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#1 (permalink) |
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Data registrazione: Nov 2007
Messaggi: 905
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la crisi finanziaria investe anche il calcio
La crisi finanziaria internazionale non lascia indenne il mondo dello sport, un ricco business e un mondo che, per i lauti introiti che può garantire, ha fatto gola negli ultimi anni a moltissimi investitori ai quattro angoli del pianeta. Contratti di sponsorizzazione, diritti televisivi, stipendi faraonici, società quotate in Borsa: il carrozzone dello show-business sportivo è stato paragonato spesso a una "gallina dalle uova d'oro", salvo essere anche contestato per la spirale di debiti che di norma porta con sè. Debiti che, in questa attuale fase di difficoltà, rischiano di far saltare il giocattolo. Se ne è accorto con preoccupazione il mondo del calcio europeo, svegliandosi di soprassalto dopo l'allarme bancarotta per il campionato più ricco e forse ora più bello, quello inglese, la mitica Premier League. Club indebitati, investitori al tracollo e i massimi dirigenti affannati a correre ai ripari d'urgenza. Il "buco", confermano gli analisti della City, è superiore ai 3,5 miliardi di euro: una situazione drammatica secondo alcuni (tra cui il presidente della Federcalcio inglese Lord Triesman e il numero uno della Fifa Sepp Blatter), non eccessivamente preoccupante, invece, secondo il direttore generale della Premier League, Richard Scudamore, secondo il quale i club professionistici del calcio inglese «sono tutti brand di successo, con debiti che fanno parte della governance di ogni azienda». Un discorso, questo, che potrebbe anche avere un certo fondamento, dato che in Inghilterra le squadre sono "coperte" da molti contratti di sponsorizzazione, gestiscono gli impianti sportivi direttamente, fanno marketing, vendono tonnellate di gadget e hanno quindi una composizione di ricavi molto variegata. Senza dimenticare che il monte ingaggi, nell'ultimo anno, è cresciuto del 12 per cento. E però proprio la lievitazione degli ingaggi - e dei debiti - rischia di diventare un boomerang nel momento in cui gli investitori - per effetto di una crisi come quella che sta sconvolgendo la finanza globale - non sono più in grado di reggere l'urto di costi così elevati. I numerosi magnati stranieri - molti dei quali proprio statunitensi - che hanno investito nella Premier, contribuendo alla ricchezza, ma anche alla lievitazione dei costi e all'esposizione debitoria delle società di calcio, si trovano ora in difficoltà e potrebbero cadere insieme ai club di cui sono proprietari (o comunque azionisti di maggioranza). È il caso del West Ham, del fresco allenatore Gianfranco Zola, pesantemente colpito dalla crisi finanziaria che ha colpito il suo proprietario, l'islandese Bjorgolfur Gudmundsson, senza dimenticare che anche l'Arsenal, il Manchester United e persino il Chelsea di "Re Mida" Roman Abramovich sono in consistente passivo (i Blues hanno un saldo negativo di 800 milioni di euro). Per fare un esempio, il proprietario dei Red Devils inglesi, lo statunitense Malcolm Glazer, rischia di non trovare più i fondi necessari per rimborsare il prestito colossale contratto per l'acquisto del club nel 2005 e potrebbe vendere a breve (debiti compresi, ovviamente, stimati in 770 milioni di euro). Forse non sarà così facile. I proprietari del Liverpool, i texani Tom Hicks e George Gillett, strangolati dalle banche, hanno rimandato diverse volte la costruzione del nuovo stadio che dovrà sostituire il mitico Anfield Road. Addirittura, il club rivale dei Reds, l'Everton, è ormai ufficialmente in vendita, mentre il Tottenham versa in condizioni estremamente critiche, in seguito al miliardo di euro persi dal suo principale azionista, il magnate britannico Joe Lewis, con il fallimento di Bear Stearns. Ma non è finita: il patron del Newcastle, Mike Ashley, è costretto a vendere il club a causa del crollo delle vendite di Sports Direct, catena di dsitribuzione specializzata negli articoli sportivi di cui è proprietario. Si salvi chi può, verrebbe da dire. E in effetti una ventata di austerity nella Premier - e di riflesso in tutto il movimento europeo - sembra inevitabile. Il sistema, a questi costi, non sembra sostenibile a lungo. Probabilmente i primi a farne le spese (se così si può dire, visti gli ingaggi) saranno i calciatori e i loro stipendi. Il giro d'affari del calcio mercato dovrebbe avere un certo rallentamento, considerando le cifre record raggiunte l'estate scorsa per i trasferimenti (650 milioni di euro). Rimangono alla finestra, pronti a farsi avanti (è appena successo con il Manchester City), i grandi investitori arabi e dei Paesi emergenti, per nulla sconvolti dalla crisi in atto. Il cambiamento della geografia delle proprietà dei club inglesi è, a medio termine, più che una semplice ipotesi.
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#4 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Sep 2008
Messaggi: 1,590
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EVVIVA,la domenica pomeriggio alla TV proporrei: la DOMENICA BORSISTICA facciamo fare una full immersion di tecnica bancaria a SIMON VENTURE e a maurice fly e il divertimento è garantito cosi`nessuno rompe piu`che ha firmato contratti incomprensibili in banca idem nei bar,si parlerà solo di futures e swappompini |
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#5 (permalink) |
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Bondista Pigro
Data registrazione: Jan 2008
Messaggi: 5,596
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quantomeno il livello culturale si eleva....
io non saprei manco spiegare la regola del fuorigioco, ma so che il "plain vanilla" non è un gelato! Cos'è meglio sapere al giorno d'oggi? Chi vince lo scudetto o se i miei soldi sono al sicuro? |
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#8 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Sep 2008
Messaggi: 1,590
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chi ha soldi ,adesso,si cucca anche,a buon prezzo tutte le amanti
defenestrate,obtorto collo, dai new furbetts sarebbe interessante swappare russe e rumene a godimento immediato,dismesse ,con qualche titoletto a rischio |
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