alcuni spunti di riflessione su quello che accadde ai nostri nonni...e ai loro risparmi.



La rivalutazione della Lira: Quota 90

Nel 1926 il ministro De Stefani diede le dimissioni e alle Finanze fu chiamato Giuseppe Volpi, che ottenne un ingente prestito dagli Stati Uniti. Abbandonato il precedente liberismo, Volpi attuò una politica protezionistica favorevole alle grandi imprese, efficacemente detta di "privatizzazione dei profitti" e di "socializzazione delle perdite". Nel 1927 la lira fu rivalutata, fissando il tasso di cambio a 90 lire per una sterlina, mentre prima ne occorrevano 150. L'operazione aveva anche un valore propagandistico, in quanto era in favore dei piccoli risparmiatori. In Italia vi fu una forte deflazione, favorita da alcune misure complementari: restrizione del credito, riduzione di sconti e anticipazioni ad altre banche da parte della Banca d'Italia, taglio dei salari del 20%, introduzione del prestito del Littorio (ossia la conversione dei Buoni del Tesoro in prestiti consolidati). La lira finì per essere, paradossalmente, una moneta troppo forte, e ciò provocò una diminuzione delle esportazioni e la crisi di alcuni settori produttivi.

Il decreto legge n. 1831 dispone la conversione obbligatoria in un nuovo titolo del Debito Consolidato (il Prestito del Littorio) di 15.209 milioni di B.O.T., di 1.148 milioni di B.T.P. quinquennali e di 4.000 milioni di B.T.P. settennali, per un totale di 20.357 milioni che, in virtù dei prezzi di conversione per i vari tipi di titoli citati e dei versamenti in contanti per circa 3,5 miliardi di lire, portano le sottoscrizioni del prestito ad oltrepassare i 27,5 miliardi.
La massiccia conversione d'imperio viene accolta senza particolari proteste da parte dell'opinione pubblica che accetta senza colpo ferire il provvedimento (anche perché, ormai, non può fare altrimenti), che è interpretato e vissuto come un sacrificio chiesto al risparmio privato per concorrere al salvataggio della lira e quindi delle pubbliche finanze, nella previsione che i costi immediati dell'operazione saranno poi compensati dai vantaggi che essa assicurerà in futuro.

Il Consolidamento realizzato dal regime fascista nel 1926 ebbe come effetto quello di impoverire il sistema di finanziamento delle imprese, che durante il periodo postbellico avevano potuto finanziarsi a buon mercato in un periodo di prezzi crescenti e che videro i propri crediti a breve nei confronti dello Stato trasformarsi in crediti a lungo termine, mentre la politica deflazionistica di Mussolini di cui il consolidamento dei BOT era parte integrante, in virtù del processo deflattivo che da allora si innescò consentì ai titolari della Rendita di Stato di recuperare parte del valore reale dei loro crediti che avevano subito, durante l'inflazione postbellica, una notevole decurtazione.