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Tempus fugit
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Convenienza cinese
http://uninews.unicredito.it/it/arti...e.php?id=10047
Il processo di globalizzazione dell'economia mondiale, intensificatosi a partire dagli anni '90, ha portato un numero crescente di imprese a rivedere in maniera radicale l'assetto della propria struttura produttiva. Di conseguenza, nell'obiettivo di comprimere i costi e acquisire una supremazia competitiva a livello globale, un processo produttivo precedentemente sviluppato in un solo sito viene disarticolato e riarticolato in diversi siti industriali situati in più Paesi in relazione ai vantaggi economici che essi presentano. Si afferma dunque un nuovo modello di divisione del lavoro, o meglio, di organizzazione della catena di produzione, destinata ad assumere sempre più la configurazione di un'entità il cui assetto frammentato internazionalmente viene sottoposto a una continua ridefinizione in relazione ai vantaggi comparati dei vari Paesi. In questo mutato scenario economico, apparentemente irreversibile, alle imprese che vogliono raggiungere e mantenere una supremazia competitiva sui mercati mondiali viene sempre più richiesto di dotarsi di un'elasticità e di una velocità di reazione nel modificare e ridefinire il ciclo di produzione che consenta loro di cogliere con tempestività tutte le opportunità che derivano dal mutare dei vantaggi comparati tra i vari Paesi. La Cina alla fine degli anni ‘70, quando iniziò ad aprirsi al resto del mondo - grazie ai bassi costi e alla sterminata riserva di mano d'opera remunerata a livelli impensabili per le economie occidentali - apparve subito come il Paese ideale dove trasferire le produzioni labor intensive e non solo. Le politiche di incentivazione fiscale e gli immensi investimenti che hanno dotato a tempo di record il Paese delle necessarie infrastrutture, hanno fatto sì che oltre 600.000 aziende straniere varcassero i suoi confini, buona parte delle quali per progetti di natura industriale, tanto da far si che la Cina si sia meritata appellativi quali fabbrica del mondo o capannone del mondo. Alla luce dei notevoli cambiamenti verificatisi negli ultimi anni nello scenario economico cinese appare quindi legittimo chiedersi se oggi esista ancora quella convenienza che ha spinto un numero così elevato di imprese straniere a investire in Cina. L'aumento del costo del lavoro, la rivalutazione dello yuan, i trasporti sempre più cari, le normative ambientali che divengono più severe, un'inflazione su livelli che non si vedevano da oltre dieci anni, un sensibile aumento del costo dei finanziamenti bancari costituiscono alcuni tra i principali fattori che stanno influenzando negativamente la convenienza a produrre nel Paese di Mezzo. Esaminiamo brevemente come, nel corso degli ultimi anni, l'evoluzione di tali fattori abbia comportato un notevole aumento dei costi di produzione. L'aumento del costo del lavoro Il 29 giugno 2007 il Congresso Nazionale del Popolo ha varato la nuova legge sui contratti di lavoro entrata in vigore il 1° gennaio 2008. La nuova normativa è finalizzata al miglioramento dei rapporti di lavoro evidenziando molto meglio di quanto sinora fatto i diritti e i doveri dei dipendenti e dei datori di lavoro. Si è cercato dunque di contrastare, se non di eliminare, quei comportamenti iniqui cui in Cina fanno largamente ricorso non tanto gli investitori esteri quanto le aziende locali, prevedendo minimi salariali fissati per legge, il pagamento in maniera adeguata del lavoro straordinario, nonché l'indennità di fine rapporto. È evidente che tutto ciò ha comportato un innalzamento generale del costo del lavoro che si è ovviamente riversato nei costi finali dei prodotti, soprattutto quelli legati a processi di lavorazione labor intensive, basati cioé su un largo utilizzo di manodopera. La rivalutazione dello yuan Negli ultimi 15 anni le più importanti economie occidentali colpite dall'integrazione commerciale cinese, che ha generato un incremento esponenziale delle esportazioni, hanno ripetutamente sottolineato la notevole sottovalutazione della moneta cinese richiedendo una sostanziale rivalutazione della stessa al fine di ristabilire condizioni di equità competitiva. Nel 2005 è stata avviato un processo di rivalutazione graduale che ha portato a oggi a un apprezzamento della moneta di oltre il 20%. Le esportazioni cinesi sono dunque divenute meno competitive, ma il rovescio della medaglia per gli investitori stranieri è costituito da un maggior costo degli investimenti. A seguito della rivalutazione sono aumentati i limiti legali richiesti per avviare una nuova entità commerciale o produttiva e gli stessi profitti in RMB una volta inviati alla casa madre e convertiti in valuta locale hanno subito una riduzione percentualmente equivalente alla rivalutazione stessa. In buona sostanza dunque la rivalutazione del RMB ha ridotto la competitività delle esportazioni cinesi, ma ha anche penalizzato gli investimenti esteri, aumentandone l'onerosità. Normative ambientali sempre più severe Nel territorio cinese si sono concentrati negli ultimi decenni,lavorazioni che, per il loro tasso di inquinamento, non sono più permesse in numerosi Paesi occidentali. Tutto ciò è stato possibile grazie all'estrema flessibilità della normativa cinese che per molti anni ha dimostrato di gran lunga più interesse all'aumento del PNL piuttosto che alla salvaguardia dell'ambiente. Le produzioni inquinanti sono uno delle principali cause della condizioni di degrado in cui versa l'ambiente in Cina e costituendo ormai il problema ecologico una seria preocupazione del Governo è inevitabile che nei prossimi anni gli investimenti in produzioni inquinanti risulteranno più costosi in quanto richiederanno l'adozione per legge di sempre maggiori accorgimenti tecnici volti a limitare l'inquinamento e a salvaguardare l'integrità ambientale Aumento dell'inflazione e del costo dei finanziamenti bancari A partire dalla seconda metà del 2007 è riapparsa in Cina, dopo circa dieci anni l'inflazione, con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un Paese in cui centinaia di milioni di persone che vivono prevalentemente nelle campagne possono contare su un reddito che garantisce condizioni minime di sussistenza un sensibile incremento dei prezzi rischia di generare preoccupanti situazioni di instabilità sociale. Al fine di contrastare con decisione il fenomeno sono state dunque adottate importanti misure di politica monetaria e creditizia che hanno comportato un notevole aumento del costo del denaro, oltre a notevoli restrizioni nella concessione dei finanziamenti . Conclusioni Dalle considerazioni esposte sembrerebbe dunque che siano venute meno le condizioni di grande vantaggio che negli ultimi 30 anni hanno attirato in Cina oltre 600.000 aziende straniere. Se paragoniamo la Cina alle economie emergenti del Sud-est asiatico certamente i costi di fabbricazione oggi nel Paese di Mezzo non appaiano più competitivi, ma una seria analisi non può prescindere da altre importanti valutazioni. Anzitutto va rilevato che, mentre le cosiddette città delle prima fascia (Shanghai, Pechino, Shenzen) a causa della lievitazione dei costi non sono più proponibili per progetti industrali, soprattutto labor intensive è innegabile che all'interno della Cina esistano ancora immense aree (Sud-ovest e Nord-est) dove i costi sono allo stesso livello di quelli del Sud-est asiatico e dove sono ancora presenti importanti incentivi fiscali. Bisogna poi non dimenticare che, in moltissimi casi, per vendere la propria produzione in Cina il cui mercato a livello potenziale è il più importante al mondo è imperativo produrre localmente. Il generale innalzamento dei costi a causa dei fattori dianzi esaminati e' un trend che e' emerso negli ultimi anni e che sotto certi aspetti appare irreversibile. Nell'esaminare le possibili evoluzioni dei costi di fabbricazione ,non e' possibile pero' non accennare alle conseguenze che l'attuale crisi finanziaria, bancaria ed economica internazionale sta avendo anche in Cina. La produzione del Paese è assorbita principalmente più che dal mercato interno dai mercati internazionali ed è quindi destinata a un ridimensionamento, in misura marginale già verificatosi, causato dalla ormai inevitabile recessione economica a livello mondiale. La Cina fino a qualche mese fa era interessata da un problema di eccessivo surriscaldamento dell'economia. La principale preocupazione del Governo era quella di raffreddare lo sviluppo economico, che ormai da trent'anni – caso unico nella storia economica segna tassi medi di crescita del 9-10%. Nel giro di pochi mesi la situazione si è totalmente capovolta. A causa dei meccanismi della globalizzazione, di cui lo sviluppo dell'economia cinese rappresenta uno dei più spettacolari aspetti, la diminuzione dei consumi a livello internazionale sta causando la chiusura di decine di migliaia di aziende cinesi, fenomeno questo purtroppo destinato ad assumere contorni anche più preoccupanti. In attesa di capire quale sarà la durata di questa crisi e l'esatta entità delle conseguenze sul sistema produttivo cinese è comunque facile prevedere che nei prossimi mesi si verificherà un abbassamento dei costi di produzione. Parallelemente si assisterà all'adozione da parte del governo di importanti misure, in parte già varate e miranti a sostenere le esportazioni, di cui ovviamente si avvarranno anche le società straniere che producono in Cina. È dunque prevedibile che, pur se con alcuni distinguo, per molti anni ancora la Cina continuerà a svolgere il ruolo della più importante piattaforma manifatturiera al mondo. |
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