Torna indietro   Forum di Finanzaonline.com > Approfondimenti di Finanza > Obbligazioni, Titoli di Stato

Vai al forum
Rispondi
 
Strumenti discussione Valuta discussione Modalità visualizzazione
Vecchio 11-09-11, 10:14   #1 (permalink)
Firenze .
 
L'avatar di locco68
 
Data registrazione: Feb 2004
Messaggi: 6,192
Popolarità: 42949681
locco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond repute
Le prospettive del debito pubblico italiano

Le prospettive del debito pubblico italiano

Articolo di Matteo Lombardo (*) 25 luglio 2011 11:57

Nelle ultime settimane la borsa ed i titoli di stato italiano sono stati spesso in sofferenza, soprattutto per la percezione dei mercati riguardo l’approvazione della manovra finanziaria e l’incertezza politica. Nonostante queste situazioni, l’Italia non è la Grecia, e non lo diciamo per patriottismo ma perché i fatti dimostrano che è così.

La visione comune è che tutte le nazioni genericamente associate alla periferia dell’euro (i famosi PIIGS) siano caratterizzate - a differenza delle nazioni “core” - da sprechi fiscali, incapacità di implementare riforme strutturali, scarsa competitività sui costi ed un significativo deficit di bilancio. Grecia, Portogallo e, per ragioni diverse, Irlanda sono state effettivamente portate sull’orlo dell’insolvenza da politiche fiscali scriteriate che sono state acuite dalla crisi. La Spagna era fiscalmente virtuosa, ma le sue banche si sono dedicate in massa alla speculazione immobiliare nell’ultima decade ed adesso ne stanno pagando le conseguenze.
L’Italia differisce invece da queste situazioni sotto molti aspetti:
Ha generato un avanzo primario di bilancio negli ultimi 20 anni, con l’eccezione del periodo della crisi (2008-2009);
Il settore privato è poco indebitato: il debito di famiglie ed aziende è circa il 137% del PIL, ben al di sotto della media europea (169%); anche aggiungendo l’elevato debito pubblico, è meno indebitata della nazione europea “media”. A differenza degli altri paesi periferici, l’Italia non ha bisogno di intraprendere un significativo de-leveraging del settore privato;
Il mercato immobiliare non ha subito una bolla e il suo seguente scoppio come avvenuto in Spagna ed Irlanda; inoltre, il sistema bancario, seppur non in perfetta forma, ha sostanzialmente evitato di essere risucchiato dagli eccessi degli anni precedenti la crisi;
Non ci sono squilibri nella bilancia dei pagamenti: il deficit di bilancio corrente è gestibile, in linea con quello francese e di gran lunga inferiore agli altri paesi periferici; ad esempio, il debito esterno netto della Grecia è praticamente uguale al suo PIL, mentre per noi è solo il 20% del PIL. L’Italia non ha bisogno di attrarre significativi capitali dall’estero.
L’Italia è da sempre sotto la lente degli investitori per l’elevato debito pubblico, oggi oltre il 120% del PIL. Ma questa è ormai una situazione endemica ed occorre notare che anche altre nazioni (Belgio, Giappone) hanno convissuto con una situazione simile per molti anni: il nostro debito pubblico è stato superiore al 100% del PIL fin dal 1991. Questa non è ovviamente una situazione ideale, ma di per sé non è conclusiva quando si tratta di determinare il rischio di default: piuttosto, la sostenibilità del debito è legata all’andamento dei deficit di bilancio e del costo del debito stesso.
Per il 2011, il nostro deficit dovrebbe essere tra -3,6% e -3,9% del PIL; se le misure appena approvate dovessero rivelarsi corrette, questo passerebbe a +1,5% nel 2014. Escludendo gli interessi sul debito, il cosiddetto deficit primario è per noi in realtà un avanzo, di circa 0,3% per il 2011 e che potrebbe salire fino al 5% nel 2014. Il paese ha avuto simili surplus primari tra il 1997 ed il 2003, periodo in cui il debito scese dal 128% del PIL al 103%.

I tassi d’interesse in crescita sono ovviamente una preoccupazione per un paese con un elevato debito, perché aumentano in maniera esponenziale il costo di ripagarlo. Tuttavia, la situazione italiana non è così grave come molti vogliono far credere. Secondo le stime di alcune banche d’affari, un costo totale del debito del 7% (cioè lungo tutte le varie scadenze) sarebbe il punto di breakeven per mantenere il livello attuale. Ad oggi i titoli italiani decennali rendono circa il 5,25% dopo aver toccato un massimo del 6%: questo significa che abbiamo ancora un po’ di spazio per assorbire ulteriori shock prima che siano necessari nuovi aggiustamenti fiscali.

Questi risultati sono resi possibili perché l’Italia ha una scadenza media del debito tra le più alte al mondo (circa 7,5 anni) e quindi non deve rifinanziare grossi ammontari ogni anno. La sensitività del costo del nostro debito pubblico agli aumenti dei tassi è pertanto graduale: l’ammontare lordo di nuovi titoli in emissione è circa il 17% dello stock esistente, quindi meno di un quinto dell’aumento dei tassi si traduce in un aumento effettivo nel costo del debito ogni anno.

Scadenza media del debito pubblico per i paesi della zona euro



Fonte: UBS, Morgan Stanley.

























Tutto questo, ovviamente, non vuol dire che la nostra economia non presenti delle gravi debolezze. Innanzitutto, le previsioni di crescita reale rimangono anemiche ad essere ottimisti: più che un problema di debito il nostro paese soffre di un problema di crescita. Inoltre rimangono grossi problemi strutturali in termini di competitività e produttività delle nostre industrie. Infine, nel lungo periodo i trend demografici non giocano a nostro favore: il rapporto di dipendenza tra pensionati e lavoratori è in continua crescita ed i costi per pensioni e prestazioni sanitarie continueranno ad assorbire la maggior parte delle entrate dello stato. Da questo punto di vista la sostenibilità fiscale del debito continuerà ad essere sotto pressione.

La nostra conclusione è che l’Italia non è nella stessa situazione della Grecia: certo non possiamo festeggiare, ma siamo ben lontani da un possibile default o dissesto finanziario. Riteniamo pertanto che al momento i risparmi investiti in titoli di stato italiano siano ampiamente al sicuro da catastrofiche conseguenze negative.

Diverso, tuttavia, è il nostro giudizio sui titoli di stato di molti paesi occidentali come investimenti di lungo periodo. Quando la massa di liquidità creata dall’occidente negli ultimi venti anni e parcheggiata sotto forma di obbligazioni sovrane nei bilanci di Cina e paesi arabi tornerà indietro verso le nazioni da cui è originata, preferiremo di gran lunga possedere attività reali, protette dall’inflazione e che generano costanti flussi di cassa ai titoli del tesoro di qualsiasi paese sviluppato (incluso i titoli del Tesoro americano e tedeschi).


* Consulente Finanziario Indipendente che offre servizi di advisory di portafoglio ed analisi di strumenti finanziari incentrati sulla pura consulenza in assenza di conflitto di interessi. Per maggiori informazioni:K CAPITAL | Società di Consulenza e Ricerca Finanziaria Indipendente
locco68 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 11-09-11, 11:53   #2 (permalink)
mutanda in ghisa....
 
L'avatar di il carcarlo
 
Data registrazione: Aug 2008
Messaggi: 18,702
Popolarità: 42949676
il carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond reputeil carcarlo has a reputation beyond repute
ora, invece di spettare che siano i mercati a dire quello che dobbiamo fare, si potrebbe giocare d' anticipo e cominciare a vendere le partecipazioni/immobili dello stato e ricomprarsi per un 80% il debito pubblico mentre per il restante 20% si aiuta la crescita con sgravi fiscali, investimenti etc.....
il problema di fondo e' che si sta' distruggendo la classe media che alla fine e' quella che ti fa' girare i soldi
se tu dai 100 euro spendibili in piu' al mese ad una famiglia, non li spendera' tutti ma almeno ti va' a mangiare una pizza al mese e quella pizzeria paghera' le tasse allo stato.....
visto che i beni statali ammontano dai 250 ai 350 miliardi di euro io comincerei proprio da li
il debito pubblico passerebbe dagli attuali 1950 miliardi di euro a 1650 con relativi interessi in meno da pagare e con una conseguente possibile detassazione alle imprese
insomma e' il cane che si morde la coda, ma prima o poi lo si deve fermare

certo pero' che per fare questo ci vuole un governo fresco, forte e con i controco.glioni, ed e' per questo che penso ad un governo tecnico fatto da una squadra di economisti indipendenti......

questa e' la mia opinione......
e' inutile continuare a spolpare i cittadini quando si hanno altre strade.....

in tutte le societa' dove c'e' una classe media impoverita si va' allo scatafascio
il carcarlo non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 11-09-11, 13:03   #3 (permalink)
Member
 
Data registrazione: Aug 2011
Messaggi: 604
Popolarità: 14797891
Killerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond repute
Citazione:
Originalmente inviato da locco68 Visualizza messaggio
Le prospettive del debito pubblico italiano

Articolo di Matteo Lombardo (*) 25 luglio 2011 11:57

Nelle ultime settimane la borsa ed i titoli di stato italiano sono stati spesso in sofferenza, soprattutto per la percezione dei mercati riguardo l’approvazione della manovra finanziaria e l’incertezza politica. Nonostante queste situazioni, l’Italia non è la Grecia, e non lo diciamo per patriottismo ma perché i fatti dimostrano che è così.
...
Solo pochi giorni dopo il 25 luglio la BCE ha iniziato ad intervenire acquistando pesantemente tds (anche)italiani e i cittadini hanno subito una nuova pesante manovra. Se l'autore dell'articolo avesse tradotto il testo in inglese e lo avesse inviato ai creditori internazionali... Non importa. Può sempre farlo adesso così da evitarci una+una+una+... nuova manovra.
Killerinpensione non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 11-09-11, 18:52   #4 (permalink)
Member
 
Data registrazione: Dec 2010
Messaggi: 2,080
Popolarità: 16974546
luiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond reputeluiss1970 has a reputation beyond repute
manovre

Citazione:
Originalmente inviato da locco68 Visualizza messaggio
Le prospettive del debito pubblico italiano

Articolo di Matteo Lombardo (*) 25 luglio 2011 11:57

Nelle ultime settimane la borsa ed i titoli di stato italiano sono stati spesso in sofferenza, soprattutto per la percezione dei mercati riguardo l’approvazione della manovra finanziaria e l’incertezza politica. Nonostante queste situazioni, l’Italia non è la Grecia, e non lo diciamo per patriottismo ma perché i fatti dimostrano che è così.

La visione comune è che tutte le nazioni genericamente associate alla periferia dell’euro (i famosi PIIGS) siano caratterizzate - a differenza delle nazioni “core” - da sprechi fiscali, incapacità di implementare riforme strutturali, scarsa competitività sui costi ed un significativo deficit di bilancio. Grecia, Portogallo e, per ragioni diverse, Irlanda sono state effettivamente portate sull’orlo dell’insolvenza da politiche fiscali scriteriate che sono state acuite dalla crisi. La Spagna era fiscalmente virtuosa, ma le sue banche si sono dedicate in massa alla speculazione immobiliare nell’ultima decade ed adesso ne stanno pagando le conseguenze.
L’Italia differisce invece da queste situazioni sotto molti aspetti:
Ha generato un avanzo primario di bilancio negli ultimi 20 anni, con l’eccezione del periodo della crisi (2008-2009);
Il settore privato è poco indebitato: il debito di famiglie ed aziende è circa il 137% del PIL, ben al di sotto della media europea (169%); anche aggiungendo l’elevato debito pubblico, è meno indebitata della nazione europea “media”. A differenza degli altri paesi periferici, l’Italia non ha bisogno di intraprendere un significativo de-leveraging del settore privato;
Il mercato immobiliare non ha subito una bolla e il suo seguente scoppio come avvenuto in Spagna ed Irlanda; inoltre, il sistema bancario, seppur non in perfetta forma, ha sostanzialmente evitato di essere risucchiato dagli eccessi degli anni precedenti la crisi;
Non ci sono squilibri nella bilancia dei pagamenti: il deficit di bilancio corrente è gestibile, in linea con quello francese e di gran lunga inferiore agli altri paesi periferici; ad esempio, il debito esterno netto della Grecia è praticamente uguale al suo PIL, mentre per noi è solo il 20% del PIL. L’Italia non ha bisogno di attrarre significativi capitali dall’estero.
L’Italia è da sempre sotto la lente degli investitori per l’elevato debito pubblico, oggi oltre il 120% del PIL. Ma questa è ormai una situazione endemica ed occorre notare che anche altre nazioni (Belgio, Giappone) hanno convissuto con una situazione simile per molti anni: il nostro debito pubblico è stato superiore al 100% del PIL fin dal 1991. Questa non è ovviamente una situazione ideale, ma di per sé non è conclusiva quando si tratta di determinare il rischio di default: piuttosto, la sostenibilità del debito è legata all’andamento dei deficit di bilancio e del costo del debito stesso.
Per il 2011, il nostro deficit dovrebbe essere tra -3,6% e -3,9% del PIL; se le misure appena approvate dovessero rivelarsi corrette, questo passerebbe a +1,5% nel 2014. Escludendo gli interessi sul debito, il cosiddetto deficit primario è per noi in realtà un avanzo, di circa 0,3% per il 2011 e che potrebbe salire fino al 5% nel 2014. Il paese ha avuto simili surplus primari tra il 1997 ed il 2003, periodo in cui il debito scese dal 128% del PIL al 103%.

I tassi d’interesse in crescita sono ovviamente una preoccupazione per un paese con un elevato debito, perché aumentano in maniera esponenziale il costo di ripagarlo. Tuttavia, la situazione italiana non è così grave come molti vogliono far credere. Secondo le stime di alcune banche d’affari, un costo totale del debito del 7% (cioè lungo tutte le varie scadenze) sarebbe il punto di breakeven per mantenere il livello attuale. Ad oggi i titoli italiani decennali rendono circa il 5,25% dopo aver toccato un massimo del 6%: questo significa che abbiamo ancora un po’ di spazio per assorbire ulteriori shock prima che siano necessari nuovi aggiustamenti fiscali.

Questi risultati sono resi possibili perché l’Italia ha una scadenza media del debito tra le più alte al mondo (circa 7,5 anni) e quindi non deve rifinanziare grossi ammontari ogni anno. La sensitività del costo del nostro debito pubblico agli aumenti dei tassi è pertanto graduale: l’ammontare lordo di nuovi titoli in emissione è circa il 17% dello stock esistente, quindi meno di un quinto dell’aumento dei tassi si traduce in un aumento effettivo nel costo del debito ogni anno.

Scadenza media del debito pubblico per i paesi della zona euro



Fonte: UBS, Morgan Stanley.

























Tutto questo, ovviamente, non vuol dire che la nostra economia non presenti delle gravi debolezze. Innanzitutto, le previsioni di crescita reale rimangono anemiche ad essere ottimisti: più che un problema di debito il nostro paese soffre di un problema di crescita. Inoltre rimangono grossi problemi strutturali in termini di competitività e produttività delle nostre industrie. Infine, nel lungo periodo i trend demografici non giocano a nostro favore: il rapporto di dipendenza tra pensionati e lavoratori è in continua crescita ed i costi per pensioni e prestazioni sanitarie continueranno ad assorbire la maggior parte delle entrate dello stato. Da questo punto di vista la sostenibilità fiscale del debito continuerà ad essere sotto pressione.

La nostra conclusione è che l’Italia non è nella stessa situazione della Grecia: certo non possiamo festeggiare, ma siamo ben lontani da un possibile default o dissesto finanziario. Riteniamo pertanto che al momento i risparmi investiti in titoli di stato italiano siano ampiamente al sicuro da catastrofiche conseguenze negative.

Diverso, tuttavia, è il nostro giudizio sui titoli di stato di molti paesi occidentali come investimenti di lungo periodo. Quando la massa di liquidità creata dall’occidente negli ultimi venti anni e parcheggiata sotto forma di obbligazioni sovrane nei bilanci di Cina e paesi arabi tornerà indietro verso le nazioni da cui è originata, preferiremo di gran lunga possedere attività reali, protette dall’inflazione e che generano costanti flussi di cassa ai titoli del tesoro di qualsiasi paese sviluppato (incluso i titoli del Tesoro americano e tedeschi).


* Consulente Finanziario Indipendente che offre servizi di advisory di portafoglio ed analisi di strumenti finanziari incentrati sulla pura consulenza in assenza di conflitto di interessi. Per maggiori informazioni:K CAPITAL | Società di Consulenza e Ricerca Finanziaria Indipendente
20 manovre da 45 mld come diceva Milano Finanza o una da 400 mld come dice Profumo?
luiss1970 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 13-09-11, 10:15   #5 (permalink)
Firenze .
 
L'avatar di locco68
 
Data registrazione: Feb 2004
Messaggi: 6,192
Popolarità: 42949681
locco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond repute
La soglia del rischio non è stata superata

di Isabella Bufacchi
Cronologia articolo13 settembre 2011
In questo articolo

Argomenti: Titoli di Stato | Italia | Ministero del Tesoro | Bce | Mizuho international | Riccardo Barbieri




Accedi a My






Al 7% la soglia dell'allarme rosso
Gli oneri a carico dello Stato per il servizio del debito inanellano un rincaro dietro l'altro, di asta in asta. I tassi d'interesse che il Tesoro è chiamato a corrispondere al mercato per finanziarsi aumentano tanto più si acuisce la crisi del debito sovrano nell'eurozona periferica e peggiorano le stime sull'andamento dell'economia europea.

È accaduto nuovamente ieri, in occasione dell'asta dei BoT e prevedibilmente accadrà oggi con i BTp a cinque anni che potrebbero essere collocati - salvo sorprese dell'ultimora in positivo o in negativo - attorno al 5,25%, un tasso di valenza storica quando ancora l'anno scorso questo titolo veniva collocato tra il 2 e il 3 per cento. Ma il rischio-Italia sul mercato primario delle aste e sul secondario degli scambi di compravendita riesce a mantenersi comunque lontano dalla soglia del 6% simbolica sulla durata decennale, quella che è stata scavalcata all'inizio di agosto e che ha fatto scattare l'allarme rosso sull'insostenibilità dei conti pubblici.

Ieri il BTp decennale è risalito nell'orbita del 5,60%, dimezzando il recupero che dopo i primi acquisti della Bce dal 12 agosto aveva visto questo rendimento crollare dai picchi del 6,20% fino a poco sotto il 5 per cento. Il debito pubblico italiano, detto questo, resta per gli esperti della materia sostenibile, anche se non va abbassata la guardia: il costo della raccolta non è stratosferico, grazie agli interventi di Francoforte, mentre la maxi-manovra 2012-2013 traccia un percorso impegnativo di rigore per assicurare il risanamento delle finanze pubbliche. Ma, ammoniscono i mercati, in prospettiva il rapporto debito/Pil italiano non riuscirà a procedere velocemente verso il traguardo del 100% (il vero punto di svolta) se il costo del debito pubblico dovesse salire a fronte di una crescita quasi nulla o addirittura di una recessione.

«La mancanza di crescita rende problematico il consolidamento fiscale in 10-20 anni», ha ammonito ieri Riccardo Barbieri, chief economist per l'Europa di Mizuho international, secondo il quale l'allargamento della forbice tra costo del debito (sempre più alto) e crescita (sempre più contenuta) va compensato da un surplus primario sempre più elevato: ma è proprio l'avanzo primario un obiettivo difficile da raggiungersi quando manca la crescita.

«Un rapporto debito/Pil superiore al 100% accelera la dinamica avversa del rapporto stesso», ha sottolineato Barbieri, mettendo in chiaro che «il servizio del debito, se non viene tenuto sotto controllo, fa esplodere il debito/Pil in mancanza di un surplus primario adeguato». Ecco perchè, secondo Barbieri, è indispensabile che il governo italiano si concentri sulle misure e sulle riforme per la crescita e che lo faccia in fretta «senza improvvisazioni» e che invece di prenderne le distanze dimostri agli investitori italiani e internazionali di crederci fortemente. Ieri Société Génerale ha evidenziato il problema del lento calo del debito/Pil italiano, nonostante la manovra.

I rendimenti assoluti in corso di emissione pagati dal Tesoro italiano sono comunque ancora relativamente bassi (senza guardare al 50% che la Grecia dovrebbe pagare se si finanziasse oggi collocando titoli a due anni). I rialzi delle ultime aste di BoT, BTp e CcT - se dovessero rimanere a lungo inchiodati dove sono - impiegheranno tra i 5 e i 7 anni, prima di entrare in circolo e danneggiare seriamente i conti pubblici incrementando pesantemente la spesa per interessi. Uno dei punti di forza della composizione del debito pubblico negoziabile italiano sta proprio nella quota predominante dei BTp e CcT a medio-lungo termine (l'80% circa sull'intera torta da 1.582 miliardi allo scorso 30 giugno), rispetto al 10% circa dei BoT e il 5% dei CTz a breve termine: la vita media era lievemente al di sopra dei 7 anni, stando alle stime del Tesoro risalenti allo scorso 30 giugno. Secondo Morgan Stanley, il costo del debito pubblico italiano può salire fino a un tasso medio del 7% senza compromettere il piano di riduzione del debito/Pil: per altri analisti, questa soglia è invece al 6,5 per cento. Ma la Bce, tramite gli acquisti sul secondario (anche la scorsa settimana molto sostenuti, per 14 miliardi tra Italia e Spagna), per ora sembra mirare a un target di tutta tranquillità più vicino al 5-5,5 per cento. Purchè non continui l'erosione degli ultimi giorni, anche i mercati potrebbero alla fine tranquillizzarsi, almeno sul fronte del contenimento degli oneri sul debito anche a fronte di un rischio-recessione.

La sostenibilità del debito pubblico italiano, stando al Credit Suisse, si può misurare non solo con i tassi assoluti ma anche con un parallelo tra i rendimenti odierni e quelli risalenti al 1992, quando la lira fu costretta a uscire dallo Sme e le voci di default erano alimentate dalla rocambolesca liquidazione dell'Efim posseduto al 100% dallo Stato. Il costo del debito pubblico era più caro agli inizi degli anni '90 in percentuale delle entrate totali e in relazione al Pil rispetto a quanto non lo sia attualmente: anche se l'Italia, per rilanciare la crescita, disponeva della leva del cambio della svalutazione e della politica monetaria sui tassi guida.
locco68 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 13-09-11, 11:30   #6 (permalink)
Member
 
Data registrazione: Aug 2011
Messaggi: 604
Popolarità: 14797891
Killerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond repute
Se dopo la Bce servisse l'Fmi

di Francesco Caselli

Come i mercati hanno dimostrato ieri di aver ben capito, le dimissioni di Jürgen Stark dalla Bce avvicinano il momento, che peraltro non è mai stato tanto lontano, in cui quest'ultima dovrà smettere di acquistare titoli pubblici italiani. Agli occhi dell'opinione pubblica tedesca e di altri Paesi finanziariamente solidi, una forte presenza della Bundesbank nel consiglio della Bce è una garanzia essenziale.


Le dimissioni del rappresentante della Bundesbank Stark fanno della Bce un'istituzione ancora più "aliena" e inaffidabile, e costringono quest'ultima a una molto maggior cautela. In particolare, è divenuto impossibile fare finta di non sapere quale sia la vera natura degli acquisti Bce, che è quella di un trasferimento fiscale dalla Germania all'Italia. Più questo diventa chiaro, e meno l'opinione pubblica europea lo può accettare.
In maniera particolare non lo può accettare dato il modo in cui abbiamo distrutto la nostra credibilità nelle settimane passate (e non solo quella del Governo, che chiaramente vive su un altro pianeta, ma anche quella di buona parte dell'opposizione, che ha proclamato uno sciopero generale senza neanche sapere contro cosa scioperava).

Ulteriori interventi della Bce possono dunque solo provocare ulteriori spaccature che, al limite, potrebbero portare alcuni Paesi ricchi a uscire dall'euro per così dire "dall'alto" (un'ipotesi che, va detto, risolverebbe comunque molti problemi, ma che sicuramente non è nell'interesse dei vertici della Bce).
In ogni caso è facile individuare una data limite oltre la quale la Bce ci abbandonerà di sicuro: il 1° di novembre, cioè il giorno in cui Mario Draghi diventerà presidente della Bce. Il giorno in cui vedremo un presidente della Bce italiano che stampa euro per comprare debito pubblico italiano sarà il giorno in cui vedremo anche i risparmiatori e contribuenti tedeschi scendere in piazza e andare all'assalto del palazzo della Bce a Francoforte. In realtà, come ho detto, gli interventi della Bce a nostro favore finiranno quasi sicuramente molto prima: non è pensabile che essa si voglia immolare per l'Italia, completando la propria trasformazione, al momento in corso, da banca centrale a "bad bank" in cui sono parcheggiati tutti i titoli invendibili dell'area euro.


Cosa succederà dopo? La prima cosa che succederà sarà che i tassi sul debito italiano andranno alle stelle, visto che nelle ultime settimana la Bce è stata praticamente l'unico acquirente di questi titoli. In altre parole l'Italia sta viaggiando a grande velocità verso il momento in cui non potrà più finanziarsi sui mercati. Chi ci salverà allora?
È da sperare che sia finalmente chiaro a tutti che le altre varie soluzioni europee (eurobond, fondo salva-Stati, eccetera) sono pure chimere, per lo stesso motivo per cui gli interventi della Bce sono sempre più politicamente insostenibili: sono tutte forme di trasferimento fiscale dal contribuente tedesco a quello italiano.


Meno improbabile appare forse un intervento del Fondo monetario internazionale. Ovviamente l'Fmi non ha assolutamente le riserve finanziarie necessarie a salvare un Paese con il debito enorme che ha l'Italia. Ma un sia pur molto modesto prestito del Fondo potrebbe servire a rassicurare i mercati e a far scendere almeno in parte i rendimenti. La ragione è che i prestiti del Fondo sono in genere accompagnati da severissime e assai dettagliate condizioni su specifiche misure, sia fiscali, sia di riforma dell'economia, che il Paese beneficiario deve prendere. In pratica, sarebbe il Fondo a farsi carico delle decisioni di politica economica dell'Italia. Questo trasferimento di sovranità da Roma a Washington potrebbe rassicurare i mercati e consentire all'Italia di ritornare alla raccolta.


Non occorre dire che lo spettacolo di un Paese del G-7 "commissariato" dall'Fmi sarebbe uno spettacolo sbalorditivo. Ma non più sbalorditivo di quello che abbiamo dato di noi questa estate.

Se dopo la Bce servisse l'Fmi - Il Sole 24 ORE
Killerinpensione non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 13-09-11, 11:34   #7 (permalink)
Member
 
Data registrazione: Aug 2011
Messaggi: 604
Popolarità: 14797891
Killerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond reputeKillerinpensione has a reputation beyond repute
Citazione:
Originalmente inviato da locco68 Visualizza messaggio
La soglia del rischio non è stata superata

di Isabella Bufacchi
Cronologia articolo13 settembre 2011
In questo articolo

Argomenti: Titoli di Stato | Italia | Ministero del Tesoro | Bce | Mizuho international | Riccardo Barbieri




Accedi a My






Al 7% la soglia dell'allarme rosso
Gli oneri a carico dello Stato per il servizio del debito inanellano un rincaro dietro l'altro, di asta in asta. I tassi d'interesse che il Tesoro è chiamato a corrispondere al mercato per finanziarsi aumentano tanto più si acuisce la crisi del debito sovrano nell'eurozona periferica e peggiorano le stime sull'andamento dell'economia europea.

È accaduto nuovamente ieri, in occasione dell'asta dei BoT e prevedibilmente accadrà oggi con i BTp a cinque anni che potrebbero essere collocati - salvo sorprese dell'ultimora in positivo o in negativo - attorno al 5,25%, un tasso di valenza storica quando ancora l'anno scorso questo titolo veniva collocato tra il 2 e il 3 per cento.
...

Titoli Stato: Volano Rendimenti Btp 5 Anni, Tasso Al 5,6%

Titoli Stato: Volano Rendimenti Btp 5 Anni, Tasso Al 5,6% - Yahoo! Finanza
Killerinpensione non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-09-11, 16:08   #8 (permalink)
Firenze .
 
L'avatar di locco68
 
Data registrazione: Feb 2004
Messaggi: 6,192
Popolarità: 42949681
locco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond repute
VENDONO L'ITALIA ALLA CINA
di Beppe Scienza - 13 settembre 2011
Pechino pronto ad investire in titoli di Stato italiani. Sarebbe una soluzione tampone, rischiosa per i cinesi più che per noi italiani. Perché se hai 10 mila euro di debito con una banca, hai un problema. Se hai 100 milioni di euro di debito con una banca, la banca ha un problema.



Nelle ultime ore ha preso corpo l'ipotesi di una cessione consistente di titoli italiani alla Cina. Che succede?

Chiariamo una cosa: la soluzione non è che i titoli di stato italiani li compri qualcuno da qualcun altro, la soluzione è iniziare a rimborsarne e ridurre il debito. Sul momento può andare bene se qualcuno è disposto a comperare i titoli di Stato italiani perché c'è gente che li vende e quindi questo può sollevare i prezzi, però non è questa la soluzione per un medio periodo, è soltanto un tampone. Il fatto che i cinesi avendo un surplus a differenza degli stati europei, avendo soldi da investire, anziché prendere soldi in prestito da altri, comprano dei titoli di stato italiani (pare che ne abbiano già il 4% che vorrebbe dire circa 70 miliardi),ci fa quasi sentire importanti, perché "...siamo come l'America". I cinesi comprano non solo titoli di stato americani, ma comprano anche titoli di stato italiani, risulta che ne abbiamo comprati anche qualcuno greco, qualcuno portoghese, e ciò non è un fatto negativo. Sinceramente questa storia non la vedo di grandissima importanza se non sul momento in maniera contingente per alleggerire lo squilibrio che c'è tra chi vuole venderli e i pochi che vogliono comprarli.

Ma vendere il debito a un altro Stato non vuol dire, in qualche modo, cedergli anche la sovranità nazionale.

Stiamo parlando del 4 - 5%. Ma anche se fosse al 10% direi che in maniera diretta non è così. Già alcune banche estere hanno titoli di stato italiani, non per questo si può dire che le banche estere abbiano un pezzo di sovranità sull'Italia, certo che quando diventasse questa quota importante, rilevante e forte, le cose cambierebbero. Metti in qualche maniera il creditore in una posizione di forza. C'è una vecchia battuta che dice: se tu hai un debito di 10 mila Euro con la tua banca, tu hai un problema; se tu hai un debito di 10 milioni di Euro, di 100 milioni di Euro con la tua banca, è la tua banca che ha un problema. Nel senso che se un creditore ha troppo credito, poi ha paura anche lui del debitore. E' una situazione dialettica, così come quella che c'è con l'America: è vero che la Cina mi pare possegga circa 1000 miliardi di Euro di debito americano, è un problema per l'America perché la Cina potrebbe venderli, però è anche un problema per la Cina perché se l'America fosse insolvente ci rimetterebbe lei, quindi la situazione è abbastanza complessa da questo punto di vista è doubleface...

Ma quindi questa dei titoli ai cinesi non sarebbe la soluzione ai nostri mali...

Certo che no. Verrebbero comperati dei titoli che sono già in circolazione, e non emessi adesso. I cinesi comprano dei titoli di stato italiani, per esempio i Btp a 10 anni che rendono attualmente circa il 5,5%. Ma è anche sensato che uno possa comprarli visto che rendono il 5,5% anziché l'1,6 % dei titoli di Stato tedeschi, quelli legati all'inflazione, addirittura i Btp a 10 anni italiani rendono il 7,7% lordo a causa dell'inflazione, è tantissimo. Potrebbe anche essere un affare per chi li compra se le cose vanno a posto, la cosa ha un valore tattico semplicemente, non è certo strategico, non è che è la soluzione che i cinesi comprano una parte di debiti già esistente, da qualcun altro che glieli vende, questo può migliorare la situazione di mercato, può far salire il prezzo di questi titoli. Se il prezzo sale è di per sé positivo, perché nelle prossime missioni si fa riferimento a titoli con rendimenti più bassi. Però non è la salvezza dell'Italia.

Cosa si sente di consigliare ai risparmiatori italiani che oggi più che mai temono il default?

Tendo a essere abbastanza ottimista di carattere, però all'insolvenza dello Stato non ci pensa soltanto chi ha 4 soldi, ci pensano in qualche maniera i mercati finanziari, altrimenti i tassi di interesse dei titoli italiani non sarebbero il 4% di più di quelli tedeschi, quindi pensare all'insolvenza dello Stato che ritengo tutt'ora improbabile, non è un'idea folle! Se non ci fosse questo timore, non sarebbero scesi di prezzo i Titoli di Stato italiani, quindi questo timore c'è, il timore di un evento aleatorio che può capitare o può non capitare come tantissime cose nella finanza. Però dobbiamo distinguere due cose: 1) è il rischio di insolvenza, di default dello Stato italiano, a questo punto la soluzione logica è comperare i titoli che non sono dello Stato italiano, magari che non sono neanche italiani, magari neanche di aziende italiane, magari neanche Enel e Eni ma titoli di stati esteri ritenuti a ragione in qualche maniera più affidabili, (in questo caso è facile parlare della Germania). Se invece il timore è soltanto che i prezzi dei titoli crollino, uno aveva un titolo che valeva 95, adesso vale 80, la soluzione c'è in Italia, e c'è nelle città e nei paesi italiani e sono i buoni fruttiferi postali, quelli che sono garantiti dallo Stato. Questi titoli che sono delle cose un po' strane perché non circolano in borsa, non sono quotate non scendono mai di prezzo, in qualunque giorno uno può riscattarli al prezzo, alla cifra che ha investito, riceve sempre la cifra che ha investito.

E i conti deposito che promuovono le varie banche on line?

Beh, anche qui come con i buoni fruttiferi postali il prezzo non scende, ho messo il conto in banca è un conto dove ho messo dei soldi, ci sono gli interessi, il prezzo non scende, non rischio la perdita in termini nominali. C'è il rischio che la banca fallisca? Certo, però c'è una garanzia fino a 100 mila Euro di un fondo interbancario (se vi è una catena di fallimenti delle banche, anche questa garanzia probabilmente non regge), però pensare a una catena di fallimenti delle banche italiane non è tanto diverso da pensare un fallimento dell'Italia. Direi che il vero limite di questi conti di deposito è semmai un altro, cioè che non proteggono nei casi che riparta l'inflazione, o almeno potrebbero non proteggere. Se riparte l'inflazione il loro tasso di interesse non salirà abbastanza da compensarla. I conti deposito non sono assurdi, non sono pericolosi, sono cose sensate, il loro vero limite di fondo per un risparmiatore è che alla lunga non hanno la garanzia nei confronti dell'inflazione. In alcuni anni come il 2008 rendevano di più dell'inflazione, quest'anno qui credo che abbiano reso di meno perché un'inflazione sarà probabilmente 2,6/2,8% che vuole dire che dovevano rendere oltre il 3% lordo. Quello che trovo un po' antipatico invece sono le proposte di vincolo temporale, bloccare i soldi per un anno, due anni, addirittura come propongono molte di queste banche on line. Il conto deposito vincolato a me non piace.
locco68 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-09-11, 16:21   #9 (permalink)
Firenze .
 
L'avatar di locco68
 
Data registrazione: Feb 2004
Messaggi: 6,192
Popolarità: 42949681
locco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond repute
l peggio è (forse) ancora evitabile

di Alessandro Leipold
Cronologia articolo14 settembre 2011Commenti (10)
In questo articolo

Argomenti: Politica | Italia | Bce | Corte Costituzionale | Confindustria | Fmi | Portogallo | Efsf




Accedi a My





Appena una decina di giorni avevamo avvertito che, senza correzione di rotta, il peggio era tutt'altro che impensabile: che l'Eurozona si sgretolasse e che l'Italia si ritrovasse in un gruppo di Paesi periferici fuoriusciti, incapaci di far parte dell'Unione monetaria su base duratura e dotati di un 'euro-bis' debole (Il Sole 24 Ore del 2 settembre).

Tuttavia, la speranza è l'ultima a morire, e si esprimeva nel contempo anche un'ostinata volontà di non rassegnarsi a questa preoccupante prospettiva. Da allora, la situazione è ulteriormente peggiorata, in una spirale infernale, eppure bisogna continuare ad aggrapparsi alla speranza di uno scatto d'orgoglio della società civile tutta, e chiedere con forza alla nostra classe politica di prendere atto di quattro esigenze fondamentali.

Primo, che per il successo di qualsiasi programma d'aggiustamento è essenziale una piena 'ownership' politica. Vi deve cioè essere una convinzione profonda del Governo che le misure adottate sono essenziali e nell'interesse intrinseco del Paese, e che questi le faccia proprie e le difenda tenacemente.

Meglio ancora quando tale convinzione ha una valenza bipartisan (come nel caso del Portogallo nel periodo pre-elettorale). Da noi non solo manca tale coesione tra Governo e opposizione, ma la maggioranza stessa ammette apertamente di agire obtorto collo, sotto 'dettatura' di altri, con misure prese talmente a malincuore che gli operatori hanno motivo di dubitare della loro efficace messa in opera. Se sia possibile dare maggiore credibilità politica a una completa realizzazione della manovra nell'attuale quadro politico è materia per i politologi. Quello che è però evidente dall'esperienza dell'Fmi è che il successo di qualsiasi programma d'aggiustamento dipende dall'impegno ferreo delle autorità. Che queste ne diano quindi prova, nelle parole e nei fatti.

Secondo, questa prova richiede anche che si cessi di attribuire ad altri la responsabilità per le nostre difficoltà: a una crisi globale che travolge tutti indistintamente; a mercati irrazionali che ignorano i nostri punti forti; all'inesistenza di eurobond; all'opposta parte politica (quando di colpe ce ne sono per tutti); eccetera. Certo, la crisi è indubbiamente globale, ma il suo propagarsi non avviene per capriccio: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia erano da tempo visti come gli anelli deboli della zona euro, e per dei motivi concreti. Le condizioni per il diffondersi della crisi a questi Paesi ‐ seppure diverse tra di loro ‐ erano tutte fatte in casa ‐ nel caso nostro, si può dire, 'made in Italy'. È solo riconoscendo appieno queste origini nostrane e strutturali, e individuandole in dettaglio, che si possono definire delle misure adeguate e puntuali.

Terzo, si cessi anche di cercare nell'Europa l'ancora di salvezza. Si riconosca l'effetto temporaneo (e, in quanto tale, neppure più efficace) della morfina iniettata dalla Bce tramite i suoi acquisti dei nostri titoli pubblici. E non si pensi di trovare salvezza nei previsti acquisti di titoli da parte del fondo anti-crisi Efsf. Non solo questo nuovo ruolo dell'Efsf è ancora lontano nel tempo, ma la recente sentenza della Corte costituzionale tedesca ‐ nel dare al Bundestag un ruolo decisivo a qualsiasi azione del fondo che impegni il debito nazionale ‐ ne riduce notevolmente la flessibilità e tempestività d'intervento. A maggior ragione, in questo quadro non si continui a sperare negli eurobond come soluzione prossima e ventura. Qualsiasi sia il loro merito ‐ e ne siamo sostenitori ‐ restano per ora lontanissimi nel fattibile politico europeo. E forse meglio così, almeno per ora: si evita in tal modo che si pensi agli eurobond quale pannicello caldo per rimandare l'aggiustamento, una specie di deus ex machina provvidenziale. In sostanza, quindi, dobbiamo farcela essenzialmente con gli sforzi nostri, mettendo in ordine la propria casa.

Quarto, si continui a cercare di fare di più, sia per il risanamento che per la crescita. Dopo un desolante inizio, sui conti pubblici siamo almeno giunti a una manovra meglio articolata di quella che era uscita dal vertice di Arcore di fine agosto. Detto questo, non è ragionevole scartare la necessità di rafforzarla: al contrario ‐ date le continue revisioni al ribasso delle previsioni per la crescita (domani saranno rilasciate a Roma le ultime della Confindustria) ‐ ogni occasione per rafforzare la manovra andrebbe cercata e colta a braccia aperte. Resta infine l'ingrediente più importante: una spinta decisa per la crescita. Che il mondo politico ci presenti ora un 'tagliando crescita' (per inciso, sarebbe preferibile un termine più ambizioso) che sia concreto e fatto di ricette forti. Soprattutto, che le misure siano parte di un disegno organico, in cui si dimostra di credere appieno. Vi sia, almeno su questo fronte, una vera 'ownership' nazionale, sostenuta da quella coesione politica più volte invocata dal presidente della Repubblica, con un patto per la crescita in cui ciascuno si senta partecipe, dando il proprio contributo e percependo quello altrui, per uscire dalla crisi.

Se questi quattro precetti fossero osservati, potremmo forse mettere da parte i pronostici più neri. E ne va non solo dell'Italia: l'importanza della nostra risposta ha ormai una portata ben più ampia. Perché non è, come può apparire a prima vista, l'Italia che dipende dall'Europa. Alla vera resa dei conti è invece la moneta unica e il destino dell'euro stesso a dipendere dalla risposta e dall'affidabilità dell'Italia. Senza il colpo di reni necessario da parte nostra, si rischia la dissoluzione della zona euro e la fine dell'ambizioso progetto di Unione economica e monetaria. Evitare questo destino è, per quanto possa sorprendere, ormai largamente nelle nostre mani.
locco68 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-09-11, 20:00   #10 (permalink)
Firenze .
 
L'avatar di locco68
 
Data registrazione: Feb 2004
Messaggi: 6,192
Popolarità: 42949681
locco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond reputelocco68 has a reputation beyond repute
Addio dolce vita. L'Italia stringe la cinghia e preoccupa per la crescita debole

di Elysa Fazzino

Addio "dolce vita", l'Italia stringe la cinghia. Il Belpaese delle vacanze e del buonumore perde lustro, invade le cronache estere con le sue miserie. È' diventato il problema dell'Europa? Con i suoi costi record di finanziamento del debito, l'Italia rappresenta il "big risk" dell'eurozona? È quanto si domanda Le Monde puntando i riflettori sui guai economici e politici della terza economia della zona euro ("In Italia la crisi del debito maschera una crisi di crescita").

Più del debito elevato, preoccupa la scarsa crescita: ecco perché – scrive Le Monde - l'Italia resta nel mirino dei mercati, nonostante la manovra e nonostante gli acquisti di titoli da parte della Bce. Mathilde Gérard sonda gli analisti e nota che il livello del debito pubblico italiano non inquieta più di tanto gli economisti.

Francesco Saraceno spiega che il debito italiano (120% del Pil) ha una maturità "relativamente lunga" che lo mette al riparo da bruschi cambiamenti d'umore dei mercati. Clemente de Lucia, economista di Bnp Paribas, ai primi d'agosto giudicava ancora "sostenibile" il livello del debito italiano. Ma crescita debole significa deboli introiti fiscali. "Un debito elevato – afferma Saraceno - non è di per sé un problema se si accompagna a prospettive di crescita solide e a una gestione razionale delle finanze pubbliche". E l'Italia arranca su entrambi i fronti. "L'Italia . secondo l'economista - ha perso la capacità di investire e di innovare per generare la crescita dall'interno". Quanto alla gestione della finanza pubblica, ai dubbi sulla manovra - "Un piano di rigore insufficiente?" – si aggiunge "la crisi delle istituzioni politiche", "l'assenza di una direzione politica chiara". Il politologo Marc Lazar, sempre su le Monde, vede "L'Italia in sospeso" e sottolinea che la grande incertezza politica ha ripercussioni oltrefrontiera poiché indebolisce i mercati finanziari e mette in effervescenza il resto della zona euro. La popolarità del Cavaliere è "in caduta libera" e la maggiorana si dimostra incapace di proporre le "riforme importanti" che la situazione del paese esigerebbe.

C'è "nervosismo per la gestione dell'economia da parte di Berlusconi", avverte il corrispondente della Bbc Chris Morris. Con il varo del pacchetto d'austerità il premier conta di portare il bilancio in pareggio entro il 2103. "Ma non pensate nemmeno per un minuto che sia tutto sotto controllo". Per quanto sia criticato, il premier – dice Morris – "sa esattamente cosa affligge l'economia italiana". Nella visita lampo a Bruxelles, Berlusconi ha detto che le misure di bilancio saranno accompagnate da misure per la crescita e lo sviluppo, ha promesso di intervenire contro "l'oppressione burocratica". "Ma promettere il cambiamento e attuarlo – come si è visto in Grecia e altrove - sono due cose diverse".

Gli alti tassi d'interesse toccati nell'ultima asta titoli, i più alti dalla creazione dell'euro, "riflettono la persistente mancanza di fiducia nelle finanze del Paese", scrive ancora la Bbc. Lo stereotipo dell'Italia del buon vivere non regge più. "L'Italia dice ciao alla dolce vita nell'era dell'austerità", titola il Financial Times descrivendo con un pezzo di Giulia Segreti le difficoltà delle famiglie colpite dalla crisi e il progressivo impoverimento della classe media.

Mentre il Parlamento vara la manovra – dopo settimane di "tortuosi cambiamenti" – "L'Italia cerca altre opzioni nel tentativo di tagliare debito", scrive ancora il Financial Times. Gli investitori vogliono vedere di cos'altro Roma ha bisogno per fermare una spirale del debito che Guy Dinmore definisce "potenzialmente mortale". C'è attenzione per la nuova ondata di privatizzazioni che potrebbe scaturire dai prossimi incontri del ministro delle Finanze Giulio Tremonti con "investitori italiani e internazionali, compresi rappresentanti di fondi sovrani". Cosa sarà messo sul piatto? Il Ft ricorda che il governo detiene oltre il 30% dell'Enel e dell'Eni e che la vendita di queste partecipazioni potrebbe dare oltre 30 miliardi di euro. Ma questa questione "politicamente sensibile" non è ancora stata risolta. I recenti colloqui con i rappresentanti del fondo sovrano cinese China Investment Corp (Cic) hanno mostrato – precisa il Ft - che "il principale interesse della Cina sono gli asset strategici dell'Italia piuttosto che l'acquisto di quantità ‘significative' del debito italiano, come vuole Tremonti". Il governo italiano – continua il quotidiano – ha controproposto che la Cic compri sia buoni del Tesoro che partecipazioni nell'industria energetica. I colloqui dovrebbero proseguire.

Secondo gli analisti stranieri, osserva il Ft, la "disperata ricerca dell'Italia di modi per finanziare la montagna di 1.900 miliardi di euro di debito riflette una mancanza di coerenza e di leadership in un governo che ha perso credibilità". Sull'ipotesi di acquisti di titoli italiani da parte dei cinesi, il Financial Times pubblica numerosi commenti – "La buona notizia dalla Cina non è quel che sembra per i bond"; "Sussurri cinesi (ovvero telefono senza fili, ndr), la non reazione dei bond italiani. "Gli acquisti cinesi di bond non aiuteranno".

Per il Wall Street Journal, l'Italia affronta la "sfida crescente" di tentare di finanziarsi mentre i mercati sono nervosi per il peggioramento della crisi del debito nell'eurozona ("L'asta titoli mostra altri problemi"). Il fatto che l'agitazione dei mercati si sia allargata all'Italia "è finora la più grave minaccia alla capacità dell'eurozona di spegnere la crisi". Non è ancora allarme: gli economisti, aggiunge il Wsj, dicono che interessi così alti (5,6%) non comprometteranno rapidamente la solvibilità dell'Italia e che un "improvviso stop" al finanziamento dell'Italia non è ancora probabile, anche se non può essere escluso se i governi dell'eurozona non riusciranno a ripristinare la fiducia dei mercati.
locco68 non  è collegato   Rispondi citando
Rispondi

Segnalibri
Annunci 4wnet

Strumenti discussione
Modalità visualizzazione Valuta questa discussione
Valuta questa discussione:

Regole messaggi
Tu non puoi inviare nuove discussioni
Tu non puoi replicare
Tu non puoi inviare allegati
Tu non puoi modificare i tuoi messaggi

Il codice BB è Attivato
Le faccine sono Attivato
Il codice [IMG] è Attivato
Il codice HTML è Disattivato
Trackbacks are Disattivato
Pingbacks are Disattivato
Refbacks are Disattivato

Vai al forum


Tutti gli orari sono GMT +2. Adesso sono le 19:18.

Powered by vBulletin® versione 3.8.7
Copyright ©2000 - 2012, Jelsoft Enterprises Ltd.
Search Engine Optimization by vBSEO 3.6.0

Chi siamo- Pubblicità- Contatti- Disclaimer- Mappa- Credits
© 2000-2012 Browneditore S.p.A. - Tutti i diritti riservati. Prima di utilizzare anche parzialmente i contenuti di questo sito, vogliate cortesemente consultare il disclaimer.