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6 marzo 2004
La Malfa intima alla Consob «Consegni il dossier su Cirio» Nessun complotto dei lead manager: «La legge non vieta di rivendere titoli alla clientela retail» Per la Commissione mancano elementi di fatto e di diritto per il procedimento sanzionatorio «Sarebbe il caso che la Consob mettesse a disposizione del Parlamento la relazione inviata alla Procura di Monza lo scorso 31 gennaio». Il presidente della commissione Finanze della Camera, Giorgio La Malfa, non nasconde l’irritazione di fronte al documento - messo a punto da sette alti funzionari della Commissione nazionale per la società e la Borsa lo scorso 12 gennaio - che di fatto scagiona le banche dall’accusa di irregolarità nel collocamento delle obbligazioni Cirio. «Trovo alquanto singolare - spiega La Malfa a Finanza & Mercati - che la Consob non abbia ritenuto di dover informare le Camere sui risultati relativi agli accertamenti conseguiti. Soprattutto alla luce dell’indagine conoscitiva avviata dal Parlamento e, ancor di più, in occasione dell’audizione rilasciata in Senato dal presidente Lamberto Cardia lo scorso 20 gennaio». Alle dichiarazioni del presidente della commissione Finanze, la Commissione di vigilanza sulla Borsa risponde con un «no comment». Ma, secondo alcune fonti vicine all’autorità di Piazza Verdi, la Consob avrebbe deciso di appellarsi al segreto d’ufficio, attenendosi all’articolo 4 del Testo unico della Finanza (Tuf), che obbliga l’istituto a riferire solo al ministro dell’Economia e alla magistratura. «Tutte le notizie, le informazioni e i dati in possesso della Consob in ragione della sua attività di vigilanza - si legge al comma 10 - sono coperti dal segreto d’ufficio anche nei confronti delle pubbliche amministrazioni, a eccezione del ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica. Sono fatti salvi i casi previsti dalla legge per le indagini relative a violazioni sanzionate penalmente». Spiegazione questa che, pur nel pieno rispetto della legge, non avrebbe convinto La Malfa, che si è detto sorpreso della rigida applicazione del principio di riservatezza di fronte a una indagine parlamentare strettamente legata alle inchieste giudiziarie avviate da diverse procure italiane. Atteggiamento tanto più incomprensibile se si tiene conto delle dichiarazioni rilasciate ieri da ambienti vicini alla Consob, secondo cui gli accertamenti dell’autorità di vigilanza sarebbero stati ricostruiti solo in parte dagli organi di stampa. «Mentre, oltre a essere incentrati sulla questione della sollecitazione all’investimento da parte delle banche, hanno riguardato tutti gli aspetti critici della vicenda, tra i quali anche quello delle modalità di collocamento delle obbligazioni presso il pubblico». Aspetto, quest’ultimo, oggetto di altre dieci relazioni tecniche, anche queste consegnate nelle mani della magistratura. In ogni caso, la questione potrebbe non finire qui. La Malfa non è l’unico a pretendere spiegazioni. Ieri pomeriggio Cardia si è recato a Palazzo Chigi per incontrare il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e non è escluso che nei prossimi giorni possa essere convocato dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per riferire sull’intero dossier consegnato ai pm. Anche il Codacons getta benzina sul fuoco: l’associazione dei consumatori annuncia di aver presentato una denuncia contro l’Authority, chiedendo ai magistrati di accertare se quel documento «possa configurare reati come concorso in truffa aggravata». http://www.assinews.it/rassegna/arti...060304cir.html |
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9 marzo 2004
Cirio, i commissari vogliono la revocatoria a cinque anni Richieste per 650 mln e azioni di responsabilità per gli ex amministratori. Le banche dovranno restituire 540 mln serviti a ridurre le esposizioni. Capitalia rischia 100 mln su Eurolat e Bombril Azione di responsabilità contro gli ex amministratori Cirio e revocatoria quinquennale per circa 650 milioni contro almeno tre istituti: Capitalia, Monte dei Paschi di Siena e Sanpaolo Imi-Banco di Napoli. Sono queste le richieste che probabilmente i tre commissari dell’ex impero di Sergio Cragnotti faranno nelle prossime settimane ai magistrati romani. Il grosso delle revocatorie riguarderà la destinazione dei 1.125 milioni incassati con l’emissione dei bond che, secondo Resca, Farenga e Zimatore sono finiti per metà - circa 540 milioni - nelle casse degli istituti di credito allo scopo di ridurre la loro esposizione verso Cragnotti. I commissari devono però agire in fretta. Il 10 luglio scatterà la prima prescrizione, quella relativa alla cessione di Eurolat avvenuta nel 1999, un’operazione che avrebbe consentito alla Banca di Roma di rientrare di circa 110 milioni violando la par condicio creditorum. Oggetto della revocatoria sarà anche l’operazione che portò all’uscita della Banca di Roma dal capitale di Bombril Cirio International Sa Lux (ex Cragnotti & Partners), la holding che controllava il gruppo Cirio. A sei mesi dal crac, nel luglio 2002, Cirio Holding riacquistò infatti da Banca di Roma le azioni Bombrill per 17,5 milioni. La prima rata da 2,57 milioni è stata pagata utilizzando la liquidità di Cisim Food, società controllata al 55% da Cirio e partecipata al 45% da Capitalia. Ma la Bombril Cirio International era stata chiusa 15 mesi prima, sicchè Cirio Holding comprò carta straccia. A ulteriore garanzia Cragnotti concesse all’istituto romano un’ipoteca sul Castello di Brignano, altra operazione al vaglio dei commissari per la revocatoria. L’azione di responsabilità riguarderà invece gli ex amministratori del gruppo. Le note dolenti potrebbero arrivare anche per le società che in qualità di azionisti avevano rappresentanti nel cda. Per quanto riguarda le dismissioni degli asset, i commissari stanno trattando su tutti i fronti. A cominciare dalla Bombril, dove la famiglia Sampaio Ferreira è creditrice nei confronti di Cirio per 140 milioni di dollari. Una partita che i commissari potrebbero chiudere con una transazione, forse entro le prossime settimane. Quanto al cespite filippino, la Del Monte Pacific sembra destinata alla famiglia Lorenzo, che vanta un diritto di prelazione per il 40% del capitale in mano alla Cirio del valore di circa 150 milioni di dollari: sempre che la Dole o la Del Monte Usa non facciano un’offerta migliore. Resta da risolvere il problema da 50 milioni di dollari che Cirio ha con Rabobank: l’istituto ha in pegno il 100% delle azioni Cirio Del Monte Foods International, la società titolare del marchio. La partita per Cirio De Rica, società che vanta il maggior numero di pretendenti, si giocherà invece sui rilanci del lungo elenco di offerenti. Ma quanto si potrebbe incassare dalle dismissioni? Probabilmente non più di 350 milioni. Ma se le revocatorie dovessero andare a buon fine l’ipotizzato rimborso agli obbligazionisti del 30%, seppure tra molti anni, potrebbe diventare ben più consistente. http://www.assinews.it/rassegna/art...fm090304ci.html |
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Milano Finanza -
Numero 047, pag. 14 del 06-03-2004 di Gabriele Capolino Bond cirio Il rapporto degli ispettori Consob scagiona i lead manager che hanno collocato le obbligazioni: non hanno violato la legge. E le banche che le hanno piazzate alla clientela? Chi chiedeva, chi spingeva Dovevano consegnare un prospetto informativo? Hanno tagliato l’angolo intenzionalmente, eludendo le leggi in materia di sollecitazione del pubblico risparmio e di fatto collocando bond Cirio direttamente alla clientela privata? Hanno taciuto i conflitti d’interesse? Il primo rapporto degli ispettori Consob (anticipato da MF venerdì 5) sull’operato delle merchant bank e delle banche commerciali in occasione della vicenda Cirio bond, benché parziale, arriva già a delle conclusioni precise. Assolvendo su tutta la linea i lead manager dei consorzi di collocamento (che invece in massa sono stati inquisiti dalla procura di Monza per concorso in truffa) e rimandando a una più puntuale ispezione il giudizio di merito sulle dieci banche (Carifirenze, Sanpaolo-Imi, UniCredit, Antonveneta, Agricola mantovana, Popolare di Ancona, Capitalia, Credem, Bnl e Banca Intesa) indagate per aver rivenduto i bond acquistati dai consorzi alla clientela privata. Ma come hanno risposto gli istituti alla domanda fatta dagli ispettori Consob: era il cliente a domandare di comprare bond Cirio o era lo sportellista che li spingeva? Banca Antonveneta «ha fatto presente (I) che l’acquisto di bond Cirio da parte della clientela è avvenuto su iniziativa dei clienti medesimi; (II) che l’operatività della Banca è stata, infatti, limitata alla sola raccolta ordini e all’esecuzione degli stessi sul mercato, a prezzi di volta in volta diversi...; (III) che da parte della banca non è stato effettuato... alcun intervento sulle filiali teso a sollecitare l’operatività sui titoli... e, per quanto a noi noto, non si conoscono le modalità con cui i clienti abbiano avuto notizia dell’esistenza delle obbligazioni emesse dalle società del gruppo Cirio»; La Banca agricola mantovana invece ha dichiarato di non «avere mai fornito indicazioni riguardo l’inserimento di titoli obbligazionari emessi dal gruppo Cirio nei panieri di compravendita, né tantomeno ha deliberato alcunché al riguardo. Nel portafoglio di negoziazione, gli acquisti sul mercato coincidevano con le vendite effettuate sulla clientela nell’ambito dello stesso giorno; ciò testimonia l’assoluta assenza di interesse da parte del nostro istituto a proporre alla rete questa particolare categoria di obbligazioni». CariFirenze ha dichiarato che la compravendita dei bond Cirio è avvenuta o da parte di clientela che «sulla base di personali informazioni e conoscenze, acquisite da fonti diverse... si è recata direttamente presso le filiali per impartire l’ordine indicando espressamente il titolo da acquistare» ovvero da parte di clientela «determinata nella ricerca di investimenti a maggior rendimento cedolare, rispetto a quelli abitualmente proposti dai nostri addetti... che si orientò autonomamente verso le obbligazioni Cirio scelte tra un ventaglio di titoli similari dopo essere stata informata dai nostri operatori». In tale ultima ipotesi, «i nostri addetti... hanno presentato ai clienti strumenti adeguati e rispondenti a quanto richiesto» tra i quali anche i bond Cirio: in detto ambito, la preferenza espressa per questi ultimi titoli è ragionevolmente da collegare tra l’altro, secondo la banca, sia alla notorietà del marchio presso il pubblico sia al fatto che il «gruppo Cirio all’epoca era considerato fra i primari gruppi agroalimentari e in forte espansione...»; UniCredit (Crt) invece «ha fatto presente (I) che la scelta dei titoli da inserire nel paniere (tra cui i bond Cirio), strumento tecnico utilizzato per soddisfare con maggior efficienza le richieste dei clienti, avveniva sulla base delle richieste provenienti dalla rete: peraltro, non venivano fornite alla rete indicazioni sui titoli da vendere o comunicazioni riguardanti l’inserimento di nuovi titoli; (II) quanto ai bond Cirio, le richieste di investimento... si sono concentrate in genere, tempo per tempo, sui collocamenti più recenti... risulta inoltre che la principale fonte di informazione dalla quale i clienti hanno appreso dell’esistenza di tali emissioni siano stati i giornali, non è stato però possibile rintracciare fra la documentazione archiviata copia dei relativi articoli di stampa...». La Banca popolare di Ancona ha precisato che «la banca non ha mai suggerito ai propri clienti quali strumenti finanziari acquistare, né ha suggerito l’acquisto dei bond del gruppo Cirio... la sua attività si è sempre limitata a ricevere le loro iniziative, a fornire tutte le informazioni necessarie, ad acquistare per loro conto sui mercati gli strumenti finanziari, oppure ad alienare quelli corrispondenti alle richieste ricevute, che si trovano nel proprio portafoglio di negoziazione». Al Sanpaolo-Imi hanno sottolineato come «nel 2000-2001 a seguito della riduzione dei tassi, si fosse generata una domanda spontanea verso obbligazioni corporate o dei paesi emergenti in genere a tasso fisso e con durata non particolarmente elevata, con rendimenti superiori rispetto a quelli dell’area euro; a fronte di queste richieste, venivano messi a disposizione della rete titoli con rendimenti interessanti e generalmente quotati alla Borsa di Lussemburgo». La banca in questione ha altresì precisato agli ispettori di non aver «...rivolto al pubblico nessuna offerta, o comunque svolto attività di promozione dei titoli in esame...» e di aver «trattato tali obbligazioni analogamente agli altri prodotti finanziari con caratteristiche omogenee in grado di rispondere alla domanda dei potenziali investitori, limitandosi a inserirle nel novero dei titoli a disposizione della clientela». Tutto ciò, secondo la Consob, non è smentito neppure dai reclami pervenuti alla commissione, in cui per lo più si lamenta «la scarsa e tardiva informazione ricevuta in ordine alla situazione finanziaria della Cirio e alla rischiosità connessa del titolo». In vari reclami presentati contro Banca Intesa, per esempio, «vengono utilizzati termini quali suggerimento, consiglio o invito per descrivere l’approccio dell’operatore e in nessun caso si fa riferimento a condizioni standardizzate per tutti». Di «sollecitazione» si parla poco e comunque in tutti i casi le banche hanno respinto con forza le accuse, sottolineando come molte volte il cliente che chiedeva bond Cirio avesse una propensione al rischio media o elevata o avesse già altri corporate bond con analoghe caratteristiche. Il conflitto di interesse. Più spinosa la questione dei conflitti di interesse. Secondo il rapporto Consob, se il mercato o altri operatori non offrivano valutazioni dello strumento trattato (come era il caso del bond Cirio quotato senza prospetto in Lussemburgo e privo di rating), le banche dovevano dotarsi di un sistema di procedure interne. In particolare la banca «avrebbe potuto: 1) valutare ex ante la propria eventuale indisponibilità a trattare titoli con certe caratteristiche (per esempio, quelli senza rating) e/o in certe fasi (nel grey market)»; in alternativa, avrebbe dovuto prevedere e realizzare analisi e ricerche interne per consentire la conoscibilità dei titoli e la possibilità di trasmettere queste informazioni con una corsia preferenziale rispetto all’ordinario. Hanno fatto così? Le dieci relazioni, una per ogni banca, che la Consob ha preparato, lo riveleranno: il rischio è la violazione dell’art. 21 comma 1 del Testo unico della finanza (v. riquadro in questa pagina). In particolare, rischia chi non ha adottato procedure per evitare: 1) la carente conoscenza del bond Cirio; 2) la carente informativa sulla natura e sui rischi dell’operazione: «Non risulta al riguardo che le banche abbiano valorizzato le informazioni di cui disponevano in qualità di finanziatori del gruppo Cirio o di cui disponevano in qualità di lead manager delle emissioni (il riferimento nel rapporto è a Capitalia). Né risulta che le banche abbiano veicolato alla clientela le credit opinion o l’offering circular (il miniprospetto lussemburghese, ndr) di cui disponevano; 3) una carente valutazione dell’adeguatezza delle disposizioni impartite dal cliente; 4) per talune banche, una carente informativa alla clientela del potenziale conflitto di interessi, nel caso in cui chi rivendeva i titoli era nello stesso gruppo di chi organizzava il collocamento». Sempre in materia di conflitto di interesse, ci sono alcuni casi in cui le procedure citate non contenevano «nessun riferimento e nessun criterio direttivo riguardo ai conflitti di interesse derivante da rapporti di affari propri» (per esempio, rapporti di finanziamento a favore della Cirio). Al riguardo, però, il rapporto precisa che «la sussistenza di un rapporto di finanziamento (con Cirio) non determina automaticamente e necessariamente un interesse in capo alla banca in conflitto con quello dell’investitore. Né una indifferenziata e automatizzata valorizzazione di un rapporto di finanziamento sussistente risulterebbe in grado di garantire una tutela effettiva e consapevole dell’investitore, visto che si tradurrebbe, per le banche di medio-grandi dimensioni, in una diffusa e continua manifestazione al cliente di situazioni conflittuali, con il possibile risultato di far perdere selettività ed effettività alla segnalazione medesima». Insomma, inutile fare come il bollino «il fumo uccide» su ogni pacchetto di sigarette. (riproduzione riservata) |
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Per Cirio un buco da 2 miliardi
Il giudice fallimentare Vincenzo Vitalone ad Economy di Simona Rossitto Economy 11 marzo 2004 n.11 <<Due miliardi di euro in tutto. A tanto ammontano i debiti della Cirio: più di un terzo, circa 800 milioni, è l' esposizione verso le banche, il resto è nei confronti dei creditori chirografari, compresi gli oltre 30 mila obbligazionisti>>. Ad anticipare ad Economy i risultati dell' esame del passivo fallimentare è Vincenzo Vitalone, giudice delegato alla sezione fallimentare del tribunale civile di Roma. Dal momento della dichiarazione di insolvenza della società, è uno dei protagonisti delle vicende giudiziarie del gruppo. <<Emetterò>> annuncia <<il decreto di esecutività dello stato passivo entro fine mese. Le ultime due udienze per l' ammissione al passivo sono fissate per il 10 e il 17 marzo, ma finora abbiamo esaminato, e per la stragrande maggioranza accolto, oltre 2mila domande di ammissione al passivo e quindi le cifre non cambieranno in maniera significativa>>. Una volta concluso l' esame del passivo, i pretendenti all' acquisto della Cirio conosceranno con esattezza l' esposizione debitoria cui dovranno far fronte. Il gruppo, amministrato da tre commissari straordianri Attilio Zimatore, Mario Resca, Luigi Farenga, fa dunque un passodecisivo verso la vendita. I commissari hanno presentato il loro programma di cessioni al ministro Marzano che lo ha approvato. E sono appena iniziate le procedure che porteranno alle dismissioni. Ma, allo stesso tempo, con la chiusura dei conti del passivo, la legge prevede anche la possibilità che siano avanzate richieste per un concordato fallimentare. E, secondo Vitalone, non si può escludere questa possibilità. <<Non bisogna creare elementi di pregiudizio tali da scoraggiare chi vuole tentare un piano di salvataggio dell' intero gruppo>> spiega il giudice. >>Chiunque volesse fare delle proposte deve essere libero di attuarle. Visto che per un progetto del genere c' è bisogno di reperire finanziamenti>>. L' ipotesi del concordato prevede che un imprenditore, o una cordata, rilevi tutto il gruppo e soddisfi il 100% dei creditori privilegiati ed il 40% dei creditori chirografari. Risultato che per Cirio sarebbe aprrezzabile, visto il gran numero di questi ultimi. E, inoltre, si avrebbero tempi più certi di vendita. La richiesta deve essere presentata al ministero delle Attività produttive. <<Poi>> continua Vitalone, <<dopo una serie di autorizzazioni, viene sottoposta ai creditori. E solo con il loro avallo la proposta può essere presentata in tribunale, che ne valuta le garanzie e condizioni. Secondo la legge, persino l' imprenditore fallito può fare una richiesta di concordato. Legalmente è cioé possibile che Sergio Cragnotti, ex patron della Cirio, avanzi una proposta di concordato. E' possibile, ripeto, almeno in teoria>>. Nell' ipotesi alternativa delle dismissioni, secondo Vitalone, bisogna guardare all' effettiva realizzazione dell' attivo. Ed è importante valutare che cosa, quanto e quando si vende. <<L' obiettivo da perseguire>> conclude il giudice del tribunale fallimentare di Roma <<è quello di salvare l' azienda e tutelare i creditori in una percentuale giusta, equilibrata, soddisfacente. Attualmente il sistema-Italia è impegnato con due grandi difficoltà: Cirio e Parmalat. Occorre fare ogni sforzo per mantenere integro il nostro sistema produttivo in ambito alimentare. Per questo motivo la strada da percorrere è proprio quella di lasciare aperte tutte le possibilità di soluzione della crisi>>. |
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Milano Finanza -
Numero 047, pag. 14 del 06-03-2004 La procura di Monza va in un’altra direzione Ma la procura di Monza ha tenuto conto delle conclusioni del rapporto Consob (pubblicate da MF venerdì 5), in cui si assolveva l’operato dei lead manager dei consorzi, che invece sono stati in massa inquisiti dal pm Walter Mapelli? Secondo quanto è possibile evincere dalle tesi accusatorie della procura, il rapporto Consob è stato tenuto in considerazione, tanto che dalle accuse contenute nell’atto di conclusione dell’indagine (in cui sono stati inquisiti 27 banchieri) non compare la violazione dell’art. 94 del Tuf, quello relativo agli obblighi degli intermediari in materia di sollecitazione all’investimento. Quello su cui punta invece la procura è la violazione dell’articolo 21, che disciplina lo svolgimento dei servizi di investimento da parte degli intermediari, con particolare riferimento alla mancata correttezza e trasparenza, alla carente informazione ai clienti, alla riduzione al minimo dei conflitti di interesse e in generale alla dovuta diligenza. E anche l’operato del lead manager per la procura va vagliato alla luce di queste violazioni. Al di là della forma, a Monza dicono di puntare sulla sostanza per dimostrare che c’era un pactum sceleris per piazzare debito Cirio ai privati a vantaggio delle banche finanziatrici. Citando, tra l’altro, la strana circostanza per cui tutti i bond erano andati a finire ai privati (e non presso fondi o assicurazioni) e una dichiarazione al riguardo di Filippo Fucile, genero di Cragnotti, che avrebbe confermato che le merchant bank andavano a proporre bond affermando esplicitamente che sarebbero finiti in mano al retail. Infine, Monza sottolinea come le merchant che facevano parte di gruppi creditori di Cirio avrebbero piazzato bond sapendo che non ci sarebbe stata garanzia di rimborso, viste le condizioni finanziarie del gruppo, di cui peraltro erano a conoscenza. (riproduzione riservata) |
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18 marzo 2004
Le Fiamme Gialle consegnano ai giudici il terzo rapporto sulle operazioni tra Cragnotti e Banca di Roma Cirio, pressing su Geronzi "Il dissesto era noto dal 1997" Per la Polizia tributaria i comitati esecutivi di Banca di Roma segnalarono i rischi ELSA VINCI ROMA - «La Banca di Roma conosceva perfettamente le condizioni delle società riconducibili a Sergio Cragnotti e il loro stato di insolvenza sin dal 1997». Ne è convinta la Guardia di Finanza che, nel terzo rapporto consegnato alla procura capitolina, ha ripercorso e analizzato l´indebitamento del gruppo Cirio e ha ricostruito tutte le operazioni che hanno legato la banca e il finanziere. Il nucleo regionale del Lazio della polizia tributaria ha indicato ai magistrati «continui e ripetuti finanziamenti», concessi dopo accurate istruttorie, di cui Cragnotti ha potuto beneficiare già nel ?97 nonostante le considerazioni negative dei comitati esecutivi che, anche nel 1998, sottolinearono «la scarsa liquidità, la carente redditività e solvibilità» di Cirio. L´analisi delle Fiamme gialle anticipa di quasi due anni la crisi del gruppo agroalimentare, indebitato e sostenuto dai finanziamenti. Fino ad ora i commissari giudiziali avevano datato al 1999 il dissesto. «Questo dimostra che il momento in cui viene collocato lo stato di insolvenza del gruppo - dice Giulia Bongiorno, avvocato di Cragnotti - per l´accusa attiene al mondo delle ipotesi, con indicazioni diverse ed interpretazioni soggettive. Noi stiamo alla dichiarazione del tribunale, dunque il default è nel 2002. Nel 1997 la situazione non era affatto tesa. Cragnotti chiese e ottenne finanziamenti che non ha mai negato». Eppure, secondo la polizia tributaria, gli istituti di credito che hanno sostenuto l´ex patron della Cirio conoscevano sin dalla fine degli anni ´90 gli scricchiolii della Cragnotti & Partners. Infatti per bancarotta e per la "truffa dei bond" sono indagati da qualche mese banchieri e dirigenti di Capitalia, Imi San Paolo e Popolare di Lodi. «Il rapporto della finanza è interessante soprattutto per la parte che riguarda Capitalia», si commenta in procura. Banca di Roma/Capitalia ribadisce «una condotta trasparente, legittima e corretta». Ma secondo le Fiamme gialle l´operazione Eurolat, la vendita del comparto latte della Cirio alla Parmalat di Calisto Tanzi nel 1999, fu «gestita interamente della Banca di Roma» e sarebbe stata ideata affinché l´istituto rientrasse dei crediti con Sergio Cragnotti. All´epoca l´indebitamento ammontava a 368 miliardi di lire, Banca di Roma con l´operazione Eurolat recuperò da Cragnotti 304 miliardi, più 64 miliardi del patto di non concorrenza stipulato dalle due aziende. La finanza, che si è servita di documenti ufficiali e non, ha rintracciato un movimento finanziario di 64 miliardi tra la Bombril e Banca di Roma ufficialmente giustificato come copertura di passività della società di detergenti: il prezzo di vendita di Eurolat sarebbe dunque stato caricato anche dei debiti di Bombril proprio per consentire la copertura del credito. «Eurolat fu un´operazione voluta e negoziata dai due imprenditori in totale autonomia», ha detto il presidente del gruppo Banca di Roma/Capitalia, Cesare Geronzi, durante l´audizione davanti a deputati e senatori della commissione bicamerale d´indagine al lavoro sulla "truffa dei bond". «La banca - ha sottolineato Geronzi - ha fornito assistenza alle parti contraenti per gli aspetti finanziari e di regolamento. Già in precedenza il gruppo Parmalat aveva manifestato interesse per l´acquisto di uno degli asset di Eurolat, partecipando senza successo all´asta per la privatizzazione (della Centrale del Latte,ndr.) indetta dal Comune di Roma nel 1997/´98». http://www.assinews.it/rassegna/arti...p180304ci.html |
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19 marzo 2004
Monza, la prima inchiesta sul crac Cirio, promotrice sotto accusa: ha ingannato e truffato i clienti con le obbligazioni del gruppo MILANO — « Truffa » e « falsità in foglio firmato in bianco » . Al termine di quindici mesi di indagini è la procura della Repubblica di Monza a mettere nero su bianco i reati dei quali si sarebbe macchiata una promotrice finanziaria di Banca Fideuram, che nel 2002 ha venduto a un investitore circa 600 mila euro in obbligazioni Cirio. È la vicenda che ha causato l’apertura della prima inchiesta in Italia sul crac del gruppo di Sergio Cragnotti, quella condotta dal pm Walter Mapelli. E che per come è sintetizzata dalla magistratura si presta a diventare un caso emblematico dello squilibrato rapporto tra risparmiatori, intermediari del risparmio gestito e istituti di credito. Tutto inizia il 2 dicembre di due anni fa, quando un avvocato milanese, Luca Ricci, si presenta alla procura di Monza con una denuncia- querela per conto di un suo cliente. Il signor C. R., che voleva un investimento « sicuro » , si è ritrovato proprietario di 600 mila euro di obbligazioni Cirio Holding Luxembourg, acquistate tramite L. C., promotrice finanziaria di Banca Fideuram. Da un mese, dai primi di novembre, il gruppo di Cragnotti è in agonia. Quei titoli rischiano di trasformarsi in carta straccia, ma il signor C. R. è convinto che la sua promotrice « di fiducia » non si sia comportata correttamente. Con il suo legale decide di prendere la strada della denuncia penale. Il pm Mapelli e la Guardia di finanza di Seregno indagano a lungo su Cragnotti, diversi manager Cirio, sui maggiori istituti di credito del paese. Non si « dimenticano » però dell’originaria denuncia del facoltoso risparmiatore, e le conclusioni sono gravi. La promotrice avrebbe « tratto in inganno » C. R. ( e altri tre risparmiatori con somme tra 15 mila e 50 mila euro) sull’affidabilità di un investimento « di cui conosceva la pericolosità » , spingendoli « a sottoscrivere un modulo d’ordine in bianco per l’acquisto di obbligazioni Cirio, riempiendolo poi con l’indicazione di titoli ' Cirio Holding Luxembourg' » . Sempre secondo la procura in quei casi si sarebbe assistito all’abuso di un « rapporto di fiducia » con i clienti, derivante non solo dal ruolo professionale e dallo « schermo » dovuto al nome della banca, ma anche « dalla conoscenza risalente negli anni » . Le rassicurazioni fornite ( la mancanza di rischi, l’aver fatto credere che il titolo fosse legato alla realtà industriale di Cirio) si sono dimostrate « totalmente prive di fondamento » e « fin alizzate a trarre in inganno gli investitori » . Sul modulo firmato in bianco, oltretutto, sono stati poi contrassegnati « spazi come quello in cui si avvisa il risparmiatore che l’operazione è per lui inadeguata » . Insomma, un quadro nel quale potrebbero rispecchiarsi altri investitori. Una serie di reati ai quali, per gli inquirenti, non sarebbero estranei elementi tipici dell’industria del risparmio gestito. Come gli incentivi legati alla consistenza del portafoglio clienti dei promotori e i conseguenti « vantaggi almeno potenziali di carriera » . Ultima annotazione: lo scorso ottobre la banca ha risposto picche alla richiesta dell’avvocato Ricci di rimborsare il suo cliente. Stefano Agnoli http://www.assinews.it/rassegna/arti...190304cir.html |
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8 aprile 2004
Bond Cirio, indagato l’amministratore di Banca Intesa L’ipotesi di truffa per le obbligazioni del gruppo di Cragnotti è riferita all’aprile 2002. Passera si era appena insediato al vertice MILANO — « Non vi è identità soggettiva tra gli indagati per truffa dalla Procura di Milano e gli indagati dalla Procura di Roma per bancarotta » : incentrato sull’esistenza di due nuovi indagati a Milano, era stato questo il fulcro della motivazione con la quale il 30 marzo il sostituto procuratore generale della Cassazione, Francesco Cosentino, aveva stabilito che Milano non dovesse cedere alla capitale ( come invece richiesto dai pm romani) la competenza territoriale della propria indagine sulla collocazione dei bond del gruppo agroalimentare ( poi fallito) di Sergio Cragnotti. Ora, proprio dalle pieghe del carteggio in Cassazione, emerge l’identità dei due nuovi banchieri ( diversi rispetto a Roma) che la Procura di Milano aveva iscritto nel registro degli indagati: l’amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, e il manager della banca d’affari Jp Morgan Chase, Guido Tugnoli, che vanno dunque ad aggiungersi al presidente di Capitalia ( ex Banca di Roma), Cesare Geronzi; all’altro manager di Jp Morgan, Stefano Balsamo; e naturalmente a Sergio Cragnotti, a suo genero Filippo Fucile, e al suo avvocato Riccardo Bianchini Riccardi. L’inchiesta, scaturita da un « pacchetto » di denunce di piccoli risparmiatori rappresentati dall’avvocato Manuela Marcassoli, è sempre quella che i pm Luigi Orsi, Laura Pedio e Gaetano Ruta stanno conducendo sulle modalità di sette emissioni di prestiti obbligazionari Cirio tra il maggio 2000 e l’estate 2002; ma differenti tra loro sono invece le ipotesi formulate a carico di Passera e Tugnoli. Sebbene su taluni degli atti valutati in Cassazione ai fini della competenza territoriale compaia un riferimento errato all’aprile 2001 ( allorché Passera era invece ancora l’amministratore delegato delle Poste Italiane), è all’aprile 2002 che l’accusa colloca l’ipotesi di « truffa » mossa all’attuale amministratore delegato di Banca Intesa: la contestazione è dunque riferita al periodo nel quale il manager si era appena insediato al timone dell’istituto di credito, visto che soltanto alla fine di marzo di quel 2002 Passerà approdò nel gruppo bancario, che peraltro già da metà del 2001 non aveva più avuto ruoli nell’emissione di bond Cirio. Per Tugnoli, invece, responsabile del settore « fusioni e acquisizioni » di Jp Morgan Chase Italia, l’ipotesi è « associazione a delinquere » finalizzata alla « truffa » , ovvero lo stesso tipo di accusa contestata a Geronzi. Se questi sono i banchieri sinora al vaglio della Procura di Milano, tra i propri 42 indagati quella di Roma annovera invece da settimane ( ma per l’ipotesi di concorso in bancarotta), oltre che anch’essa il presidente di Capitalia Cesare Geronzi, i presidenti e amministratori delegati del San Paolo- Imi, Rainer Masera e Luigi Maranzana, e della Banca Popolare di Lodi, Giovanni Benvenuto e Giampiero Fiorani. http://www.assinews.it/rassegna/arti...r080404ci.html |
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9 aprile 2004
L´amministratore di Intesa prese i pieni poteri nel maggio 2002, un mese dopo l´ipotesi di truffa ora contestata dai pm Si allarga l´inchiesta milanese su Cirio con Passera altri banchieri nel mirino MILANO - «Si tratta di un atto dovuto»: così la Procura di Milano conferma e spiega la notizia, pubblicata ieri da due quotidiani, della iscrizione di Corrado Passera di Banca Intesa e di Guido Tugnoli di Jp Morgan nel registro degli indagati con l´accusa di concorso in truffa. I due manager sono sotto inchiesta - nell´ambito dell´istruttoria che la magistratura milanese sta conducendo sul crac del gruppo guidato da Sergio Cragnotti - per il ruolo svolto dai loro istituti nel collocamento dei bond Cirio. I nomi di Passera e Tugnoli vanno ad aggiungersi così a quello di Cesare Geronzi di Capitalia di un altro manager Jp Morgan, Stefano Balsamo, nel novero dei banchieri sospettati di avere aiutato Cragnotti a piazzare sul mercato obbligazioni destinate a divenire titoli-spazzatura. Almeno per quanto riguarda l´ad di Intesa, in realtà, l´iniziativa della Procura milanese arriva piuttosto inattesa visto che l´ultimo collocamento di bond Cirio curato da Banca Intesa (attraverso Caboto) risale all´aprile 2001, quando Passera era ancora ai vertici delle Poste (è stato chiamato da Giovanni Bazoli solo un anno più tardi e ha assunto i pieni poteri il 14 maggio 2002): si tratta di un collocamento da 200 milioni di euro di obbligazioni Del Monte, di cui 10 milioni vennero acquistati da Atm, l´azienda di trasporti pubblici del Comune di Milano. Peraltro non risulta che Atm abbia finora deciso di sporgere denuncia per truffa nei confronti di Intesa per quel collocamento, essendo in corso - secondo alcune indiscrezioni - trattative tra le due società per una composizione pacifica della vicenda. Una denuncia nei confronti di Atm è stata invece depositata nei giorni scorsi da Basilio Rizzo e Letizia Girardelli, entrambi consiglieri comunali di opposizione, che accusano di abuso d´ufficio i vertici dell´azienda tranviaria che decisero di sottoscrivere le obbligazioni Del Monte. L´indagine milanese su Cirio (che recentemente la Cassazione ha rifiutato di trasferire a Roma, come richiesto dalla magistratura della capitale) sembra destinata ad estendersi ulteriormente. I pm milanesi stanno ora verificando le posizioni delle altre banche che curarono i collocamenti di bond Cirio tra il 2000 e il 2002. Oltre agli istituti già indagati, si tratta di Bci, Abaxbank e Ubm. (l.f.) http://www.assinews.it/rassegna/arti...090404me2.html |
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