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Vecchio 28-11-08, 23:21   #1 (permalink)
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Equo e solidale

"Una delle caratteristiche fondamentali dell’attuale sistema economico internazionale dominante, è quella di fondarsi su una prospettiva di crescita continua dei consumi e delle merci messe a disposizione sul mercato. Se è vero che per lungo tempo, almeno nella nostra società, l’aumento del volume di beni e servizi e la crescita della qualità della vita hanno camminato di pari passo, è ormai evidente che oggi, soprattutto a livello globale, questo parallelismo non è più valido.

L’attuale modello di sviluppo genera isole di ricchezza concentrate principalmente nei Paesi del Nord del mondo e ormai sappiamo che il pianeta non potrà mai sostenere una popolazione planetaria in cui tutti vivono secondo il nostro stile di vita; il nostro benessere si basa su un consumo di risorse che va a danno della stabilità ecologica e della giustizia internazionale. Del resto già Keynes nella prima metà del secolo scorso, scriveva che “uno dei vizi capitali del mondo economico in cui viviamo è la ripartizione del benessere e del reddito, arbitraria e priva di equità"."

E' accetabile un ripensamento delle nostre scelte di consumo e creare di fatto politiche di sviluppo efficaci?
Vantaggi e critiche del commercio equo.
keynes_1977 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 29-11-08, 00:41   #2 (permalink)
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E' accettabile un ripensamento delle nostre scelte di consumo e creare di fatto politiche di sviluppo efficaci?
Vantaggi e critiche del commercio equo.
Alla prima domanda è molto difficile rispondere, se non che c'è poco da essere ottimisti.
Tanto per dirne una, l'attuale idea di commercio internazionale consiste nel drenare risorse dai cittadini per creare enormi infrastutture che servono a spostare patate piuttosto che aglio per migliaia e migliaia di chilometri...

Sul commercio equo, persino gli economisti di impostazione neoclassica devono ammettere che l'attuale mercato dei prodotti coloniali è in mano a un pugno di aziende che esercitano un forte potere di mercato manipolando senza problemi da domanda con un'appropriata gestione delle scorte.
Certo, la fetta di mercato che pertiene al commercio equo è ancora molto bassa per poter influenzare i prezzi e renderli più equi anche a chi vende al circuito tradizionale.
Ma facciamo un esperimento mentale: che cosa succederebbe se tutti i coloniali passassero attraverso il circuito del commercio equo?
Sul piano dei prezzi al consumatore, probabilmente nulla, visto che le spese di marketing incidono ben più del premio pagato all'agricoltore dal circuito equo.
Dal punto di vista del tipo di prodotto, ci sarebbe più attenzione alla qualità e ovviamente all'ambiente (il commercio equo promuove infatti anche l'agricoltura biologica.)
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Vecchio 29-11-08, 01:54   #3 (permalink)
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Che vuol dire commercio "equo"? Sapreste definirlo?
Non è forse marketing quello del commercio politicamente corretto?
Voi scegliete dei prodotti in base ai vostri gusti personali, nè più nè meno. Scegliete in base a ciò cui attribuite, in modo soggettivo, un valore.
E' come scegliere di andare dal negoziante simpatico, ma più caro, invece che da quello antipatico. Perfettamente legittimo, da parte vostra; talvolta lo faccio anch'io.
Quello che non è legittimo è imporre a tutti mediante obblighi/incentivi/stimoli (con la forza della legge) quelle che sono le vostre concezioni di simpatia e di valore.

Questa, Keynes, me la devi spiegare:
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Se è vero che per lungo tempo, almeno nella nostra società, l’aumento del volume di beni e servizi e la crescita della qualità della vita hanno camminato di pari passo, è ormai evidente che oggi, soprattutto a livello globale, questo parallelismo non è più valido.
Dovresti spiegarlo, in realtà, ai paesi emergenti che stanno finalmente uscendo dalla povertà camminando con le loro gambe (e riguardo ai quali, ne sono certo, 15 anni fa avreste fatto la predica dicendo che andavano aiutati, che noi "avevamo" il 95% della ricchezza, ecc. ecc.).

Non ritieni che la qualità della tua vita dipenda dai beni/servizi?
Prego, spogliatene e vivi secondo le tue aspirazioni. Non alle spalle degli altri, però.
Questa visione del materialismo, inoltre, è abbastanza curiosa.
In genere quelli più materialisti (cioè più "affezionati" a questi beni/servizi) sono coloro che vorrebbero limitarne la disponibilità. Come dire: non riesco a resistere, bisogna limitare per legge, per tutti, o "fare in modo che se ne consumi di meno".

Ti informo, inoltre, che è la concezione keynesiana a:
-mettere al primo posto i CONSUMI nella misurazione della ricchezza. E, di conseguenza, ad adottare tutte le politiche (cioè, coercizioni, "incentivi/disincentivi", "redistribuzioni") volte a massimizzare gli stessi.
-sfruttare l'illusione di maggiore ricchezza data dalla creazione di denaro per indurre tutti a consumare di più.

Vuoi meno consumismo? Cambia referente teorico. Vedrai che c'è gente che mette al primo posto le persone, gli uomini, ciò che per loro ha valore, e non le droghe economiche per far consumare tutti il più possibile, come criceti in una giostra, che devono consumare quello che dice il governo, comprare l'auto quando lo dice il governo, utilizzando il debito che decide il governo al prezzo che decide il governo.
kasparek non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 29-11-08, 09:21   #4 (permalink)
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Che vuol dire commercio "equo"? Sapreste definirlo?
Non è forse marketing quello del commercio politicamente corretto?
Voi scegliete dei prodotti in base ai vostri gusti personali, nè più nè meno. Scegliete in base a ciò cui attribuite, in modo soggettivo, un valore.
E' come scegliere di andare dal negoziante simpatico, ma più caro, invece che da quello antipatico. Perfettamente legittimo, da parte vostra; talvolta lo faccio anch'io.
Quello che non è legittimo è imporre a tutti mediante obblighi/incentivi/stimoli (con la forza della legge) quelle che sono le vostre concezioni di simpatia e di valore.
Dai, per favore, il commercio equo non è qualcosa di soggettivo, ma risponde a criteri molto precisi.
Se non ricordo male, sono 5 le condizioni che fanno di uno scambio commerciale uno scambio che rientra nel commercio equo.
Chi fa discorsi politicamente corretti sono i fondamentalisti del mercato.
Facciamo un esempio pratico: chi in Uganda produce e vende il caffé a 14 centesimi al chilo avrebbe bisogno di venderlo a 34 centesimi.
Quello stesso caffé prende la strada dei vari canali commerciali ed esce dallo stabilimento della Nestlé in Gran Bretagna con sopra scritto 26,40 dollari al chilo.
Ora il costo del contadino incide per lo 0,53% del prezzo finale. Secondo il commercio equo non sarebbe un problema se il contadino prendesse i suoi 34 centesimi e portasse la sua quota all'1,3%.
Secondo i fondamentalisti del mercato saremmo di fronte a un'intollerabile distorsione.
Per loro i 14 centesimi sono di per sé etici, perché fissati dal mercato.
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Vecchio 29-11-08, 15:47   #5 (permalink)
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Non è soggettivo?
Se si basa sul prezzo a cui qualcuno "avrebbe bisogno" di vendere il suo prodotto, a me pare molto soggettivo.
Poi va be', ho chiesto se avevate un modo per definirlo.
In ogni caso, tu stai "comprando" il marketing che ti dice che questo commercio farà "del bene" al produttore. Gli stai praticamente facendo l'elemosina: è come quando compri un prodotto e c'è scritto che 50 centesimi del prezzo vanno all'unicef piuttosto che da qualche altra parte.
Io non mi scandalizzo se qualcuno compra questi prodotti, nè se compra "equo".

Attenzione però, perchè in questo modo il coltivatore non è ancora in grado di camminare con le proprie gambe. E' in grado di farlo per 14 cent che il caffè vale sul mercato, ma non per gli altri 20.
In un certo senso gli fai anche del male, perchè lo abitui ad una specie di assistenzialismo inefficiente.
Anzichè ingegnarsi e cercare il modo di guadagnare quei 34 centesimi che gli servono, può continuare a fare una cosa che ne vale 14 + l'assistenza.
kasparek non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 30-11-08, 10:48   #6 (permalink)
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Attenzione però, perchè in questo modo il coltivatore non è ancora in grado di camminare con le proprie gambe. E' in grado di farlo per 14 cent che il caffè vale sul mercato, ma non per gli altri 20.
In un certo senso gli fai anche del male, perchè lo abitui ad una specie di assistenzialismo inefficiente.
Anzichè ingegnarsi e cercare il modo di guadagnare quei 34 centesimi che gli servono, può continuare a fare una cosa che ne vale 14 + l'assistenza.
Evidentemente non ti è chiaro qual è il problema, ma dipende dalla impostazione che la scuola austriaca condivide con l'economia neoclassica...
Quanto tempo ci hanno messo Usa, Europa e Giappone per ridurre il settore agricolo ai minimi termini? Un secolo. In pratica, hanno protetto il settore agricolo in modo che i produttori meno efficienti uscissero lentamente dal settore.
Perché lo hanno fatto? Perché il tasso di espulsione dalla terra sarebbe stato troppo veloce, come invece avviene altrove, dove gli ex-contadini ingrossano le periferie delle metropoli del Terzo Mondo.

Stessa situazione degli ex-contadini europei è quella del coltivatore di caffé, in Guatemala piuttosto che in Uganda.
Prima viveva di sussistenza, cioè era quasi completamente isolato e protetto dai movimenti dei prezzi.
Quindi è stato inserito nell'economia nazionale e internazionale con una specializzazione precisa: coltivare caffè.
Poi, non in un ampio arco di tempo, ma in pratica dalla sera alla mattina, arriva il Vietnam e fa crollare il prezzo del caffé di due terzi.
Allora, l'intermediario va dal contadino guatemalteco e gli dice: "Non posso più darti 100, posso pagarti solo 33."
"E io come campo? E poi il caffé vietnamita è una mer.da. Il mio prodotto non si può neanche lontanamente paragonare a quella brodaglia."
"Lascia stare, questi sono mazzi del marketing. Se loro vogliono infinocchiare il consumatore vuol dire che ci riescono. Io posso darti solo 33."

L'economista neoclassico a questo punto dice: ma il contadino Guatemalteco può coltivare altro.
No. Non può. Tutti i prodotti coloniali sono in una situazione simile e possiede poca terra: l'unica possibilità era specializzarsi in un settore ad alta intensità di manodopera.
In Trentino c'è gente che campa più che bene con un ettaro di meleto.
Nel momento in cui gli dici che le mele gliele ritiri a un terzo del prezzo lui ha chiuso. Con quell'ettaro non ci fa proprio nulla.
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Vecchio 01-12-08, 09:17   #7 (permalink)
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"Una delle caratteristiche fondamentali dell’attuale sistema economico internazionale dominante, è quella di fondarsi su una prospettiva di crescita continua dei consumi e delle merci messe a disposizione sul mercato.
La domanda è: cosa abbiamo ottenuto grazie a questo sistema?

probabilmente noi occidentali viviamo con più comodità la vita, i più svolgono lavori non massacranti, probabilmente ancora molti rischiano la vita lavorando ma è comunque molto più sicuro lavorare.
Non abbiamo problemi di sopravvivenza, bene o male riusciamo a mangiare tutti, chi bene chi un pò meno, c'è gente addirittura che pur potendo cibarsi con ciò che la natura di meglio offre rinunzia per ovvi motivi lavorativi o di "immagine".
Ci sono si problemi di abitazione ma sotto i ponti è difficile trovare persone che lo fanno di loro spontanea volontà, i più sono extracomunitari che in baracche cercano di integrarsi.
Chi muore di freddo o di banali malattie? Oramai più nessuno dei nativi, forse qualche homeless, forse per cause eccezionali.
E la cultura e l'informazione? Bene o male a livello base è accessibile a tutti, i più poveri devo impegnarsi di più per potersi permettere una cultura superiore a quella base, spesso devono rinunciare sia perchè la famiglia di origine non trasmette gli input necessari alla crescita sia per motivi di necessità pecuniaria.
L'informazione viene trasmessa in base alla cultura appresa, più il soggetto è limitato culturalmente e più esso si sofferma ai titoli dei tg, lo stesso indaga poco oltre i confini concessi dai media ed evita quindi la ricerca dei dati attraverso gli strumenti alternativi ed "innovativi" come internet o semplicemente approfondendo le verità celate dagli spot.

Ovviamente quando proviamo a giudicare qualcosa dobbiamo prendere come paragone un oggetto simile e il più possibile conosciuto, ci viene spontaneo quindi giudicarlo migliore questo periodo, soffermandoci poco come il soggetto nell'esempio, ci viene spontaneo giudicarlo così perchè banalmente viviamo meglio.
O meglio, il titolo del nostro secolo è meglio confenzionato del titolo degli scorsi secoli.
Ma la domanda che mi chiedo è, è migliore il mondo perchè questo è quello che ci hanno insegnato, cioè ci hanno fatto credere che queste sono le nostre necessità e quindi queste non sono state disattese, oppure questi sono i bisogni reali degli individui che hanno avuto risposta?
Ma cosa c'è allora che non va, che va oltre l'immagine?
Intanto dobbiamo cercare di capire cosa è mutato rispetto a qualche secolo fa e questa volta dobbiamo andare a cercare cosa è mutato realmente, perchè attraverso questo troveremo la risposta.

Per cercare di capire se viviamo peggio o meglio rispetto al passato, per capirlo davvero bisognerebbe evitare di domandarci se lo siamo noi stessi o chi è più prossimo a noi.
Per capirlo davvero bisogna guardare il mondo in cui viviamo e osservare esternamente le dinamiche della nostra evoluzione, evitando di ascoltare tutti gli input adulterati, la natura in primis, essa sta meglio o peggio?
Noi dipendiamo da essa, tutti noi esseri viventi, se essa sta male come possiamo egoisticamente parlare di evoluzione dell'umanità?
Può un uomo stare meglio se dove vive al posto di un prato trova un deserto?
E se anche stesse meglio materialmente quanto può continuare?
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Vecchio 01-12-08, 11:59   #8 (permalink)
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"Una delle caratteristiche fondamentali dell’attuale sistema economico internazionale dominante, è quella di fondarsi su una prospettiva di crescita continua dei consumi e delle merci messe a disposizione sul mercato. Se è vero che per lungo tempo, almeno nella nostra società, l’aumento del volume di beni e servizi e la crescita della qualità della vita hanno camminato di pari passo, è ormai evidente che oggi, soprattutto a livello globale, questo parallelismo non è più valido.

L’attuale modello di sviluppo genera isole di ricchezza concentrate principalmente nei Paesi del Nord del mondo e ormai sappiamo che il pianeta non potrà mai sostenere una popolazione planetaria in cui tutti vivono secondo il nostro stile di vita; il nostro benessere si basa su un consumo di risorse che va a danno della stabilità ecologica e della giustizia internazionale. Del resto già Keynes nella prima metà del secolo scorso, scriveva che “uno dei vizi capitali del mondo economico in cui viviamo è la ripartizione del benessere e del reddito, arbitraria e priva di equità"."

E' accetabile un ripensamento delle nostre scelte di consumo e creare di fatto politiche di sviluppo efficaci?
Vantaggi e critiche del commercio equo.
Certe volte non capisco cosa significhi dire che "il pianeta non potrà mai sostenere una popolazione planetaria in cui tutti vivono secondo il nostro stile di vita". Vuol dire forse che siamo troppi e varrebbe la pena eliminarne una fetta? O vuol dire che "noi occidentali" dovremmo rinunciare ai nostri "privilegi" e ridimensionarci tornando a vivere come 100 o 200 anni or sono?
Cosa cambierebbe se rinunciassimo alle auto, la televisione, internet, o ad importare caffè? Cosa cambierebbe se non avessimo più il bagno in casa e dovessimo andare (come i nostri trisavoli) a fare i nostri bisogni in aperta campagna?
Sarebbe giusto, per tanti ricercatori scientifici, rinunciare ai loro studi e fermare il mondo della conoscenza?
Credo invece che varrebbe la pena riflettere meglio sul perché c'è una "ripartizione del benessere e del reddito, arbitraria e priva di equità".
Trascurando il fatto che anche in tempi andati il "benessere" era appannaggio di pochi, la prima domanda che mi pongo è: chi ha preteso che i contadini rinunciassero a produrre ciò di cui abbisognavano e li ha costretti a monoculture?
Il nostro modello di sviluppo è figlio dell'idea che il bene primario che l'uomo debba possedere è il denaro.
Anche la chiesa lo insegna: senza denaro non si canta messa.
Orbene, quando s'impone al mondo che per vivere bisogna sottostare a tale bizzarra idea, e quando il controllo di questo "terzo incomodo negli scambi commerciali" è manipolato a piacimento da loschi individui, il minimo che possa accadere è che chi non ne ha muoia di fame.
Accadrebbe tutto questo se l'individuo fosse libero di scegliere quale prodotto produrre perché più idoneo alle sue capacità e/o preferenze? Quale mercato scegliere per venderlo? Quale, per acquistare ciò che di cui ha bisogno?
Non credo proprio, ma sembra che nessuno se ne renda conto.
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Vecchio 01-12-08, 13:48   #9 (permalink)
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(...)

Trascurando il fatto che anche in tempi andati il "benessere" era appannaggio di pochi, la prima domanda che mi pongo è: chi ha preteso che i contadini rinunciassero a produrre ciò di cui abbisognavano e li ha costretti a monoculture?

(...)
Non c'è una risposta semplice a questa domanda.
Si potrebbe rispondere: è stato il mercato a decidere.
Però è una risposta troppo schematica.
Il mercato da solo, isolato da un contesto generale, non esiste.
Molti contadini, semplicemente, non possono scegliere cosa e come coltivare.
Le decisioni politiche a monte hanno un'influenza decisiva.
Poi il discorso sulla monocultura va al di là dell'aspetto puramente economico. Se le monoculture fossero ecologicamente sostenibili e assicurassero lo stesso livello di qualità dei prodotti precedenti, ci sarebbero dei perdenti - i contadini - e dei vincenti, il resto della società.
Ma non è così. L'agricoltura produce esternalità negative enormi, per dei prodotti che dal punto di vista qualitativo sono scadenti (a volte non per il prodotto in sé, ma le necessità del sistema distributivo, ma il risultato non cambia.)
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Vecchio 01-12-08, 14:08   #10 (permalink)
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il concetto di equo è da analfabeti economici: i prezzi non sono variabili indipendenti, ma portano con sè delle informazioni: deciderli a tavolino, significa distorcere tali informazioni inducendo all'errore gli agenti economici.
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