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hic sunt leones
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Citazione:
Cina, crescita boom Se gli Usa vanno abbastanza bene, mentre l'Europa arranca, chi seguita a non avere problemi di crescita è la Cina: il Pil è cresciuto del 9,7% nel primo trimestre 2004 rispetto allo stesso periodo del 2003. La corsa dell'economia cinese resta costante considerato che nel terzo trimestre 2003 l'aumento era stato del 9,6% e del 9,9% nel quarto trimestre. Per il Fondo monetario l'economia cinese può mantenere a lungo il suo trend di espansione che dura da 25 anni con un ritmo di 6-9% annuo e il suo impatto nel resto del mondo sara' significativo. Per l'Fmi, tuttavia, la mancanza di riforme potrebbe creare alcuni problemi al Paese che, negli ultimi 25 anni, ha registrato una crescita media annua superiore al 9%. Luther Blisset |
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#72 (permalink) | |
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hic sunt leones
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Citazione:
CINQUE ANNI DOPO LA CRISI Pechino si impone in un'Asia in fase di ripresa Da parecchio tempo, Washington scarica sull'Asia orientale la responsabilità dei mali economici degli Stati uniti. L'offensiva attualmente diretta contro Pechino è motivata in apparenza dall'aumento del deficit commerciale americano. In realtà la sua ragione profonda è l'emergere della Cina come motore dell'integrazione regionale in questa parte del mondo - conseguenza imprevista della gestione egemonica da parte di Washignton della crisi finanziaria del 1997-1998. A metà luglio del 2003, un coro di voci americane accusava la Cina di essere responsabile del cronico deficit commerciale degli Stati uniti, dell'aumento della disoccupazione e della deindustrializzazione dei settori tessile ed elettronico. «Sta uccidendo l'industria manifatturiera [americana]», inveiva il senatore Charles Schumer il 18 luglio. «La svalutazione artificiale dello yuan cinese provoca un'inondazione di prodotti stranieri a basso costo con cui le nostre società non possono competere», dichiarava invece la senatrice Elisabeth Dole. «I cinesi non rispettano gli accordi commerciali... Il dipartimento del tesoro deve studiare il problema e prendere misure appropriate affinché non venga permesso ai cinesi di svalutare la propria moneta continuamente a scapito delle nostre industrie nazionali», aggiungeva il senatore Lindsey Graham (1). Questa discussione era stata scatenata il giorno prima dal presidente della Federal Reserve Alan Greenspan il quale, testimoniando davanti al Congresso, aveva affermato che la moneta cinese e quella di altre economie dell'Asia orientale erano sottovalutate e che quei paesi non potevano continuare ad accumulare indefinitamente riserve così massicce di valute straniere (2). Udito il segnale, i senatori chiedevano ufficialmente al dipartimento del tesoro americano di fare pressione sulla Cina perché sopprimesse il controllo dei cambi e lasciasse fluttuare la propria moneta, lo yuan, fissato a 8,3 yuan per un dollaro. Questo furore nazionalista è un po' decaduto ad agosto ma all'inizio di settembre il segretario del dipartimento del tesoro americano, John Snow, in viaggio in Asia, è tornato alla carica esortando la Cina a «lasciare che il mercato fissi il valore della sua moneta». Un comportamento davvero bizzarro da parte di un governo che ha drammaticamente bisogno dell'aiuto di Pechino per affrontare la questione della Corea del Nord e della sicurezza regionale asiatica. Fu vero miracolo? O solo miraggio? È comunque il caso di aspettarsi che l'offensiva continui nei prossimi mesi e nei prossimi anni, quando gli Stati uniti si ritroveranno alle prese con deficit crescenti mentre la Cina, uno dei pochi poli di crescita dell'economia mondiale, diventerà l'epicentro dell'integrazione economica regionale in Asia orientale. Questa offensiva contro l'Asia non dipende in realtà soltanto dal ritorno di una diplomazia commerciale americana aggressiva, che riflette la volubilità della propria politica interna. Essa mostra una vecchia preoccupazione causata dall'idea di un prossimo sconvolgimento epocale nella distribuzione del potere economico mondiale a favore dell'Asia orientale e più precisamente della Cina. L'ambiguità degli Stati uniti rispetto al dinamismo economico delle «tigri» e dei «dragoni» era già percepibile negli anni '80 quando il fiume di commenti sul «miracolo asiatico» veniva accompagnato da avvertimenti allarmistici sul mercantilismo e la minaccia competitiva asiatica. Allora per la prima volta dal 1918 gli Stati uniti diventavano un paese debitore e affrontavano dei deficit nel bilancio e nella loro bilancia dei pagamenti. Come oggi la Cina, il Giappone e le Nazioni di recente industrializzazione (Nis) dell'Asia orientale furono allora accusati di fendere il tessuto industriale dell'Occidente e sottoposti a intense pressioni perché rivalutassero la propria moneta e aprissero la propria economia e il proprio sistema finanziario al commercio e agli investimenti americani. Nel 1985, l'amministrazione di Ronald Reagan attuò una rivalutazione dello yen del 50% mediante la scappatoia dei cosiddetti accordi del Plaza. Si riteneva che questi accordi, imposti dagli Stati uniti ad alleati strutturalmente dipendenti e senza alcun margine di manovra, avrebbero automaticamente stimolato le esportazioni americane e intaccato la competitività industriale del Giappone. Questa politica, tuttavia, ebbe delle conseguenze inattese: da un giorno all'altro l'apprezzamento dello yen fece del Giappone il primo paese creditore del mondo e accelerò l'integrazione economica regionale in Asia spingendo le società giapponesi a rilocalizzare nel Sud est asiatico le proprie attività per l'esportazione di debole valore aggiunto. Il nuovo spiegamento della capacità manifatturiera giapponese creò rapidamente una divisione regionale del lavoro in Asia orientale imperniata sul Giappone. Dagli anni '50 agli anni '70, l'economia politica regionale si era organizzata intorno al commercio trans-pacifico ed era caratterizzata dalla dipendenza strutturale dei paesi dell'Asia del nord est sul mercato americano («single market dependance»). Per riprendere l'espressione di Meredith Woo Cumings (3), l'Asia orientale era una «lago americano» e gli Stati uniti avevano spianato la strada alla reindustrializzazione del Giappone grazie alle esportazioni. Lo stato investitore dirigista era tollerato e anche incoraggiato nel quadro di un accordo secondo il quale il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan dovevano essere un bastione di sicurezza e prosperità intorno all'Unione sovietica e alla Cina. Questi paesi scambiarono dunque la propria sovranità politica con l'accesso senza restrizioni al mercato americano. Fino alla metà degli anni '80, gli Stati uniti assorbivano quindi più di un terzo delle esportazioni del Giappone, il 40% di quelle della Corea e il 44% di quelle di Taiwan. Questa dipendenza strutturale conferì a Washington una notevole influenza politica sui suoi alleati. Dopo gli accordi del Plaza, però, il Giappone diversificò il proprio commercio e i propri flussi di investimento rivolgendosi principalmente al resto dell'Asia orientale. All'inizio degli anni '90, la quota delle esportazioni giapponesi negli Stati uniti si abbassò al 27% e nello stesso periodo la parte giapponese nel commercio intra-asiatico crebbe di 12 punti, passando dal 32% al 44%, un aumento che rifletteva la crescente importanza delle filiali delle multinazionali giapponesi nella divisione regionale del lavoro (4). Nel 1994 il commercio interregionale rappresentava il 48,5% dell'insieme del commercio asiatico e nel 1995 superò il 50%. Un risultato simile gli Stati uniti non l'avevano né voluto né previsto. Durante la guerra fredda, il Giappone e più tardi i Nis erano stati «invitati dagli occidentali a comportarsi bene, ma non al punto di minacciarli (5)», e di certo non al punto di candidarsi all'egemonia dell'economia mondiale. Nell'universo del dopo guerra fredda, lo stato interventista asiatico non solo perdeva il suo ruolo strategico, ma agli occhi degli americani e degli europei si trasformava in una minaccia. Per Washington iniziò l'ossessione di un blocco regionale asiatico dinamico. Nel 1989, Lawrence Summers, che sarebbe diventato sottosegretario al tesoro di Clinton, formulò il problema in questo modo: «Si sta formando un blocco economico asiatico con il Giappone al vertice. Così è possibile che la maggioranza degli americani che oggi pensano che il Giappone rappresenti una minaccia più grande dell'Unione sovietica, abbiano ragione» (6). Un sospiro di sollievo si fece quindi sentire quando nel 1990 il Giappone sprofondò in un lungo periodo di stagnazione economica in seguito allo scoppio della bolla finanziaria e immobiliare di Tokyo. Per riprendere le parole sdegnate di un autore americano, la crisi dimostrava che «il modello giapponese non era un tipo di capitalismo diverso... ma il residuo di uno stadio anteriore del capitalismo (7)». La crisi non dimostrava nulla del genere, è chiaro, ma allontanando lo spettro di un blocco asiatico autonomo, dava sollievo a chi in Occidente temeva il declino. E qualche anno dopo, nella grave crisi regionale che l'Asia subì nel 1997-98 si vide un'ulteriore prova della singolarità e della superiorità occidentale (o al contrario dell'infantilismo economico orientale). Come ha notato Chalmers Johnson «autorità ed economisti hanno apertamente espresso la loro soddisfazione» nel veder vacillare la regione sull'orlo del disastro sociale ed economico (8). Charles Krauthammer, scribacchino neo-conservatore che oggi deve la propria fama all'entusiasmo per la guerra e per l'impero, all'epoca scriveva: «Il nostro successo risiede nel modello capitalista americano, più vicino di ogni altro alla visione liberoscambista di Adam Smith. E di sicuro molto più vicino del capitalismo paternalista asiatico, che tanto ha sedotto i detrattori del sistema americano all'epoca della bolla asiatica oggi esplosa (9)». Alcuni ricercatori universitari condividevano la stessa opinione: «La crisi - diceva uno di loro - ha distrutto la credibilità del modello di crescita economica giapponese o dell'Asia orientale (10)». Greenspan scese nell'arena in prima persona per sostenere che la crisi asiatica era stata provocata dallo stato interventista, ovvero da un'industrializzazione diretta dallo stato e da un'allocazione delle risorse diretta dal governo invece che dal mercato. La crisi, affermò, dimostrava che il mondo si stava inesorabilmente allontanando dal dirigismo a vantaggio della «forma occidentale del capitalismo di libero mercato (11)». In breve «il miracolo» asiatico era bruscamente diventato un «miraggio». Tra le righe del dibattito bisognava leggere: «gli ultimi arrivati» del capitalismo moderno erano stati rimessi in riga. Dalle due parti del Pacifico, si interpretò la crisi come uno scontro tra Oriente e Occidente e un momento decisivo per l'equilibrio del potere economico mondiale. La gestione americana della crisi del 1997-98 rafforza l'idea che la liberalizzazione aggressiva dei mercati finanziari locali promossa da Washington e dal Fondo monetario internazionale (Fmi) durante e dopo la crisi sia servita come strumento di potere inserendosi in uno sforzo più ampio mirante a «smantellare le politiche dello stato interventista nel mondo intero (12)». Mentre nel 1994 il Dipartimento del tesoro americano aveva proceduto al salvataggio rapido e decisivo del Messico, nel 1997 gli Stati uniti e i loro partner transatlantici si astennero per mesi dal fare qualsiasi cosa mentre la crisi colpiva l'intera Asia orientale. Un importante piano di salvataggio del Fmi fu messo in atto solo quando venne capita l'ampiezza del fenomeno: il contagio sfuggiva a qualsiasi controllo e la crisi colpiva i mercati mondiali. Per di più, il tesoro americano oppose il veto alla proposta giapponese della fine del 1997 di instaurare un Fondo monetario asiatico (Fma) che avrebbe fornito ai paesi che avevano a che fare con fughe massicce di capitali gran parte delle liquidità necessarie. Questa proposta fu «rapidamente e... brutalmente schiacciata dal segretario al Tesoro [americano] di allora, Lawrence Summers». Il che, in Asia orientale, confermò l'idea secondo cui «gli Stati uniti erano pronti a tagliar fuori economicamente molti paesi asiatici. Alcuni pensarono anche che gli americani avessero fretta di trarre profitto dallo stato critico in cui versava l'Asia (13)». Per Washington, il problema stava nel fatto che il Fma avrebbe potuto costituire il nodo di un sistema monetario regionale autonomo che avrebbe fatto concorrenza al Fmi, uno degli strumenti globali dell'egemonia occidentale. Fu quindi fatto intervenire quest'ultimo, col suo abituale pacchetto di inesorabili politiche di aggiustamento strutturale destinate a salvare i creditori, ad aprire settori protetti dell'economia e a comprimere la domanda interna. Non vi è dubbio che la crisi sia stata considerata un'occasione per accedere al controllo dei settori strategici protetti delle economie locali. Come sottolinea Daniel Lian del gruppo finanziario Morgan Stanley in un'analisi critica della politica americana: se l'Occidente ha interesse a mantenere «la dipendenza [est asiatica] dalla domanda estera e dalla capacità di produzione detenuta o finanziata da interessi stranieri», vuole anche «poter comprare le economie interne della regione (14)». Questa politica, i cui risultati furono diametralmente opposti a quelli cercati, si risolse in uno scacco totale,come quando si trattò di rivalutare lo yen. In primo luogo, provocò un'ondata di nazionalismo in tutti i paesi coinvolti. Così le industrie nazionali non furono svendute; anzi, se non per alcune eccezioni come l'Indonesia, la maggior parte dei paesi toccati dalla crisi riuscirono a mantenere il controllo dei loro settori strategici grazie al riscatto da parte dello stato del debito delle aziende private o bloccando la privatizzazione del settore pubblico (si veda il box). In secondo luogo, questa politica stimolò la cooperazione monetaria regionale. Nel 2000, i paesi asiatici lanciarono l'iniziativa di Chiang Mai (Icm) che mirava a organizzare il coordinamento monetario regionale creando una sorta di Fma informale. Nel 2003, un certo numero di paesi asiatici hanno creato l'Asia Bond, uno strumento monetario comune destinato a mobilitare le enormi riserve di valuta estera accumulate dalla regione a fini produttivi (15). In terzo luogo, per una crudele ironia, indebolendo lo sforzo giapponese di costruzione regionale gli Stati uniti hanno senza volerlo consolidato la posizione strategica della Cina. Fino a quel momento diretta da Tokyo, oggi l'integrazione economica regionale è sotto l'egida di Pechino. La sfida della Cina La Cina, risparmiata dagli effetti diretti della crisi grazie al controllo dei cambi, è diventata dalla fine degli anni '90 l'epicentro delle tendenze integratrici regionali. Questo fenomeno riflette la perdita di dinamicità registrata dal Giappone e il dinamismo dell'economia cinese - la crescita del Pil dal 7,8 nel 2002 dovrebbe raggiungere l'8-9% nel 2003, a dispetto dell'epidemia di Sars, e la Cina nel 2002 è diventato il primo paese di raccolta degli investimenti diretti internazionali (52,7 miliardi di dollari). E dimostra anche l'intenzione geopolitica della Cina di acquistare una posizione centrale in Asia orientale nei decenni a venire. Nel 2001, le autorità cinesi hanno lanciato l'idea di instaurare, da qui al 2010, zone di libero scambio regionale con il Nord-est e il Sud-est asiatico. Mentre il commercio mondiale è in flessione, gli scambi e gli investimenti tra la Cina e il resto dell'Asia conoscono una forte espansione. In Cina, le esportazioni dell'Associazione delle nazioni del Sud est asiatico (Asean) sono cresciute del 55% nel primo semestre del 2003, raggiungendo i 20 miliardi di dollari su un totale di 70 miliardi di dollari. In effetti, gli scambi della regione con la Cina sono aumentati a un ritmo molto più sostenuto degli scambi asiatici con gli Stati uniti. In Giappone le importazioni dalla Cina sorpassano già le importazioni dagli Usa, e le esportazioni giapponesi in Cina conoscono un aumento regolare. Si rileva la stessa tendenza per quel che riguarda gli scambi bilaterali con la Corea del Sud, la Thailandia, la Malaysia e Singapore (16). Questi fenomeni indicano che siamo di fronte alle prime fasi della costruzione di un'economia politica regionale cinese. Per Pechino questa prospettiva presenta numerosi vantaggi: ridurrà la dipendenza del paese dal mercato americano e la sua vulnerabilità alle pressioni e alle crisi esterne. Le reti di interdipendenza costruite con il resto dell'Asia agiranno come una specie di tampone tra la Cina e gli Stati uniti. Per quanto riguarda il resto della regione, le conseguenze di questo sviluppo sono più ambigue. Il Giappone, da tempo il paese più avanzato, rivaleggia con Pechino per il controllo della regione, sebbene le sue multinazionali investano sempre di più in Cina. Forse questa competizione sarà utile ai paesi dell'Asia orientale che non hanno nessuna voglia di scambiare una dipendenza strategica (americana) con un'altra (cinese). Inoltre, dato il profilo di produzione dei paesi in via di sviluppo della regione e la loro specializzazione ristretta in settori dal basso valore aggiunto (elettronica, tessile), per essi la Cina rappresenta una grossa sfida sul piano della concorrenza. Il regionalismo giapponese ha generato un'industrializzazione superficiale e non una modernizzazione profonda del Sud est asiatico. Visto il notevole scarto che separa i paesi sviluppati (Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore) dai meno sviluppati (Malaysia, Thailandia, Indonesia, Vietnam) e le rivalità regionali, si dovrà attendere a lungo prima di veder costituito un sistema regionale asiatico coerente. È necessario che le tendenze a lungo termine vadano in questa direzione . Sotto numerosi aspetti si può paragonare questo fenomeno strutturale a quello che ha condotto gli Stati uniti a diventare una potenza economica egemonica, processo interrotto ma non fermato dalla depressione degli anni '30. Visto il gran baccano che si fa a proposito della moneta cinese è chiaro che l'Occidente dovrà passare attraverso un'autentica rivoluzione copernicana prima di accettare questo fatto di buon grado. Luther Blisset note: (1) «Senators urge Treasury to take action to get China to float its currency», http://schumer.senate.gov. (2) «Fed's calls for yuan float grow louder», in International Herald Tribune, Paris, 17 luglio 2003. (3) Meredith Woo-Cumings, «East Asia's American Problem» in Past as prelude, Westview Press, Boulder, Colorado, 1993. (4) Si veda Claude Pottier, Les multinationales et la mise en concurrence des salariés, l'Harmattan, Paris, 2003. (5) Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 2003. (6) Citato da Richard Katz, The System that Soured: The Rise and Fall of the Japanese Economic Miracle, M. E. Sharpe, 1998, p. 9. Gli europei hanno espresso punti di vista simili. Nel 1991, il primo ministro francese Edith Cresson pronunciò delle parole altrettanto infelici che fecero molto rumore: il Giappone, disse nel 1991, è un «sistema ermeticamente chiuso» che «vuole conquistare» l'Europa e il mondo. (7) Ibid, p. 7. (8) Chalmers Johnson, Blowback, the Costs and Consequenses of American Empire, Metropolitan Books, New York, 2000, p. 6. (9) Citato da Chalmers Johnson, ibid. p. 6. (10) Donald K. Emmerson, «Americanizing Asia», in Foreign Affairs, New York, maggio giugno 1998. Vedi anche Philip S. Golub, «Modello occidentale e identità orientale. Il dilemma giapponese», in Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 1999. (11) Alan Greenspan, «The ascendance of market capitalism», discorso pronunciato davanti all'Annual Convention of the American Society of Newspaper Editors, Washington, D.C., 2 aprile 1998. (12) Immanuel Wallerstein, «America and the World: The Twin Towers as Metaphor», Charles R. Lawrence II Memorial Lecture, Brooklyn College, New-York, 5 dicembre 2001. (13) Bernard K.Gordon, «A High Risk Trade Policy», in Foreign Affairs, New York, luglio-agosto 2003, p. 110. (14) Daniel Lian, «Mr. Thaksin's role in the East-West Dichotomy», Morgan Stanley Economic Trends Reports, New York, 25 luglio 2003. (15) Insieme il Giappone e la Cina detengono 900 miliardi di dollari di riserve in valuta straniera (rispettivamente 560 et 340 miliardi di dollari), essenzialmente sottoforma di buoni del Tesoro americano. Se vi si aggiungono le riserve di altri paesi est asiatici si arriva a una cifra che sorpassa i mille miliardo di dollari. In altri termini, l'Asia orientale finanzia il debito e il consumo americani. (16) Bernard K. Gordon, op. cit, p. 111. |
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hic sunt leones
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La Cina supera anche la Francia
La Cina travolge anche Francia e Gran Bretagna e diventa la quarta potenza economica mondiale. Davanti a lei, ormai, restano solo Germania, Giappone e Stati Uniti. Sono aperte le scommesse su quanti anni ci vorranno all'Impero di mezzo per soppiantare anche gli Usa. Un mese fa Pechino aveva rivalutato il suo pil del 2004 e tolto all'Italia il sesto posto. Ieri il direttore dell'ufficio centrale di statistica Li Deshui ha annunciato che nel 2005 il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 9,9% (quasi 2 punti in più dell'obiettivo fissato all'inizio dell'anno dal primo ministro Wen Jiabao). Il pil ammonta a 2.225 miliardi di dollari. Nel 2004 il pil della Francia era stato di 2 mila miliardi di dollari, quello della Gran Bretagna di 2.140 miliardi di dollari. L'anno scorso il primo dovrebbe essere cresciuto dell'1,6%, il secondo dell'1,8%. Sulla carta, quindi, il sorpasso da parte della Cina dovrebbe essere certo. Per ristabilire le proporzioni, il pil cinese va ovviamente diviso per un miliardo e 300 milioni di abitanti. La Cina avanza inesorabilmente, pur restando un paese dove 800 milioni di persone hanno un reddito annuo sotto i 400 dollari. Nonostante gli appelli ufficiali a rallentare la crescita, la produzione industriale cinese nel 2005 ha segnato un +11,4%. Gli investimenti sono cresciuti del 25,7%. L'inflazione è stata contenuta all'1,8%. Le esportazioni costituiscono il 34% della ricchezza prodotta (4 punti in più rispetto al 2004). Il settore immobiliare e quello dell'acciaio sono a rischio di superproduzione. I tentativi del governo d'incentivare i consumi non hanno avuto un grande successo. «Le formiche cinesi risparmiano il 45% del pil, le cicale americane si indebitano, l'Europa resta in equilibrio», riassume al summit di Davos Jacob Frenkel, vice presidente di Aig, primo gruppo assicurativo statunitense. Secondo Frenkel sta cambiando il «centro di gravità» dell'economia mondiale. Min Zhu, primo consigliere del presidente della Bank of China, conferma e rilancia: «La Cina ha ancora spazio per crescere, il pil è ancora sottovalutato». Rappresenta «solo» il 5% del pil mondiale, ma ben il 20% della crescita economica globale del 2005. «Usa e Giappone non sono più i motori dell'economia mondiale», sentenzia Min Zhu. |
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hic sunt leones
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La «nuova alleanza» fra Cina e Africa
Pechino lancia la sfida Un altro modello politico e di affari per il continente Un vertice sino-africano senza precedenti si chiude nella capitale cinese sancendo il passaggio africano dal «Consenso di Washington» al «Consenso di Pechino». Nuovi contratti, prestiti, interventi d'aiuto cementano un'intesa che promette di dare battaglia all'Onu, e non solo Luther Blisset L'Africa dal «Consenso di Washington» al «Consenso di Pechino»? Il trasloco sembra ormai avvenuto, mentre nella capitale cinese si sono da poche ore spente le luci abbaglianti dello storico vertice sino-africano che domenica si è chiuso con una dichiarazione congiunta letta dal presidente cinese Hu Jintao, il premier d'Etiopia, Meles Zenawi (che nel 2003 ha ospitato il primo Forum Cina-Africa) e da Hosni Mubarak, eterno presidente egiziano (che ospiterà il Forum del 2009). «Proclamiamo qui solennemente la costituzione di un nuovo tipo di alleanza strategica tra Cina e Africa» hanno detto davanti ai leader, tra capi di stato e di governo, di 48 paesi africani che per una settimana si sono riuniti nella capitale cinese, invasa e stravolta da un evento che non aveva precedenti nella storia cinese, ma neppure in quella mondiale. Una buona dose di retorica ingolfa in genere le dichiarazioni finali, e questa non fa eccezione, ma è un vero intento politico quello espresso nel passaggio in cui si afferma «proponiamo di aumentare la cooperazione sud-sud e un nuovo dialogo nord-sud per promuovere uno sviluppo sostenibile dell'economia globale che consenta a tutti i paesi di condividere i suoi benefici». Al quale segue immediatamente il paragrafo «Sosteniamo che l'Onu dovrebbe rafforzare il proprio ruolo attraverso le riforme, prestare più attenzione alla questione dello sviluppo e considerare una priorità la crescita della rappresentanza e della parola dei paesi africani nelle agenzie dell'Onu». E' tutto in questi passaggi il nuovo «soft power» cinese, una diplomazia felpata che ha come slogan «il pacifico sviluppo» mondiale ma è guidata da una ferma determinazione ad assumere un ruolo di primo piano nello spingere la governance mondiale verso una nuova multipolarità. Non si tratta dunque solo di affari, o accaparramento di materie prime in una sorta di «neocolonialismo» (accusa rivolta sempre più spesso a Pechino da noti colonialisti d'antan), anche se questa diplomazia sarebbe perdente se non fosse sorretta dagli «hard deals». Accordi commerciali, finanziari, di investimento e di aiuto che domenica da Pechino hanno avuto nuovo impulso: 1,9 miliardi di dollari in intese commerciali, 5 miliardi fra prestiti e crediti agevolati all'esportazione entro tre anni, impegno a raddoppiare l'attuale interscambio commerciale (attualmente 50 miliardi di dollari) entro il 2010, costituzione di un fondo di sviluppo per la costruzione di scuole e ospedali, formazione professionale per 15mila studenti africani, apertura di almeno tre zone di cooperazione speciale nell'Africa subsahariana, azzeramento delle tariffe doganali su 440 prodotti africani. Certo, Pechino ha saputo colpire e affondare nel punto più fragile del globo. L'Africa malata, sfruttata, dissanguata dai conflitti ma sempre ricchissima di materie preziose e strategiche per i ricchi del pianeta, ha aperto ancora una volta le braccia ai «nuovi» partner che sembrano avere regole del gioco certo spregiudicate ma meno strozzine e ipocrite di quelli che li hanno preceduti. La non intromissione negli affari interni ribadita dalla Cina sulla base dei Cinque principi di Coesistenza Pacifica è criticata violentemente come difesa dei peggiori leader africani. Ma almeno ha la «virtù» di non selezionare fra ceffi cattivi e ceffi buoni solo perché amici. Su 53 paesi africani, 48 si sono riuniti a Pechino (gli altri 5 riconoscendo Taiwan). Nessun altro, e di certo non gli Stati uniti, avrebbe potuto fare altrettanto Piaccia o meno è dunque una sponda politica che la Cina ha offerto a tutta l'Africa per uscire dal ghetto politico in cui la fine della Guerra Fredda l'aveva di nuovo chiusa (anche se a suo tempo anche il bipolarismo si era rivelato talvolta una tenaglia). «I cinesi stanno facendo più del G8 per consegnare la povertà alla storia» ha dichiarato Sahr Johnny, ambasciatore della Sierra Leone a Pechino «Non stanno a discutere sull'impatto ambientale, i diritti umani, il buon governo. Non dico che è giusto. Dico che gli investimenti cinesi hanno successo perché non pongono condizioni troppo elevate». E' stato così che quando la Nigeria aveva bisogno di rafforzare la sicurezza nel delta del Niger, gli Stati uniti hanno esitato e la Cina è intervenuta subito offrendo motovedette. E quando l'Angola aveva bisogno di 2,5 miliardi di dollari di prestiti e il Fondo Monetario esigeva troppo, Pechino ha messo mano alla propria cassa. In cambio, ha avuto petrolio (l'Angola è oggi il primo fornitore di greggio alla Cina), contratti di prospezione in nuovi giacimenti, compartecipazioni nell'industria petrolifera e mineraria del continente africano. Oltre che fosfati dal Marocco, rame e cobalto dalla repubblica democratica del Congo e dallo Zambia, platino dal Sudafrica, legname dal Camerun e dal Gabon. E' vero, non è più Bandung, non sono i valori dei non-allineati ad essere affermati nella nuova alleanza strategica, che rispecchia perfettamente i tempi grami che corrono. Stavolta la Cina dà battaglia nello stesso campo, quello dell'economia globale, competitiva, sviluppista. In un amaro sfogo consegnato al New York Times, un anonimo diplomatico del Benin lamentava «Noi siamo uno stato marxista-leninista, abbiamo alle spalle 30 anni di relazioni con la Cina popolare, che ora ci ignora per andare in Gabon. Questo significa che la Cina non ha amici, ha solo degli interessi». |
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