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Brigata Falkland
Data registrazione: Jan 2004
Messaggi: 4,431
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Citazione:
In particolare per i bond, come quello oggetto di questo 3d, emessi da Fiat Finance & Trade Ltd. ======================================== ============ SPIN OFF O UBS – PER NON SCAPPARE IN SVIZZERA, MARPIONNE VUOLE LO SCORPORO DI FIAT AUTO, CHE È “SOTTOSTIMATO” IN BORSA – I PRO E I CONTRO DELL’OPERAZIONE, A CUI STAREBBE LAVORANDO GUIDO ROSSI… Filippo Astone per “Il Mondo” Spin off di Fiat auto? Appena passerà la bufera sui mercati l’ipotesi potrebbe diventare realtà. Non solo perché la vuole il ceo del gruppo Sergio Marchionne, che avrebbe posto l’operazione tra le condizioni per non cedere alle lusinghe di Ubs, la banca svizzera che vorrebbe chiamarlo al proprio vertice. Ma anche perché analisti e gestori di fondi di investimento sono entusiasti dell’idea. Per capirlo basta leggere un recente studio di Goldman Sachs. Per la banca d’affari americana, tenendo conto delle attuali quotazioni di Borsa di 15 euro, una ipotetica Fiat senza le attività di Cnh e Iveco avrebbe un valore di appena 1,2 euro. Per Goldman, in sostanza, Fiat auto sarebbe poco valorizzata nell’attuale assetto e il potenziale di rivalutazione sarebbe enorme. «Sicuramente uno spin off darebbe maggior valore al titolo Fiat», dice l’analista di Unicredit Gabriele Parini. «In questo momento, poi, il mercato sta attribuendo un valore molto basso alla componente automobilistica della società», conclude l’esperto. Un recente studio proprio di Unicredit valuta il business dell’auto, che genera metà del fatturato dell’azienda, al 30% dell’intero gruppo. Poco più di Cnh, che peserebbe per il 29% pur generando il 18% dei ricavi, e di Iveco, che varrebbe il 24% rispetto al 20% dei ricavi. «Quando in una azienda convivono attività industriali diversificate ed eterogenee, il mercato ne apprezza sempre lo scorporo, premiandolo con forti rialzi. Lo dimostra quello che è avvenuto quando si è deciso di separare Telecom Italia media da Seat oppure Valentino fashion group da Marzotto», spiega Alessandro Baj Badino, analista di Deutsche bank. «Nel caso di Fiat, è evidente che così si metterebbe in evidenza del valore inespresso. Il potenziale di creazione di valore di questa operazione è almeno del 50%». Così, in questi giorni, mentre il titolo Fiat riprende a salire in Borsa (a inizio aprile ha di nuovo toccato 15 euro, rispetto al minimo di 12 raggiunto a metà marzo), nei corridoi del Lingotto e di corso Matteotti 26, sede dell’Ifil, si torna a parlare di spin off di Fiat auto. Della questione pare si interessi pure Guido Rossi, nell’ambito della consulenza che ha recentemente prestato alla finanziaria degli Agnelli che controlla Fiat. Una delle due ipotesi in cantiere, infatti, è che la nuova Fiat auto scorporata faccia capo non a Fiat holding, ma direttamente all’Ifil, accorciando così la catena di controllo della società automobilistica. In pratica, gli azionisti di Fiat spa riceverebbero in cambio di ogni vecchia azione in loro possesso, una nuova Fiat auto conservando la partecipazione nella vecchia entità, che a quel punto vedrebbe principalmente assieme Iveco (camion e autobus) e Cnh (trattori e macchine movimento terra). L’altra possibilità che si sta valutando è invece che Fiat trasformi Fiat group automobiles (Fiat auto), oggi controllata al 100% attraverso Fiat partecipation, in una entità autonoma, quotandone una parte e conservando la quota di maggioranza. In questo caso, sarebbe più facile far accordi produttivi con altre case automobilistiche che prevedano anche uno scambio di pacchetti azionari. Qualunque siano le modalità, l’idea è di procedere all’operazione non appena sarà finita l’attuale fase ribassista sui mercati, lasciando spazio alla ripresa dei titoli e a un generale orientamento positivo degli operatori. «Un eventuale spin off avrebbe pro e contro», spiega al Mondo Stefano Aversa, grande esperto di automotive, presidente mondiale della società di consulenza Alix Partners. «In primo luogo consentirebbe di confrontare Fiat con le altre case automobilistiche quotate. A eccezione di Daimler Chrysler, che ha una importantissima attività di produzione di veicoli commerciali, tutte le altre sono focalizzate sull’automotive, che rappresenta almeno il 90% del fatturato. Essere singoli mette a diretto confronto con altri singoli, e questo spinge il mercato a valutare meglio un titolo e ad apprezzarne i progressi. Più c’è chiarezza, più il mercato apprezza. Inoltre, il fatto di essere da soli e dover rendere noti continuamente i propri risultati spinge a far meglio, è un potente incentivo». Ma non ci sarebbe alcun danno dal punto di vista delle sinergie industriali. «Ci sono più componenti produttivi in comune tra Cnh e Iveco che non tra le prime due e Fiat auto», prosegue Aversa, «e poi il fatto che Fiat venga scorporata non impedisce che gli acquisti e le altre sinergie proseguano». Le holding però hanno il vantaggio di compensare l’eventuale andamento negativo di un settore con il trend positivo di un altro. «Questo accade quando si tratta di settori soggetti a trend opposti. Ma nel caso dell’auto, che segue il ciclo dei consumi, e delle macchine movimento terra, che seguono il ciclo delle materie prime, non vi è alcuna complementarietà. In questo momento, il caso vuole che i consumi siano in contrazione e quindi si siano ridotte le vendite di auto. E contemporaneamente l’impiego delle materie agricole a fini energetici ha scatenato un boom del settore, favorevole anche a chi produce le macchine per lavorarle. Ma è una situazione contingente, non strutturale». Fin qui le ragioni a favore dello spin off. E le controindicazioni? «Ce n’è una sola, e non va sottovalutata. Se un’azienda è quotata, deve fornire continuamente informazioni al mercato su quello che fa. Il che significa anche rendere note le proprie mosse ai concorrenti. Non è detto che sia un vantaggio», conclude Aversa. Dagospia 15 Aprile 2008 |
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