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Titolo di riferimento: BTP
Quotazione al 28/05/2012 101,0400 (-0,66 %)
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Debito, la tempesta si avvicina all’Italia
di Matteo Cavallito e Mauro Meggiolaro La corsa al rialzo di inizio settimana sui Btp ha evidenziato una nuova e terrificante verità: anche l’Italia è ufficialmente finita nel mirino degli speculatori. Le periferie dell’euro sono sempre più in crisi e la tempesta, sostiene oggi il Financial Times, punta decisa su Roma. L’unica certezza per il futuro sono i tagli drastici e una manovra da “lacrime e sangue” |
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#3 (permalink) |
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Grecia e Irlanda sono morte, il Portogallo è in coma, la Spagna è sull’orlo del baratro e nemmeno l’Italia si sente tanto bene. L’analisi è ormai chiara e trova sempre maggiori consensi. A lanciare l’allarme, l’ultimo, ci ha pensato il Financial Times con un editoriale che suona come una condanna: dopo aver devastato Atene e Dublino, la tempesta – ad oggi concentrata su Lisbona e Madrid – punta decisamente sull’Italia. E poco importa che la Penisola conservi importanti elementi di forza a cominciare da un basso indebitamento privato e da una relativa solidità del sistema bancario: i mercati hanno emesso la loro sentenza. La reazione a catena è innescata e le cifre non mentono.
Lunedì l’asta italiana sui titoli di Stato si è svolta in un clima di puro panico. Le voci iniziali sulle possibili difficoltà di collocamento dei Btp hanno spinto al rialzo i premi richiesti dagli investitori. Il differenziale tra i decennali italiani e gli omologhi tedeschi ha superato quota 200 punti base segnando così il record assoluto dall’introduzione dell’euro. Oggi si è tornati a respirare con una discesa sotto quota 180 in linea con la tendenza al ribasso che ha interessato anche i bond di Spagna e Portogallo ma il recupero non porta con sé sufficienti garanzie. La verità è che l’esperienza di inizio settimana è stata per qualcuno a dir poco sconvolgente. L’incubo di trovarsi di fronte a un gioco al massacro ormai fuori controllo si è materializzato in una due giorni di contrattazioni difficile da dimenticare. Il nervosismo dei trader è ormai evidente. Quello del governo e dei regolatori segue a ruota. La vera novità, in estrema sintesi, è che anche l’Italia è ufficialmente finita nel mirino degli speculatori. Gli operatori, in altri termini, hanno ormai identificato il nostro Paese come nazione a rischio legando i destini della Penisola a doppio filo con le tragedie greche, irlandesi, portoghesi e spagnole. Le prossime aste, insomma, potranno anche andare “tecnicamente” a buon fine senza cioè che l’offerta ecceda eccessivamente la domanda. Ma il premio chiesto per detenere le obbligazioni italiane è destinato a salire. E siccome l’Italia non può fare a meno di ricorrere a nuove emissioni per pagare gli interessi sul suo enorme debito pubblico, è evidente che il finanziamento dello stesso finirà per costare sempre di più. Non è difficile capire, dunque, per quale motivo la preoccupazione abbia iniziato a dilagare anche tra le fila del governo. Berlusconi, ormai, spara cifre a ripetizione ma in realtà nessuno sembra più disposto a seguirlo. E così, mentre il premier sovrastima lo spread tra i rendimenti delle obbligazioni spagnole e i bund tedeschi (parlando di 400 punti base contro gli effettivi 311 dell’altro giorno) allo scopo di minimizzare l’allarme sul record registrato dai titoli decennali italiani, il sottosegretario Gianni Letta esprime per la prima volta “forte preoccupazione” sul rischio di una diffusione incontrollata dell’effetto contagio proveniente dall’Irlanda. Alle rassicurazioni insomma sembra oggi subentrare un profondo senso di impotenza di fronte a forze di mercato difficili da arginare. Se è vero che l’Italia pagherà dazio ad ogni tappa del processo di deterioramento della crisi debitoria europea, è certo allora che la situazione è destinata a peggiorare. Grecia e Irlanda, afferma Willem Buiter, capo economista di Citigroup, sono tecnicamente insolventi e il Portogallo non sembra messo tanto meglio. Come dire che gli aiuti presenti e futuri di Europa e Fmi non sortiranno effetti adeguati. Quanto alla Spagna, considerata la vera chiave di volta della crisi di fronte all’impossibilità di un intervento pubblico capace di sostenere le dimensioni della sua economia, c’è poco da stare allegri. La disoccupazione della nazione iberica si attesta da tempo a quota 20%, un vero e proprio macigno capace di bloccare qualsiasi prospettiva di crescita. I pignoramenti delle case dovrebbero triplicare nel prossimo anno producendo un eccesso di offerta sul mercato e una conseguente svalutazione degli immobili e degli assets bancari. La situazione sembra senza via d’uscita e la speculazione al ribasso si sta muovendo di conseguenza. L’Italia, affermano gli osservatori internazionali, non vive di certo una situazione paragonabile a quella dei cosiddetti “Pigs” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) ma i timori sul suo futuro restano più che fondati. A spaventare gli investitori c’è l’incertezza politica e la sostanziale paralisi decisionale dell’esecutivo (lo stesso fattore alla base del recente allarme sulle prospettive economiche del Belgio) e i ridotti margini di crescita. Le banche italiane, segnalano gli analisti di Business Insider, conservano una posizione migliore rispetto alla media degli altri istituti europei ma un ulteriore riduzione della crescita economica continentale potrebbe costringerle a chiedere il sostegno della Banca Centrale Europea. L’unica certezza, a questo punto, è che il futuro del Paese sarà contrassegnato da un devastante sforzo economico di parziale risanamento dei conti. Difficile quantificare l’ammontare delle prossime manovre ma è certo che avremo a che fare con un impegno senza precedenti. Se la linea franco-tedesca dovesse prevalere, il nuovo Patto di stabilità imporrebbe all’Italia di ridurre drasticamente il rapporto debito/Pil tagliando qualcosa come 130 miliardi di euro in tre anni. Un’operazione micidiale fatta di tagli alla spesa e di aumento delle tasse la cui portata potrebbe essere superiore alle previsioni iniziali. Ieri la Commissione Ue ha corretto in senso negativo le stime di riduzione del deficit (cioè degli interessi sul debito) avanzate dal governo italiano per i prossimi due anni. Secondo la Ue nel 2012 l’Italia non riuscirà a riportare il dato entro i limiti di Maastricht sforando l’obiettivo di mezzo punto percentuale. Il che, tradotto, equivale alla necessità di una manovra aggiuntiva da almeno 7 miliardi di euro. Il futuro, insomma, appare destinato a sancire il binomio “lacrime e sangue”. E’ l’unica possibilità per evitare il collasso. Ammesso, s’intende, che non sia troppo tardi. |
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Citazione:
per il mio caro BTP feb 37 4%. I rimbalzi sono ottime occasioni per chi fà day trading, ma la tendenza di fondo non cambia
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#10 (permalink) |
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Crisi del debito, ora tocca al Portogallo
E' iniziato l'effetto domino sulle economie comunitarie partito dall'Irlanda. Napolitano: a rischio l'euro e la solidarietà europea Gli operatori finanziari sono diffidenti per natura e hanno il senso dell’ironia. Le risate riecheggiavano ieri nelle sale cambi di Londra quando venivano rievocati gli “stress test” effettuati dalla Banca centrale europea pochi mesi fa e avevano ampiamente promosso le banche irlandesi, portoghesi e spagnole. Il male dell’Europa è riassumibile in quelle risate una perdita verticale di credibilità dell’establishment politico ed economico europeo incapace di affrontare i problemi per quello che sono e offrire al mercato una soluzione credibile e duratura. La Bce appare ingessata nella sua ortodossia monetaria e nell’impossibilità di conciliare il boom economico tedesco che richiederebbe un rialzo di tassi con la realtà economica degli altri paesi europei che richiederebbe un ulteriore allentamento monetario. La politica non riesce a rassicurare sulla capacità di trovare un accordo su chi debba pagare il conto di una crisi dei debiti sovrani che sono enormi e poggiano su economie dalle gambe troppo fragili per sostenerli. Dopo aver inneggiato per due anni alla prudenza europea e alla follia finanziaria americana ci siamo dovuti rendere conto che interi Stati europei erano diventati dei subprime, Stati che sostenevano le proprie banche che sostenevano società immobiliari piene di palazzi e villette invendute. I governi europei hanno ignorato i problemi, li hanno rinviati aspettando che qualcosa accadesse, si sono inventati stress test inutili per rassicurare il mercato e fondi di sostegno che non funzionano e non convincono. La Germania, unico Paese europeo con i conti realmente in regola, ha tollerato, ha aspettato ed è intervenuta debolmente nel caso greco, ma ora che è chiamata a partecipare ai salvataggi con maggiore impegno economico vuole dettare le condizioni. Lo ha detto ieri al Parlamento tedesco il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble: “Pensiamo che l’Unione europea accetterà il piano d’intervento tedesco”, una promessa ai propri elettori e un avvertimento agli altri partner europei che avrebbe sentito telefonicamente nel pomeriggio. Il piano tedesco prevede infatti che chi ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità per troppi anni debba ora stringere la cinghia fino all’inverosimile e chi ha comprato obbligazioni dei Paesi a rischio debba prepararsi a poter soffrire una perdita. Anche chi ha comprato obbligazioni delle banche più esposte ha poco da stare allegro perché la coerenza teutonica vuole che paghi un prezzo. Il messaggio è chiaro: se non siete tedeschi dovete almeno provare ad esserlo, riducendo le vostre spese, il vostro debito pubblico e anche il vostro tenore di vita. Ci si aspetta che nel fine settimana i ministri delle Finanze europee stabiliscano una volta per tutte le regole per l’erogazione degli aiuti all’Irlanda, oltre ad affrontare il problema del Portogallo che non è messo molto meglio e sembra prossimo a chiedere aiuto all’Unione, nonostante le smentite ufficiali del governo, e infine che si gettino le basi per un intervento in Spagna. Lo dice anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con toni insolitamente allarmistici: “La crisi mette in forse la conquista della moneta unica e il principio solidarietà”. Ma la vera partita si giocherà il 15 e 16 dicembre al tavolo del Consiglio europeo dove Germania, Francia e Olanda detteranno le condizioni per il rientro nei parametri di deficit e di debito degli altri Paesi. All’Italia che ha mantenuto un certo rigore nella spesa negli ultimi anni e ha un tessuto produttivo ed industriale di rispetto potrebbe essere richiesto diminuire lo stock di debito, anche con una manovra drastica e difficilmente sostenibile da 20 o 25 miliardi che la metta definitivamente al riparo dal contagio e da attacchi speculativi mirati. Ma un intervento di tale portata rischierebbe di rimandare la ripresa economica e renderla impossibile. A quel punto, dunque, applicare l’approccio dei tagli lineari che scontenta tutti e quindi nessuno, e iniziare a fare delle scelte per priorità, settori e aree geografiche. Scelte che non possono essere fatte da un governo con una risicata maggioranza o in campagna elettorale. Un grosso problema per Silvio Berlusconi che, mentre gli spread sui titoli di Stato raggiungevano il massimo storico, ieri prometteva 100 miliardi (che non ci sono) per il Sud. Non a caso sui mercati internazionali si inizia a parlare dell’Italia come un Paese che potrebbe essere in grado di maneggiare il proprio debito ed evitare una crisi finanziaria, ma il cui rischio politico è al momento imponderabile. Su questa sospensione di un giudizio definitivo si basa la fragile stabilità dei nostri titoli di Stato: la permanenza del Cavaliere a palazzo Chigi non dipende solo dal voto di fiducia alla Camera, ma anche dalla disponibilità di Angela Merkel di aprire il portafoglio e salvare Irlanda e Portogallo, concedendo un po’ di fiato anche all’Italia. Da il Fatto quotidiano del 27 novembre 2010 |
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