese e partiti politici. Alla corte dei miracoli di Tanzi e Tonna non manca proprio nessuno. Scorrendo la lunga lista dei creditori che hanno tentato di insinuarsi nella procedura fallimentare, si trova davvero di tutto, anche se non tutti hanno avuto fortuna. Ogni creditore, infatti, per accedere al concordato deve passare sotto la mannaia del commissario straordinario Enrico Bondi, che quando non trova riscontri alle richieste non esita ad escludere le pretese. A pagarne le conseguenze sono state soprattutto le banche estere, le cui domande di ammissione al passivo sono state respinte in tronco. Bank of America ha chiesto di essere ammessa per 387 milioni di dollari, Citibank per 377 milioni e Ubs per 81 milioni. Ma non hanno avuto esito positivo. Le giustificazioni del commissario sono varie: da una parte Bondi accusa le stesse banche di aver partecipato agli illeciti, sostenendo che più che insinuarsi al passivo dovrebbero essere le stesse banche a pagare i danni alla Parmalat, dall´altra invece menziona una serie di mancanze formali nell´erogazione del credito che ne hanno compromesso la validità. In molti casi, infatti, non esiste un riscontro oggettivo delle garanzie rilasciate per la concessione di credito, oppure lo stesso credito era stato erogato dietro lo sconto di fatture false. Altre volte i prestiti per cui le banche si insinuano sono passibili di revocatoria, oppure più semplicemente sotto i contratti manca la firma del legale rappresentante di Parmalat. Si riscontra insomma un´estrema leggerezza da parte del sistema bancario nel concedere i prestiti a Parmalat, negligenze che hanno coinvolto tutte le banche comprese quelle italiane, se si considera che la domande di ammissione al passivo dei principali gruppi del nostro Paese sono state notevolmente ridimensionate. Ad oggi (c´è tempo fino al 18 settembre per insinuarsi) dei 191,5 milioni inseriti nella domanda di Intesa, Bondi ne ha riconosciuti solo 51,2 milioni, dei 123,4 milioni di Unicredit 53,9, dei 301 milioni di Capitalia 176, dei 265 milioni di SanPaolo solo 163. Quanto agli obbligazionisti, le richieste pervenute sono pari a 3,1 miliardi di euro. Nessun problema nell´accedere alla procedura, invece, per tutta una serie di variopinti e disparati fornitori che hanno ruotato intorno all´universo di Tanzi. Via libera per la Pokemon Usa Inc, (4.543 euro) fornitrice a Parmalat dei celebri mostriciattoli per bambini, ma anche per le soubrette Luisa Corna, Maddalena Corvaglia e Paola Saluzzi, creditrici per importi compresi tra poco più di 500 euro e i 3.000 euro. Tra i creditori accettati poi figurano sia Don Camillo che Peppone: entrano nella procedura infatti i missionari saveriani, le opere diocesane, il monastero di San Giovanni Evangelista, le parrocchie di Santa Giustina e Ognissanti, ma anche il Partito democratico della sinistra (creditore per 2.187 euro). Altri creditori politici sono il Meeting per l´amicizia tra i popoli e Democrazia e Libertà-La Margherita (252,12 euro). Respinte le richieste di Calisto Tanzi e dei suoi familiari, ma anche dei manager Tonna e Del Soldato, di Zini e di Grant Thornton. BONDI for PRESIDENT
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