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Disallineato
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Eurobond
Blanchard (Fmi): Eurobond una buona idea per il futuro, non adesso
Finanzaonline.com - 20.9.11/16:09 Flash Fonte: Finanza.com Quando sarebbe il momento giusto?? Quando saranno saltati i PIIGS
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TI POSTO UN ARTICOLO TRATTO DA PANORAMA DI QUESTA SETTIMANA, A MIO AVVISO SONO GIUSTE MOTIVAZIONI TEDESCHE CONTRARIE AGLI EUROBOND:
"Si pentono. Sempre più tedeschi provano rammarico per la decisione di avere scambiato il loro D-Mark con l’euro. Il marco per i tedeschi rappresentava ben più di un mero strumento di pagamento con biglietti e monete. Era diventato un simbolo del ritorno della Germania a rispettabilità e successo dopo gli anni bui della storia. Fuori dalla Repubblica Federale si sottovaluta il fatto che quella del marco era una storia finita con successo al terzo tentativo, dopo due terribili fallimenti. Tanti giovani tedeschi hanno ricevuto dal nonno, come ricordo, qualche bigliettone della vecchia valuta tedesca, con la spiegazione che tutti gli zeri stampati sopra non valevano niente, perché alla fine, quando ormai l’inflazione era impazzita, con 1.000 miliardi di vecchi marchi si comprava al massimo un uovo o un po’ di pane. Questa era una delle ragioni perché con il Deutsche Mark i padri della nuova Germania Federale cercavano di non sbagliare di nuovo. La Bundesbank era indipendente, aveva l’unico compito di prevenire l’inflazione; doveva tenersi lontana dalla politica quotidiana e, soprattutto, evitare di finanziare il debito dello stato: trovare le risorse era compito dei politici, non dei custodi della moneta. Queste convinzioni non erano sempre condivise dagli altri europei. Ma per assicurarsi la partecipazione della Germania al progetto della moneta europea c’era solo una strada: promettere ai tedeschi che «l’euro sarà forte come il marco». E farlo gestire a Francoforte, capitale finanziaria della Germania, da un’istituzione indipendente, forte e monetarista come la Bundesbank. In Germania i dubbi restavano diffusi, ma erano stati superati soprattutto per lo spirito europeista di Helmut Kohl, il cancelliere della riunificazione. Solo adesso i tedeschi si rendono conto che il loro potere contrattuale iniziale è svanito, che le carte in tavola sono cambiate. Sono tornati alla carica quegli economisti e quelle nazioni che sulla banca centrale e la politica monetaria la pensavano in modo diverso fin dall’inizio. Sono quelli che non vogliono che la Bce si concentri sulla politica monetaria con una strategia di lungo periodo, ma intendono invece affidarle una miriade di altri compiti, contraddittori, di breve respiro. Sono quelli che non vogliono tenere lontano la banca centrale e la sua funzione di creare moneta dalle richieste dei politici, ma la considerano invece un comodo strumento per risolvere qualche problema contingente, senza preoccuparsi di eventuali conseguenze future. Questa idea di euro costruito in modo diverso, e di politica monetaria tipo Italia anni 70, ai tedeschi sembrava superata non solo dalle esperienze della storia lontana della Germania, ma anche dai dati degli ultimi decenni dell’economia italiana. Dal punto di vista tedesco, un’interpretazione nuova di come devono essere gestite la moneta unica e la banca centrale è non soltanto un salto indietro nella storia, ma anche un pericolo per le fondamenta costruite finora. Eppure, adesso i tedeschi non possono più scappare da un’unione monetaria che cambia carattere, o dare le dimissioni, come ha fatto venerdì 9 settembre il capoeconomista della Banca centrale europea, Jürgen Stark, che rappresenta le convinzioni dei tedeschi. Loro, che senza Stark hanno per di più una rappresentanza indebolita all’interno della Bce, si sentono intrappolati, in minoranza, con un euro che cambia carattere e si allontana da quanto avevano creduto all’inizio. La crisi del debito sovrano in Europa ha portato alla ribalta i nodi e le preoccupazioni dei tedeschi. Perché adesso non sono solo legati all’euro, ma anche alle sorti di economie come quelle di Grecia, Irlanda o Italia. In Germania ci si ricorda bene delle discussioni sull’ammissione dell’Italia all’unione monetaria, soprattutto promesse e giuramenti italiani sulla riduzione del debito e la disciplina di bilancio. Gli italiani ribattono oggi ricordando l’allentamento del patto di stabilità voluto nel 2004 e 2005 da francesi e tedeschi (con grande tifo dell’allora ministro del Tesoro italiano). Fu una mossa poco saggia non volere rientrare nei parametri del patto per non dovere ridurre il deficit rispetto al pil di pochi decimi percentuali. Comunque da allora la Germania si è convinta che bisogna risanare i conti. Da anni ci sono amministrazioni di Länder (regioni) a deficit zero (con governi sia di destra sia di sinistra). E il pareggio di bilancio è diventato un vincolo nella costituzione tedesca. L’Italia si è impegnata solo per il minimo sindacale. Oggi si trova punto e a capo, con un rapporto debito/pil del 120 per cento, come nel 1997, e vuole, contrariamente ai vecchi accordi, pure la garanzia per i propri debiti da parte della Germania. Con questa prospettiva, nessun tedesco nel 1998 avrebbe accettato di partecipare alla fondazione dell’euro; o quantomeno avrebbe rifiutato l’ammissione dell’Italia. Perché l’Italia adesso chiede gli eurobond e le garanzie? Per godere di tassi d’interesse bassi come quelli della Germania, dicono gli italiani, che dovrebbero facilitare l’abbattimento del debito. Ma l’Italia non ha già goduto di interessi bassi per un decennio di euro senza fare niente? Perché la Germania è inquieta? Qualche politico italiano vuole nuovamente impegnarsi a comportamenti virtuosi nella politica di bilancio, ma non si è visto quanto valevano le vecchie promesse? Comunque, in Italia tanti media e tanti economisti sostengono che la Germania, per salvare anche se stessa, non avrebbe altra scelta che salvare la Grecia e farsi garante per l’Italia. Può suonare vagamente come un ricatto. Tre quarti dei tedeschi, secondo i sondaggi, sono contrari all’allargamento del Fondo europeo di salvataggio, che comporta garanzie per la somma di 211 miliardi di euro, il 9 per cento dell’intero pil tedesco, il 14 di quello italiano. In Italia si sostiene che per la Germania quest’aiuto sarebbe comunque facile da sostenere, e dovuto, volendo obbedire ai principi di solidarietà europea. Il lavoratore, il contribuente e il pensionato tedesco invece mettono in primo piano gli sforzi e i sacrifici fatti dalla Germania negli ultimi anni per tornare al successo economico. Ci sono stati tagli dolorosi e incisivi per prestazioni e servizi del sistema di sicurezza sociale che sembravano acquisiti per sempre. I sindacati hanno praticato la moderazione salariale, hanno concesso ore di lavoro in più, flessibilità tra vacanze forzate e ore di straordinario, un totale coinvolgimento verso produttività e competitività. I dipendenti pubblici hanno dovuto aumentare il numero di ore settimanali lavorate, senza aggiunta di paga, anzi hanno dovuto rinunciare alla tredicesima. Ci sono stati tagli fra i dipendenti pubblici, anche se già prima non c’erano numeri in abbondanza come per esempio in Italia. Da sempre nelle scuole tedesche basta un bidello ogni 1.000 alunni. Pure i pensionati hanno dovuto cedere. In passato il pensionato tedesco medio dopo 40 anni di lavoro riceveva circa il 60 per cento del vecchio stipendio, adesso si è scesi al di sotto del 55 per cento, e ancora meno per chi vuole andare in pensione a 62 o 63 anni. Mentre un italiano ancora oggi prende quasi il 70 per cento lasciando il lavoro a 61 anni, grazie alla pensione di anzianità. Inoltre ai tedeschi non è riconosciuta la rivalutazione delle pensioni secondo il tasso d’inflazione. Parametro per la rivalutazione è la crescita dei salari (modesta) meno un fattore demografico (nascono pochi bambini, come in Italia). Risultato: nel 2004, 2005, 2006, 2010 non c’è stato alcun aumento delle pensioni pubbliche. Dopodiché il pensionato tedesco vuole sapere perché dovrebbe con le sue tasse garantire agli italiani la pensione d’anzianità. Nel tempo dei Tea party negli Stati Uniti, nel tempo delle spinte verso il federalismo fiscale in Italia, la questione dell’euro e dei salvataggi di altri paesi tocca anche in Germania i temi di democrazia, trasparenza e responsabilità. Se una banca centrale per l’euro non si tiene alla larga dal finanziamento di stati membri (per esempio acquistando titoli del debito pubblico greco, portoghese, irlandese, italiano, spagnolo), vuol dire che le conseguenze, gli effetti inflazionistici, forse anche le svalutazioni nel bilancio della Bce, saranno spalmati fra tutti gli stati dell’eurozona, senza neanche tante discussioni preliminari sulle responsabilità. Se in Italia un veneto o un lombardo non vogliono più finanziare gli sprechi dei concittadini meridionali, perché i tedeschi dovrebbero concedere grandi fondi ai burocrati di Bruxelles per una spartizione politica, per di più senza l’assenso del Bundestag, il loro parlamento? Infine, quel che più preoccupa contribuenti ed economisti tedeschi è l’orizzonte temporale delle soluzioni prospettate. Gli italiani vogliono una soluzione rapida e semplice, come per gli interventi di politica monetaria. I tedeschi vogliono vedere dove portano le soluzioni a breve negli anni seguenti. Per tanti in Germania gli eurobond sono una strada verso il probabile fallimento di tutti insieme fra qualche anno. Quel che in Italia interessa poco (o viene abilmente nascosto) per la Germania invece è importantissimo: quali futuri comportamenti saranno indotti dalla soluzione scelta? L’acquisto di titoli di stato da parte della Bce, l’introduzione di eurobond, la concessione di garanzie da parte dell’Europa possono certamente placare gli animi in Italia. Probabilmente anche troppo: c’è da scommettere che si fermerebbero gli sforzi per mettere a posto le finanze pubbliche e le lacune dell’economia. Dal punto di vista della Germania, l’Italia ha bisogno di un incentivo diverso. Questo si costruisce con una procedura di fallimento ordinato per gli stati membri dell’unione monetaria, fatta in modo che il naufragio di un paese non porti alla rovina gli altri partner. Questo meccanismo è certamente impegnativo, obbliga tutti a rapide manovre di correzione, a un ritmo sostenuto di ristrutturazioni, riforme e rimozione di vecchi ostacoli alla crescita economica. Per questa ragione è stato, fra gli altri, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a esprimere quest’ultima idea. Certo non per fare l’arbitro tra Germania e Italia, o per scarso amor di patria, anzi. Draghi dice che non ci sono comode scorciatoie, che senza stabilità dei prezzi (e la premessa dell’indipendenza della banca centrale) non ci può essere sviluppo economico, che senza crescita economica e aumento del benessere comune non ci potrà essere successo dell’Unione Europea. Con questa prospettiva strategica, tutto può essere visto sotto una luce diversa: Draghi vuole spronare l’Italia verso più riforme e salvare così il futuro dell’euro. I tedeschi apprezzeranno prima o poi questa sua visione a lungo termine. Mentre il circo politico-mediatico cerca qualsiasi appiglio per non cambiare, puntando in tutti i modi al sollievo di breve respiro degli eurobond, sia con appelli alla solidarietà europea, sia condannando il comportamento altrui come disprezzabile frutto di banale nazionalismo." *Tobias Piller è corrispondente dall’Italia per la «Frankfurter Allgemeine Zeitung». |
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Eu: Barroso, quella degli Eurobond è un´ipotesi da tenere in considerazione
Finanzaonline.com - 21.9.11/13:20 L´ipotesi-Eurobond non può essere esclusa a prescindere. Lo ha dichiarato il Presidente della Commissione europea Jose Barroso."La Commissione ritiene che quella di titoli di debito comuni all´Eurozona sia un´ipotesi da prendere in considerazione, magari non ora, ma non può essere esclusa a priori". "Va comunque tenuto presente -ha detto Barroso- che gli Eurobond rappresentano solo parte delle possibili soluzioni e non sono la panacea di tutti i mali". |
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