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Crisi e moneta di plastica
Le crisi di borsa si somigliano tutte. L’evento speculativo segue sempre la stessa dinamica, dall’euforia al crollo, fino ad una ripresa illusoria che prepara un nuovo crollo. Gli economisti si rivelano sempre incapaci, sia di prevedere la crisi che di risolverla, offrendo falsi rimedi ed evitando accuratamente di spiegare il fenomeno in maniera comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Infine, in ogni catastrofe finanziaria, c’è sempre qualcuno che si arricchisce mentre tanti vanno in rovina. Generalmente i beneficiari della crisi sono gli stessi che l’hanno causata.
Prendiamo ad esempio la crisi del 1929. Senza minimizzare le ragioni congiunturali, possiamo affermare che essa fu causata, o quanto meno amplificata, dalla diffusione del modello societario inventato da Marcus Goldman e Samuel Sachs. Il sistema era semplicissimo. Nel 1928 i due compari fondarono la Goldman Sachs Trading Corporation (GSTC). La prima emissione di azioni fu impiegata nell’acquisto di altre azioni. Dopo pochi mesi sorse la Shenandoah Corporation (SC), controllata dalla GSTD, anch’essa con lo scopo di acquistare e detenere azioni ordinarie. Gli incrementi di valore delle azioni detenute dalla SC andavano in maggioranza alla GSTD. Successivamente nacque la Blue Ridge Corporation (BRC) sulle cui azioni lucravano direttamente la SC e indirettamente la GSTD. Con questo sistema le azioni della GSTC, emesse nel 1928 a 104 dollari salirono in pochi mesi a 222,50 dollari. Nella primavera del 1932 erano scese a 1,75 dollari, ma nel frattempo Goldman e Sach avevano accumulato un’immensa ricchezza. Riferendosi a coloro che sono responsabili e beneficiari della crisi, che segue sempre un periodo di forzato ottimismo, l’economista John Kenneth Galbraith ebbe ad affermare: “L’euforia è protetta e sostenuta da coloro che vi sono coinvolti per giustificare le circostanze che li stanno arricchendo”. Pertanto, se vogliamo capire le ragioni profonde di una crisi, una volta individuate le cause strutturali che l’hanno resa inevitabile e gli eventi che l’hanno fatta esplodere, bisognerebbe cercare indizi, non solo tra le righe delle spiegazioni fornite da autorevoli osservatori, ma anche da eventi apparentemente marginali e casuali. Sintomatico è il caso Barclays. Da qualche mese, simultaneamente allo scoppio della crisi attuale, la suddetta holding finanziaria globale ha lanciato una grande campagna per pubblicizzare le sue carte di credito. La Barclays era emersa in un primo tempo come possibile acquirente della Lehman Brothers, il cui crollo ha determinato il recente crac in borsa ed un’ondata di pessimismo in tutti i settori dell’economia. Anzi fu proprio il ritiro della proposta d’acquisto avanzata da Barclays a causare il fallimento della Lehman Brothers ed il panico successivo. Il crac tuttavia era stata annunciato, circa un anno prima, dalla crisi dei mutui subprime, prestiti con garanzia immobiliare divenuti inesigibili per la crescente impossibilità dei beneficiari di estinguere i debiti contratti. Ritroviamo in quest’ambito ancora Barclays, nel cui gruppo figura Woolwich, specialista appunto dei mutui immobiliari. Un’analisi approfondita delle ragioni strutturali delle crisi, rivela che mancano i soldi perché tutti, chi più chi meno, siamo indebitati attraverso il perverso meccanismo della moneta di plastica: carte di credito e tessere affini. Riappare quindi Barclays che pubblicizza, in piena crisi, proprio moneta di plastica. Procedendo a ritroso, ci accorgiamo che in realtà Lehman Brothers, dopo aver prodotto la notizia che ha scatenato il crac, non è scomparsa dallo scenario finanziario, ma è stata acquisita proprio da Barclays. La cronologia degli eventi è particolarmente significativa. Il giorno prima del lunedì nero (15 settembre 2008) - che è domenica, giorno festivo per i cristiani, ma lavorativo per altri - accade che Barclays, ritirando la sua proposta d’acquisto, determina il fallimento di Lehman Brothers e indirettamente il crac in borsa. Il martedì, mentre crollano i mercati, Barclays riapre le trattative. Il mercoledì, mentre gli economisti cercano di spiegare le ragioni macrosistemiche della crisi, l’accordo si chiude. Una settimana dopo il lunedì nero, mentre i mass media trasmettono ancora immagini di yuppies che traslocano coi loro scatoloni dal quartiere generale di Lehman Brothers, questa ha già riaperto col marchio Barclays. I suoi 10.000 manager sono di nuovo al lavoro, mentre l’onda lunga del crac e della recessione bruciano posti di lavoro in tutto il mondo. A questo punto, poco importa spiegare le vicende relative all’aumento di capitale in Barclays che hanno consentito questa ed altre lucrose operazioni. Significativo è l’ingresso di capitali arabi, un fondo del Qatar ed uno di Abu Dhabi, che alla fine hanno prevalso sulla cordata degli investitori istituzionali guidata da due grandi fondi pensioni della city, cioè Legal&General ed Aviva. Tuttavia, la cosa più preoccupante di questa vicenda è che una guerra tra bande interna all’oligarchia ha accentuato pericolosamente la recessione in atto, trasformando un fenomeno speculativo in una crisi da carenza di domanda, dalle conseguenze sociali devastanti. Lo scenario che stiamo vivendo è noto al pensiero economico. Gli economisti classici lo avevano intuito quando il capitalismo era ancora agli albori. Il fenomeno dell’invenduto, tipico sintomo di carenza di domanda, è descritto in Karl Marx. Il pericolo della stagnazione finale, come destino del capitalismo, è paventato da John Stuart Mill. I neoclassici si sforzarono di spiegare che il sistema, dopo qualunque evento critico, ritrova sempre il suo equilibrio, ma non riuscirono a prevedere, né a spiegare, il crollo del 1929, quando i milioni di disoccupati americani sembravano contraddire apertamente la teoria neoclassica della disoccupazione volontaria, secondo cui i senza-lavoro sono tali per colpa loro, perché non vogliono accettare il salario d’equilibrio che offre il sistema. È una teoria tanto cara al padronato, ancora oggi. La recessione e la carenza di domanda sono gli scenari tipici della crisi in atto. Il fallimento della Lehman Brothers, per volontà ed a vantaggio di Barclays, è stato il fenomeno speculativo che ha scatenato il crollo aggravando la situazione, insieme alla vicenda dei mutui subprime americani. Ma il fenomeno cerniera, tra crisi sistemica e speculazione, è rappresentato dall’indebitamento generalizzato prodotto dalla moneta di plastica, fenomeno in cui ritroviamo Barclays e le sue carte di credito con opzione revolving, rilanciate paradossalmente proprio in questo difficile momento, quasi a rappresentare, se non la causa, ma almeno l’emblema della morte a credito offerta dall’oligarchia. Vediamo perché, spiegando il perverso meccanismo della moneta di plastica. Comunemente vengono definite carte di credito, sia quelle che lo sono, sia altre tessere che sono in realtà carte di debito, cioè i bancomat, le prepagate e le tessere revolving credit distribuite dalle istituzioni usuraie che erogano il credito al consumo, meccanismo perverso che lentamente riduce sul lastrico milioni di persone. Cominciamo dalle carte di credito tradizionali. In Italia ne sono in dotazione ben 31 milioni, cioè due per abitante, bambini compresi. Le carte di credito sono documenti che, entro il limite di fido fissato dalla banca emittente, danno al titolare il diritto di ottenere beni e servizi da fornitori convenzionati, mediante la semplice sottoscrizione dello scontrino. Il titolare della carta, generalmente dopo un mese, paga alla banca il prezzo, mediante addebito sul proprio conto corrente. La banca lucra: le commissioni di sconto applicate agli importi dovuti ai fornitori, le quote associative pagate dai titolari della carta, gli interessi addebitati sul loro conto per il periodo intercorrente tra la data di valuta riferita ad ogni acquisto e la data di regolamento del saldo. Diversa è la tessera bancomat, che è una carta di debito e consente al correntista di prelevare moneta agli sportelli della propria banca o di altre banche. Nel secondo caso paga una commissione. Con la tessera bancomat è inoltre possibile effettuare acquisti presso negozi convenzionati con addebito sul conto nel giro di tre giorni dall'acquisto. Fin qui nulla di particolarmente perverso, se non il lucro dalla banca per i servizi offerti. Diverso è il caso del credito al consumo, erogato con l’emissione di tessere che somigliano a carte di credito. Si definisce credito al consumo la concessione di credito in forma di dilazione di pagamento, finanziamento o altra facilitazione finanziaria, a favore di una persona fisica che agisca come consumatore, cioè per scopi estranei all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta. Non possono quindi beneficiarne le aziende allo scopo di finanziarsi, ma soltanto individui che intendono comprare qualcosa senza sborsare subito l'intero prezzo. E' il cosiddetto acquisto con pagamento a rate, che può riguardare automobili, cellulari, elettrodomestici, computer, mobili, viaggi, ed altri beni o servizi venduti in negozi convenzionati con apposite banche e società finanziarie. Molto diffuso tra i lavoratori dipendenti è il prestito personale con cessione del quinto, erogato in un'unica soluzione a tasso fisso e durata prestabilita. Il piano di ammortamento è a quote mensili costanti, non superiori ad un quinto dello stipendio del mutuatario, trattenute direttamente dal datore di lavoro e quindi versate alla banca. Il meccanismo perverso del credito al consumo si chiama revolving credit e funziona così: la banca mette a disposizione del cliente una certa somma di denaro, che diminuisce ad ogni acquisto e viene ricostituita ad ogni rimborso effettuato in base al programma di ammortamento, generalmente mensile. Il tasso di interesse è variabile. A differenza del conto corrente bancario, il cliente non può mai avere un saldo positivo perché non può effettuare operazioni di deposito, ma solo disporre di una somma massima da utilizzare per i suoi acquisti nei negozi convenzionati. Nei contratti di credito al consumo bisogna indicare il tasso di interesse applicato all'operazione, che è definito tasso annuo effettivo globale (Taeg). È un’operazione molto costosa per i clienti e, per converso, molto redditizia per le banche e le finanziarie. Basti pensare che il Taeg in media oscilla dal 17% al 26%. Questa è usura. A proposito di potere usuraio, ed a conclusione della nostra analisi, ritroviamo ancora la Barclays. Nel 1966 essa ha lanciato la prima carta di credito in Europa. Nel 1977 compare tra i soci fondatori del circuito VISA. Ha inventato il revolving credit. In piena crisi da carenza di domanda, aggravata dal crac di borsa causato dalla sua politica di acquisizione, essa lancia una carta di credito con l’opzione revolving, che non è una carta di debito impropriamente definita carta di credito, ma la sintesi di entrambe, ultima frontiera della moneta di plastica, nuova opportunità d’indebitamento per tutti. Non c’è da meravigliarsi. L’oligarchia continuerà a lucrare sulle nostre miserie e il sistema ritroverà il suo equilibrio, a meno che la crisi non s’aggravi al punto tale da produrre un partito rivoluzionario capace di guidare il popolo verso un nuovo socialismo. |
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Beh, per aggravare la crisi non ci vuole molto, basta che il 3% dei correntisti chieda indietro i propri soldi ed il sistema crolla da solo.
Per quanto riguarda "un partito rivoluzionario capace di guidare il popolo verso un nuovo socialismo", spero di no, di Hitler ne è bastato uno. A me basterebbe che fosse capace di donare all'uomo l'autonomia ed il rispetto nelle proprie azioni, sarebbe un tale passo in avanti da rendermi felice per il resto dei miei giorni. |
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Venerdì 21 novembre il mondo è giunto ad un passo dal più grande disastro finanziario della storia, secondo i banchieri che si trovano al centro degli avvenimenti e con i quali sono in contatto. La causa scatenante è stata la banca che solo due anni fa era la più grande d’America, Citigroup. La dimensione della nazionalizzazione de facto degli istituti bancari per 2.000 miliardi di dollari da parte del governo americano è un segnale delle scosse che devono ancora colpire altre importanti banche americane, e forse anche europee, che si pensava fossero “troppo grandi per fallire.”
Il modo maldestro con cui il Segretario al Tesoro Henry Paulson, lui stesso non un banchiere ma un “banchiere d’investimento” di Wall Street la cui esperienza è stata nel mondo alquanto diverso della compravendita di azioni e obbligazioni e nelle sottoscrizione delle stesse, ha gestito la crisi che si stava spalancando è stato peggio di un incompetente. Ha trasformato una grave situazione in una preoccupante crisi a livello globale. Perdendo tempo inutilmente Il caso in questione è il modo reticente con cui Paulson ha utilizzato i 700 miliardi di dollari di soldi dei contribuenti che gli sono stati riconosciuti, a settembre, da un Congresso volubile. Ben presto, Paulson ha disposto 125 miliardi di dollari nelle nove banche più grandi, tra cui 10 miliardi per la sua vecchia azienda, Goldman Sachs. Tuttavia, se confrontiamo il valore delle azioni equity che i 125 miliardi di dollari hanno acquistato al prezzo di mercato di quelle azioni bancarie, i contribuenti americani hanno pagato 125 miliardi di dollari per delle azioni bancarie che un investitore privato avrebbe potuto comprare per 62,5 miliardi, stando ad una dettagliata analisi di Ron W. Bloom, un economista che lavora presso il sindacato dei lavoratori delle acciaierie, i cui associati e fondi pensione subirebbero delle perdite devastanti se dovesse fallire General Motors. Questo significa che metà del denaro pubblico è stato un regalo di Paulson agli amiconi di Wall Street. Ora, due settimane dopo, il Tesoro è costretto ad intervenire per nazionalizzare de facto Citigroup. E non sarà l’ultima. Paulson ha richiesto e ottenuto da un Congresso volubile, sia parte Democratica che da parte Repubblicana, la massima discrezione su come e dove poteva investire i 700 miliardi di dollari, ad oggi senza alcuna sorveglianza reale. E’ come dire che, in realtà, il Segretario al Tesoro sta perdendo tempo inutilmente per quanto riguarda la risoluzione della crisi fondamentale. Dovrebbe essere ormai chiaro a qualunque analista serio che la decisione presa a settembre da Paulson di indugiare su una rigida ideologia finanziaria e consentire il fallimento della quarta più grande banca americana, Lehman Brothers, è stato l’innesco immediato dell’attuale crisi globale. Il crollo a sorpresa di Lehman Brothers ha innescato l’attuale crisi globale della fiducia. Non è stato semplicemente chiaro al resto del mondo bancario quali istituti bancari finanziari americani potevano essere salvati e quali no, dopo che all’inizio il governo aveva salvato la piccola Bear Stearns, consentendo il fallimento di Lehman Brothers, di gran lunga più grande e più strategica. Alcuni dettagli su Citigroup L’aspetto più preoccupante della crisi è il fatto che ci troviamo in un periodo di inter-regno in cui il prossimo presidente è stato eletto ma non può ancora agire in base alla situazione finché non avrà prestato giuramento il 20 gennaio 2009. Considerate i dettagli dell’ultima nazionalizzazione de facto di Citigroup da parte del governo (per ragioni ideologiche Paulson e l’amministrazione Bush evitano rabbiosamente di ammettere che stanno nazionalizzando delle banche chiave). Citigroup ha beni per oltre 2.000 miliardi di dollari, società più piccole come American International Group hanno ottenuto qualcosa come 150 miliardi di dollari dei contribuenti americani negli ultimi due mesi. Ironicamente, solo otto settimane prima il governo aveva designato Citigroup per l’acquisizione della Wachovia Bank in fallimento. Normalmente le autorità permettono l’assorbimento di una banca in difficoltà da parte di una più forte. In questo caso sembra sia avvenuto il contrario. Adesso è chiaro che Citigroup era in guai ben peggiori di Wachovia. In poche ore, prima che la nazionalizzazione del governo americano fosse annunciata, il valore azionario di Citibank era precipitato a 3,77 dollari a New York, conferendo alla società un valore di mercato di circa 21 miliardi di dollari. Il valore di mercato delle azioni di Citigroup nel dicembre 2006 era di 247 miliardi di dollari. Due giorni prima della nazionalizzazione, l’amministratore delegato Vikram Pandit aveva annunciato un piano per un enorme taglio di 52.000 posti di lavoro. Non è servito ad arrestare la caduta. Citigroup e il governo hanno identificato una quantità di circa 306 miliardi di dollari di beni in difficoltà. Citigroup assorbirà i primi 29 miliardi di perdite, dopodiché le perdite rimanenti saranno divise tra Citigroup e il governo, con la banca che ne assorbirà il 10% e il governo il 90%. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti utilizzerà i 700 miliardi di dollari del programma TARP (Programma di Aiuto dei Beni in Difficoltà) assumendosi perdite fino a 5.000 miliardi di dollari. Se necessario, la FDIC sosterrà i successivi 10 miliardi di dollari di perdite. Oltre a questo, la Federal Reserve garantirà ulteriori perdite. Sono misure senza precedenti nella storia finanziaria americana. Ma non è affatto certo che salveranno il sistema del dollaro. La situazione è così intricata, con sei delle principali banche americane che detengono una grossa fetta dell’esposizione finanziaria dei derivati in tutto il mondo, che il fallimento di un singolo istituto finanziario potrebbe causare perdite al mercato OTC dei derivati per 300-400 miliardi di dollari, ha rivelato un nuovo documento di lavoro del FMI. E quel che più conta, un simile fallimento potrebbe forse causare una serie di fallimenti a catena di altri istituti. Le perdite totali del sistema finanziario globale potrebbero superare i 1.500 miliardi di dollari secondo uno studio condotto da Singh e Segoviano del FMI. La pazzia di un accordo di salvataggio di General Motors La condizione di Citigroup non è l’unica crisi avvincente con cui abbiamo a che fare. Fino ad ora le liti politiche e ideologiche nel Congresso americano hanno impedito la semplice estensione di un prestito di emergenza di 25 miliardi di dollari a General Motors e a gli altri due colossi automobilistici americani – Ford e Chrysler. Lo spettacolo assurdo dei parlamentari americani che attaccano i presidenti delle tre grandi società per essersi diretti con i loro jet privati alle sedute di emergenza del Congresso per un piano di salvataggio se da un lato ignora ampiamente il problema delle conseguenze sull’economia di un fallimento di General Motors, dall’altro sottolinea la totale mancanza di senso della realtà che ha schiacciato Washington negli ultimi anni. Il fallimento di General Motors rischierebbe di essere un disastro di immani proporzioni. Anche se Lehman Brothers, il più grande fallimento nella storia americana, sembra aver avuto una risoluzione ordinata dei propri credit default swap, il dissesto è avvenuto in anticipo, perché i protection writers dovevano annunciare degli ulteriori collaterali prima della risoluzione. Quello è stato un elemento importante nel drammatico crollo globale dei mercati ad ottobre. General Motors è di gran lunga più grande, vale a dire un danno collaterale maggiore, e tutto questo avrebbe luogo proprio nel momento in cui il sistema finanziario è addirittura più debole di quando Lehman è fallita. Inoltre, un secondo aspetto, potenzialmente molto più pericoloso, è stato in gran parte ignorato. Coloro che spingono per far fallire General Motors sostengono che potrebbe inserirsi nel Capitolo 11 [1] come una qualunque altra società che si caccia nei guai. Tuttavia, questo potrebbe non accadere, e un Capitolo 7 oppure una liquidazione di General Motors sarebbero un evento tettonico. Il problema è che sotto il Capitolo 11 della legge americana occorre del tempo alla società per ottenere la protezione di un tribunale fallimentare. Fino ad allora, che potrebbero essere settimane o mesi, la società avrebbe bisogno urgentemente di un “finanziamento ponte” per continuare le proprie operazioni. Questo è conosciuto come “finanziamento del debitore-in-possesso” o DIP. Il DIP è fondamentale per la maggior parte dei fallimenti del capitolo 11, perché occorre del tempo per ottenere l’approvazione del piano di riorganizzazione da parte dei creditori e dei tribunali. La maggior parte delle aziende, come General Motors oggi, vanno dal tribunale fallimentare quando sono alla fine della loro liquidità. Il DIP è specifico per quelle aziende che sono in fallimento, o sono prossime al fallimento, e il debito ha la priorità in genere sugli altri crediti arretrati. Quindi, in realtà, è a bassissimo rischio, perché la somma spesa in genere non è relativamente elevata. Ma il prestito DIP ora è stato decisamente ridotto, solo quando è strettamente necessario, perché le banche che si trovano in condizioni migliori hanno tagliato drasticamente i prestiti in questa situazione di grave crisi del credito. Senza accesso al finanziamento ponte del DIP, General Motors sarebbe costretta ad una liquidazione parziale, oppure addirittura ad una liquidazione completa. Le conseguenze sono tremende. A parte la perdita di 100.000 posti di lavoro nella stessa General Motors, il colosso di Detroit è fondamentale per mantenere in attività numerosi fornitori del settore. Se General Motors fallisse, presto la maggior parte, se non addirittura tutti i fornitori americani e stranieri del settore automobilistico fallirebbero anch’essi. Questi fornitori di parti di ricambi sono importanti per gli altri fabbricanti di auto. Molte fabbriche di auto straniere sarebbero costrette a chiudere a causa della scomparsa dei fornitori. Alcuni analisti stimano che le perdite di posti di lavoro nel 2009 provocate da un fallimento di General Motors arriverebbero a 2,5 milioni a causa degli effetti che ne potrebbero conseguire. Se l’impatto della perdita di 2,5 milioni di posti di lavoro è visto in termini di perdite totali nell’economia di attività non legate all’auto come i servizi, i pignoramenti delle abitazioni e così via, alcuni stimano che l’impatto complessivo sarebbe di oltre 15 milioni di posti di lavoro. Fino ad ora, di fronte a queste prospettive sconcertanti, i membri del Congresso americano hanno scelto di concentrarsi sul fatto che il capo di General Motors, Rick Wagoner, è volato a Washington con il suo jet aziendale. La farsa del Congresso rievoca l’immage di Nerone che suona la lira mentre Roma va a fuoco. Non dovrebbe essere una sorpresa il fatto che nel recente summit euro-asiatico a Pechino, i funzionari cinesi hanno avanzato la proposta di negoziare tra l’Unione Europe e le nazioni asiatiche, come la Cina, in euro, renminbi, yen oppure altre valute nazionali diverse dal dollaro. Il salvataggio di Citigroup e la débâcle di General Motors hanno confermato la morte del sistema del dollaro post-Bretton Woods. La verità dietro al salvataggio di Citigroup Quello che né Paulson né chiunque altro a Washington è disposto a rivelare è la verità dietro al salvataggio di Citigroup. Con il suo iniziale rifiuto categorico (e dell’amministrazione Repubblicana di Bush) di intraprendere un’azione decisa per nazionalizzare immediatamente le nove più grandi banche in difficoltà, Paulson ha causato l’attuale débâcle. Rifiutando per ragioni ideologiche invece di riorganizzare i beni bancari sotto qualche forma di “banca in buone condizioni” e “banca in cattive condizioni”, in modo analogo a quello che fece il governo svedese durante la sua crisi bancaria all’inizio degli anni ’90 e che venne chiamato Securum, Paulson e soci hanno creato una struttura finanziaria globale che si trova sull’orlo del precipizio. Un Securum, o un’analoga nazionalizzazione temporanea, avrebbe consentito alle banche in buona salute di continuare ad erogare prestiti nell’economia reale in modo che l’economia potesse continuare ad operare, mentre lo Stato si sarebbe semplicemente seduto per alcuni mesi sui beni immobiliari delle banche svedesi finché il recupero dell’economia avrebbe reso nuovamente negoziabili i beni al settore privato. Al contrario, Paulson e suoi “amiconi capitalisti” a Washington hanno trasformato una brutta situazione in una catastrofe globale. La sua ovvia presa di coscienza dell’errore di aver rifiutato la nazionalizzazione è arrivata troppo tardi. Quando Paulson invertiva la linea il 19 settembre e presentava alle nove banche più grandi un ultimatum per accettare una parziale proprietà dell’equity da parte del governo, abbandonando il suo stravagante progetto originario di acquistare le securities garantite dai beni tossici delle banche con i 700 miliardi di dollari dei soldi dei contribuenti del programma TARP, non ha mai spiegato il perché. Nel piano Paulson originario, come sottolineano Dimitri B. Papadimitriou e L. Randall Wray del Jerome Levy Institute presso il Bard College di New York, Paulson ha cercato di creare una situazione nella quale il Tesoro americano sarebbe diventato un proprietario degli istituti finanziari in difficoltà in cambio di un’iniezione di capitale – ma senza esercitare alcun diritto di proprietà, come la sostituzione dei dirigenti che avevano causato lo scompiglio. Il salvataggio verrebbe utilizzato come un’opportunità per consolidare il controllo del sistema finanziario nazionale nelle mani di poche grandi banche (Wall Street) con i fondi del governo che sovvenzionano gli acquisti delle banche in difficoltà da parte di quelle “in condizioni migliori”. Paulson si è reso ben presto conto che la dimensione della crisi, in gran parte innescata dalla sua gestione inetta del caso Lehman Brothers, aveva creato una situazione impossibile. Se Paulson dovesse utilizzare i 700 miliardi di dollari per comprare securities garantite dai beni tossici delle banche prescelte al prezzo di mercato odierno, i 700 miliardi sarebbero insufficienti per eliminare dai libri contabili delle banche i 2.000 miliardi di dollari stimati in securities garantite da beni. Gli economisti del Levy Economics Institute affermano che “è probabile che molte, probabilmente la maggior parte degli istituti oggi siano insolventi – con un buco nero del reddito netto negativo che ingoierebbe tutti i 700 miliardi di Paulson in un sol boccone.” Quella realtà è la vera ragione per cui Paulson è stato costretto ad abbandonare il suo piano originario di salvataggio a favore degli “amiconi” e scegliere di utilizzare parte del denaro per acquistare azioni equity nelle nove banche più grandi. Anche quel progetto è “giunto cadavere”, lo sottolinea l’ultimo piano di nazionalizzazione di Citigroup. La situazione imbarazzante che ha creato Paulson con la sua gestione inetta della crisi è semplice: se il governo pagasse il vero valore di questi beni che non valgono quasi più nulla, le banche dovrebbero registrare enormi perdite e, come hanno detto gli economisti del Levy “annunciare al mondo che sono insolventi.” D’altro canto, se Paulson aumentasse il prezzo di acquisto dei rifiuti tossici quanto basta per proteggere le banche dalle perdite, 700 miliardi di dollari acquisterebbero “solo una piccola parte dei beni in difficoltà.” Questo è ciò di cui tratta l’ultima nazionalizzazione di Citigroup. E’ solo l’inizio. Il 2009 sarà un anno di enormi scosse e cambiamenti a livello globale che forse non si erano mai avvertiti negli ultimi cinquecento anni. Ecco perché si dovrebbe parlare della fine del Secolo Americano e del suo Sistema del Dollaro. Quanto distruttivo sarà questo processo per i cittadini americani, che sono le principali vittime degli amiconi capitalisti di Paulson, e per il resto del mondo, dipende ora dall’urgenza e dalla risolutezza con cui reagiranno i capi dei governi nazionali in Germania, nell’Unione Europea, in Cina, in Russia e negli altri paesi. Non è il momento per sentimentalismi ideologici e nostalgia del vecchio ordine post-bellico. Tutto questo è crollato lo scorso settembre insieme a Lehman Brothers e alla presidenza Repubblicana. Attendere un “miracolo” da una presidenza Obama non è più una scelta per il resto del mondo. F. William Engdahl Fonte: www.globalresearch.ca |
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