astaldi senior 2020: il marasma! - Pagina 170
Jens Weidmann conferma la natura di falco tedesco. E ammette: “più facile lavorare con Merkel che con Draghi”
"La Bce è certamente una istituzione che funziona bene. Ma questo non significa che debba assumere il ruolo...dei governi". E il riferimento è ovviamente al programma di Quantitative easing che …
Telecom Italia accelera in Borsa: mercato guarda a voci su addio jv con Canal+. Ma rimane centrale tema scorporo rete
Tra i migliori performer del Ftse Mib c'è Telecom Italia al centro delle indiscrezioni stampa. Sarebbe saltata la jv con Canal+. Tema centrale in vista del cda di marzo rimane …
E’ stato davvero un tweet di Kylie Jenner a mettere KO Snap?
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  1. #1691

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    al prossimo convegno su Buzzati tutti parleranno di Astaldi

  2. #1692
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    Citazione Originariamente Scritto da lukas75 Visualizza Messaggio
    Tu che pensi che idea ti sei fatto sulla situazione?
    Che se non ci fossero stati problemi con l'adc lo avrebbero annunciato in pompa magna.....

    Evidentemente i tempi mi si allungano e con loro anche i tassi crescono....

    Non bene come situazione

    Saluti

  3. #1693

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    su MF di oggi (ed cartacea) c'era un articolo interessante sulla crisi dei general contractors italiani. si faceva osservare che lo stato deve loro una montagna di quattrini. alla fine si preconizzava una soluzione generale basata su una badco in cui confluissero i debiti bancari sostenuta da CDP.

  4. #1694
    L'avatar di Imark
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    Perché seguire i corsi dell'azione Astaldi potrebbe essere interessante anche per chi trada o valuta di entrare nel bond

    Astaldi (2 bond in Eur, di cui 1 cv) | Page 2 | Quelli Che Investono

  5. #1695

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    Qua bisogna ri-costruire
    Astaldi, Condotte e Trevi sono le grandi malate di un settore che occupa 60mila dipendenti e che rischia di implodere. Per questo governo, Cdp e banche sono in allerta. La soluzione? Un nuovo polo
    di Andrea Montanari

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    i dati dei principali gruppi italiani e la top five d'Europa

    Il governo italiano da tempo è impegnato a fronteggiare due grandi problematiche occupazionali, legate allo stato di crisi attraversato da aziende di riferimento del sistema-Paese, ovvero Alitalia (oltre 11.600 dipendenti) e Ilva (14mila i lavoratori negli stabilimenti nazionali di cui 11mila solo a Taranto), che per essere risanate necessitano di tagli drastici alla voce forza lavoro: almeno 2mila le fuoriuscite individuate dalla tedesca Lufthansa per la compagnia aerea di bandiera e altri 4mila esuberi prospettati dalla newco Am Investco (Arcelor Mittal e Cdp subentrata al gruppo Marcegaglia).

    Mentre in queste ultime settimane è scoppiato anche politicamente (in vista della tornata del prossimo 4 marzo), il caso Embraco: la società controllata da Whirlpool ha chiuso lo stabilimento in Piemonte delocalizzando 497 dipendenti in Slovacchia. Numeri rilevanti per il mercato che però nulla hanno a che vedere con quelli di un altro settore strategico, ma attraversato da una forte contrazione dei numeri e delle prospettive, almeno per quel che attiene alcuni operatori, quale quello delle costruzioni nel quale lavorano 60mila addetti diretti, ai quali va aggiunto un ampio indotto.

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    Un bubbone che ancora non è scoppiato, ma che nel caso di una sua deflagrazione avrebbe un effetto domino allarmante per l’economia di un Paese che non può restare senza opere pubbliche e infrastrutture e che tra l’altro sconta il problema del nanismo dei gruppi attivi sul mercato rispetto ai competitor europei. Questo campanello d’allarme sta risuonando da almeno un anno nelle stanze della politica, negli uffici delle principali banche italiane, quindi Intesa Sanpaolo , Unicredit , Mps , Banco Bpm e Bnl, giusto per citarne alcune, tra avvocati e banchieri d’affari e, soprattutto, nelle sedi di almeno tre società: Astaldi , Condotte e, seppure in un business parallelo come quello delle perforazione e dell’oil&gas, Trevi .

    Dossier caldissimi che stanno tenendo sulle spine il mercato e il sistema creditizio perché in ballo c’è la ristrutturazione a più livelli e con diverse modalità di intervento, di un indebitamento complessivo di quasi 2,5 miliardi. Al momento, non è detto che i rispettivi azionisti di riferimento, la Fin.Ast per Astaldi , Ferfina (famiglia Bruno Tolomei-Astaldi ) per Condotte e i Trevisani per Trevi , siano in grado di far fronte al necessario rafforzamento patrimoniale che verrà chiesto loro.

    Perché se il gruppo romano di costruzioni quotato a Piazza Affari, e secondo operatore del settore alle spalle di Salini -Impregilo (vedere tabella in pagina), sta lavorando a una manovra finanziaria complessiva di almeno 300 milioni, l’azienda cesenate di trivellazioni e drilling sarà chiamata a una ricapitalizzazione superiore ai 200 milioni, oltre a essere obbligata, se mai troverà un compratore, a cedere l’attività di oil&gas. Infine, per quel che attiene Condotte è già stata attivata la richiesta di ammissione al concordato in continuità per la newco operativa, lasciando alla bad company la gestione di un indebitamento netto che se nel 2016 ammontava a 398 milioni salirà quest’anno a 555 milioni.

    Queste tre partite sono intrecciate tra loro per una serie di motivazioni: non solo il rischio di tagli drastici al personale (solo Trevi , la più piccola di tutte, impiega in Italia 7mila addetti) con il conseguente rischio di non avere risorse per far fronte agli ordinativi in portafoglio e di non poter partecipare alle future gare d’appalto in Italia e all’estero. Ma sono accomunate anche dal fatto che coinvolgono quasi tutte le banche italiane e che per proseguire nello sviluppo dei piani di rilancio saranno gioco-forza obbligate a studiare sinergie con altri operatori del mercato, in ottica di un consolidamento e irrobustimento del settore e dell’offerta.

    Come si esce da questo tunnel se si vuole poi trovare una soluzione che eviti guai peggiori e che preveda opzioni di sviluppo? E’ scontato che la politica e i palazzi romani non possono chiamarsi fuori da questa partita così complessa, visto che per l’appunto in gioco c’è il futuro di un comparto strategico e decisivo per l’ammodernamento del Paese. Senza tralasciare il fatto che Astaldi , Condotte e Trevi , così come altre aziende che hanno a che fare con la pubblica amministrazione si sono viste congelare i pagamenti da mesi: un cortocircuito che ha portato a questo ingessamento nella gestione finanziarie delle aziende.

    Basti dire, per esempio, che dei 400 milioni di crediti incagliati del gruppo di costruzioni capitolino guidato da Duccio Astaldi (e controllato dai Bruno Tolomei) esattamente la metà sono maturati nei confronti di Eur spa, la società controllata al 90% dal Ministero delle Finanze (il restante 10% è in mano a Roma Capitale). Mentre, per esempio, la Astaldi guidata da Paolo (cugino di Duccio), già lo scorso anno ha dovuto drasticamente svalutare (53%) l’esposizione netta, 4433 milioni, vantata fino a quel momento nei confronti del Venezuela, paese dichiarato da Standard & Poor’s in stato di default selettivo.

    E se i governi che in questi ultimi anni si sono avvicendati non hanno individuato nessuna politica a sostegno del settore delle costruzioni - argomento che non pare essere tra i punti salienti dei programmi dei vari partiti schierati per il voto del 4 marzo -, è inevitabile che prima o poi il problema debba essere affrontato visto che riguarda più dicasteri (Mef, Sviluppo economico e Lavoro e Infrastrutture). Per di più, lo Stato e quindi il governo sono parte in causa in almeno uno dei tre «malati gravi»: perché la Cassa Depositi e Prestiti dal 2014 è azionista di minoranza (16,8%) di Trevi e non può certo lasciar andare al suo destino l’azienda guidata da Stefano Trevisani e nella quale da un paio di mesi è arrivato, su indicazione delle banche, il nuovo chief restructuring office, Sergio Iasi.

    E allora, come si sostiene in ambienti finanziari, perché non studiare una soluzione di sistema per mettere in sicurezza le tre aziende coinvolte in questi processi di risanamento? Ovviamente non è così semplice, immediato e logico mettere attorno a un tavolo i soci di Astaldi , Condotte e Trevi . Anche perché i rapporti tra Duccio e Paolo Astaldi non sono dei più idilliaci, nonostante, si dice, ci sia stato un tentativo di riavvicinanamento recente. Però se il governo facesse intervenire in maniera sistemica Cdp, sbloccasse i pagamenti della Pa e facesse opera di moral suasion per sollecitare gli altri Stati esposti a saldare i loro debiti già un primo passo, nell’ottica del consolidamento e del rilancio, si potrebbe fare, mettendo anche in sicurezza la tematica del lavoro. Tra l’altro una soluzione definitiva al problema dell’indebitamento delle tre aziende sarebbe gradita anche dal sistema bancario nazionale.

    Come fare? Una opzione è quella della creazione di una newco nella quale far confluire le attività operative di Astaldi , Condotte e Trevi , lasciando a una bad company la non semplice gestione del debito. In questo caso la Cdp potrebbe intervenire come azionista di minoranza relativa di peso, mentre le banche potrebbero o stralciare buona parte delle proprie esposizione o divenire azioniste convertendo il debito in equity. Ma affinché questa ipotesi di lavoro divenga realtà, occorre coinvolgere un soggetto industriale italiano sano che funga da pivot e motore del progetto complessivo.

    L’obiettivo finale è quello di creare un nuovo polo che possa fare da contraltare a Salini -Impregilo e che possa avere una taglia tale da entrare in scena con forza sul mercato internazionale. Un’impresa di ri-costruzione titanica ma non impossibile. (riproduzione riservata)

  6. #1696

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    Astaldi, Condotte e Trevi sono le grandi malate di un settore che occupa 60mila dipendenti e che rischia di implodere. Per questo governo, Cdp e banche sono in allerta. La soluzione? Un nuovo polo
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    i dati dei principali gruppi italiani e la top five d'Europa

    Il governo italiano da tempo è impegnato a fronteggiare due grandi problematiche occupazionali, legate allo stato di crisi attraversato da aziende di riferimento del sistema-Paese, ovvero Alitalia (oltre 11.600 dipendenti) e Ilva (14mila i lavoratori negli stabilimenti nazionali di cui 11mila solo a Taranto), che per essere risanate necessitano di tagli drastici alla voce forza lavoro: almeno 2mila le fuoriuscite individuate dalla tedesca Lufthansa per la compagnia aerea di bandiera e altri 4mila esuberi prospettati dalla newco Am Investco (Arcelor Mittal e Cdp subentrata al gruppo Marcegaglia).

    Mentre in queste ultime settimane è scoppiato anche politicamente (in vista della tornata del prossimo 4 marzo), il caso Embraco: la società controllata da Whirlpool ha chiuso lo stabilimento in Piemonte delocalizzando 497 dipendenti in Slovacchia. Numeri rilevanti per il mercato che però nulla hanno a che vedere con quelli di un altro settore strategico, ma attraversato da una forte contrazione dei numeri e delle prospettive, almeno per quel che attiene alcuni operatori, quale quello delle costruzioni nel quale lavorano 60mila addetti diretti, ai quali va aggiunto un ampio indotto.

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    Un bubbone che ancora non è scoppiato, ma che nel caso di una sua deflagrazione avrebbe un effetto domino allarmante per l’economia di un Paese che non può restare senza opere pubbliche e infrastrutture e che tra l’altro sconta il problema del nanismo dei gruppi attivi sul mercato rispetto ai competitor europei. Questo campanello d’allarme sta risuonando da almeno un anno nelle stanze della politica, negli uffici delle principali banche italiane, quindi Intesa Sanpaolo , Unicredit , Mps , Banco Bpm e Bnl, giusto per citarne alcune, tra avvocati e banchieri d’affari e, soprattutto, nelle sedi di almeno tre società: Astaldi , Condotte e, seppure in un business parallelo come quello delle perforazione e dell’oil&gas, Trevi .

    Dossier caldissimi che stanno tenendo sulle spine il mercato e il sistema creditizio perché in ballo c’è la ristrutturazione a più livelli e con diverse modalità di intervento, di un indebitamento complessivo di quasi 2,5 miliardi. Al momento, non è detto che i rispettivi azionisti di riferimento, la Fin.Ast per Astaldi , Ferfina (famiglia Bruno Tolomei-Astaldi ) per Condotte e i Trevisani per Trevi , siano in grado di far fronte al necessario rafforzamento patrimoniale che verrà chiesto loro.

    Perché se il gruppo romano di costruzioni quotato a Piazza Affari, e secondo operatore del settore alle spalle di Salini -Impregilo (vedere tabella in pagina), sta lavorando a una manovra finanziaria complessiva di almeno 300 milioni, l’azienda cesenate di trivellazioni e drilling sarà chiamata a una ricapitalizzazione superiore ai 200 milioni, oltre a essere obbligata, se mai troverà un compratore, a cedere l’attività di oil&gas. Infine, per quel che attiene Condotte è già stata attivata la richiesta di ammissione al concordato in continuità per la newco operativa, lasciando alla bad company la gestione di un indebitamento netto che se nel 2016 ammontava a 398 milioni salirà quest’anno a 555 milioni.

    Queste tre partite sono intrecciate tra loro per una serie di motivazioni: non solo il rischio di tagli drastici al personale (solo Trevi , la più piccola di tutte, impiega in Italia 7mila addetti) con il conseguente rischio di non avere risorse per far fronte agli ordinativi in portafoglio e di non poter partecipare alle future gare d’appalto in Italia e all’estero. Ma sono accomunate anche dal fatto che coinvolgono quasi tutte le banche italiane e che per proseguire nello sviluppo dei piani di rilancio saranno gioco-forza obbligate a studiare sinergie con altri operatori del mercato, in ottica di un consolidamento e irrobustimento del settore e dell’offerta.

    Come si esce da questo tunnel se si vuole poi trovare una soluzione che eviti guai peggiori e che preveda opzioni di sviluppo? E’ scontato che la politica e i palazzi romani non possono chiamarsi fuori da questa partita così complessa, visto che per l’appunto in gioco c’è il futuro di un comparto strategico e decisivo per l’ammodernamento del Paese. Senza tralasciare il fatto che Astaldi , Condotte e Trevi , così come altre aziende che hanno a che fare con la pubblica amministrazione si sono viste congelare i pagamenti da mesi: un cortocircuito che ha portato a questo ingessamento nella gestione finanziarie delle aziende.

    Basti dire, per esempio, che dei 400 milioni di crediti incagliati del gruppo di costruzioni capitolino guidato da Duccio Astaldi (e controllato dai Bruno Tolomei) esattamente la metà sono maturati nei confronti di Eur spa, la società controllata al 90% dal Ministero delle Finanze (il restante 10% è in mano a Roma Capitale). Mentre, per esempio, la Astaldi guidata da Paolo (cugino di Duccio), già lo scorso anno ha dovuto drasticamente svalutare (53%) l’esposizione netta, 4433 milioni, vantata fino a quel momento nei confronti del Venezuela, paese dichiarato da Standard & Poor’s in stato di default selettivo.

    E se i governi che in questi ultimi anni si sono avvicendati non hanno individuato nessuna politica a sostegno del settore delle costruzioni - argomento che non pare essere tra i punti salienti dei programmi dei vari partiti schierati per il voto del 4 marzo -, è inevitabile che prima o poi il problema debba essere affrontato visto che riguarda più dicasteri (Mef, Sviluppo economico e Lavoro e Infrastrutture). Per di più, lo Stato e quindi il governo sono parte in causa in almeno uno dei tre «malati gravi»: perché la Cassa Depositi e Prestiti dal 2014 è azionista di minoranza (16,8%) di Trevi e non può certo lasciar andare al suo destino l’azienda guidata da Stefano Trevisani e nella quale da un paio di mesi è arrivato, su indicazione delle banche, il nuovo chief restructuring office, Sergio Iasi.

    E allora, come si sostiene in ambienti finanziari, perché non studiare una soluzione di sistema per mettere in sicurezza le tre aziende coinvolte in questi processi di risanamento? Ovviamente non è così semplice, immediato e logico mettere attorno a un tavolo i soci di Astaldi , Condotte e Trevi . Anche perché i rapporti tra Duccio e Paolo Astaldi non sono dei più idilliaci, nonostante, si dice, ci sia stato un tentativo di riavvicinanamento recente. Però se il governo facesse intervenire in maniera sistemica Cdp, sbloccasse i pagamenti della Pa e facesse opera di moral suasion per sollecitare gli altri Stati esposti a saldare i loro debiti già un primo passo, nell’ottica del consolidamento e del rilancio, si potrebbe fare, mettendo anche in sicurezza la tematica del lavoro. Tra l’altro una soluzione definitiva al problema dell’indebitamento delle tre aziende sarebbe gradita anche dal sistema bancario nazionale.

    Come fare? Una opzione è quella della creazione di una newco nella quale far confluire le attività operative di Astaldi , Condotte e Trevi , lasciando a una bad company la non semplice gestione del debito. In questo caso la Cdp potrebbe intervenire come azionista di minoranza relativa di peso, mentre le banche potrebbero o stralciare buona parte delle proprie esposizione o divenire azioniste convertendo il debito in equity. Ma affinché questa ipotesi di lavoro divenga realtà, occorre coinvolgere un soggetto industriale italiano sano che funga da pivot e motore del progetto complessivo.

    L’obiettivo finale è quello di creare un nuovo polo che possa fare da contraltare a Salini -Impregilo e che possa avere una taglia tale da entrare in scena con forza sul mercato internazionale. Un’impresa di ri-costruzione titanica ma non impossibile. (riproduzione riservata)

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